Il segretario della CEI Mariano Crociata si accorge che troppe omelie sono insulse

OMELIAConvegno liturgico per seminaristi

Roma, 29 dicembre 2009

  

Nel contesto del vostro convegno su “L’Omelia tra celebrazione e ministerialità” mi piace iniziare richiamando un principio di ordine teologico-spirituale che presiede al servizio ministeriale della predicazione liturgica, ovvero che anche la presa di parola nella liturgia è espressione del comune stare sotto la Parola di Dio, «in religioso ascolto» di essa, come esordisce la Dei Verbum, proprio di tutta la Chiesa sempre; in primo luogo poiché anche l’omelia è trasmissione della Parola di Dio, e poi perché il primato rimane alla iniziativa di Dio che agisce con efficacia in essa e attraverso di essa. Pertanto è decisivo che l’omileta abbia coscienza di essere egli stesso un ascoltatore, anzi di essere il primo ascoltatore delle parole che pronuncia. Egli deve sapere innanzitutto, se non solamente, rivolta a sé quella parola che sta pronunciando per altri. E dico quasi solamente, poiché egli non può conoscere la relazione che Dio stabilisce attraverso la sua parola con gli ascoltatori, ma sa con certezza di dover rispondere, nella grazia di Dio, della accoglienza nella propria vita di quella parola che sta porgendo ad altri; questo, certo nella coralità ecclesiale di una accoglienza in cui ci si sostiene ed edifica a vicenda per la potenza dello Spirito che ha ispirato e continua ad ispirare la comunicazione della Parola di Dio e il suo ascolto credente. Accanto e prima, anzi dentro, la coscienziosa preparazione di una omelia c’è, nel ministro, innanzitutto l’esigenza di fondo di accogliere la Parola con la propria mente, con il proprio cuore e nella propria vita.

 

Questa celebrazione, con le pagine della Scrittura proclamate, offre una base formidabile a quanto appena detto. Intendiamo, naturalmente, il senso della collocazione dei testi nel contesto liturgico natalizio, con il Vangelo dell’infanzia secondo Luca (2,22-35) e con la prima lettera di Giovanni (2,3-11) inaugurata da un prologo che esalta il realismo sconcertante dell’incarnazione del Verbo.

 

Quest’ultimo brano, come del resto tutta la lettera, spicca sullo sfondo di una sostanziale polemica contro lo gnosticismo, che riduce la salvezza a effetto di mera conoscenza o, viceversa, innalza la conoscenza fino a farne strumento di purificazione e di redenzione. Nella logica dell’incarnazione, non si può raggiungere alcuna verità e luce di salvezza senza pratica adesione al comandamento, antico e nuovo allo stesso tempo, dell’amore fraterno. Non c’è un insegnamento autentico, conforme al Verbo incarnato, che non chieda un comportamento corrispondente e precisamente riconducibile al criterio necessario di ogni comportamento, ovvero l’amore fraterno. San Giovanni specifica che tale esigenza di coerenza si riconduce al parlare e all’agire di Gesù stesso, poiché suoi sono i comandamenti da osservare, anzi i comandamenti che egli stesso ha chiesto di osservare, e poi perché egli per primo li ha praticati; perciò, «chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato». Nessun discepolo di Gesù, e ancor più nessuno dei suoi ministri, dovrebbe mettersi nella situazione di vedere riferito a sé quanto ancora scrive san Giovanni: «Chi dice: “Lo conosco”, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità». La mancata coerenza pratica – si intende quella sistematica e in qualche modo legittimata o, peggio, teorizzata – è una falsificazione della verità della Parola di Dio.

 

La posizione gnostica è ricorrente nella storia, dentro e fuori lo spazio ecclesiale. A volte è teorizzata, non raramente viene più o meno inconsciamente adottata. Se in passato dovevamo guardarci dalla tentazione del moralismo, oggi ad essa se ne aggiungono altre, che arrivano a relegare la fede in una sfera interiore, anzi quasi privata o intimistica, per lasciare poi libero campo a ogni genere di comportamenti. Mi pare che la Parola di Dio stigmatizzi in maniera netta l’inaccettabilità di simili separazioni, anzi di questa vera e propria dissociazione.

 

La pagina evangelica, di impronta decisamente cristologica, configura la presentazione al tempio come una sorta di anticipazione dell’ultimo ingresso in Gerusalemme e dissemina il testo di allusioni alla passione, come l’offerta in sacrificio e le parole di Simeone, per dire che Gesù non viene a vivere un idillio, ma a consumarsi per i fratelli in comunione con la volontà del Padre. Tra i molti temi, ne rilevo uno in particolare, per le risonanze che suscita proprio in ambito omiletico. Mi riferisco alle parole di Simeone, il quale, mosso dallo Spirito, per un verso canta nel bambino Gesù l’avvento della luce e della salvezza non solo per Israele ma anche per tutte le genti, per altro verso lo prefigura come «segno di contraddizione», una presenza che causerà «caduta» e «risurrezione» in molti. Gesù viene per salvare, non per condannare. Ma la salvezza che porta con la sua presenza personale esige una decisione, una presa di posizione. Anche qui vale l’anti-gnosticismo strutturale della fede cristiana: non ci si può limitare a prendere atto della presenza di Gesù, a conoscere anche molto su di lui; è necessario prendere una posizione di fronte a lui, decidersi per lui o contro di lui; non si può rimanere in un nebbioso atteggiamento di approvazione e di vago apprezzamento, bisogna piuttosto dare un orientamento di adesione incondizionata e concreta a Gesù nella propria persona e nella propria vita di fronte agli altri.

 Spesso le nostre parole e la nostra pastorale tutta risultano una poltiglia melensa e insignificante, come una pietanza immangiabile o, comunque, ben poco nutriente. È questione di atteggiamento e di vita, non solo di parole, anche se pure le nostre parole e le nostre stesse omelie dovrebbero prendere a modello questa sorta di criterio regolativo che ci viene dalle parole del vecchio Simeone: nello stesso tempo annunciare la salvezza e mettere di fronte alla decisione. In questo senso sarebbe oltremodo deplorevole far diventare le omelie occasioni per scagliare accuse e contumelie, rimproveri e giudizi di condanna; ma anche il contrario risulta insulso, quando le nostre parole si riducono a poveri raccatti di generiche esortazioni al buonismo universale. Bisogna riuscire a tenere insieme, sia nella vita spirituale che nell’azione pastorale, consolazione e monito, speranza e serietà di impegno, fiducia gioiosa e necessaria severità, annuncio della salvezza e invito, direi sfida, alla decisione. Ma, ancora una volta, potrà proporre agli altri una simile tensione polare solo chi ha imparato a reggerla, solo chi si è deciso per Cristo sperimentandone allo stesso tempo la dolcezza e la consolazione.                                                               + Mariano Crociata  

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