Leggi la stroncatura di un libro di Luigi Negri vescovo di Ferrara, estrema destra dell’episcopato italiano

Posted on 3 ottobre 2015

Il pensiero della settimana n. 536

Il cammino della Chiesa

Mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, ha recentemente pubblicato un volume di non grande formato ma comunque contraddistinto da un numero di pagine non esiguo (per l’esattezza 318). Il titolo e le pretese sono ambiziose, Il cammino della Chiesa. Fondamenti, storia & problemi (Ares, Milano 2015). Nella prefazione il card. Walter Brandmüller, presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, giudica il testo all’altezza della bisogna, visto che non esita a qualificarlo un «capolavoro» (p. 7).

Il libro è costituito da una introduzione a cui seguono tre parti: «Fondamenti & valori della tradizione cristiana», «Duemila anni in breve», «Problemi di storia della Chiesa» (in cui si affrontano temi particolari «Le crociate: un movimento cristiano», «Galileo & la Chiesa», «La Rivoluzione francese: una svolta epocale», «Il “Sillabo”: un documento da riscoprire», «Pio XI & Pio XII di fronte ai totalitarismi»). Le tre parti sono connesse tra loro in modo molto coerente: la prima getta le fondamenta, la seconda costruisce l’edificio storico generale, la terza si occupa di alcuni dei temi più esposti ai venti della polemica.

Siamo di fronte a un volume di teologia, di ecclesiologia, di storia o di apologetica? La risposta è semplice: si tratta di un testo sia di teologia, sia di ecclesiologia, sia di storia, sia di apologetica. Almeno appare così nelle intenzioni dell’autore; dal canto suo il lettore si muove invece con un certo disagio all’interno di questo quadrilatero. Avviene così perché egli comprende, anche nel caso in cui non ne condivida la linea, che il libro tratta di teologia, ecclesiologia e apologetica, mentre si trova in imbarazzo nel capire dove collocare la storia. Per quanto sia il titolo di una disciplina accademica (il che è, di per sé, spia di una povertà culturale tipicamente italiana), dal punto di vista storiografico non esiste alcuna «Storia della Chiesa». Fin dal sorgere delle prime comunità cristiane il plurale è d’obbligo. Per un approccio storico nel lungo arco di tempo che va dal I al XXI secolo ci sono state e ci sono sempre molte Chiese e mai la Chiesa. Dall’origine e fino a oggi le comunità dei credenti in Gesù Cristo sono sempre state molte. Nell’orizzonte storico è gioco forza parlare solo di «storia della Chiese», oppure di storia della Chiesa cattolica romana o ariana o nestoriana o copta o armena, o greco-ortodossa, o anglicana o luterana o calvinista e così via per centinaia di casi. Eppure nel libro di Negri il termine «Chiesa» è usato sempre al singolare; inoltre non è mai seguito da alcuna determinazione (compreso l’aggettivo «cattolica»). Il fatto dovrebbe essere sufficiente per collocare il volume al di fuori delle scienze storiche. Da dove nasce quindi la pretesa dell’autore di star facendo storia (anzi l’autentica storia)? La ragione c’è ed è spiegata con chiarezza dal testo.

L’espressione «storia della Chiesa» contiene un genitivo. Come è noto, il genitivo può essere di due tipi: oggettivo e soggettivo. Una lettura piana della locuzione lo intenderebbe in senso oggettivo: tra i vari oggetti della ricerca storica ve ne è uno dedicato alla Chiesa (o meglio Chiese). Per comprendere l’approccio di Negri occorre invece fare propria la seconda alternativa: il genitivo è soggettivo. La storia della Chiesa è la coscienza che la Chiesa ha di se stessa nel corso del suo sviluppo temporale. Fermarsi qui sarebbe però ancora poco. Siccome la storia è guidata dall’avvenimento posto al centro di essa, l’incarnazione del Figlio di Dio, evento attestato e trasmesso dalla Chiesa (al singolare), solo la Chiesa ha nelle sue mani le chiavi per interpretare la storia: «la storia della Chiesa è ormai l’unica storia possibile perché, con l’avvenimento cristiano, la storia ha conosciuto il suo compimento» (p.47). Non stupisce quindi prendere atto che, secondo Negri, l’ultimo grande documento della tradizione storiografica cattolica sia stato il seicentesco Discorso sulla storia universale di Jacques Bénigne Bossuet (p. 46).

Quanto nel normale approccio al sapere sarebbe qualificato come «teologia della storia» viene presentato dal volume come il culmine della storiografia. La strumentale denuncia delle pretese oggettivistiche della storiografia positivista e gli altrettanto strumentali e parziali riferimenti ad approcci storiografici postpositivisti (cfr. pp. 41-42) sono entrambi piegati alla volontà di rivendicare alla Chiesa la capacità di esporre l’autentico senso della storia. Inutile dire che un simile approccio non ha nulla di seriamente storiografico (per questo motivo chi si cimentasse nel mostrare le lacune documentarie e informative, l’uso parziale e tendenzioso delle fonti o la scarsa conoscenza della ricerca storiografica più recente presenti nel libro attuerebbe una faticosa operazione secondaria incapace di cogliere il cuore della pretesa avanzata da Negri).

«La conoscenza storica è la conoscenza di un presente, operata da un soggetto che vive nel presente, che legge, a partire dalla propria sensibilità e dalla propria cultura, il passato e ne trae forza per approfondire la situazione attuale e per disporsi a creare il futuro» (p. 43). Nessuno storico degno di questo nome si identificherebbe con siffatta definizione della propria disciplina. Va da sé che anch’egli si renderebbe conto della presenza nel suo tentativo di ricostruire il passato (la costruzione del futuro non è compito della storia) dell’influsso della «propria sensibilità» e della «propria cultura», e appunto in ciò individuerebbe una delle ragioni che rendono relativo e perfettibile, ma non per questo vano e insignificante, il sapere storiografico. Al contrario, pretendere di utilizzare una certa forma di conoscenza storica per comprovare il senso globale della storia («la storia della Chiesa è ormai l’unica storia possibile…») significa – per ricorrere a un aggettivo di norma assegnato da Negri ai suoi avversari – compiere un’operazione ideologica.

Per comprendere la posizione sostenuta da Negri diviene determinante capire cosa intende per Chiesa vista nella sua qualità di soggetto storico. Non è difficile rispondere, il libro infatti lo ripete molte volte. Trascriviamo, parzialmente, la prima definizione incontrata dal lettore: «Qual è l’identità fondamentale che la Chiesa assume in ogni momento delle propria storia, pur nel variare delle situazioni nella quale essa vive o dei condizionamenti che subisce? È la coscienza di essere popolo (…) Un popolo di terzo genere inserito perfettamente nella realtà sociale, ma non identificabile con nessuna ragione di carattere sociale. Questo popolo, cosciente della sua identità sacramentale, come ha detto il Concilio ecumenico Vaticano II, si impianta e vive nella storia, incontrando gli uomini di ogni tempo» (p. 31). Nel Nuovo Testamento la parola «popolo» (laòs) non è mai riferita alla Chiesa; la constatazione non è priva di ricadute sulla valutazione della ecclesiologia conciliare (fermo restando che la Lumen Gentium, riferendosi alla Chiesa, parla anche di «mistero»). Tuttavia nei documenti del Vaticano II non si trova alcuna espressione paragonabile a «identità sacramentale», definizione spuria che qualifica la categoria storico-sociologica di «identità» attraverso l’aggettivo «sacramentale» che va collocato su tutt’altro piano. Questo grave fraintendimento spiega perché Negri possa, paradossalmente, chiamare a sostegno della propria visione un passo paolino che addita come in Cristo i credenti siano liberati delle proprie determinazioni identitarie: «non c’è più giudeo né greco; né schiavo né libero; né uomo né donna»(Gal 3,28) (cit a p. 31), il che palesemente non equivale affatto a sostenere che non ci sono più giudei e greci, schiavi e liberi, uomini e donne.

«Questo popolo è chiamato a vivere consapevolmente questa identità sacramentale nella concretezza storica e carnale delle vicende di ogni epoca: è il corpo storico di Cristo, come il corpo dell’uomo Gesù di Nazareth è il corpo del Figlio di Dio incarnato. Questa presenza sociale è caratterizzata da tre grandi dimensioni che sono assolutamente evidenti fin dai primi giorni della cristianità e che arrivano, senza soluzioni di continuità, fino ai nostri giorni: missione, cultura e carità» (p. 32). L’utilizzo della categoria storiografica di «cristianità» riferita, in modo del tutto anacronistico, al sorgere delle prime comunità dei credenti in Gesù Cristo la dice lunga rispetto all’ossessione identitaria tipica del pensiero di Negri. A comprovarlo è anche il fatto che la sua ricostruzione storica non compia neppure una volta un riferimento allo scopo che è stato a lungo proclamato dalla Chiesta come il proprio compito peculiare: «la salvezza delle anime». È senza dubbio legittimo affermare che il fine della Chiesa non è identificabile soltanto con il conseguimento di un certo tipo di salvezza ultraterrena; tuttavia, in una prospettiva storica, resta necessario registrare che proprio quello è stato indicato, per molto tempo, come il suo fine peculiare; uno scopo conseguito, non a caso, appunto attraverso la dimensione «sacramentale».

Il riferimento al popolo non deve indurre a credere che la Chiesa sia vista da Negri come un insieme scarsamente gerarchizzato. Nelle sue pagine appare infatti netta la distinzione tra Chiesa e figli della Chiesa, questi ultimi identificati, a quanto sembra, in massima parte con i laici: «La Chiesa [che a lume di logica qui va identificata con la sola gerarchia] non ha il problema di giudicare il mondo e di cambiare il mondo, ha il compito di giudicare il mondo perché i suoi figli e coloro che si convertono possano vivere la responsabilità di trasformare il mondo. Non è l’istituzione ecclesiale che trasforma il mondo, è il popolo cristiano che entrando nella società, con una certa impostazione di vita, fornisce il proprio contributo per il miglioramento della società» (p. 36). Il frequente richiamo a presunti tradimenti compiuti dai laici cattolici impegnati nel sociale o nel politico compiuto nella sua azione pastorale da mons. Negri trova qui il suo fondamento teorico.

In conclusione, la lettura del Cammino della Chiesa si rivela utile non già per comprendere la storia della Chiesa cattolica romana, bensì solo per capire il pensiero e l’azione pastorale dell’ordinario della diocesi di Ferrara-Comacchio.

Piero Stefani

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