Sequeri e Scaraffia difendono la Humanae Vitae sull’Osservatore Romano di oggi, a 50 anni dalla sua proclamazione

Sobria, franca a tratti persino affettuosa. Il 25 luglio 1968 veniva pubblicata l’«Humanae vitae» L’Osservatore Romano 24-25 luglio 2018

(Pierangelo Sequeri) Pubblichiamo la prefazione del preside del Pontificio istituto teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia al libro di Gilfredo Marengo La nascita di un’enciclica. «Humanae vitae» alla luce degli Archivi Vaticani (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2018, pagine 286, euro 15). Nel volume sono ricostruite, nella prima parte (pp. 17-141), origine e vicende del testo e, nella seconda (pp. 145-278), sono pubblicati i documenti preparatori: alcune osservazioni e un abbozzo del gesuita Gustave Martelet, il progetto del vescovo Carlo Colombo, un testo della Sacra Congregazione per la dottrina della fede, la bozza De nascendae prolis, il progetto dei monsignori Jacques Martin e Paul Poupard e, infine, la redazione finale con le correzioni di Paolo VI.

Il titolo dato a questo lavoro lascia risuonare piacevolmente una suggestiva affinità con il tema del testo magisteriale al quale è dedicato il suo impegno di ricognizione storica. L’enciclica Humanae vitae di Paolo VI è dedicata alla comunione coniugale-familiare, all’amore per la generazione: infine alla nascita di un nuovo essere umano, che prende vita come figlio. Paolo VI dedica all’onore e agli oneri della trasmissione della vita umana il suo insegnamento fondamentale. L’intento e il focus del messaggio sono dichiarati, all’inizio, in termini franchi e suggestivi: «Il gravissimo dovere di trasmettere la vita umana, per il quale gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio, è sempre stato per essi fonte di grandi gioie, le quali, tuttavia, sono talvolta accompagnate da non poche difficoltà e angustie» (Humanae vitae, 1). È bene notare che l’apertura del testo, che nomina al tempo stesso il tema e il problema della trasmissione della vita, non chiude il cerchio della generazione filiale intorno allo sforzo che è necessario per adempiere al comandamento del Creatore in modo veramente umano: ossia, degno dell’amore umano — uomo e donna — al quale Dio stesso lo ha affidato. Il testo ricorda infatti, in primo luogo, che tale compito è — da sempre — fonte di grandi gioie, ossia una vocazione felice, una missione esaltante. Penso che sia importante ricordarsi di leggere l’Enciclica in questa chiave, per non ridurne indebitamente il focus (come spesso è avvenuto e avviene). Il fatto che Dio abbia affidato all’amore coniugale e fecondo dell’uomo e della donna la chiamata alla vita di una nuova persona umana, guidando l’ingresso del figlio nel mondo e nella storia, fa parte del significato integrale della “trasmissione della vita”. Il dono della vita umana non è un mero fatto biologico: per l’uomo è impossibile trasmettere la vita senza trasmettere il senso della vita. Il modo in cui lo fa, naturalmente, stabilisce la differenza: nel bene e nel male. Poco sopra ho sintetizzato questa vocazione in termini di “onore” e di “oneri” relativi. Personalmente, infatti, intendo che le tonalità della Humanae vitae sono largamente ispirate a questo orizzonte di apertura al dono di Dio: considerare la vocazione alla generazione dell’essere umano anzitutto come un onore che Dio ci ha fatto illumina il senso della responsabilità che ne consegue (degli “oneri”) nel modo più degno. Essere profondamente commossi per questo onore, e sentirsi impegnati a esserne degni, diventano le due facce di un medesimo atteggiamento di fede. Non si tratta dunque soltanto della responsabilità della “procreazione” (o “riproduzione”, come si dice anche: rozzezza lessicale che tradisce una semantica virtualmente anti-umanistica). L’enciclica parla chiaramente, a questo riguardo, della saggezza prudente e lungimirante di una storia familiare che si assume la responsabilità di armonizzare la nascita e la cura del figlio. In questo senso, tale armonizzazione investe tutte le componenti del progetto coniugale che deve pensare, preparare, accompagnare, sostenere la nuova vita. La maturazione della sua qualità personale e il suo invio alla comunità umana, chiedono di essere compresi — essi pure — in termini di “grave responsabilità”. È vero d’altra parte che l’intonazione fondamentale di questa responsabilità parentale deve pur sempre disporsi all’interno di una fondamentale generosità generativa. E qui, il messaggio della Humanae vitae anticipa indubbiamente una deriva mentale e culturale che appare piuttosto “depressiva” nei confronti della generazione filiale. In parte per la pressione di conformità esercitata dall’angoscia di non poter offrire condizioni ottimali di benessere: spesso fissati secondo gli standard del mercato del fitness, piuttosto che in rapporto con i criteri della vitalità e della saggezza della tradizione familiare. In parte è certamente operante anche il pregiudizio di un’interpretazione individualistica auto-centrata del concetto di realizzazione di sé che finisce per riflettersi anche sui genitori (oltre che profilarsi come rischio anche per l’educazione del figlio). Indubbiamente, l’inerzia della comunità politica nei confronti delle nuove condizioni di simpatia e di sostegno che la condizione familiare chiede oggi, per essere incoraggiata ad armonizzare la generazione dei figli con le nuove condizioni di lavoro e di vita, fa la sua parte. Per la donna, soprattutto, certo: ma ormai, anche per i figli e le figlie delle nuove generazioni. Un’enciclica che, nella scia del concilio Vaticano II, ha inaugurato una linea magisteriale di speciale affezione per le qualità personali e il profilo sociale dell’unione coniugale, risuona dunque oggi, con tutte le armoniche che cinquant’anni fa non erano ancora percepibili. La vistosa piegatura narcisistica che attraversa l’ethos contemporaneo della ricerca della felicità — felicità come godimento della pienezza di sé, felicità come godimento di beni strumentali — accumula insensibilità e indifferenza per la cura dello stile relazionale dell’intimità sessuale, della logica personalistica del concepimento, della intesa spirituale necessaria all’alleanza coniugale. Questa estraneità crescente fra la ricerca della propria compiuta realizzazione (essenzialmente in termini di benessere) e la coltivazione della propria capacità di dedizione (che implica il sacrificio di sé) non ha soltanto effetti materiali (in termini di pratiche e di tecniche), ma anche effetti simbolici di grande portata. In questa cornice, la potenza simbolica di un’intimità sessuale che è concepita come radicalmente scissa — per principio, si direbbe, ormai — dalla destinazione generativa dell’amore, incoraggia indubbiamente la circolazione, più o meno consapevole, della convinzione che la mediazione spirituale e relazionale della pulsione, e dell’intenzionalità che cerca la verità e la giustizia del desiderio, siano residui di una forzatura innaturale ed estranea alla logica dell’amore. L’odierna congiuntura ci impone così di misurare l’onda lunga dei fenomeni che — allora statu nascenti — hanno intercettato la meditazione e l’ispirazione di Paolo VI. La storia degli affetti mostra, infatti, che il carattere dirompente dell’assuefazione a quella scissione assume i contorni di una vera e propria questione antropologica fondamentale: diventa, per usare il lessico sociologico, “un fatto sociale totale”. Non si tratta, ovviamente, di pensare in questi termini alla realtà, vastissima e solida, delle realtà coniugali che cercano, con fatica, la loro coerenza con i valori in cui credono e con la dignità che vogliono custodire. E tuttavia, il richiamo alla necessità della loro disposizione a onorarne la testimonianza — in primo luogo come credenti — appare indubbiamente un punto forte di interposizione, nei confronti dell’assuefazione allo spreco dell’intimità sessuale e alla depressione della mente generativa. Del resto, se si pone mente alle implicazioni di vasto raggio dell’antica rivelazione biblica di Genesi 1-3, non deve sorprendere la percezione dei molti indizi, in ogni epoca diversi, che finiscono per confermare la crucialità del nesso. Tutti i grandi tempi della società e della cultura, della vicenda storica e della condizione umana, sono decisi dal modo in cui si realizza e agisce la differenza-nell’alleanza dell’uomo e della donna. Il rilievo dinamico della intenzionalità etica-umanistica e delle pratiche che vi corrispondono non dipende soltanto dal contesto sociale: edifica un habitus che migra fatalmente e inesorabilmente, per cerchi concentrici, nell’ethos. Se mai c’è un esempio concreto dell’immagine della farfalla che sbatte le ali in un emisfero e scatena catastrofi in quello opposto, questo è proprio il nesso di coniugalità e comunità, famiglia e società. I significati, del resto, vivono nei corpi: e attraverso i corpi si plasmano e si diffondono come percezioni dei sensi e come figure di senso. Quello che l’uomo e la donna fanno del loro corpo è semplicemente la sorgente di questo dinamismo di correlazione. Di qui viene, secondo il mio parere, la seconda grande sorgente di risonanze attuali dell’enciclica. Oggi tutti lamentano le derive narcisistiche del desiderio individuale, che abbatte ogni cosa e ogni persona in cerca di soddisfazione immediata. Meno impegnata appare l’analisi della polarizzazione sessuale del legame sociale, che preme verso la soddisfazione della ricerca d’amore in termini di godimento e al benessere, senza vincolo di responsabilità e di restituzione. L’aver intuito l’ingrandimento degli effetti di questa polarizzazione, prefigurando lo sviluppo di una dottrina dell’amore sessuale del matrimonio come luogo proprio della generatività dell’amore, mi sembra il nucleo del “valore di profezia” che le viene consensualmente riconosciuto (anche se non concordemente interpretato). Di qui ha verosimilmente preso le mosse il ricco approfondimento magisteriale dedicato precisamente all’esplorazione dei nessi di coniugalità e generatività che, sullo sfondo del gesto creatore di Dio, segnano la strada dell’alleanza dell’uomo e della donna che prendono il timone della storia attraverso la trasmissione della vita. Da Giovanni Paolo II a Francesco, l’apertura di questo orizzonte — insieme con la progressiva mobilitazione della Chiesa intorno a una nuova e più sensibile affezione per la condizione familiare — ha segnato la storia degli effetti ecclesiali della luminosa indicazione conciliare. L’appassionata ricognizione di Gilfredo Marengo porta alla luce e valorizza testi e passaggi inediti (o solo parzialmente noti) del processo che è infine approdato alla nascita dell’enciclica, appunto. E si deve proprio alla generosa e lungimirante sensibilità di papa Francesco la decisiva autorizzazione alla consultazione di carte sino a ora inaccessibili. Motivo di speciale gratitudine, per questa consegna, verrà certamente anche da parte di tutti gli studiosi, a vario titolo interessati alla storia di quella nascita. Ma direi anche del popolo di Dio, che ora dispone di un ulteriore strumento di comprensione e di apprezzamento delle ragioni di un testo che si trova innegabilmente nel crocevia di un forte “conflitto delle interpretazioni”. Un tale conflitto, per la verità, non riguarda soltanto l’interpretazione esatta dell’imperativo morale, ma anche la portata delle ragioni e delle motivazioni che si propongono di argomentare quella interpretazione. Lascio senz’altro al lettore l’apprezzamento dell’interesse dei documenti qui inventariati e commentati. La prima e più viva impressione — la esplicita del resto lo stesso autore — è la conferma di un approdo forse inaspettato, ma tutt’altro che improvvisato, solitario, autoreferenziale, reticente. Di questo lavoro, e delle sue dialettiche, l’enciclica stessa dà conto: con piacevole sobrietà e inconsueta franchezza (per lo stile magisteriale). Lo stile è propositivo, incoraggiante, a tratti persino affettuoso. Personalmente sono sempre molto intrigato dalla sorprendente serenità con la quale si trovano allineate opposte previsioni. Da un lato, quella di una speciale fatica della recezione, anche cattolica. E dall’altro la convinta fiducia in una recezione, anche laica, di profonda sintonia. La letteratura, tutt’ora incessante, va accumulando elementi utili a decifrare anche il virtuosismo — e la virtuosità — di questa combinazione. La documentazione di prima mano qui raccolta, in ogni caso, conferma la convinzione di Paolo VI circa la necessità di dedicare al tema passioni profonde e intelletto d’amore. Humanae vitae insiste analiticamente, nella seconda parte, sulla necessità che tutti (teologi, filosofi, biologi, medici, politici ed ecclesiastici) si sentano convocati ad approfondire le linee argomentative e le conoscenze tecniche più idonee a favorire quel compito di armonizzazione della natura e dello spirito che è implicato nella consegna del Creatore, che il Signore sigilla con il sacramento della Chiesa. In realtà, l’intera comunità, i pastori e le famiglie stesse che la compongono, sono convocati a questa ricerca: e alla testimonianza dell’amore che la ispira. La delicatezza richiesta, in molti modi, dalla vocazione coniugale che si lascia ispirare e guidare dalla fede, deve essere persuasivamente comunicata attraverso i canali dell’amore fraterno dei discepoli. Questa è la via della Chiesa. Lo ha prontamente ricordato lo stesso Paolo VI, dopo la promulgazione dell’enciclica. La condizione umana — in primis quella coniugale e familiare — va abitata e amata, anzitutto, con grande rispetto e consapevolezza della serietà del suo azzardo: che infine soltanto la fede può sostenere. Papa Francesco, con l’esortazione apostolica Amoris laetitia, ha infine reso emblematico e vincolante questo stile cristiano per l’intera pastorale ecclesiale. Nella storia degli effetti di Humanae vitae, questo approdo risulta molto ispirante per l’apprezzamento di quell’inizio. Nel solco di questa prima grande apertura alla nuova centralità e sociale del legame coniugale-generativo, ora la Chiesa è universalmente sollecitata ad abitare la condizione familiare come res propria. E incoraggiata ad accogliere, accompagnare, integrare nel grembo famigliare dei suoi affetti (che non possono se non rispecchiare i sentimenti di Cristo, cfr. Filippesi 2, 5) tutti coloro che cercano la via di Dio sulle strade degli uomini. Nessuno deve essere abbandonato alle fatiche dell’amore umano durevole e fecondo; a nessuno deve essere sottratta la consolazione di scoprirne la gioia predisposta da Dio per coloro che cercano di custodire il significato generativo dell’intimità. Fino a scoprire la bellezza dell’intimità dell’amore che condivide serenamente questa delicatezza (quella che l’enciclica nomina come castità coniugale). L’autore di questo saggio insiste, giustamente, sulla necessità che il terreno della riflessione ecclesiale sia in ogni caso sgomberato dagli eccessi di superficialità e rispettivamente di faziosità che l’hanno fastidiosamente ingombrato. E si augura di aver potuto contribuire a questo esito con il lavoro oggettivamente servizievole della conoscenza storica. È quanto gli auguriamo anche noi.

 

L’Osservatore Romano, 24-25 luglio 2018

Cinquant’anni dopo la pubblicazione, l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI si presenta agli occhi degli uomini di oggi in modo completamente diverso: nel 1968 era un documento coraggioso — e quindi controverso — che andava contro l’aria del tempo, quella della rivoluzione sessuale, per realizzare la quale erano fondamentali un contraccettivo sicuro e anche la possibilità di aborto. Era anche il tempo in cui gli economisti parlavano di “bomba umana”, cioè del pericolo di sovrappopolazione che minacciava i paesi ricchi e poteva diminuire la loro prosperità.

Due forze potenti, quindi, si schieravano contro l’enciclica: l’utopia della felicità, che la rivoluzione sessuale prometteva a ogni essere umano, e la ricchezza, che sarebbe stata la logica conseguenza di una diminuzione della popolazione su vasta scala.

Oggi, cinquant’anni dopo, vediamo le cose in tutt’altro modo. Queste due visioni utopiche si sono realizzate, ma non hanno portato i risultati sperati: né la felicità né la ricchezza, ma piuttosto nuovi e drammatici problemi. Se il crollo della popolazione nei paesi avanzati si sta confrontando a fatica con l’arrivo di masse di immigrati necessari ma al tempo stesso inaccettabili per molti, dal controllo medico delle nascite è iniziata l’invasione della procreazione da parte della scienza, con risultati ambigui, spesso preoccupanti e pericolosi.

Oggi, quando stiamo pagando tutti i costi di una brusca e forte denatalità, quando tante donne dopo anni di anticoncezionali chimici non riescono a concepire un figlio, ci rendiamo conto che la Chiesa aveva ragione, che Paolo VI era stato profetico a proporre una regolamentazione naturale delle nascite che avrebbe salvato la salute delle donne, il rapporto di coppia e la naturalità della procreazione. Oggi che le ragazze appassionate di ecologia si rivolgono ai metodi naturali di regolazione della fertilità, senza neppure sapere che esiste l’Humanae vitae, oggi che i governi cercano di realizzare politiche che favoriscano la natalità, dobbiamo rileggere l’enciclica con altri occhi. E, invece di vederla come la grande sconfitta della Chiesa davanti alla modernità dilagante, possiamo rivendicarne la lucidità profetica nel cogliere i pericoli insiti in questi cambiamenti e felicitarci, noi cattolici, che ancora una volta la Chiesa non sia caduta nella trappola allettante delle utopie del Novecento, ma abbia saputo coglierne subito i limiti e i pericoli.

Ma pochi ci riescono: per molti è ancora difficile staccarsi dalla vecchia contrapposizione tra progressisti e conservatori, all’interno della quale l’enciclica è stata fatta a pezzi, senza coglierne lo spirito critico e la forza innovativa. Ancora adesso, nessuno sembra ricordare che, per la prima volta, un papa ha accettato la regolamentazione delle nascite e ha invitato i medici a ricercare metodi naturali efficaci.

È molto importante, perciò, riuscire a guardare l’Humanae vitae con occhi nuovi, occhi di esseri umani che vivono nel secolo XXI, ormai consapevoli del fallimento di tante utopie e di tante teorie economiche che erano state proposte come infallibili. Solo così possiamo affrontare i problemi di oggi della famiglia, il nuovo ruolo delle donne e i difficili rapporti fra etica e scienza, le cui radici stanno — anche se per alcuni aspetti inconsapevolmente — in quel testo del lontano 1968.

di Lucetta Scaraffia

 

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