Un muro di gomma a Roma quando si parla delle bombe italiane sullo Yemen

L’appello di Assisi: «Stop alle armi italiane nella guerra in Yemen»

Matteo Marcelli Avvenire giovedì 18 ottobre 2018

Assisi scrive ma Roma non risponde, e in Yemen si continua a morire anche a causa delle bombe di fabbricazione italiana. Appena due mesi fa Avvenire ha pubblicato una lettera aperta della sindaca della città di San Francesco, Stefania Proietti, per chiedere al governo lo stop alla vendita di armi all’Arabia Saudita. Ordigni costruiti in Sardegna dalla Rwm Italia (filiale della tedesca Rheinmetall Ag) e utilizzati dalla coalizione guidata da Riad nel conflitto in Yemen. La lettera faceva seguito all’appello promosso dalla Città della Pace il 27 gennaio 2018 affinché, nel rispetto della Costituzione, si ponesse fine alla produzione di bombe nelle zone di Iglesias e Domusnovas.

Dall’esecutivo non sono però arrivate risposte e il movimento dei Focolari ha provato a imprimere nuova linfa alle istanze di cui l’amministrazione di Assisi si è fatta interprete con un incontro organizzato ieri a Roma: Risposta a una lettera da Assisi – L’agenda del paese e le bombe italiane in Yemen. Già martedì diverse associazioni e Ong sono state ricevute in audizione dalla commissione Esteri della Camera. Gli esponenti delle organizzazioni della società civile hanno rivolto ai deputati il loro appello: «Basta bombe, fermiamo il conflitto e la crisi umanitaria in Yemen». Il risultato è stato ancora una volta un muro di gomma. Ma il punto è che se la politica nazionale non risponde si può comunque ricominciare dai territori. Si possono ad esempio coinvolgere i comuni promuovendo progetti di riconversione industriale e sostenere le banche disarmate che non sostengono cioè la filiera degli armamenti. Un’idea riproposta ieri dai ragazzi della marcia della pace di Assisi che assieme alla sindaca Proietti hanno promosso bandi e progetti concreti per favorire e premiare banche e aziende libere dal coinvolgimento in questi mercati. «Continueremo a parlare da sindaci – afferma Proietti –. Il sindaco di Assisi non può non occuparsi di questi problemi.

E se qualcosa si fa nella nostra città forse anche le altre comunità prenderanno spunto. Ecco perché ci sentiamo responsabili. Ma nessun sindaco può sottrarsi all’impegno per la pace perché i comuni sono un terminale dello Stato con un grandissimo potere sul territorio e se 8mila comuni si muovono si muoverà anche il Paese. Se diventiamo tanti possiamo esercitare una giusta leadership sulla politica. Bisogna capire che le vittime dello Yemen sono anche nostra responsabilità». Certo non si tratta di un impegno da prendere alla leggera perché, come ricordato da Maurizio Simoncelli dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio disarmo «la riconversione non avviene con la bacchetta magica non può essere solo l’ente locale a farsene carico. Attualmente il 54 per cento delle nostre esportazioni belliche è destinato in luoghi dove c’è la guerra e non c’è solo lo Yemen.

Oggi una prospettiva concreta di riconversione non c’è. Negli ultimi anni abbiamo quintuplicato le esportazioni di armi». Ma il fatto che la responsabilità maggiore spetti al governo centrale non esclude la possibilità di costruire un movimento dal basso che grazie alla conoscenza del territorio possa portare le proprie competenze sul tavolo dei decisori nazionali: «La Sardegna ospita il 60% delle basi militari di tutto il paese, spesso concesse in affitto ad altre potenze straniere e questo toglie territorio all’economia locale – ricorda Franco Uda, segretario di Arci Sardegna –. Abbiamo tentato di politicizzare la marcia di Assisi perché per smuovere qualcosa bisogna agire politicamente. Connettere una piccola comunità con il mondo può essere una soluzione perché nasca un’ inversione di tendenza». Un principio su cui concorda anche il direttore di Pandora Tv Giulietto Chiesa: «Partire sensibilizzando i punti chiave della nostra democrazia, i comuni, può essere un modo per coinvolgere un gran numero di persone che di questi problemi non sa nulla».

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