Finalmente si legge una riflessione seria sulla Humanae Vitae. Sull’Osservatore romano.

mercoledì 5 settembre 2018

Vaticano
Un testo ridotto al silenzio

L’Osservatore Romano, donne chiesa mondo

(Monique Baujard) Se c’è un testo che non è stato compreso, è proprio l’enciclica Humanae vitae, pubblicata da Papa Paolo VI nel luglio del 1968. Proibendo il ricorso a metodi di contraccezione artificiale, questo testo ha segnato una frattura nella Chiesa cattolica e ha contribuito all’emorragia dei fedeli. Oggi è impossibile parlare della Humanae vitae nella società in quanto in cinquant’anni la contraccezione è diventata una consuetudine. L’enciclica è sconosciuta al grande pubblico e, per quelli e quelle che ancora se ne ricordano, la posizione della Chiesa cattolica è ampiamente superata dai fatti. Le statistiche sono inequivocabili: in Francia più del 97 per cento delle donne in età fertile fa ricorso alla contraccezione e i metodi naturali rappresentano una percentuale minima. L’età media del primo rapporto sessuale è 17 anni, le donne hanno il primo figlio verso i 28 anni, mentre il matrimonio interviene solo dopo i 30. Nel 2017, circa il 60 per cento dei bambini è nato al di fuori del matrimonio. Si è dunque creato un fossato tra la vita delle persone e il discorso della Chiesa. Ma è altrettanto impossibile parlare della Humanae vitae nella Chiesa. Appena il tema viene menzionato, le correnti più conservatrici gridano allo scandalo e all’abbandono della dottrina. I teologi non hanno quindi alcuna voglia d’intraprendere un lavoro di aggiornamento che li esporrà a dure critiche all’interno della Chiesa e non interesserà la società.
L’Humanae vitae è così ridotta al silenzio. Ma questa enciclica davvero non ha più nulla da dirci? Al di là del divieto formulato, Paolo VI esprime la sua preoccupazione per il rischio di disumanizzare i rapporti uomo/donna, di vedere la donna ridotta a un oggetto, a un mero strumento di piacere. Tale rischio è sempre attuale, come testimonia il recente movimento #MeToo. Perché quel messaggio di Paolo VI non è stato capito? E come lo si può rendere attuale oggi? La Chiesa può ancora riannodare il dialogo con la società? Amoris laetitia ha avviato questo processo. Un’analisi dei limiti dell’Humanae vitae può consentire di proseguirlo.
L’Humanae vitae ci mostra un Papa preoccupato. Paolo VI anticipa il rischio che amore, sessualità e procreazione vengano dissociati, e ha ragione. Allora vieta il ricorso ai metodi di contraccezione artificiale, come un padre proibirebbe a un figlio di giocare con una scatola di fiammiferi. Una proibizione che viene fatta con le migliori intenzioni, per evitare che il bambino si faccia male. Papa Paolo VI non sembra aver previsto che i fedeli possano divenire adulti nella fede. È innanzitutto questo atteggiamento paternalistico a essere rifiutato in una fase di cambiamento sociale in cui sono fioriti slogan come «è proibito proibire». Paolo VI non è l’unico della sua generazione a non aver compreso quel cambiamento d’epoca. Anche il generale de Gaulle non è riuscito a capire quegli eventi. Se l’enciclica avesse assunto la forma di un semplice monito, affidando la responsabilità ultima alla coscienza illuminata dei coniugi (cfr. Gaudium et spes, n. 50), avrebbe potuto continuare ad alimentare le conversazioni e i dibattiti. La proibizione ha reso ogni discussione impossibile, superflua. Si trattava di prendere o lasciare, e allora molti hanno preferito lasciare sia l’enciclica che la Chiesa. Oggi la Chiesa ammette di dover formare le coscienze e non di doversi sostituire loro (cfr. Amoris laetitiae, n. 37). È un primo passo, necessario ma non sufficiente, per farsi udire dall’altra parte del fossato!
Humanae vitae ci descrive un matrimonio virtuale: non ci sono figli malati, né difficoltà economiche e neppure stress legato al lavoro o alla mancanza di lavoro. C’è solo una coppia che si ama teneramente. È un testo non radicato nella realtà, dove la vita è assente e, soprattutto, dove le donne sono assenti. Dov’è il peso delle maternità a ripetizione e della dipendenza dagli uomini che hanno dovuto sopportare le nostre madri e le nostre nonne? Dov’è il prezzo pagato da tante donne che un giorno hanno osato amare un uomo al di fuori del matrimonio? Da sempre le donne hanno pagato a caro prezzo, molto più degli uomini, ogni minima devianza dalle convenzioni sociali. Il bellissimo film di Stephen Frears del 2013, Philomena, mostra fino a che punto la Chiesa ha condannato, punito e stigmatizzato quelle donne. Nell’inconscio collettivo delle donne, la paura e la vergogna sono restate vive per lungo tempo. Non meraviglia quindi che nel 1968 abbiano visto nella pillola una liberazione e anche un mezzo per riequilibrare i rapporti uomo/donna. Paolo VI non ha percepito questa aspirazione delle donne a una maggiore uguaglianza. Non ha compreso neppure le loro paure e le loro angosce. Paolo VI menziona la donna solo per auspicare che l’uomo la rispetti come una compagna amata. La sua benevolenza è innegabile, ma non prende in considerazione l’esperienza femminile. Da qui la spiacevole impressione di un testo scritto da uomini per uomini che intendono regolare la vita intima delle donne. Impressione rafforzata dal fatto che la virtù della continenza è semplicemente trasposta dal celibato al matrimonio, ignorando la complessità di una relazione dove due persone, con la propria storia personale, non sempre si uniscono spontaneamente. Va reso omaggio allo sforzo di Amoris laetitia d’inserire la realtà delle famiglie e della sessualità nel discorso della Chiesa. La questione della contraccezione non vi viene trattata; e la Chiesa non può parlarne senza tener conto del punto di vista femminile.
Oggi i timori di Paolo VI si sono concretizzati. Amore, sessualità e procreazione sono completamente dissociati al punto che a molti giovani sfugge il significato del matrimonio. Prima di qualsiasi questione riguardante la contraccezione, la Chiesa ha davanti a sé la sfida di presentare il matrimonio cristiano come un’autentica via di umanizzazione e una fonte di gioia profonda. Le aspirazioni delle donne si sono in parte realizzate. Il controllo della fecondità, unito al lavoro retribuito, ha definitivamente cambiato l’equilibrio tra uomini e donne. Eppure l’uguaglianza uomo/donna non è un fatto acquisito ovunque e si pongono altre questioni. Le giovani di oggi non pensano di vivere le angosce delle generazioni passate, ma si rifiutano di portare da sole il peso della contraccezione e, per motivi ecologici, sono sempre più reticenti di fronte ai trattamenti ormonali. In Francia, la contraccezione è un tema affrontato non nella coppia ma tra la donna e il suo medico. Gli uomini si sono lasciati deresponsabilizzare. Affidando esplicitamente la scelta dei metodi di contraccezione alla coppia, la Chiesa potrebbe aiutare i coniugi a riannodare il dialogo su questo tema e coinvolgere così anche gli uomini. A tal fine occorre però che essa ammetta che, anche se i prodotti della tecnica non sono neutri (cfr. Laudato si’, n. 107), offrono sempre l’occasione di un discernimento in coscienza per determinare il loro uso corretto.
Le giovani oggi aspirano anche a un’uguaglianza più concreta tra uomini e donne. Rifiutano gli atteggiamenti maschilisti e i soffitti di cristallo che ostacolano ancora troppo spesso il loro futuro professionale. Il movimento #MeToo mostra che il sesso, il potere e il denaro sono sempre correlati. Una realtà che la Chiesa passa troppo spesso sotto silenzio, il che rende il suo discorso inoperante. Tanto più che all’interno le resta un margine di progresso importante. La Chiesa si dice madre, ma riserva a uomini il compito d’incarnare la sua maternità! La parola delle donne non ha lo stesso peso nella Chiesa di quella degli uomini, poiché solo la parola del clero, e dunque degli uomini, impegna l’istituzione. Una situazione che potrebbe riequilibrarsi nella Chiesa sinodale che Papa Francesco auspica vivamente, ma per la quale i vescovi mostrano poco entusiasmo…
Il rischio della disumanizzazione dei rapporti uomo/donna esisterà sempre. Sta ai cristiani mostrare che l’alleanza è possibile e che la guerra dei sessi non è ineludibile. La Chiesa può attualizzare la preoccupazione di Papa Paolo VI dando spazio alla coscienza e alla responsabilità delle persone ed elaborando una parola realistica, ancorata nella vita. Al prezzo di un atteggiamento autocritico, potrà allora scavalcare il fossato e riannodare il dialogo con la società.

L’Osservatore Romano, donne chiesa mondo – settembre 2018

 

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