Il Coordinamento delle teologhe italiane ha dieci anni

“Dieci anni …. e si vedono” Relazione di fine mandato. Di Marinella Perroni

CTI – Assemblea Nazionale – Roma, 26-27 gennaio 2013

E’ ben prevedibile, e nessuno se ne potrebbe stupire, che i toni di questa mia relazione di fine mandato, dopo nove anni di presidenza del CTI, possano arrivare a caricarsi, soprattutto verso la fine, di una certa emozione.

Vorrei giocarmi la modica quantità di emozione concessami tutta all’inizio. Voglio infatti cominciare leggendovi poche righe di una mail che Stella Morra ha ricevuto alcuni giorni fa e mi ha girato:

 “Carissima Stella, sono andata ieri sera a un incontro sulla Lumen Gentium organizzato dal decanato, la relatrice era Serena Noceti, che penso tu conosca, volevo ringraziarla e ringraziare voi donne teologhe, per la passione, competenza, chiarezza ma soprattutto testimonianza che ci date…ha fatto venire a molti la voglia di conoscere, il suo sapere aveva il sapore della vita quotidiana vissuta nella fede in Gesù morto e risorto…grazie, grazie per la vita che offrite per amore di Gesù e della Sua Chiesa……grazie…buon lavoro”.

 Non se ne abbia, Serena. Senza paura né di offenderla né di essere smentita posso tranquillamente dire che, anche se viene fatto espressamente il suo nome, in realtà il giudizio è un po’ su tutte noi. Serena – lo sappiamo tutte molto bene – è bravissima, ma non sento di toglierle nulla se noto con un certo compiacimento che è il lavoro di “voi donne teologhe” che chi ha scritto quelle righe chiama in causa con parole ben più che lusinghiere. Parole di riconoscimento e di riconoscenza per tre qualità che fanno di ogni sapere, e quindi anche di quello teologico, pane fragrante da condividere: passione, competenza chiarezza.

 Sono state queste parole che mi hanno spinto a guardare a questi primi dieci anni di vita del CTI con la giusta prosopopea che si addice a situazioni di fine mandato. Non mi vergogno allora di fare mio, in apertura di relazione, addirittura quanto Paolo dice alla comunità dei cristiani di Corinto:

 “Abbiamo forse bisogno, come alcuni, di lettere di raccomandazione per voi o da parte vostra? La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani. Proprio questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio. Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, il quale anche ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita” (2Cor 3,1-6).

 Ci tengo cioè a sottolineare che in questa mia relazione farò, come si conviene, una presentazione di quanto il CTI ha fatto in questi anni, ma in realtà, più che alle attività o alle iniziative, penso in primo luogo e soprattutto, ad altro molto più importante, e cioè alla rete di relazioni che il CTI è stato in questi anni. Relazioni più forti o più esili, più costanti o più fugaci, poco importa. Relazioni a partire dalle quali, attraverso le quali e in vista delle quali il CTI è nato ed è cresciuto fino ad avere dieci anni ed a dimostrarli tutti. Relazioni di stima e di affetto, di riconoscimento e di riconoscenza reciproca, di cordialità e di simpatia che mi fanno godere oggi, più ancora che per quello che abbiamo fatto, per quello che siamo state. Sono stati dieci anni in cui la “nostra lettera”, per dirla con Paolo, è stata scritta non con l’inchiostro ma con lo Spirito del Dio vivente ed ha permesso anche a noi teologhe di essere, ben al di sopra di tante restrizioni canoniche, “ministri di una nuova alleanza non della lettera, ma dello Spirito”, capaci sempre di testimoniare una libertà dalla lettera che uccide in nome dello Spirito che dà la vita.

 Di questo sono grata a tutte quelle che in questi anni hanno sentito che dall’impegno dentro il CTI passava una responsabilità seria nei confronti della nostra chiesa italiana, ma anche della società italiana. Chiesa e società che hanno entrambe bisogno di una teologia che, finalmente uscita dal palazzo, è “Sapienza che grida per le strade e nelle piazze fa udire la sua voce” (cfr. Pr 1,20) perché, come afferma il profeta, “Il Signore Dio ha parlato: chi non profeterà?” (Am 3,8).

Di questo soprattutto vorrei far dono alle più giovani che sono qui oggi perché hanno cominciato a studiare teologia con la stessa passione e lo stesso entusiasmo che avevamo anche noi e che, nonostante tutto, continuiamo ad avere. E’ con un certo dispiacere che devo riconoscere la difficoltà del CTI a creare una ampia fidelizzazione delle iscritte.

 La teologia fatta dalle donne solo raramente è legata a istituzioni e a cattedre ed è più spesso consegnata alla labilità e alla fatica di vite complicate che dalla qualifica di multitasking vengono spesso più umiliate che non risarcite. È anche vero, però, che la presenza di alcune “in-formazione” ci fa ben sperare: il CTI dimostra oggi dieci anni ma ne potrà dimostrare più avanti venti o trenta!! Ed è proprio in vista di un impegno che possa continuare nel tempo che mi sembra opportuno ripercorrere ora brevemente il cammino fatto in questi anni per poter poi ragionare, insieme al collega e amico Paolo Gamberini che ha accettato di aiutarci a valutare criticamente il nostro percorso, su un futuro possibile.

 1. Dieci anni fa ….

 Marinella Perroni e, a seguire, Concetta Militello, Stella Morra, Renata Natili, Serena Noceti, Maria-Luisa Rigato, Manuela Terribile, Adriana Valerio: questi otto nomi affiancati dalle rispettive firme (erano assenti quel giorno Cristina Simonelli e Nadia Toschi) suggellano un atto costitutivo con cui un “notaio in Roma” ha ratificato, il 23 giugno 2003, la costituzione del Coordinamento Teologhe Italiane. Come sempre, molto c’era già stato prima. Senza la spinta energica e lungimirante di Renata Natili, non avrei mai preso la decisione di condividere con le altre il desiderio e la sfida di dare vita a un’associazione di teologhe. Senza le intuizioni di Cettina Militello, senza i tentativi di giocare a fare le “donne dell’Aventino” già negli anni ‘90, senza il convegno in occasione del Giubileo su “Teologhe a Roma. Una lunga tradizione”, senza le discussioni con le altre per cercare di darsi un’identità formale, senza il perplesso incoraggiamento di Carlo Maria Martini, non avrei mai imboccato questa strada.

Quando, ormai giuridicamente riconosciute da un “notaio in Roma”, ho presentato il nostro Statuto al Segretario generale della CEI, all’epoca mons. Giuseppe Betori, e ho ricevuto da lui plauso immediato e cordiale incoraggiamento, ho capito che non avevamo fatto nulla di straordinario o di eccentrico, ma avevamo soltanto dato corpo, una volta di più, a una novità che per la nostra chiesa poteva trasformarsi in un “segno dei tempi” di conciliare memoria. Ce lo ha confermato l’attenzione con cui la Segreteria generale della CEI ha continuato a seguire il nostro percorso come anche la stima cordiale da parte dei nostri colleghi teologi e la frequente richiesta da parte del mondo laico di “rendere ragione” del possibile contributo del sapere teologico alla vita sociale e politica. Potrà sembrarvi strano o risultarvi odioso ma, quando recentemente don Rinaldo Fabris, ex-presidente dell’Associazione biblica italiana e attuale presidente del Coordinamento delle Associazioni teologiche italiane, mi ha detto che il nostro convegno di ottobre scorso sul Vaticano II è stato l’unico, nel panorama delle recenti celebrazioni dell’apertura del Concilio, di qualità altamente teologica non ho fatto fatica a credere che quello che diceva fosse del tutto vero.

Tutte noi abbiamo accettato la fatica della doppia militanza, nel CTI e nelle diverse associazioni teologiche disciplinari, ed è stato un fatto fondamentale. Abbiamo così preteso, e ogni tanto anche ottenuto, che nei diversi ambiti della ricerca teologica venisse prestata attenzione alla prospettiva di genere e, anche se i risultati possono sembrare ancora molto inferiori alle energie profuse, possiamo attestare che si cominciano a vedere segnali confortanti. Essi lasciano sperare che, finalmente, una della tante “anomalie italiane”, e cioè la pretesa di un pensiero teologico Gender-free, ceda finalmente il passo al realistico riconoscimento delle piene potenzialità dell’umano e degli umani che sono sempre sessualmente connotati, sempre determinati da relazioni e ruoli di genere, sempre aperti e protesi alla realizzazione di un umano più umano.

Da quel 23 giugno la storia del CTI è stata alimentata dalle persone che ci hanno creduto. Pochi giorni dopo, suor Benedetta mi ha travolto con l’idea del sito. Ha lavorato giorno e notte per improvvisarsi webmanager. Ed é riuscita a dotare il CTI di un volto comunicativo. Se oggi abbiamo più di  800 iscritti alla News Letter é in virtù della tenacia e della dedizione di una webmonaca grazie alla quale in tanti hanno imparato a riconoscere le tracce del pensiero di genere nelle pieghe della nostra cultura e della nostra vita quotidiana. Negli ultimi mesi, Angela Galli, con analoga disponibilità, ha garantito che Benedetta potesse prendere lentamente le distanze dopo dieci anni di impegno intenso e qualificato.

I consigli di presidenza si sono susseguiti con regolarità tre o quattro volte l’anno. Sempre proficui. Ci hanno permesso di organizzare un lavoro ricco, creativo, efficace: l’assemblea annuale, accompagnata per sei volte da un seminario tematico; l’uscita regolare di tredici volumi della collana Sui generis; la nascita delle zone che hanno favorito l’indispensabile radicamento del CTI nel territorio (Triveneto, Umbria-Marche, Sicilia) e della sezione studenti che comincia a regalarci la necessaria continuità e l’auspicabile prospettiva in avanti; i “Colloqui conciliari” a quaranta anni dalla chiusura del Vaticano II (2005); due convegni Nazionali (2004: Donne e tradizione della fede in Italia; 2010: Lingua madre, lingue figlie. Tra sapere della vita e teologia); convegno straordinario organizzato con con la Fondazione Bruno Kessler di Trento (2009: Anatemi di ieri, sfide per oggi. Teologhe rileggono il Concilio di Trento. Contrappunti di genere); un primo convegno internazionale (2006: Teologhe in quale Europa?); un convegno regionale ad Assisi (200X: Creata ad immagine di Dio. A venti anni dalla “Mulieris dignitatem”); e infine un secondo convegno internazionale (2012: Teologhe rileggono il Vaticano II. Assumere una storia, preparare il futuro). E poi alcune importanti pubblicazioni fuori collana che hanno accompagnato e insieme scandito un’acquisizione di identità condivisa.

 Infine, una decisiva chiarificazione del nostro “metodo in teologia” confluito nella pubblicazione degli atti del Seminario del Cati del 2008.

2. Un sguardo ab intra

 Il confronto con Paolo Gamberini ci consentirà di guardare a questi primi dieci anni con consapevolezza critica e di aprirci così a un futuro altrettanto intenso e creativo. Permettetemi soltanto una considerazione conclusiva. Conclusiva di questo breve report nonché dei miei otto+uno anni di presidenza del CTI.

Personalmente, ho lavorato molto, ma ho anche goduto molto. Ho goduto,  insieme alle altre, a dare corpo a idee, a vedere crescere intorno a noi la stima, a sentire che facevamo qualcosa di nuovo e di importante. Ho imparato a fare la presidente, ruolo che mi ha insegnato a prendermi delle responsabilità, a non avere paura, a saper rappresentare pubblicamente l’associazione con dignità e libertà.

Non ho pudore a riconoscere di aver dato molto al CTI e di essere molto contenta oggi di poter assistere a un passaggio importante: spesso nel Consiglio di presidenza ci siamo dette che, alla fase pionieristica, esuberante, doveva seguirne un’altra, di radicamento e di consolidamento, in cui lavorare a una fidelizzazione forte delle socie, a una loro progressiva presa di responsabilità dentro e fuori l’associazione. Nel nostro paese, la preparazione accademica non sempre approda alla docenza accademica. E sappiamo molto bene cosa comporta tenere insieme, dentro di noi, passione per lo studio e la ricerca teologici, maturazione di identità ecclesiale, frustrazione professionale. Ma sappiamo anche che il binomio donne-teologia contiene delle virtualità ancora tutte da esplorare e che toccherà a noi farlo. Trasformare in sfida la frustrazione, in risorsa la differenza, in nuove forme di protagonismo la marginalizzazione: solo attraverso le donne passa la de-clericalizzazione del pensiero teologico e della pratica della teologia; solo dalle donne le nostre chiese possono aspettarsi apertura verso il futuro. Per quanto mi riguarda, lasciare la presidenza non significa in nessun modo smettere di adoperarmi perché la causa delle donne incroci la teologia e la teologia faccia propria la causa delle donne. Insieme a tutte voi, con la stessa passione.

Grazie! – Marinella Perroni

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