Nella Dichiarazione di Colonia del 1989 163 teologi tedeschi hanno criticato con parole durissime la linea di papa Wojtyla e del Card. Ratzinger . Tra questi Hunermann, il teologo aspramente sotto tiro con parole pesantissime da parte di Benedetto XVI nella lettera inviata a Mons. Viganò


La Dichiarazione di Colonia (gennaio 1989)

Contesto. La “Dichiarazione di Colonia”, sottoscritta da 163 professori di teologia, uomini e donne, di lingua tedesca, condensa in brevi tratti riserve e interrogativi sull’allora situazione ecclesiale riguardanti la nomina dei vescovi, l’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento per i professori di teologia, la scarso riconoscimento della dignità di coscienza dei fedeli. Firmata il 6 gennaio 1989 la dichiarazione è apparsa sul “Frankfurter Allgemeine Zeitung” del 27 gennaio 1989. e, in versione italiana, su “il Regno-Attualità” n. 4 del 15 febbraio 1989. Altri hanno in seguito aderito alla dichiarazione.

TESTO Per una cattolicità aperta contro una cattolicità messa sotto tutela

Diversi avvenimenti occorsi nella nostra chiesa cattolica ci inducono a rendere pubblica la seguente dichiarazione. Tre sono i tipi di problemi che più ci angustiano:

  1. Da parte della curia romana viene ostentatamente attuato a livello mondiale il piano di occupare sedi episcopali senza tenere presenti le proposte delle chiese locali e trascurando unilateralmente i diritti da loro acquisiti.
  2. In tutto il mondo viene ripetutamente negata a teologhe e teologi l’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento. Questa circostanza costituisce un attacco significativo e pericoloso alla libertà della ricerca e dell’insegnamento nonché alla struttura dialogica della conoscenza teologica, la cui importanza è stata ripetutamente posta in evidenza dal concilio ecumenico Vaticano II. La concessione dell’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento viene usata indebitamente in termini di provvedimento disciplinare.
  3. Stiamo assistendo al tentativo, estremamente problematico, di far valere in modo inammissibile e al di là dei limiti dovuti la competenza magisteriale, oltre che giurisdizionale, del papa.

Quanto abbiamo potuto osservare in questi tre settori ci pare abbia un valore di segno rispetto al cambiamento in atto all’interno della chiesa postconciliare in termini di:

  1. una strisciante trasformazione di struttura dei rapporti di competenza giurisdizionale vigenti all’interno della gerarchia,
  2. una progressiva riduzione delle chiese locali a soggetti in regime di tutela;
  3. un rifiuto dell’argomentazione teologica,
  4. una riduzione dell’ambito di competenza dei laici all’interno della chiesa,
  5. un antagonismo proveniente dall’alto e volto ad acuire i conflitti esistenti nella chiesa mediante il ricorso a provvedimenti disciplinari.

Siamo convinti che non ci è più consentito di tacere. Riteniamo che la presente dichiarazione sia necessaria:

– in ragione della nostra responsabilità per la fede cristiana,

– in funzione dell’esercizio del nostro servizio di maestri di teologia,

– a causa del rispetto che dobbiamo alla nostra coscienza,

– e in base alla solidarietà che dobbiamo a tutti i cristiani e cristiane che abbiano avuto occasione di scandalo dai recenti processi evolutivi in atto nella nostra chiesa o che addirittura abbiano perso la loro speranza in essa.

Nomine episcopali: il discutibile ruolo dei nunzi

  1. Per quanto concerne le nuove nomine episcopali fatte da Roma in tutto il mondo e, in particolare, in Austria, nella Svizzera e qui a Colonia dichiariamo quanto segue:
  2. Vi sono diritti acquisiti per tradizione e persino codificati che regolano la capacità di intervento delle chiese locali e che hanno caratterizzato sinora la storia della chiesa: appartengono alla vita della chiesa nella sua molteplicità.
  3. Quando alcune nomine di vescovi o interventi analoghi (rilevabili nell’America latina, nello Sri Lanka, nella Spagna, nei Paesi Bassi, nella Svizzera e qui a Colonia) siano dovuti sovente ad analisi erronee o a sospetti, sì da presentarsi come misure disciplinari a carico delle chiese locali, è l’autonomia di queste ultime ad essere indebitamente coartata. L’apertura della chiesa cattolica alla collegialità tra papa e vescovi — che pur è stata uno degli avvenimenti centrali del concilio Vaticano II — viene soffocata attraverso un nuovo centralismo romano.

L’esercizio del potere che si manifesta nelle recenti nomine di vescovi contraddice la fraternità del Vangelo, le positive esperienze fatte nel processo di attuazione dei diritti di libertà nonché la collegialità dei vescovi.

La prassi attuale ostacola il processo ecumenico in punti essenziali.

Per quanto concerne poi il «caso di Colonia», riteniamo sia semplicemente scandaloso cambiare in corso di procedura il regolamento che disciplina l’elezione del vescovo. In tal modo è stata gravemente ferita la coscienza d’una correttezza procedurale.

L’autorevolezza e la dignità del papato richiedono una certa sensibilità nel rapporto con il potere e con istituti giuridici già convalidati.

La scelta dei candidati all’episcopato esprime in modo adeguato la molteplicità che configura la chiesa; la procedura di nomina non è una scelta privata del papa.

Il ruolo delle nunziature diviene oggi sempre più dubbio. Nonostante si siano accorciate le vie che consentono la comunicazione e la reciproca consultazione, la nunziatura si espone sempre più all’odiosità di un servizio informativo: attraverso una cernita unilaterale delle informazioni, essa crea sovente le deviazioni di cui è appunto alla ricerca.

In questi ultimi tempi l’obbedienza al papa, dichiarata e richiesta da parte dei vescovi e dei cardinali, acquista sempre più sovente l’aspetto di un’obbedienza cieca. L’obbedienza della chiesa al Vangelo comporta la disponibilità a un dissenso costruttivo (cf. Codex iuris canonici, can. 212, § 3). Invitiamo pertanto i vescovi a ricordarsi dell’esempio di Paolo che, pur mantenendo l’unità con Pietro, nella questione dell’evangelizzazione dei gentili afferma: «mi opposi a lui a viso aperto» (Gal 2,11).

Cattedre di teologia: per la libertà di ricerca

  1. Per quanto concerne poi la assegnazione della cattedre di teologia e l’attribuzione della autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento, dichiariamo quanto segue:

Vanno rispettate la competenza e l’autorità del vescovo della chiesa locale — fondate su ragioni teologiche e in parte anche sancite da regimi concordatari — in materia di attribuzione o ritiro della autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento. I vescovi non sono organi esecutori del papa. L’attuale prassi viola nei rapporti intraecclesiali il principio della sussidiarietà in materia di manifesta competenza del vescovo locale in termini sia di dogmatica che di morale e costituisce una situazione intollerabile. Un’intromissione romana nell’attribuzione o nel rifiuto della autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento senza previa consultazione della chiesa locale o addirittura contro l’esplicita convinzione del vescovo locale rischia di minare ambiti di competenza affermatisi e positivamente consolidatisi.

Le obiezioni contro l’attribuzione della autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento e, tanto più, le decisioni in materia vanno debitamente motivate e provate in conformità alle norme in vigore nel mondo accademico. L’arbitrarietà in questo settore pone in discussione l’esistenza delle facoltà di teologia cattolica nelle università statali.

Non tutti gli insegnamenti della chiesa sono caratterizzati sul piano teologico dallo stesso grado di certezza e dalla stessa importanza. Ci opponiamo a una prassi che, nell’attribuzione o nel rifiuto della autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento, viola questa dottrina dei gradi di certezza teologica e della contestuale «gerarchia delle verità».

Determinati problemi inerenti a settori particolari e specifici della dogmatica e dell’etica non possono venir arbitrariamente montati quali criteri di individuazione della fede, mentre invece ad atteggiamenti morali direttamente connessi alla pratica della fede (ad esempio l’opposizione alla tortura, alla segregazione razziale o allo sfruttamento) non viene attribuita — a quanto pare — la stessa importanza teologica in termini di ricerca della verità.

Il diritto delle facoltà e degli istituti universitari a integrare i propri organici ricorrendo alla scelta di nuovi docenti non può essere completamente minato mediante un esercizio arbitrario della potestà d’attribuire o rifiutare l’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento. Il fatto che nelle università la scelta dei docenti di teologia venga fatta in base a criteri estranei alla scienza e sotto la pressione dei problemi sovramenzionati comporta uno scadimento della dignità della teologia nell’ambito universitario.

Insegnamento morale: il ruolo della coscienza

III. Per quanto concerne infine il tentativo di far valere in modo indebito la competenza del magistero pontificio, dichiariamo quanto segue.

In recenti allocuzioni indirizzate a teologi e a vescovi il papa ha ribadito la contestualità esistente tra la dottrina in vigore in materia di regolazione delle nascite e alcune verità fondamentali della fede (quali la santità di Dio e la salvezza mediante Gesù Cristo) senza fare peraltro alcun riferimento ai gradi di certezza e alla diversità d’importanza delle affermazioni del magistero; tale contestualità vi viene anzi definita in modo tale che quanti critichino l’insegnamento pontificio sulla regolazione delle nascite si debbano confrontare con l’accusa di «attaccare le strutture portanti e fondamentali della dottrina della chiesa», anzi, addirittura di incorrere, nell’appellarsi alla dignità della coscienza individuale, nell’errore di «negare validità alla croce di Cristo», di voler «rendere nullo l’arcano di Dio» e di misconoscere la «dignità dell’uomo».

I concetti di verità fondamentale e di rivelazione divina vengono usati dal papa per sostenere una dottrina estremamente specifica che non può essere fondata né ricorrendo alla sacra Scrittura né rifacendosi alle tradizioni della chiesa (cf. allocuzioni del 15 ottobre e del 12 novembre 1988).

La contestualità esistente tra le verità — cui il papa si riferisce — non significa però che esse siano tutte uguali o dotate di pari importanza. Il concilio Vaticano II afferma ad esempio nel Decreto sull’ecumenismo (n. 11): «Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine o “gerarchia” nelle verità della dottrina cattolica essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana» (EV 1/536).

Analogamente vanno rispettati i diversi gradi di certezza delle affermazioni teologiche e il limite della conoscenza teologica in questioni attinenti l’antropologia medica.

Il magistero pontificio ha anzi riconosciuto alla teologia la dignità di verificare gli argomenti cui esso debba ricorrere nella affermazioni e nelle norme di carattere teologico. Questa dignità non può essere violata mediante un divieto della libertà di pensiero e di parola. Una valutazione scientifica deve poter fruire dell’argomentazione e della comunicazione.

La coscienza individuale non è un surrogato del magistero pontificio, come invece potrebbe sembrare sulla base delle allocuzioni citate. Il magistero è anzi vincolato — nella sua interpretazione della verità — anche alla coscienza individuale dei credenti. Neutralizzare la tensione tra dottrina e coscienza significa negare la dignità della coscienza.

A parere di molte persone appartenenti alla chiesa, la norma sancita dall’enciclica Humanae vitae del 1968 in materia di regolazione delle nascite rappresenta semplicemente un orientamento che non sostituisce la responsabilità della coscienza dei fedeli. Molti vescovi — tra cui l’espiscopato tedesco nella Dichiarazione di Königstein del 1968 —e moralisti ritengono che tale posizione venga sostenuta a ragione da numerosi cristiani e cristiane poiché sono convinti che la dignità della coscienza non consista solo nell’obbedienza, ma anche e soprattutto nella responsabilità. Un papa che nei suoi interventi si richiama sempre più di frequente alla responsabilità dei cristiani e delle cristiane nell’ambito dell’agire intramondano, non dovrebbe trascurare sistematicamente questa istanza in un punto talmente serio.

Ci rincresce peraltro che il magistero pontificio si sia così insistentemente fissato su quest’ambito di problemi.

Al servizio della chiesa anche nella critica

La chiesa è a servizio di Gesù Cristo. Deve pertanto resistere alla continua tentazione di abusare del suo vangelo di giustizia, di misericordia e di fedeltà, ricorrendo a dubbie forme di dominio a salvaguardia del proprio potere. Essa viene intesa dal concilio come il popolo itinerante di Dio e come relazione di vita esistente tra i fedeli (communio) —non è quindi una città assediata e costretta a innalzare ancor più i propri bastioni, difendendosi con forza contro quanto le è interno ed esterno.

In ragione della nostra comune testimonianza condividiamo molte delle preoccupazioni che i pastori della chiesa nutrono per la presenza della chiesa nel mondo contemporaneo. La difesa delle chiese povere, la liberazione delle chiese abbienti dai loro lacci e la promozione dell’unità della chiesa sono finalità che comprendiamo e per cui ci impegniamo. I teologi che sono al servizio della chiesa hanno però al contempo il dovere di esprimere pubblicamente la propria critica quando l’autorità ecclesiastica faccia un uso erroneo del potere conferitole, contraddicendo di riflesso le finalità che la caratterizzano, compromettendo i progressi compiuti in favore della ecumene e revocando l’apertura operata dal concilio.

Il papa reclama la funzione dell’unità. Ha pertanto la mansione di conciliare le parti in situazione di conflitto: è quanto ha fatto, in modo peraltro eccessivo, nel caso di Marcel Lefebvre e dei suoi seguaci, nonostante che essi avessero posto fondamentalmente in questione il magistero. Non ha invece la mansione di acuire conflitti di importanza secondaria eludendo ogni tentativo di dialogo né di dirimerli unilateralmente ricorrendo agli strumenti del magistero e neppure di farne un elemento di discriminazione. Se il papa interviene in ambiti estranei alla sua funzione non può esigere obbedienza nel nome della cattolicità. In tal caso deve aspettarsi di venir contestato.

Le firme

Hanno sottoscritto:

Annen (Chur), Anzenbacher (Mainz), Artadi (Fribourg), Auer (Tübingen), Bachl (Salzburg), Bakker (Amsterdam), Bauer (Graz), Baumann (Reutlingen), Baumeister (Mainz), Baumgartner (Fribourg), Baumgartner (Regensburg), Becker (Mainz), Bernasconi (Genestrerio), Biesinger (Salzburg), Bitter (Bonn), Blank (Saarbrücken), Böckle (Bonn), Brantschen (Fribourg), Brieskora (München), Broer (Siegen), Brosseder (Köln), Brox (Regensburg), Bucher (Eichstätt), Busse (Duisburg), Cornélis (Nijmegen), Dautzenberg (Giessen), Deissler (Freiburg Denzler (Bamberg), Domann (Luzern), Döring (München), Eicher (Paderbon), Eid (Bamberg), Emeis (Osnabrück), Feifel (München), Feidman (Münster), Feneberg (Weingarten), Friedler (Freiburg), Friedli (Fribourg), Fries (München), Fuchs (Bamberg), Füglister (Salzburg), Garijo Guetnbe (Münster), Gasser (Chur), Goergen (München), Gollinger (Heidelberg), Görg (München), Grasmück (Bamberg), Grainacher (Tübingen), Gross (Tübingen), Gruber (Craz), Gründel (München), Haag (Luzern), Haarsma (Nijmegen), Hainz (Frankfurt), Halkes (Nijmegen), Halter (Chur), Hasenhüttl (Saarbrücken), Häring (Gars am Inn), Haring (Nijmegen), Heinzmann (München), Hengsbach (Frankfurt), Hoffmann (Frankfurt), Hoffmann (Bamberg), Hoffmann (Freiburg), Holderegger (Fribourg), Huizing (Nijmegen), Hunold (Tübingen), Hübner (Eichstätt), Hünermann (Tübingen), Imbach (Fribourg), Irsigler (Bamberg), Jendorff (Giessen), Kaczynski (München), Karrer (Fribourg), Keel (Fribourg), Keller (München), Kessler (Frankfurt), Kirchhofer (Chur), Klauck (Würzburg), Knobloch (Mainz), Kollmann (Dortmund), Korff (Münster), Köhler (Tübingen), König (Graz), Küng (Tübingen), Lang (Paderborn), Langer (Wien), Lengsfeld (Münster), Logister (Tilburg), Löning (Münster), Maisch (Freiburg), Merks (Tilburg), Mette (Paderborn), Metz (Münster), Meyer (Luzern), Mieth (Tübingen), Missalla (Essen), Molinski (Wuppertal), Müller (Luzern), Neuner (München), Nikolasch (Salzburg), Nocke (Duisburg), Oberlinner (Freiburg), Ohlig (Saarbrükken), Ollig (Frankfurt), Pesch (Mainz), Pfürtner (Marburg), Poulssen (Tilburg), Raske (Frankfurt), Rauh (Augsburg), Reifenberg (Bamberg), Reiterer (Salzburg), Richter (Münster), Rolfes (Kassel), Rolinck (Münster), Rombold (Linz), Schelbert (Fribourg), Schenke (Mainz), Schillebeeckx (Nijmegen), Schilling (Manchen), Schladoth (Münster), Schleinzer (Salzburg), Schlemmer (Passau), Schlater (Siegen), Schmid (Weingarten), Schmeed (Gars am Inn), Schneider (Mainz), Scholl (Heidelberg), Schulz (Passau), Schweizer (Tübingen), Sebott (Frankfurt), Seeliger (Siegen), Seidl (München), Selvatico (Fribourg), Siller (Frankfurt), Simonis (Würzburg), Spichtig (Chur), Stachel (Mainz), Steinkamp (Münster), Stendebach (Saarbrücken), Stenger (Innsbruck), Teichtweier (Würzburg), Türk (Niirnberg), Van Damme (Fribourg), Venetz (Fribourg), Vergauwen (Fribourg), Volz (Speyer), Walf (Nijmegen), Weger (München), Weimar (Münster), Werbick (Siegen), Wermelinger (Fribourg), Wiederholer (Liederbach), Wiederkehr (Luzern), Wieland (Tübingen), Willems (Nijmegen), Wohlmuth (Bonn), Zeller (Mainz), Zenger (Münster), Zerfass (Würzburg), Zinke (Weingarten), Zirker (Duisburg), Zwergel (Kassel).

Lettera di 63 teologi italiani (maggio 1989)

Contesto. Dopo la dichiarazione di Colonia da parte dei teologi di lingua tedesca, nel corso del 1989 appaiono documenti analoghi redatti e sottoscritti da teologi appartenenti a varie aree linguistiche e in cui è comune la preoccupazione per l’involuzione della vita ecclesiale. Anche un gruppo di teologi, di storici, e di filosofi italiani stende una lettera indirizzata ai cristiani di fronte al disagio per le spinte regressive che attraversano la chiesa cattolica. I punti affrontati sono: il Vaticano II come riferimento dottrinale; lo stile di Cristo e quello della chiesa; la chiesa quale comunione di chiese; il ruolo del magistero. Di fronte ai segnali di involuzione (nomine di vescovi mirate alla modificazione degli equilibri interni delle singole conferenze episcopali, destituzione di personaggi scomodi, teologi insospettabili che vengono inquisiti dalla Congregazione della dottrina della fede, e soprattutto la scissione tra il livello della fede vissuta tra i cristiani comuni e le preoccupazioni che invece emergono nel linguaggio ufficiale della chiesa).

Giuseppe Ruggieri, uno dei primi firmatari del documento, afferma che la lettera tenta di risalire ad alcuni motivi più radicali del disagio, oltre la semplice denuncia e nella prospettiva del primato della comunione, di ciò che unisce.

Sottoscritta da 63 teologi e studiosi, la lettera, apparsa in “il Regno-Attualità” n. 10 del 15 maggio 1989, è anche, sempre secondo Ruggieri, “un debito nei confronti di quanti non hanno voluto o potuto sottoscriverla; e non già perché non la condividessero”.

TESTO Lettera ai cristiani. Oggi nella Chiesa…

Questa lettera vorrebbe essere un invito ad una riflessione pacata tra fratelli nella fede, i quali vogliono vivere con coerenza la loro vocazione cristiana. Recentemente l’opinione pubblica è stata messa a rumore da alcune prese di posizione nelle quali si esprime disagio per determinati comportamenti dell’autorità centrale della Chiesa nell’ambito dell’insegnamento, in quello della disciplina, ed in quello istituzionale. Alcuni infatti, e non sono pochi, hanno l’impressione che la Chiesa cattolica sia percorsa da forti spinte regressive. In questo clima ci sembra doveroso proporre alcune considerazioni brevi ed essenziali. Esse si propongono di abbandonare il piano della polemica che, spesso, si fissa sugli aspetti più appariscenti. Il vero rischio invece è che molti non scorgano cosa sia veramente in gioco.

Il mondo sta attraversando una trasformazione radicale e veloce negli assetti politici, nel mutamento del costume, e nei riferimenti etici fondamentali. Anche la situazione dei credenti ne risulta modificata. È necessario l’impegno di tutti per affrontare creativamente i problemi che insorgono. Tanto più che quindi si impone che siano tenuti presenti alcuni riferimenti determinanti per le scelte che incombono sulle comunità ecclesiali e sui singoli cristiani.

  1. In primo luogo si tratta di sapere se l’evento del Concilio Vaticano II debba costituire un effettivo punto di riferimento dottrinale nell’affrontare i problemi della missione e dell’evangelizzazione. Da parte di alcuni si tende di fatto a sminuire l’importanza di questo evento qualificandolo come “pastorale” e non dotato quindi della stessa autorità dottrinale degli altri concili ecumenici. A nostro avviso così non si intende proprio il significato di quella “svolta pastorale” che il concilio ha voluto introdurre nell’equilibrio globale della comprensione della fede ecclesiale. La stessa dottrina, in questa qualificazione pastorale, assume un peso ed un volto che sono più adeguati alla natura della verità cristiana. La connotazione pastorale infatti è intrinseca alla dimensione dottrinale del Cristianesimo. È essa infatti che rende possibile l’interpretazione fedele della verità dentro l’esistenza storica della comunità ecclesiale. E la verità cristiana è la verità che Dio ci ha consegnato per la nostra salvezza. È vero quindi che l’equilibrio dottrinale del Vaticano II differisce da quello di una certa tradizione teologica post-tridentina che a volte aveva segnato anche i pronunciamenti del magistero. Ma questo è avvenuto non per una minore precisione della dottrina stessa, ma per una penetrazione di essa più conforme alle esigenze della verità cristiana.

Insistere sul riferimento al Vaticano II non può certo stare a significare che esso debba essere staccato dall’insieme della tradizione della fede e ancor meno che esso possa essere ripetuto in maniera letterale. Anche nei suoi confronti, come nei confronti di tutta la tradizione, si impone una interpretazione corretta che ne colga il nucleo ispiratore. Ma ricorrere a passati equilibri dottrinali significa ignorare proprio questo nucleo. Ed è qui che oggi si dividono gli spiriti.

  1. In particolare riteniamo che debba restare come ispirazione primaria della missione ecclesiale quella che è presente nella Costituzione Lumen Gentium, 8: “Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza…“. Ci sembra che invece si tenda a dimenticare come, non solo a livello individuale, ma nella sua strutturazione istituzionale, nei suoi rapporti con gli Stati, nello stile della sua predicazione, la Chiesa non debba farsi condizionare dalla logica mondana, ma dallo stile del Cristo, mite ed umile di cuore, povero, venuto per salvare la pecora perduta. La mentalità di privilegio, anche se tentazione e insidia costante, non può essere l’ispiratrice del cammino della Chiesa che vuole essere sacramento di unione con Dio e di unità tra i popoli.

Sia nell’annuncio al mondo che nel cammino che deve portare alla riunione delle chiese, è condizione fondamentale di obbedienza al Signore la conversione delle nostre comunità e della Chiesa tutta a questo stile del Cristo a cui richiamava il Vaticano II. Solo così del resto, le chiese, e tutti noi in esse, avremo occhi liberi e puri per poter cogliere tutta la grazia che Dio prepara ai popoli nel momento attuale della storia.

  1. Un punto qualificante dell’ecclesiologia conciliare, anche se delicatissimo, è la concezione della Chiesa come comunione di chiese. Questo comporterà, non senza traumi ma inevitabilmente, un mutamento di quell’equilibrio istituzionale che nella chiesa latina è venuto solidificandosi soprattutto nel II millennio della sua storia. Si inserisce qui la discussione attuale sullo statuto delle conferenze episcopali e sulle nomine dei vescovi. Siamo consapevoli che non esistono soluzioni facili perché l’unità della fede e della “grande disciplina” divenga dono operante della pluralità della comunione. Però riteniamo che la Chiesa non possa rinunciare a priori, per timore dei problemi che ne seguiranno per la sua unità, alla varietà dei modi di intendere e di vivere la fede che lo Spirito suscita nelle diverse comunità e nella stessa guida pastorale dei vescovi.

La storia della Chiesa, del resto, conosce periodi forse ancora più caldi di quello attuale. Basti pensare agli stessi inizi della Chiesa, al conflitto tra Paolo e Giacomo, o ai tempi di Cipriano e di Papa Stefano, di Atanasio e di Basilio, di Cirillo e di Giovanni Crisostomo, per rendersi conto che i grandi conflitti nella vita della Chiesa sono stati superati solo lentamente e con sofferenze di tutti. Ma Questo vuol dire che dobbiamo cercare di imitare la magnanimità del Signore il quale “non ritarda…, come alcuni ritengono, ma sente in grande” (2Pt.), che dobbiamo anche sapere ribadire con forza quello che ci sembra meglio interpretare le esigenze del vangelo, ma nel rispetto della comunione sempre più grande, nell’obbedienza di tutti a Cristo, Signore della Chiesa.

  1. Uno degli elementi che nella concezione conciliare della Chiesa è entrato in una fase di “riaggiustamento” è senz’altro la comprensione del “magistero”. Non si può ignorare questo fatto. Del resto la storia della teologia ci insegna come lo stesso termine di “magistero” abbia subito forti variazioni semantiche. Non si può inoltre negare che nella Chiesa delle origini esistesse una funzione dell’insegnamento che non è riducibile alla funzione di guida delle comunità. A noi non sembra che qualificare come “pastorale” il magistero implichi un attentato alla sua dignità o necessità, che anzi ne esalta il compito di presidenza nella comunione della fede. Ricordiamo le parole di Paolo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi” (2 Cor.1,24).

Anche qui non abbiamo indicazioni facili per la soluzione delle questioni attuali. Ma è certamente necessario approfondire il delicato problema della estensione del magistero nel campo etico, in rapporto al cuore del messaggio evangelico. Come è bene non dimenticare il richiamo del Vaticano II al rispetto della “gerarchia delle verità”, per non appiattire tutto su di un unico e medesimo livello. Lo stesso Vaticano II inoltre attribuisce la crescita nella comprensione del messaggio cristiano non al solo “carisma certo della verità” che si esprime nella predicazione dei vescovi, ma ancor prima nello studio e nell’esperienza dei credenti (Dei Verbum 8). E questo non per stabilire priorità, ma per sottolineare il comune convergere di tutti i differenti carismi e servizi nella conoscenza della verità, ognuno secondo il dono ricevuto.

In questo contesto, nel riconoscimento del “carisma certo della verità” secondo i criteri che man mano la tradizione ecclesiale ha approfondito, non pensiamo che i teologi assolverebbero il loro compito semplicemente divulgando l’insegnamento del magistero e approfondendo le ragioni che ne giustificano le prese di posizione. Essi si pongono infatti al servizio della Chiesa anche quando raccolgono e propongono le domande nuove dell’intelligenza che scaturiscono dalle situazioni nuove che la fede attraversa, o quando percorrono assieme ai loro fratelli nella fede sentieri inesplorati sui quali pure si dovrà realizzare la fedeltà al Signore. Sempre in questo contesto diventa inoltre urgente il messaggio del Concilio agli “uomini di pensiero e di scienza”, proprio perché i mutamenti introdotti dalle possibilità nuove della scienza provochino sempre più l’approfondimento della fede, senza spirito di intolleranza, dentro e fuori della Chiesa.

Dovrebbe risultare chiaro, al termine di questa riflessione, essenziale e tuttavia limitata, bisognosa di ulteriori precisazioni e soprattutto di approfondimento come non abbiamo voluto dirimere le questioni aperte. Abbiamo soltanto cercato di indicare alcuni dei riferimenti che riteniamo essenziali perché la comune riflessione e la prassi dei credenti non regredisca a stadi di consapevolezza della fede che il Vaticano II ha permesso di superare. Ma soprattutto ci auguriamo che nel cammino dei prossimi anni sappiamo tutti ricercare quello che ci unisce, prima ancora di quello che ci divide. Anche questo fu un richiamo spesso ascoltato nell’ultimo Concilio, ad opera soprattutto di colui che lo volle, Giovanni XXIII.

Non è questo un giocare al ribasso o un misurare il minimo comune denominatore. Si tratta piuttosto di ritrovare con maggiore radicalità quell’unico fondamento su cui tutti siamo posti: Gesù Cristo nostro Signore.

I firmatari (63)

Attilio Agnoletto (Università Statale di Milano), Giuseppe Alberigo (Università di Bologna), Dario Antiseri (Università LUISS di Roma), Giuseppe Barbaccia (Università di Palermo), Giuseppe Barbaglio (Roma), Maria Cristina Bartolomei (Università di Milano), Giuseppe Battelli (Istituto per le Scienze Religiose Bologna), Fabio Bassi (Bruxelles), Edoardo Benvenuto (Università di Genova), Enzo Bianchi (Comunità di Bose), Bruna Bocchini (Università di Firenze), Giampiero Bof (Istituto Superiore di Scienze Religiose Urbino), Franco Bolgiani (Università di Torino), Gianantonio Borgonovo (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Franco Giulio Brambilla (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Remo Cacitti (Università di Milano), Pier Giorgio Camaiani (Università di Firenze), Giacomo Canobbio (Seminario di Cremona), Giovanni Cereti (Roma), Enrico Chiavacci (Studio teologico fiorentino), Settimio Cipriani (Facoltà teologica dell’Italia meridionale, Napoli), Tullio Citrini (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Pasquale Colella (Università di Salerno), Franco Conigliano (Università di Palermo), Eugenio Costa (Centro Teologico di Torino), Carlo d’Adda (Università di Bologna), Mario Degli Innocenti (Istituto per le Scienze Religiose Bologna), Luigi Della Torre (Direttore di “Servizio della parola”, Roma), Roberto Dell’Oro (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Severino Dianich (Studio Teologico Fiorentino), Achille Erba (Comunità San Dalmazzo, Torino), Rinaldo Fabris (Seminario di Udine), Giovanni Ferretti (Università di Macerata), Roberto Filippini (Studio teologico interdiocesano, Pisa), Alberto Gallas (Università del Sacro Cuore, Milano), Paolo Giannoni (Studio Teologico fiorentino), Rosino Gibellini (Direttore Editoriale Queriniana, Brescia), Réginald Grégoire (Università di Pavia), Giorgio Guala (Alessandria), Maurilio Guasco (Università di Torino), Giorgio Jossa (Università di Napoli), Siro Lombardini (Università di Torino), Italo Mancini (Università di Urbino), Luciano Martini (Università di Firenze), Alberto Melloni (Istituto per le Scienze Religiose, Bologna), Andrea Milano (Università della Basilicata), Carlo Molari (Roma), Dalmazio Mongillo (Roma), Mauro Nicolosi (Istituto di scienze religiose di Monreale, Palermo), Flavio Pajer (Istituto di liturgia pastorale, Padova), Giannino Piana (Seminario di Novara), Paolo Prodi (Università di Bologna), Armido Rizzi (Centro S. Apollinare, Fiesole), Giuseppe Ruggieri (Studio teologico S. Paolo, Catania), Giuliano Sansonetti (Università di Ferrara), Luigi Sartori (Seminario maggiore, Padova), Cosimo Scordato (Facoltà teologica sicula, Palermo), Mario Serenthà (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Massimo Toschi (Lucca), Davide Maria Turoldo (Priorato S. Egidio, Sotto il Monte), Maria Vingiani (Segretariato attività ecumeniche, Roma), Francesco Zanchini (Università abbruzzese, Teramo), Giuseppe Zarone (Università di Salerno).

L’adesione dei firmatari è a titolo personale; non intende né può coinvolgere le istituzioni rappresentate.

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  1. E’ interessante la sequenza: a queste prese di posizioni tedesca e italiana del 1989 fanno seguito l’enciclica “Veritatis splendor” e la pubblicazione del Catechismo che sembrano rispondere, chiudendo di fatto il dialogo, a tali istanze… Mi sembra che la questione di fondo sia che cosa si debba intendere per “cattolico” e per “magistero” e, in ultima analisi, per “Chiesa”. Se ammettiamo che, presi alla lettera, tanto i Testi Sacri, quanto i documenti magisteriali (e i catechismi) rivelano incongruenze (col sapere scientifico via via sviluppatosi nel tempo) e anche contraddizioni interne, la necessità di invocare da un lato la coscienza individuale e dall’altro lato un “sensus fidei fidelium” più profondo e sottile di qualsiasi formulazione dogmatica sembra davvero imporsi

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