Nelson Mandela è morto

Madiba: onore e onere dell’unicità
Giovedì, 5 Dicembre, 2013
Africa
Gian Paolo Calchi Novati

Quando il presidente F.W. De Klerk dichiarò in Parlamento la fine della «stagione della violenza», che i partiti antirazzisti sarebbero stati legalizzati e i prigionieri politici rimessi in libertà, le prime reazioni furono improntate a giubilo e ansietà. L’uno e l’altra insieme. Non il giubilo dei neri dopo tante sofferenze e l’ansietà dei bianchi per la sorte dei privilegi di cui avevano goduto dietro lo scudo dell’apartheid. Tutto il Sudafrica trattenne il fiato in un misto di speranza e paura. E adesso?

Nessuno poteva dire con coscienza di causa di sapere da dove sarebbe iniziata la costruzione del «sistema totalmente nuovo, costituzionale, in cui ogni abitante godrà degli stessi diritti». La riforma o rivoluzione era stata proclamata dall’alto ma, rivolgendosi ai «dirigenti della maggioranza nera del Sudafrica», De Klerk prendeva atto della lotta contro il razzismo. Il presidente parlava di negoziato senza condizioni, di “porta aperta”, e si riservava di sovrintendere all’intero processo per non perdere il filo del discorso («senza mettere a repentaglio il mantenimento dell’ordine»). Era il 2 febbraio 1990. All’improvviso, alcuni giorni dopo, l’11 febbraio, fu come se le incognite di quella trasformazione – in realtà una metamorfosi, perché il Sudafrica doveva cambiare insieme la sostanza e la forma – si fossero dissolte per incanto davanti all’apparizione sui gradini del carcere di Victor Verster a Paarl (Provincia del Capo) di alcuni vegliardi alti, seri e dignitosi. Fra gli ex-prigionieri che avevano condiviso la vita politica, la condanna e il carcere, uno era a prima vista diverso. La piccola folla tutt’intorno e i milioni di spettatori davanti agli schermi televisivi di mezzo mondo fissavano il volto di un uomo di cui si erano perse le tracce da trent’anni: Nelson Mandela. Anche chi era fermo alla fotografia di Mandela, giovane uomo con tanti capelli nerissimi, nell’aula del tribunale che l’aveva condannato all’ergastolo, non a morte come si era temuto, non fece fatica a riconoscerlo.

Non si può spiegare la storia degli uomini, anche quando è indecifrabile e fuori dell’ordinario, con un miracolo. Eppure quell’incipit pressoché muto (parlavano solo gli occhi e le mani) diede al popolo sudafricano l’impressione che, superando tutti i dubbi, la libertà, la liberazione, era certa perché Nelson Mandela era libero. Finché il suo nome era stato invocato nelle piazze delle città inglesi sullo sfondo della musica rock o la sua scarcerazione era stata patrocinata in diverse sedi diplomatiche, Mandela era una tessera fra le tante del puzzle sudafricano. Ora, nella sua forza e fragilità, dava una dimensione fisica, visiva, alla Freedom Charter adottata nel lontano 1955 e rimasta da allora la Carta del Sudafrica non razzista. Mandela sarebbe stato il protagonista, l’artefice e il garante del Sudafrica democratico, e tanto bastava a dare a tutti, senza distinzione di colore o di credo politico, la sicurezza che l’impresa impossibile di uscire dal razzismo senza altre tragedie o rotture irreparabili sarebbe andata in porto con soddisfazione generale.

Nelle lotte in cui uno stato più o meno legittimo si trova a subire l’attacco di un fronte di liberazione comunque chiamato, il momento cruciale è quando si stabilisce chi dovrà negoziare con chi per mettere a punto le regole e i contenuti del “dopo”. Molte volte il potere in carica s’illude di essere abbastanza forte da scegliere esso stesso l’interlocutore fra i “nemici”. Per come si è andata sviluppando la politica del movimento anti-apartheid in Sudafrica, anche i presidenti dello stato bianco, prima P.W. Botha e poi F.W. De Klerk, non tardarono a capire che il bandolo di tutto doveva essere Mandela. Non fu un’investitura a senso unico. Fin dai primi colloqui segreti, di cui si sapranno i dettagli solo dopo il 1990, Mandela disse senza nessuna finzione tattica che non avrebbe accettato di trattare per sé (la libertà, il potere) ma unicamente per conto della nazione e neanche della sola nazione nera. Le eventuali concessioni dovevano intendersi estese a tutti quelli che a vario titolo avevano sopportato discriminazioni e avevano denunciato l’ingiustizia. Si deve dare atto ai leaders del Partito nazionale di non aver tentato di dividere il fronte antirazzista come avvenuto per esempio (ciascuna situazione con la sua specifica fattispecie) in Algeria, Angola e nella stessa Rhodesia di Ian Smith. Anche questa identificazione senza remore era in ultima analisi l’effetto obbligato dell’autorità assunta da Mandela fra la sua gente e in quella vasta entità di difficile classificazione che è l’opinione pubblica mondiale.

Non per questo la responsabilità di Mandela era minore. Al contrario, Mandela era consapevole di essere il solo a poter riuscire. Non era ammessa nessuna mossa azzardata o sbagliata. Accanto a lui c’erano tante persone degne che avevano combattuto in esilio, nelle townships o nel chiuso delle carceri, nell’African National Congress ma anche in altri partiti, nelle Chiese, nei sindacati, in Sudafrica o all’estero, in esilio, nei paesi vicini in cui l’Anc aveva avuto i suoi “santuari” tenuti sotto la minaccia dei raids delle forze sudafricane. Aveva bisogno ovviamente di una vasta collaborazione ma le decisioni supreme sarebbero state sue.

Questo spiega le sue vittorie ma anche i suoi limiti sia come partner obbligato del governo bianco nella delicatissima fase della transizione, piena di stop and go, sia come trionfatore nelle elezioni dell’aprile 1994 e quindi come presidente del Sudafrica. Non solo per ragioni d’età, Mandela aveva deciso che sarebbe stato presidente solo per un mandato, il periodo ristretto e ben definito del passaggio dal razzismo al non-razzismo. Il destino di Mandela era di non avere e di non poter avere un erede legittimo, non nella famiglia colpita da drammi personali e politici, non fra i compagni di carcere perché vecchi anche loro, non fra i suoi pari età che avevano guidato l’Anc dall’esilio. I suoi successori avevano un’altra formazione, un’altra cultura e si sarebbero trovati comunque a fare scelte diverse in un contesto diverso. Mandela doveva accompagnare il Sudafrica verso la sua nuova vita e tutto doveva essere subordinato al fine dell’unità. Fra le tante, troppe aspettative del popolo nero ma anche fra i tanti dubbi del volk (la nazione Afrikaner), Mandela diede la precedenza alla dignità, che valeva per tutti senza alcuna distinzione, anche a costo di sacrificare il lavoro per tutti, la distribuzione della terra o l’eguaglianza sociale subito. I dirigenti del futuro Sudafrica avrebbero ripreso il normale compito della politica, che è di muoversi fra opzioni diverse e potenzialmente divisive disponendo di risorse limitate. Sarebbe fuori luogo recriminare a posteriori perché Mandela non approfittò del suo enorme ascendente per realizzare certe riforme trancianti, probabilmente ineludibili nel tempo medio o lungo: non erano quelli gli atti che spettavano a lui. Purtroppo, la personalità eccezionale e irripetibile di Madiba condannava i suoi successori ad arrancare. In questa prospettiva, le penose traversie attraverso cui sono passati sia Thabo Mbeki che Zuma, e con loro tutto l’Anc che ha patito anche una scissione, diventano inevitabili, quasi fisiologiche. L’ex-presidente Mandela è stato così discreto da non interferire, nemmeno quando la sua mediazione o il suo verdetto erano sollecitati un po’ da tutti. D’altra parte, non si è rinchiuso in una Colombey-les-Deux-Églises, che in genere avrebbe sottointeso la disponibilità e forse la voglia di ritornare sulla scena.

Nella sua unicità, Mandela non poteva però dimenticare la morte – ha anzi convissuto con la sua propria morte dal tempo dei processi degli anni Sessanta – e anche per questo ha dovuto dare fiducia a uomini e donne di una o due generazioni più giovani. Lui c’era e ci sarà. Ma sono i sudafricani del Duemila che devono completare l’opera nel modo migliore. L’8 gennaio 2012 – in un’atmosfera di entusiasmo guidato e di disillusione, anche per gli echi recenti di una legge che ha limitato per la prima volta con la nuova Costituzione la libertà d’espressione – è stato celebrato nello stadio di Bloemfontein, la città dove il più vecchio e glorioso partito africano vide la luce nel 1912 in una chiesa metodista, il centenario dell’African National Congress. Mandela, troppo fragile, non poté assistere alla cerimonia.
* Gian Paolo Calchi Novati è Senior Research Fellow per l’Osservatorio sull’Africa dell’ISPI.

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