No all’abolizione delle feste dei santi e di quelle civili

 

L’ ALTRO EDITORIALE
 NON TOCCATE LE «NOSTRE» FESTE
 NO AL RULLO COMPRESSORE

 C’ MARCO TARQUINIO è in ballo, a quanto pare, addirittura l’uno per cento del Pil. E allora ecco la lista: via Sant’Ambrogio, via Sant’Agata, via Sant’Ubaldo, via San Gennaro… E anco­ra via Primo Maggio, via 25 Aprile, via 2 Giu­gno… Potrebbe sembrare una questione di toponomastica, e invece – ohibò – è una que­stione di ricchezza perduta. Fare festa costa e soprattutto – ma chi l’avrebbe mai detto – interrompe i ritmi di produzione e di lavo­ro e, dunque, fa più povera l’Azienda Italia. Così, nel Governo Monti, c’è chi ripropone un’operazione già architettata e fallita in au­tunno: sradicare dalle tradizionali giornate di riferimento feste patronali e feste patrie per accorparle alla prima domenica utile (o tutt’al più al sabato). Sarebbe l’ultima, rom­bante e sferragliante, passata di rullo com­pressore su un calendario che per tanti ita­liani e italiane non ha più domenica, il cri­stiano
  dies dominicus,
il «giorno di Dio e del­la comunità» come ci ricorda il Papa, cioè quella benedetta ‘altura’ in fondo alla sali­ta della settimana sulla quale ci si può ripo­sare e rigenerare e dalla quale si può alzare lo sguardo in alto e intorno e ripartire per un nuovo percorso. Ma, si sa, i rulli com­pressori danno un senso di potenza a chi li maneggia… E adesso si vorrebbe spianare tutto il resto.
  Perché, appunto, si dice, c’è in ballo l’uno per cento del Pil. L’uno per cento, mica scherzi. Basterebbe spazzar via tutte quelle secolari anomalie festaiole fondate sui sen­timenti religiosi e popolari della nostra gen­te, su radicate o più recenti tradizioni civi­che o su avvenimenti legati alle vicende sto­riche e sociali di quest’Italia che ha appena compiuto 151 anni di unità politica e 64 di sana e robusta (nonostante i tempi grami) Costituzione repubblicana. Una bella rivo­luzione nichilista, naturalmente secondo il costume di qualcun altro (che i nostri non son degni di nota né di rispetto…).
  L’ironia è amara. E anche un po’ irata. Seb­bene sia forte e motivato il sospetto che nep­pure a colpi di cannone si riuscirebbe a de­molire nella testa e nel cuore degli italiani del Sud, del Centro e del Nord le ‘loro’ feste, le nostre feste. Si potrebbe, poi, in modo me­no presuntuoso e ottuso, fare anche un po’ di conto. Fino a capire, magari, che la ric­chezza civile e umana delle piccole e gran­di Feste dei nostri territori e della nostra I­talia vale, anche in soldoni, ben più di un punto di Pil.
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