80 anni fa il 19 maggio iniziava il massacro di Debré Libanos in Etiopia

D’ORDINE DI RODOLFO GRAZIANI

Ricordare con gesti concreti il massacro dei monaci etiopi

Sono trascorsi ottant’anni da una delle più brutte storie dell’Italia fascista in Africa: l’eccidio, crudele e metodico, che provocò tra i 1400 e i 2000 morti

di Andrea Riccardi (Corriere della sera, 6 marzo 2017)

Il maggio 2017, sono trascorsi ottant’anni da una delle più brutte storie dell’Italia in Africa: il massacro dell’inerme comunità di monaci, novizi, studenti e fedeli nel monastero di Debrà Libanòs in Etiopia. Nella notte del 19 maggio i reparti italiani, guidati dal generale Pietro Maletti, circondarono il monastero, fatto di due chiese e di tante casette tradizionali. Il viceré Rodolfo Graziani, colpito in un attentato ad Addis Abeba un mese prima e convinto della complicità dei monaci, telegrafava a Maletti: «passi pertanto per le armi tutti i monaci indistintamente…». Il massacro durò vari giorni, crudele e metodico come quelli nazisti: tra i 1400 e i 2000 morti. Graziani rivendicò «la completa responsabilità della tremenda lezione»: «un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero». Non solo il clero, perché morirono tanti altri, tra cui molti ragazzi. Andava distrutto un polmone spirituale dell’Etiopia.

È una storia su cui, in questo giornale, ha scritto Gian Antonio Stella (Corriere, 18 febbraio 2017), il quale — qualche anno fa — ha anche denunciato gli onori resi in Italia al maresciallo Graziani con l’incredibile monumento ad Affile. Ne ho parlato su Sette anche in occasione di un Docufilm di TV 2000 sulla strage. Tuttavia quella drammatica vicenda non ha scosso gli italiani, «brava gente», fin da quando Angelo Del Boca ricostruì dettagliatamente la vicenda, emblematica della crudeltà italiana in Etiopia: «mai, nella storia dell’Africa, una comunità religiosa aveva subito una sterminio di tali proporzioni» — è la sua pesante conclusione. Ma molto scivola sulla coscienza nazionale.

Occorre invece, ottant’anni dopo, riconoscere con gesti concreti che fu una strage da ascrivere all’Italia, compiuta in tempi di massimo consenso al fascismo e di identificazione generale con esso. L’impresa fu benedetta dalla Chiesa italiana. Il card. Schuster di Milano lodò l’esercito che «apre le porte di Etiopia alla Fede cattolica e alla civiltà romana». Il dotto cardinale dimenticava che, in Etiopia, il cristianesimo c’era dal IV secolo? La sacralizzazione della guerra, anche ad opera dei cappellani militari, indusse al disprezzo dei cristiani etiopici. Il clero era — per un’autorevole rivista cattolica — «ignorante e corrotto» e la Chiesa etiopica «una larva», anzi «un mostruoso miscuglio», perché divisa da Roma.

La repressione — una serie di «liquidazioni», «ripulisti» e «rappresaglie» (per usare il linguaggio fascista) — in cui s’inserisce la strage di Debrà Libanòs, rivelò una incredibile crudeltà non solo dei soldati, ma anche dei civili italiani. La fascistizzazione e il razzismo accecarono la «brava gente». Debrè Libanòs fu una strage «italiana». Ho visitato quel luogo, oggi ricostruito e pieno di vita: si sente come il massacro sia una ferita e una profanazione per gli etiopici. Eppure la risposta etiopica, dopo la sconfitta dell’Italia, fu ammirevolmente rispettosa degli italiani. Tuttavia mai un’autorità italiana si è andata a inchinare di fronte alle vittime a Debrè Libanòs. Mai i militari italiani. Ottant’anni dopo quella strage, non è invece il caso che ufficialmente l’Italia ritorni in quel luogo con un altro volto? Non si può ignorare questa ricorrenza con leggerezza.

L’esistenza di strade dedicate al maresciallo Graziani o al generale Maletti fa pensare che l’Italia non si sia scollata di dosso l’indifferenza di fronte all’assassinio di tanti «indigeni». Anche la Chiesa italiana deve far i conti oggi con la mistificante sacralizzazione dell’aggressione all’Etiopia, fatta da tanti suoi esponenti. Lo deve ai cristiani etiopi, dolenti e taciturni, che non rivendicano niente. Va ricordato però che i caduti di Debrè Libanòs furono considerati «nuovi martiri», con Giovanni Paolo II, durante il Giubileo del 2000, tanto che la loro immagine si trova nell’icona della basilica dei nuovi martiri a San Bartolomeo a Roma.

Inoltre si tratta di censire gli oggetti, le croci, i manoscritti razziati a Debrè Libanòs e in Etiopia. L’Italia del dopoguerra ha conosciuto la fatica della restituzione del patrimonio artistico trafugato. Non basta ridare agli etiopici il Leone di Giuda o l’obelisco di Axum; c’è un intero patrimonio da recuperare anche presso enti civili o religiosi. Soprattutto lo Stato, il ministero della Difesa e le forze armate, hanno il dovere di ricordare la storia di quella «liquidazione completa» — come diceva Graziani — fatta di disprezzo e violenza. Con gesti concreti e una documentata conoscenza storica della tragedia, si deve dire che questa non è l’Italia in cui ci riconosciamo.

 

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