Ci vuole una netta discontinuità nel Magistero sulla famiglia. Le risposte di “Noi Siamo Chiesa” al questionario

RISPOSTE DI “NOI SIAMO CHIESA” AL QUESTIONARIO PROPOSTO DAL SINODO DEI VESCOVI ALLA DISCUSSIONE DEL POPOLO DI DIO IN PREPARAZIONE DELL’ASSEMBLEA STRAORDINARIA SU “LE SFIDE PASTORALI SULLA FAMIGLIA NEL CONTESTO DELL’EVANGELIZZAZIONE” DELL’OTTOBRE 2014

(in rosso e in neretto il testo del questionario, in caratteri normali le risposte di “Noi Siamo Chiesa” con sottolineati i passi principali)

“Noi Siamo Chiesa” dice SI alla consultazione ma con molte perplessità

Il questionario inviato al Popolo di Dio in preparazione del Sinodo straordinario sulla famiglia, convocato da papa Francesco per l’ottobre 2014, costituisce un’importante novità, sia perché realizza una consultazione che coinvolge l’intera Chiesa sia perché affronta esplicitamente problemi finora considerati tabù.
La struttura del questionario desta perplessità, soprattutto perché mescola interrogativi cui più agevolmente potrebbe rispondere un’indagine statistica con quesiti che interpellano il vissuto personale e con domande che sollecitano l’espressione di un’opinione. Inoltre il partire dal grado di conoscenza della Sacra Scrittura e del Magistero, anziché dalla lettura dei cambiamenti socioculturali, rischia di limitare l’esito del questionario alla constatazione di una maggiore o minore coerenza tra dottrina ecclesiastica e prassi dei cattolici e orientarlo alla ricerca del modo per meglio convincere della bontà dell’insegnamento della Chiesa. Sarebbe stato preferibile individuare prima i problemi, le inquietudini, le questioni controverse e poi richiamare le parole del Vangelo, la riflessione fin qui offerta dal Magistero, e le esperienze esemplari di tante famiglie cristiane in situazioni difficili. Si sarebbe potuto chiedere, infine, alle comunità cristiane come quelle parole e quelle riflessioni siano percepite, accolte e interpretate, e come quelle esperienze positive possano aiutare a discernere il cammino, anche alla luce di quella lettura dei segni dei tempi che fa progredire e crescere la comprensione delle Sacre Scritture e del Magistero (cfr. Dei Verbum 8).
Ci sono poi fondamentali questioni interne alla vita della famiglia che non sono proposte alla riflessione nel questionario, in particolare quelle relative alla condizione della donna e alle violenza su di essa (ne scriviamo al punto 9).
Anche molte modalità della consultazione sono criticabili, dai tempi troppo stretti, alla concreta possibilità che si usino filtri di comodo e spiegazioni convenzionali senza farsi realmente interrogare a fondo
dalle tante problematiche che la consultazione probabilmente metterà in rilievo. Si sarebbe pure potuto invitare esplicitamente rappresentanti delle altre Chiese cristiane a rispondere al questionario, sarebbe stato atto utile dal punto di vista pastorale e molto ecumenico.
Auspichiamo, comunque, che le risposte ricavate da questa consultazione siano tenute in considerazione per la costruzione di una Chiesa più partecipativa, più inclusiva e più prossima “alle gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce degli uomini e delle donne di oggi”(cfr. Gaudium et Spes 1). Speriamo anche che il Sinodo straordinario di ottobre veda i rappresentanti di quel Popolo di Dio che ha risposto al questionario presenti da protagonisti nella discussione, la quale non può essere affidata solo ai vertici ecclesiastici (Presidenti delle Conferenze episcopali, Curia romana…) che, secondo le norme ora in vigore, di esso fanno parte.

1 – Sulla diffusione della Sacra Scrittura e del Magistero della Chiesa riguardante la famiglia

a) Qual è la reale conoscenza degli insegnamenti della Bibbia, della ‘Gaudium et spes’, della ‘Familiaris consortio’ e di altri documenti del Magistero postconciliare sul valore della famiglia secondo la Chiesa Cattolica? Come i nostri fedeli vengono formati alla vita familiare secondo l’insegnamento della Chiesa?

La conoscenza dell’insegnamento della Bibbia e del Magistero sulla sessualità, sul matrimonio e sulla famiglia corrisponde all’insistenza posta dalle autorità ecclesiastiche, a vari livelli, su alcuni punti specifici: l’indissolubilità del matrimonio, il divieto degli anticoncezionali artificiali, la famiglia come unione tra uomo e donna, la regolamentazione della procreazione assistita, il rifiuto delle coppie omosessuali ecc.. In generale permane la percezione che per la Chiesa la famiglia debba essere concepita solo nella sua forma tradizionale, che però sta diventando sempre più distante dall’esperienza concreta di un numero crescente di persone, credenti o non credenti.

b) Dove l’insegnamento della Chiesa è conosciuto, è integralmente accettato? Si verificano difficoltà nel metterlo in pratica? Quali?

L’insegnamento della Chiesa è accettato quando parla il linguaggio della prossimità alle fatiche degli individui e delle coppie, del sostegno ai tentativi di costruire relazioni profonde e mature, ecc., mentre viene respinto nella misura in cui sembra voler imporre etiche distanti dall’esperienza e dalla coscienza delle persone perché separate dal vero rapporto d’amore nella coppia.
Il rifiuto, più che in termini di contestazione esplicita, si esprime nell’ignorare una visione della sessualità estranea all’esistenza concreta delle persone, oltre che frutto dell’elaborazione di maschi celibi, che non vivono nella quotidianità l’esperienza e i problemi della vita di coppia e familiare, facili a caricare sugli altri pesi da cui essi stessi si ritengono esenti (Lc,11.46). La riflessione femminile su questi temi è quasi ignorata dal Magistero. In sostanza le persone sanno che cosa la Chiesa vuole da loro, ma ritengono questo insegnamento di ben scarsa rilevanza per la loro vita concreta.
Negli ultimi decenni si è infatti allargato all’estremo il fossato tra la dottrina ufficiale e il sentimento ampiamente maggioritario delle e dei credenti. Ciò non per mancanza di conoscenza o irresponsabilità dei credenti, ma perché sentono quanto molti precetti del Magistero siano inadeguati alla società contemporanea e soprattutto sovrapposti od estranei al messaggio del Vangelo, che viene spesso poco esaminato e approfondito col metodo storicocritico.

c) Come l’insegnamento della Chiesa viene diffuso nel contesto dei programmi pastorali a livello nazionale, diocesano e parrocchiale? Quale catechesi si fa sulla famiglia?

L’insegnamento della Chiesa sulla famiglia e la sessualità viene diffuso a livello parrocchiale e diocesano a volte in modo ossessivo e ripetitivo. L’attuale pastorale familiare, al di là della buona volontà degli operatori, è ingabbiata da divieti (sull’uso del preservativo, sulle relazioni prematrimoniali, ecc.) basati su una concezione, tuttora radicata, che vede nel sesso qualcosa di potenzialmente peccaminoso e che rifiuta la possibilità che la relazione matrimoniale possa rompersi. Una pastorale familiare sana deve fondarsi sul rispetto, sulla libertà e su una visione serena e gioiosa della sessualità. Gli aspetti criticabili della famiglia tradizionale, relativi a molte forme di autoritarismo nel rapporto di coppia e nei rapporti genitori-figli oltre che di chiusura familistica o di clan, non vengono mai messi in luce.

d) In quale misura – e in particolare su quali aspetti – tale insegnamento è realmente conosciuto, accettato, rifiutato e/o criticato in ambienti extra ecclesiali? Quali sono i fattori culturali che ostacolano la piena ricezione dell’insegnamento della Chiesa sulla famiglia?

A parte tutti gli aspetti negativi della cultura diffusa (pornografia, maschilismo, violenza sulle donne, prostituzione, pedofilia ed ogni forma di sessualità mercificata ecc…), il sentire comune è diverso e spesso antitetico a molti insegnamenti del Chiesa, che vengono contestati per la loro maggiore preoccupazione per le forme che non per l’onestà e genuinità della relazione affettiva.
Tra un divieto e l’altro poco si parla dell’amore e del rispetto tra i coniugi, cioè del matrimonio quale “intima communitas vitae et amoris coniugalis” (“Gaudium et spes” par.48). C’è molta attenzione alla dottrina e poca al Vangelo.
Fino agli anni Sessanta del secolo scorso, in quasi tutta Europa, la legislazione si conformava all’insegnamento della Chiesa: ciò che per la morale era peccato, per la legge era reato. Il mutamento della mentalità ha portato a una crescente divaricazione tra Chiesa e società. Il Concilio Vaticano II ha segnato una svolta verso l’apertura alla contemporaneità. Tuttavia parte della Chiesa continua a rimpiangere il tempo in cui la civiltà era per definizione cattolica. D’altro lato le concezioni liberistiche che si sono progressivamente affermate nella società hanno portato a una eccessiva liberalizzazione dei costumi in senso individualistico ed egoistico. Se nel recente passato si è pensato a una irrilevanza e progressiva scomparsa della religione, oggi la situazione è molto cambiata e la religione e i suoi rapporti con la società suscitano di nuovo sentimenti e riflessioni, sia per la crisi di altre ideologie sia per l’irrompere di temi nuovi (convivenza di religioni diverse sullo stesso territorio, nuove frontiere della biologia e della genetica ecc.). È necessario che la Chiesa prosegua nel cammino di riforma del Vaticano II, riscopra il cuore del messaggio cristiano e si impegni a condividerlo con tutti gli uomini di buona volontà.

02 – Sul matrimonio secondo la legge naturale

a) Quale posto occupa il concetto di legge naturale nella cultura civile, sia a livello istituzionale, educativo e accademico, sia a livello popolare? Quali visioni dell’antropologia sono sottese a questo dibattito sul fondamento naturale della famiglia?

Il concetto di legge naturale, almeno per quanto riguarda le questioni qui discusse, appare sempre di più una costruzione culturale, storicamente determinata, incapace di dare conto dei molteplici aspetti della realtà umana. Esso è del resto difficile da definire, controverso in ogni sede di dibattito, anche teologico. Le gerarchie ecclesiastiche, almeno in Italia, hanno invece fatto del richiamo al diritto naturale una bandiera da cui discendono, almeno in Italia, i tanto controversi “principi non negoziabili”, usati come strumento di intransigenza ideologica e di intervento nella politica, con ben scarso riferimento a un approccio pastorale ai problemi della famiglia.

b) Il concetto di legge naturale in relazione all’unione tra l’uomo e la donna è comunemente accettato in quanto tale da parte dei battezzati in generale?
c) Come viene contestata nella prassi e nella teoria la legge naturale sull’unione tra l’uomo e la donna in vista della formazione di una famiglia? Come viene proposta e approfondita negli organismi civili ed ecclesiali?

b/c Di fatto tra la stragrande maggioranza dei credenti la nozione di “legge naturale” non è chiara e comprensibile, non ha cittadinanza, anche perché appare sempre più espressione di una visione statica del mondo del tutto contrastante con quella dinamica, creativa, mutevole, fornita dai più recenti sviluppi delle scienze.
Di questo permanente cambiamento è parte anche la famiglia, che nella storia ha conosciuto molteplici forme, dalla famiglia-clan fino alla famiglia nucleare. Questo processo continua (famiglie senza figli o con figli di diversi genitori, comunità familiari, famiglie monoparentali, ecc.), per cui non è possibile parlare di “famiglia” come di un’istituzione immutabile, di un modello unico sempre valido e più che di “famiglia” bisogna sempre più parlare di “famiglie”, attrezzandosi a un accompagnamento pastorale diversificato, ma accomunato dal tentativo di aiutare ogni coppia e ogni persona a comprendere che cosa il comandamento dell’amore richieda loro nelle diverse situazioni, anziché proporre solo una modalità “naturale” e unica di vivere la famiglia.
Occorre sottolineare che nella Bibbia l’elemento chiave sotto il profilo teologico è la correlazione tra la categoria dell’alleanza tra Dio con il suo popolo e la figura umana dell’amore tra l’uomo e la donna. La Bibbia ci testimonia la presenza di più tipologie familiari e da esse avviene lo sviluppo verso l’amore unico tra un uomo e una donna proprio sulla esemplarità dell’amore fedele di Dio e la richiesta di fedeltà rivolta al popolo dell’alleanza. Nelle lettere paoline l’unione tra l’uomo e la donna viene giocata sulla base della nuova alleanza tra l’amore di Cristo per Chiesa/umanità.

d) Se richiedono la celebrazione del matrimonio battezzati non praticanti o che si dichiarino non credenti, come affrontare le sfide pastorali che ne conseguono?

I battezzati non praticanti desiderano spesso il matrimonio religioso per rituale accettazione di convenzioni sociali o culturali. Bisognerebbe rivalutare il matrimonio semplicemente civile e contemporaneamente favorire, in seguito, un percorso della coppia verso il matrimonio religioso. Per i non credenti si tratta solo di prendere atto di quanto valori di fondo possano essere alla base della loro unione in modo simile a quelli dei credenti. Bisogna poi considerare la situazione dei tanti che definiamo “in ricerca”. Per essi non ci possono essere soluzioni precostituite ma indicazioni caso per caso, considerando però l’importanza di proporre un avvicinamento all’Evangelo. Comunque non si devono giudicare le motivazioni, l’accoglienza deve sempre essere piena. Celebranti del matrimonio sono gli sposi, ovunque si sposino e sotto qualunque legge.

3 – La pastorale della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione

a) Quali sono le esperienze nate negli ultimi decenni in ordine alla preparazione al matrimonio? Come si è cercato di stimolare il compito di evangelizzazione degli sposi e della famiglia? Come promuovere la coscienza della famiglia come ‘Chiesa domestica’?

Il fatto che le famiglie siano o non siano “Chiese domestiche” in cui si prega, si vive e si trasmette la fede dipende sempre meno dalla “cultura di cristianità” e sempre più dalla consapevole scelta cristiana degli adulti, rimandando così alle Chiese il compito di elaborare nuove forme di spiritualità e di religiosità più adeguate a quanto lo Spirito ispira negli uomini e nelle donne di oggi.
In realtà a un’abbondante retorica familista non è corrisposta un’iniziativa costante di accompagnamento delle famiglie, basata sulla costruzione della comunità cristiana. Le iniziative avviate, pur promettenti, non hanno superato un circuito elitario.

b) Si è riusciti a proporre stili di preghiera in famiglia che riescano a resistere alla complessità della vita e della cultura attuale?

La stessa difficoltà a proporre “stili di preghiera in famiglia che riescano a resistere alla complessità della vita e della cultura attuale” è espressione della fatica a elaborare una spiritualità incarnata nella vita quotidiana e nella cultura contemporanea. Una pastorale della famiglia, se così la si vuole chiamare, esige un suo ripensamento generale che sia parte del processo complessivo di riforma della Chiesa.

c) Nell’attuale situazione di crisi tra le generazioni, come le famiglie cristiane hanno saputo realizzare la propria vocazione di trasmissione della fede?

I successi si devono a famiglie che hanno per lo più testimoniato la loro fede, palesando ai figli l’immagine di una realtà familiare aperta ai rapporti sociali, unita, capace di non lasciare indietro nessuno, neanche i nonni non più autosufficienti che esprimono una memoria viva, indispensabile per il futuro di ciascuna famiglia. Bisogna tenere sempre viva la fiamma del dialogo continuo in famiglia per imparare a parlare di sé, ascoltare, esercitarsi nel riconoscimento e nell’accoglienza delle differenze altrui. Ciò arricchisce la Chiesa domestica e può essere un esempio per le dinamiche della Chiesa universale.
A proposito della trasmissione della fede in rapporto alla relazione critica tra generazioni, si deve riflettere sul fenomeno generale di allontanamento dei neocresimati dalle parrocchie nelle quali hanno ricevuto i sacramenti e comunque dalla pratica cristiana. Si ritiene che anche le famiglie che avvertono e soffrono il problema possano concretamente fare ben poco, anche perché in genere manca una preparazione per affrontare discorsi che non siano una riproposizione di quanto viene detto nella catechesi tradizionale.
d) In che modo le Chiese locali e i movimenti di spiritualità familiare hanno saputo creare percorsi esemplari?
Valorizzando la famiglia, ovvero rendendola soggetto e non più oggetto di evangelizzazione.

e) Qual è l’apporto specifico che coppie e famiglie sono riuscite a dare in ordine alla diffusione di una visione integrale della coppia e della famiglia cristiana credibile oggi?

Pensiamo a un apporto frutto di un’esperienza cristiana vissuta nei fatti più che sbandierata con prove di forza. La nostra critica va al ‘Family Day’ del 2007, una manifestazione sostenuta dalla Conferenza episcopale italiana durante la quale i cattolici hanno dato alla società l’idea di voler suscitare una contrapposizione tra il matrimonio e le altre forme di unione, non solo quelle omosessuali. Non è con i muri che si costruisce la società giusta per i nostri figli. Eventi come il ‘Family Day’ ci rattristano: non irrobustiscono la nostra fede nella Chiesa, semmai la mettono in crisi.

f) Quale attenzione pastorale la Chiesa ha mostrato per sostenere il cammino delle coppie in formazione e delle coppie in crisi?

La preparazione al matrimonio si riduce a brevi corsi prematrimoniali, i quali, al di là della buona volontà di chi li organizza, appaiono più un pedaggio da pagare per accedere al matrimonio religioso che un effettivo itinerario di fede, mentre sono solitamente ignorate le sempre più frequenti esperienze di convivenza prima delle nozze.
Di fronte alle coppie in crisi la Chiesa invita alla riconciliazione e al perdono, facendo appello all’amore e alla comprensione. Ma ciò non si verifica nel momento in cui i partner si separano, perché l’istituzione li lascia soli, proprio nel momento in cui vicinanza e solidarietà sarebbero più necessarie. Esistono ben poche modalità per sostenere le coppie in crisi, in parte perché l’insegnamento del magistero appare poco capace di cogliere la complessità dell’esperienza relazionale, ma soprattutto perché le persone non sono abituate a legare la propria fede alle proprie vicende esistenziali né vivono inserite in comunità “calde” e capaci di aiutare un discernimento. Così, per esempio, il non poter – a rigor di dottrina – invitare le persone a separarsi, neppure quando il mantenere una relazione è insano o addirittura pericoloso per la coppia e per i bambini, impedisce alle comunità cristiane di aiutare le persone a farlo nel modo meno conflittuale possibile, se non riescono a tornare ad amarsi.
Bisognerebbe poi che le nostre comunità cristiane cercassero di conoscere e di capire le vere cause di tanti fallimenti per sapere interloquire con le coppie in crisi e preparare meglio, in modo non formale, chi chiede il matrimonio religioso. Molte donne sostengono che è necessaria una nuova “formazione” maschile a vivere rapporti paritari nella coppia e nei confronti dei figli.

4 – Sulla pastorale per far fronte ad alcune situazioni matrimoniali difficili

a) La convivenza ad experimentum è una realtà pastorale rilevante nella Chiesa particolare? In quale percentuale si potrebbe stimare?

Il rapido mutamento della società, col tramonto della civiltà contadina, lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, il ritardato ingresso nel mondo produttivo, con la scissione crescente tra l’acquisizione della maturità sessuale e il pieno riconoscimento della condizione adulta, l’emancipazione della donna, ecc. provocano un profondo cambiamento nel modo di vivere le relazioni affettive. Ciò almeno in Italia e nei paesi occidentali. Per esempio, è poco realista chiedere che le persone si astengano dall’avere rapporti sessuali fino al matrimonio, quando l’inserimento nel mondo del lavoro in forma stabile (e quindi la possibilità di essere autonomi economicamente per poter sposarsi e mantenere dei figli) avviene sempre più frequentemente dopo i 30 anni. Ma, in fondo, dove c’è amore c’è la res del sacramento, che i fidanzati si sposino o no, e dove non c’è amore non c’è sacramento per quanto la coppia sia sposata canonicamente.
In quest’ottica anche la convivenza ad experimentum appare non solo un evento sempre più normale, ma addirittura un’esperienza per certi versi auspicabile prima di compiere un passo importante come il matrimonio che è orientato alla indissolubilità. Ogni diffidenza nei confronti delle coppie di fatto andrebbe superata.

b) Esistono unioni libere di fatto, senza riconoscimento né religioso né civile? Vi sono dati statistici affidabili?

Esistono e vanno studiate per predisporci all’accoglienza di queste nostre sorelle e fratelli. Non va sottovalutato il caso di chi alle nozze preferisce la convivenza, perché, con sofferenza, ha assistito da bambino al naufragio del matrimonio dei propri genitori. Dobbiamo saper ascoltare questi fratelli, cercando di infondere loro il coraggio necessario per un sì definitivo davanti a Dio, rispettandone comunque le scelte fatte in coscienza.

c) I separati e i divorziati risposati sono una realtà pastorale rilevante nella Chiesa particolare? In quale percentuale si potrebbe stimare numericamente? Come si fa fronte a questa realtà attraverso programmi pastorali adatti?

Si segnala la presenza non trascurabile di persone che, pur vivendo in coppia in maniera “non regolare” per la Chiesa, di fatto operano in realtà parrocchiali e sono impegnate direttamente nella catechesi o in altre iniziative. Inoltre non sono rari i casi di persone che, pur consapevoli della disciplina canonica sulla partecipazione all’Eucarestia, scelgono di accostarsi comunque al sacramento con un atto di fiducia nella bontà e comprensione del Signore.

d) In tutti questi casi: come vivono i battezzati la loro irregolarità? Ne sono consapevoli? Manifestano semplicemente indifferenza? Si sentono emarginati e vivono con sofferenza l’impossibilità di ricevere i sacramenti?

I battezzati che hanno divorziato e che poi si sono risposati sono ormai una presenza rilevante nella nostra società. Essi hanno sperimentato un fallimento e una ferita, più o meno profonda, ma comunque dolorosa, e di ciò sono in genere consapevoli. Essi vivono l’impossibilità di ricevere i sacramenti con una sofferenza che spesso evolve poi nell’indifferenza. Alla lunga si sentono infatti oggetto di un’ingiustizia che va contro il loro percorso esistenziale e di un’esclusione che risulta loro contraddittoria rispetto a una Chiesa che si dice portatrice di un messaggio di amore, misericordia e perdono.

e) Quali sono le richieste che le persone divorziate e risposate rivolgono alla Chiesa a proposito dei sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione? Tra le persone che si trovano in queste situazioni, quante chiedono questi sacramenti?

I battezzati divorziati e risposati chiedono di poter partecipare pienamente alla vita della Chiesa, e quindi di accedere ai sacramenti che la Chiesa stessa indica essere nutrimento indispensabile di una vita cristiana. Non si accontentano, come pure avviene spesso, di accostarsi all’Eucaristia in modo clandestino sulla base di una decisione solo della loro coscienza.

f) Lo snellimento della prassi canonica in ordine al riconoscimento della dichiarazione di nullità del vincolo matrimoniale potrebbe offrire un reale contributo positivo alla soluzione delle problematiche delle persone coinvolte? Se sì, in quali forme?

La dichiarazione di nullità del vincolo matrimoniale da parte dei tribunali ecclesiastici può offrire un contributo alla soluzione delle problematiche delle persone solo in un ridotto numero di casi. Normalmente le persone si sposano – specie oggi che farlo appare socialmente meno necessario – con la convinzione e l’intenzione di costruire un legame duraturo, che non di rado porta alla nascita di figli e si spezza dopo che i coniugi hanno fatto tentativi di evitare la rottura. I vizi del consenso, che sono frequentemente “cercati” e “usati” per ottenere le dichiarazioni di nullità, appaiono spesso artifizi da azzeccagarbugli non credibili alla luce dei fatti reali. Penosa è poi la condizione di quanti si trovano, a un certo punto della loro esistenza, figli di genitori il cui vincolo è stato dichiarato nullo in origine.
Più adeguata risposta, oltre che un gesto di grande valore ecumenico, costituirebbe, semmai, l’adozione della prassi attualmente in vigore nelle Chiese ortodosse che prevede la possibilità di seconde nozze dopo il divorzio e che era in vigore nel primo millennio. I divorziati che vogliano risposarsi, in questo caso, vengono riaccolti nella Chiesa qualora abbiano fatto un percorso di penitenza e di riconoscimento dei propri errori, se ce ne sono gli estremi, e si occupino della prole, se c’è.
Comunque l’eventuale auspicabile snellimento della prassi canonica sul riconoscimento della nullità del vincolo matrimoniale va tenuto separato dall’approccio pastorale verso i cosiddetti “irregolari”. Non si può pensare di sciogliere il nodo dell’Eucaristia ai divorziati risposati attraverso la semplificazione della procedura canonica.
In spirito di verità insistiamo perché la nullità del matrimonio venga riconosciuta ai soli e forse pochi accertati casi in cui ricorrano condizioni oggettive incontrovertibili o soggettive (soprattutto evidente costrizione della volontà alle nozze). Nella storia dei divorziati risposati, salvo rare eccezioni, il primo matrimonio c’è stato; la fine del vincolo è avvenuta.

g) Esiste una pastorale per venire incontro a questi casi? Come si svolge tale attività pastorale? Esistono programmi al riguardo a livello nazionale e diocesano? Come viene annunciata a separati e divorziati risposati la misericordia di Dio e come viene messo in atto il sostegno della Chiesa al loro cammino di fede?

Da qualche anno le diocesi cercano di attuare forme di accompagnamento pastorale dei divorziati risposati, spesso in modo attento e utile; esse però vanno inevitabilmente a cozzare contro l’esclusione delle persone dai sacramenti che tende a “inchiodare” il percorso umano e cristiano alla condizione di divorziati risposati. Essi sono di fatto esclusi da una pastorale familiare in quanto non considerati, coi loro secondi coniugi e i figli nati dalle nuove nozze, famiglie “cattoliche” in senso pieno.
Bisogna invece consentire alle persone che hanno fallito nel primo matrimonio di ricostruirsi una vita con un’altra persona, potendo contare sul sostegno amorevole e responsabilizzante della Chiesa. Ciò anche per evitare che molti ragazzi e giovani continuino a non vedere mai i loro genitori accostarsi ai sacramenti.
È, d’altro canto, impossibile non rilevare come l’esclusione dall’Eucaristia non esista per altri gravissimi peccati (corruzione, stupro, partecipazione ad attività criminali o mafiose….) in cui se il colpevole si pente (formalmente o pienamente) viene riammesso all’Eucaristia.

5 – Sulle unioni di persone dello stesso sesso

a) Esiste nel vostro paese una legge civile di riconoscimento delle unioni di persone dello stesso sesso equiparate in qualche modo al matrimonio?
b) Quale è l’atteggiamento delle Chiese particolari e locali sia di fronte allo Stato civile promotore di unioni civili tra persone dello stesso sesso, sia di fronte alle persone coinvolte in questo tipo di unione?

Se per Chiesa si intendono le autorità ecclesiastiche, netta e a tratti “militante” (vedi “Family day”) è stata la loro opposizione nel nostro paese a qualunque proposta di unioni civili tra persone dello stesso sesso, come pure alle norme contro omofobia e transfobia (in continuità con secolari violenze contro gli omosessuali cui hanno contribuito e di cui dovrebbero, per quanto è loro responsabilità, chiedere perdono). Nel popolo di Dio pare invece prevalente una sostanziale tolleranza di fronte a queste ipotesi. Crediamo che il legislatore debba ovviare a questo vuoto normativo approvando una disciplina ad hoc per le unioni civili (etero ed omosessuali) che garantisca diritti e doveri dei conviventi.

c) Quale attenzione pastorale è possibile avere nei confronti delle persone che hanno scelto di vivere secondo questo tipo di unioni?

Negli ultimi anni, grazie anche alla tenacia dei gruppi di omosessuali credenti, alcune diocesi hanno avviato timidi tentativi di pastorale verso persone appartenenti alle minoranze sessuali. Ma, affinché sia possibile offrire cammini di vita cristiana adeguati al loro vissuto, è necessario che la Chiesa renda più flessibile e inclusivo il proprio atteggiamento. Dovrebbe cioè abbandonare una concezione antropologica ristretta secondo cui l’amore omosessuale sarebbe “contro natura” e non una variante naturale, seppur minoritaria. In tutti i tempi, in tutti i contesti e in tutte le culture umane sono vissuti donne e uomini attratti, per motivi biologici e psicologici, da persone dello stesso sesso.
Sul versante dottrinale il documento della Congregazione per la dottrina della fede, “Persona humana” (del 1975), pur condannando gli atti (“sono intrinsecamente disordinati”) fra persone dello stesso sesso, si asteneva da un giudizio morale sulla condizione omosessuale e soprattutto esprimeva l’esigenza di una certa prudenza nel valutare la colpa di chi ha un chiaro orientamento gay o lesbico. Ma, a partire dal successivo testo dell’ex Sant’Uffizio (“Homosexualitatis problema” del 1986) fino al vigente ‘Catechismo della Chiesa cattolica’ (del 1992), è prevalsa una posizione che privilegia la difesa di una pretesa legge naturale rispetto all’attenzione alla persona, fino a giudicare la stessa inclinazione omosessuale “oggettivamente disordinata” (paragrafo 2358 del Catechismo della Chiesa cattolica). Da tempo ormai teologi di grande credibilità hanno messo in discussione le tradizionali interpretazioni della Scrittura su tale argomento e contestualmente la scienza ha approfondito e chiarito realtà della psiche e del comportamento umano su cui esistevano nozioni vaghe e pregiudizi consolidati.
La Chiesa dovrebbe attuare un effettivo accompagnamento pastorale degli omosessuali senza intendimenti “missionari” di redenzione dal peccato. Riteniamo anche che l’accoglienza di chi ha una sessualità altra, se deve essere piena, non può limitarsi al rispetto e alla non discriminazione. La comunità cristiana dovrebbe porsi l’obiettivo di creare al proprio interno un consenso tale da rendere possibile l’accettazione, anche formale, delle coppie gay e lesbiche. Essa può manifestarsi in diversi modi fino alla benedizione della coppia stabile che sia conosciuta e che lo richieda, come già avviene tra i fratelli valdesi.

d) Nel caso di unioni di persone dello stesso sesso che abbiano adottato bambini come comportarsi pastoralmente in vista della trasmissione della fede?

Nei confronti di queste persone – e dei bambini eventualmente da loro adottati – dovrebbe esserci un inserimento nella vita ecclesiale e un accompagnamento pastorale analoghi a quelli di ogni altro credente, con un più di speciale attenzione dovuta a chi è maggiormente a rischio di discriminazione, là dove questo sia il caso. L’esperienza dei gruppi di omosessuali cristiani, in cui essi cercano di vivere la propria fede integrandovi il proprio orientamento sessuale, può offrire uno straordinario contributo in tal senso. Ciò implica però la necessità di superare una visione dell’omosessualità come deviazione, malattia, vizio, ecc. che ha reso le minoranze sessuali oggetto, anche nella Chiesa, di una secolare discriminazione e violenza, nonostante di loro Gesù non si sia affatto occupato.
D’altro canto molte famiglie omosessuali, indipendentemente dalla mancanza di un riconoscimento giuridico ed eventualmente della possibilità di adottare, educano insieme i figli avuti da uno o da entrambi i partner in precedenti unioni o rapporti. Le famiglie omosessuali dovrebbero essere sostenute nel loro compito educativo, a maggior ragione in una società che talvolta si mostra incapace di accettare le diversità. La priorità deve comunque essere sempre quella dell’educazione del bambino. I bambini, che siano in diversi modi nati o presenti in coppie gay o lesbiche, devono essere salvaguardati da qualsiasi trattamento discriminatorio nei luoghi dell’educazione cristiana (parrocchie, oratori, comunità…).

6 – Sull’educazione dei figli in seno alle situazioni di matrimoni irregolari

Prima di tutto usare termini come “regolare” o “irregolare” non pare molto appropriato per i seguaci del “Dio che è amore”. La Chiesa non serve a distribuire patenti di “regolarità” o di “irregolarità”, ma per accompagnare, incoraggiare, sostenere ogni persona e anche ogni coppia , qualunque sia la loro condizione di vita. Va inoltre tenuto conto che, a volte, per i figli le situazioni familiari complesse, se vissute con disponibilità e generosità dai soggetti coinvolti, possono rappresentare una ricchezza, in quanto offrono una possibilità di rapporti significativi con adulti che rivestono ruoli diversi, come, in società tradizionali, avveniva in altre strutture sociali, quali il villaggio o la famiglia estesa.

c) Quale attenzione pastorale è possibile avere nei confronti delle persone che hanno scelto di vivere secondo questo tipo di unioni?

Poiché ancora così non è, in generale i genitori “irregolari” si rivolgono meno di altri alla Chiesa, anche perché temono di subire un rifiuto, ma se lo fanno e sono accolti, chiedono un pieno coinvolgimento nella vita ecclesiale. In questo senso ogni comunità cristiana dovrebbe accoglierli come quelli di famiglie “regolari”.

7 – Sull’apertura degli sposi alla vita

a) Qual è la reale conoscenza che i cristiani hanno della dottrina della ‘Humanae vitae’ sulla paternità responsabile? Quale coscienza si ha della valutazione morale dei differenti metodi di regolazione delle nascite? Quali approfondimenti potrebbero essere suggeriti in materia dal punto di vista pastorale?

La conoscenza è quella legata all’immagine della dottrina della Humanae Vitae come riducibile, in sostanza, al divieto dell’uso di contraccettivi artificiali. Tale proibizione è però ignorata e probabilmente la maggioranza delle coppie credenti esercita la propria genitorialità responsabile ricorrendo a metodi anticoncezionali artificiali, fondamentalmente perché non ritiene eticamente significativa la distinzione tra metodi naturali e metodi artificiali di controllo delle nascite.

b) È accettata tale dottrina morale? Quali sono gli aspetti più problematici che rendono difficoltosa l’accettazione nella grande maggioranza delle coppie?

Oggi bisognerebbe semplicemente prendere atto che tale dottrina è stata respinta dal sensus fidelium. D’altro canto, le odierne conoscenze scientifiche e tecniche hanno reso, per la prima volta nella storia dell’umanità, sessualità e riproduzione indipendenti l’uno dall’altra, nel senso che l’esercizio della sessualità non è più necessariamente aperto alla riproduzione e il rapporto sessuale ha smesso di esser indispensabile per la procreazione. Diventano allora centrali valori come l’autenticità della relazione, la libertà nell’amore, l’attenzione all’altro/a, ecc.
Dovrebbero essere coinvolte le coppie che si trovano ad affrontare queste problematiche, ascoltandone l’esperienza e la riflessione, invece di formulare, come avvenuto finora, permessi e divieti stabiliti da persone mai, almeno in teoria, coinvolte in prima persona da queste situazioni e poi fatti calare dall’alto su chi a tali prescrizioni dovrebbe attenersi.

d) Qual è l’esperienza riguardo a questo tema nella prassi del sacramento della penitenza e nella partecipazione all’eucaristia?

In questa ottica l’uso dei preservativi (come pure i rapporti sessuali prematrimoniali) non dovrebbe comportare nessuna confessione di peccato sempre che la coscienza personale li ritenga atti responsabili e amorevoli verso il partner. In particolare dovrebbe essere considerato non solo lecito ma doveroso in coscienza, qualora le circostanze lo richiedano, l’uso del preservativo come strumento efficace di prevenzione da infezione di AIDS.

f) Come promuovere una mentalità maggiormente aperta alla natalità? Come favorire la crescita delle nascite?

La crisi economica, la crescente precarietà ed incertezza del futuro e la progressiva riduzione dei servizi rivolti alla famiglie e soprattutto ai suoi componenti più deboli, per ragioni di età, di disabilità, di malattia, rende la decisione di avere figli sempre più difficile. Avere figli rischia di diventare un privilegio di chi è ricco, o per lo meno economicamente più sicuro. La sempre più diffusa scelta di non avere figli o di fermarsi dopo il primo esprime spesso una conseguenza “estrema” di questo disagio, di questa incertezza e di questa paura del futuro e va accettata con il rispetto dovuto alle scelte personali, specie se basata su approfondita riflessione e piena coscienza.
Le modalità con cui mettere in atto queste scelte di limitazione o di rifiuto di diventare genitori dovrebbero essere affidate alla coscienza in primis della donna ma con una decisione presa, ovunque sia possibile, dalla coppia in modo condiviso.
La Chiesa dovrebbe aiutare i credenti ad avere piena consapevolezza di queste scelte, e impegnarsi perché le situazioni di povertà, di incertezza economica e di precarietà vengano superate, anche impegnandosi, in modo operativo e dovunque, per una distribuzione maggiormente equilibrata della ricchezza nella società. E affinché la ricostituzione e il rafforzamento delle reti di servizi per le famiglie, per i bambini e per gli anziani possa consentire di fare scelte libere ed aperte all’accoglienza di nuove vite.
La politica per la famiglia nel nostro paese, anche se confrontata alla situazione media dei paesi europei, è molto carente, sebbene dei cattolici abbiano avuto i più importanti ruoli di guida della cosa pubblica in modo ininterrotto dal 1945. I responsabili della Chiesa, che non hanno mancato di intervenire spesso in politica anche dopo la fine dell’unità politica dei cattolici, dovrebbero riflettere in termini autocritici. Alle carenze dell’intervento pubblico suppliscono da tempo le reti delle solidarietà fondate sui vincolo parentali che sono abbastanza forti e che permettono di affrontare meglio la crisi.
L’invecchiamento che risulta dalla scarsa natalità rende più povera e più statica la nostra società. La Chiesa dovrebbe pienamente sostenere l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati, che rappresentano – almeno fino ad un cambiamento radicale della situazione – l’unica possibilità di mantenere un relativo equilibrio nella struttura demografica e generazionale del nostro paese.
D’altronde è anche aperta a tanti livelli una discussione relativa al fatto se l’aumento delle nascite sia un valore in sé, a prescindere dalle circostanze specifiche in cui viene proposta.

8 – Sul rapporto tra la famiglia e persona

a) Gesù Cristo rivela il mistero e la vocazione dell’uomo: la famiglia è un luogo privilegiato perché questo avvenga?

La famiglia, per l’importanza che riveste nella vita delle persone, è un luogo rilevante in cui Gesù rivela il mistero e la vocazione dell’uomo, ma non è di per sé un ambito privilegiato rispetto ad altri. Non si può, d’altro canto, ignorare che Gesù ha sempre relativizzato i legami di sangue a vantaggio della fedeltà “alla volontà del Padre” (Mt 12,46-50; Mc 3,31-34; Lc 8,19-21).
Bisogna poi avere sempre presente che le agenzie educative che influenzano i giovani sono numerose (mass media, social networks ecc..) e il ruolo educativo della famiglia è diminuito rispetto a prima.
Bisogna anche contrastare la posizione quasi ufficiale della Chiesa che presenta la castità del presbitero, dei religiosi e delle religiose come la strada migliore verso la perfezione cristiana.

b) Quali situazioni critiche della famiglia nel mondo odierno possono diventare un ostacolo all’incontro della persona con Cristo?

Divorzi, separazioni, incomunicabilità tra i genitori e tra questi ultimi e i figli.

c) In quale misura le crisi di fede che le persone possono attraversare incidono nella vita familiare?

Molto, perché si perde la forza di evangelizzare, ossia di testimoniare il Vangelo.
Si assiste però talvolta ad un ‘ritorno’ alla vita di fede da parte di persone che hanno vissuto una crisi ed un allontanamento dalla Chiesa. Ad esempio, coppie non sposate si avvicinano ai sacramenti nel momento in cui nasce un figlio: il Battesimo può diventare occasione per loro, tramite il bambino, di ripensare ai loro orientamenti e di valutare così l’opportunità di prepararsi al matrimonio sacramentale.

9 – Altre sfide e proposte

a) Ci sono altre sfide e proposte riguardo ai temi trattati in questo questionario, avvertite come urgenti o utili da parte dei destinatari?

Se ne possono segnalare almeno tre:
a. tra le “situazioni che richiedono l’attenzione e l’impegno pastorale della Chiesa” il documento preparatorio ricorda, senza peraltro richiamarle nel questionario, “forme di femminismo ostile alla Chiesa”. Si ignora però la teologia elaborata dalle donne che traspare, con troppi silenzi, nel questionario. Si ignora la presenza – certamente più concreta, diffusa e radicata, anche in ambienti cattolici – di mentalità e prassi maschiliste, quasi che il maschilismo, nelle sue varie declinazioni, non esistesse, non avesse conseguenze sui modelli familiari e sulle relazioni tra uomini e donne, e non costituisse problema per la Chiesa. Esso, invece, chiama in causa non solo un millenario ordine socio-simbolico patriarcale, ma anche, nello specifico, visioni di Dio, dell’umanità e della Chiesa di cui il cristianesimo è profondamente intriso. E, nella presentazione del questionario, perché scegliere proprio la prima Lettera a Timoteo (2, 8-15)? E’ il brano migliore per comunicare la buona Novella alle famiglie di oggi?
b. a ciò è collegato un fenomeno drammatico e documentato nei diversi contesti geografici, culturali e sociali: la violenza di genere (fisica, sessuale, economica, ecc.) all’interno di troppe famiglie; e molte di queste si professano cattoliche. Non è forse argomento di cui discutere? Non interessa ai pastori?
Questa violenza ha la propria manifestazione estrema nel femminicidio, che nella grande maggioranza dei casi è opera di maschi con cui la donna ha avuto legami stretti, spesso parentali e che ha un retroterra profondo nella cultura maschilista.
c. Infine, nel quadro di una riflessione sulla famiglia, non dovrebbe mancare un esame della condizione delle famiglie di quanti sono ministri ordinati (diaconi permanenti sposati, clero uxorato delle Chiese cattoliche di rito orientale, preti coniugati convertitisi al cattolicesimo da altre confessioni cristiane). Esiste poi la condizione dei presbiteri che, a motivo dell’obbligo del celibato, hanno dovuto abbandonare il ministero per aver contratto matrimonio, venendo spesso emarginati dall’istituzione ecclesiastica e dalle comunità cristiane. Su questo piano sarebbe opportuno giungere al riconoscimento della piena compatibilità tra sacramento del matrimonio e sacramento dell’ordine. Sull’immediato si dovrebbero recuperare pienamente all’attività pastorale quei presbiteri che hanno lasciato il ministero per sposarsi e che vogliano riprendere un ruolo diretto nella comunità ecclesiale. Comunque tutti i presbiteri, i religiosi e le religiose che si sono formati una famiglia dovrebbero essere pienamente accettati e partecipi della vita della comunità cristiana.

Nel questionario la segreteria del Sinodo interroga i credenti su molte questioni “difficili” poiché molti esponenti della gerarchia ecclesiastica dubitano del recepimento del loro insegnamento. Ma bisogna aggiungere che ci sono tante altre situazioni che riguardano la famiglia nella sua condizione ordinaria, quella della vita di coppia e del rapporto genitori/figli sia nel momento educativo sia in quello relativo all’età adulta. Queste tematiche sono altrettanto importanti di quelle oggetto del questionario. Ed anche altre, molto importanti, sono ignorate dal questionario ma incombono sulla vita di tante famiglie e comunità cristiane. Ci riferiamo, a titolo esemplificativo, alle cosiddette coppie miste, all’interruzione volontaria di gravidanza, alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) e ad altre questioni che sono oggetto della bioetica.

Siamo del tutto consapevoli che le analisi e le riflessioni contenute nelle nostre risposte al questionario sono oggettivamente in contraddizione con punti centrali del Magistero, soprattutto recente, della Chiesa. Questa nostra posizione viene da lontano, su queste tematiche a lungo abbiamo riflettuto, organizzato convegni, scritto, proposto. Da tempo ci chiediamo se il Magistero non abbia, non poche volte, travalicato il suo compito parlando in un certo modo di famiglia e di sessualità. Troppa precettistica da una parte e troppa predicazione sessuofobica dall’altra. Non ha forse il Magistero abusato della sua autorità imponendo pesi che Dio non ha imposto? Una nuova linea più pastorale, fondata su due pilastri, quello della misericordia e quello di relazioni vere e profonde nelle famiglie e tra i sessi, non può che essere di netta discontinuità con il passato. Riteniamo perciò che un mea culpa, non di comodo e largamente condiviso, sia necessario. Il sensus fidei e il vissuto del Popolo di Dio possono aiutare, grazie allo Spirito Santo, l’intera Chiesa a convertirsi anche su queste tematiche per essere fedele all’Evangelo.

Dopo il primo millennio, in cui la Chiesa è stata spesso – sebbene non manchino vistose eccezioni negative – fermento e richiesta di ritorno alla forma evangelica originaria, dopo il secondo millennio, in cui la riforma gregoriana si è attuata in termini soprattutto giuridici e istituzionali, la Chiesa del terzo millennio ha l’occasione di essere promotrice di un umanesimo rinnovato, di un accrescersi di coscienza e di capacità di cogliere per una nuova incarnazione l’essenza del cristianesimo, al di là di come esso si è manifestato in passato.

Roma, 28 dicembre 2013 NOI SIAMO CHIESA

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