A novanta anni dai Patti Lateranensi Noi Siamo Chiesa riflette sulla storia dei rapporti Stato-Chiesa e fa proposte per una loro profonda modifica

Novanta anni dopo i Patti Lateranensi molte questioni sono ancora aperte nei rapporti Stato-Chiesa. Non si deve fare finta di niente con celebrazioni di pura immagine. Con il nuovo corso di Papa Francesco bisogna cambiare.

Siamo al novantesimo anno dalla firma dei Patti Lateranensi e anche al trentacinquesimo del nuovo concordato. Sarà una ricorrenza tutta d’immagine[1] con il consueto ricevimento all’Ambasciata d’Italia presso la S. Sede che vede la presenza di un governo del tutto diverso da quelli precedenti ma che, sui rapporti Stato-Chiesa, non avrà probabilmente niente da dire se non prendere atto dell’esistente. Maiora premunt, non è all’ordine del giorno parlare di queste questioni  oggi in Italia. Eppure si può fare diversamente come chi ha cercato, in occasione del recente centesimo anniversario dell’Appello ai “liberi e forti” di don Sturzo di riflettere sulla nostra storia.

L’ispirazione anticoncordataria nella Chiesa

“Noi Siamo Chiesa” è portavoce di un’opinione diversa ed alternativa alla vulgata “ortodossa” dei rapporti Stato-Chiesa nel nostro paese. Questo nostro punto di vista è una delle questioni centrali della posizione critica diversa dal senso comune ecclesiastico che ci ha caratterizzato e ci caratterizza all’interno della nostra Chiesa. Esso viene da lontano, da Antonio Rosmini che chiedeva “libertà senza previlegi”, da Alessandro Manzoni  e da quanti accettarono la caduta del potere temporale dei Papi e considerarono positiva la legge “sulle guarentigie” (13 maggio 1871) dello Stato sabaudo che garantiva libertà alla Chiesa e risorse economiche nella misura identica a quelle precedentemente necessarie per mantenere le tante strutture della Curia romana[2]. Poi i Popolari espressero una posizione laica di accettazione della democrazia (contro tante resistenze) e di critica vivace ai Patti del ’29. Per lunghi anni cattolici di base argomentarono contro l’accettazione della situazione che si era consolidata con il voto all’art.7 della Costituzione.

Infine questo filone critico si affermò nel cap. 76 della Costituzione conciliare Gaudium et Spes che prevedeva la possibilità della rinuncia unilaterale della Chiesa ai privilegi concordatari “per dare sincerità alla sua testimonianza”.  Nel 1984 alla firma del nuovo Concordato tutta l’area che si richiamava al Concilio scrisse un testo solenne in cui  diceva: “Queste scelte del Vaticano, condivise dalla CEI, ci sembrano contrarie alla più genuina ispirazione conciliare ed alle aspettative diffuse tra i cristiani per una Chiesa credibile e povera, sostenuta dalla fede e libera di predicare e di praticare la pace fondata sulla giustizia e sulla libertà”. La linea dei cattolici democratici e conciliari si è manifestata molte altre volte negli ultimi 50 anni contro una laicità che viene definita “positiva” per sostenere posizioni clericali (referendum sul divorzio e l’interruzione volontaria di gravidanza, legge 40 sul testamento biologico e sulle unioni civili, casi Welby ed Englaro…). La resistenza dei cattolici democratici si è anche manifestata nei confronti di orientamenti politici a senso unico delle gerarchie, diffidenti col centrosinistra e simpatizzanti del centrodestra.

Una riflessione storica fatta con i “se”

Il ricordo della nostra storia in questa occasione del novantesimo dei Patti non possiamo non farlo con dei “se”, che ci pare emergano da fatti che non possono essere facilmente contraddetti in sede storica e che indicano colpe ed errori compiuti da chi ha guidato la Chiesa. L’accanimento a difendere il potere temporale, a protrarre per decenni il non expedit permise o facilitò una gestione del nascente stato italiano di tipo “laicista”, oligarchica, da casta militare che, insieme a interventi di modernizzazione, portò a vere e proprie sciagure nazionali (le guerre coloniali, la repressione nel 1898, fino al vero e proprio colpo di Stato del maggio del 1914). La linea democratica dei Popolari fu messa da parte definitivamente con la firma dei Patti l’11 febbraio del 1929 per chiudere la “questione romana”. Se, al posto dell’accordo col fascismo, che fu largamente favorevole al sistema ecclesiastico (con regali pesanti come l’articolo ad hominem contro Buonaiuti), ci fosse stata una vera presa di distanza dal regime, quest’ultimo si sarebbe difficilmente consolidato e non avrebbe ottenuto il vasto consenso che gli permise la guerra di aggressione all’Etiopia e infine la sciagurata alleanza col nazismo e l’entrata in guerra nel giugno del ’40. Pio XI si accorse in ritardo di quanto costava alla nazione italiana il consolidamento del sistema ecclesiastico avvenuto con  l’accettazione dell’accordo del ’29. Da parte sua Pio XII prese atto della situazione.

La Resistenza fu intrisa di protagonismo di cattolici. Alla Costituente i Patti furono accettati come momento della ricostruzione generale della convivenza. Se fossero stati riscritti, il rapporto tra Chiesa cattolica e società sarebbe decollato su binari ben diversi e più limpidi. La storia del partito dei cattolici poi ha visto da una parte la tenace fede di una sua parte importante nel difficile   percorso della democrazia in Italia in un quadro internazionale deciso dai grandi equilibri della guerra fredda, dall’altra la pressione costante del clericalismo incombente soprattutto negli anni Cinquanta. L’unità politica dei cattolici, predicata come valore di fede e difesa ad oltranza per troppi anni, non fu un fatto positivo perché contribuì a dividere gli italiani ben oltre il necessario e ad isolare dalla Chiesa e dalla stessa pratica religiosa chi si richiamava alle ispirazioni ideali del socialismo (mentre tutto veniva tollerato o accettato sull’altro versante, quello del clericofascismo).

Concilio da una parte, Concordato del ’84 dall’altra

La grande occasione persa fu quella di non accettare pienamente da parte di chi gestiva la Chiesa il Concilio e il suo spirito. I rapporti tra la Chiesa e le istituzioni nel nostro paese si avvitarono su sé stessi dagli anni ’70 in poi. L’impegno all’unità politica rimase stabile in un quadro che era in movimento. Iniziarono gli scontri che abbiamo elencato, dai referendum alle leggi, mentre le componenti conciliari nella Chiesa si trovavano in difficoltà perché la cosi detta “scelta religiosa” (che significava laicità vera e priorità alla scelta dei deboli e degli umili e non dei palazzi) veniva vista con sospetto. I potenziali vantaggi di una struttura separata, quella dello Stato della Città del Vaticano, per gestire in libertà relazioni internazionali, risorse, interventi sulla dimensione globale della Chiesa[3], si trasformarono in fatti gravemente negativi perché permisero amministrazioni, quelle dello IOR e dintorni, che furono fonte di continui e gravi scandali e di compromissione dell’autorità spirituale della Chiesa. Da allora non sono cessati gli interrogativi su quanto la decisione del ’29 di creare uno Stato sia stata positiva e si sono avviate riflessioni su come si possa impedire con una legislazione, già esistente o no, concordata o unilaterale, italiana od europea, un tale disordine che anche ora si fatica a correggere, nonostante la buona volontà.

All’interno di una situazione non soddisfacente ci fu alla fine la firma del nuovo  Concordato nel 1984 con la successiva istituzione del sistema dell’ottopermille e la disciplina dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Questa modernizzazione dei rapporti Stato-Chiesa, che ha modificato solo aspetti secondari, ma pur sempre di una qualche importanza, ha consolidato il regime esistente. A noi sembra però che i rapporti Stato-Chiesa, nonostante non siano ora all’attenzione dell’opinione pubblica, non possano dirsi solidi; periodicamente ci sono controversie di vario tipo, da quelle minori sull’uso dei simboli cristiani a quelli sui beni e le imposte fino agli interventi sulle leggi. Certamente sono rapporti non soddisfacenti per chi parte da una prospettiva esigente, quella del credente testimone del proprio credo e di comunità cristiane che si pongono i problemi del mondo avendo sempre il Vangelo nella mano destra e il giornale nella sinistra. Per avviare la discussione e fare proposte è utile cercare di fare il punto sulla situazione come riusciamo a capirla.

La situazione

La nostra società sta cambiando, anzi è cambiata. Vediamo alcune cose a flashes, facili da capire, che interessano la nostra questione e che esigono che si pensi a cosa fare:

– non ci sono più le rigidità ideologiche, le fedeltà di una volta in campo politico od ecclesiale, le contrapposizioni, le esclusioni sono minori, anche le differenze di classe sono meno percepite, la società è più “liquida”;

– l’antitesi credente/non credente appare sfumata, la secolarizzazione, che incide molto sulle forme della vita religiosa, si accompagna da una parte alla crisi dell’idea della religione come “oppio dei popoli”, dall’altra ad una nuova ricerca di senso che va nella direzione della riscoperta della spiritualità;

– non esiste più un vero e proprio sistema dei partiti. Ognuno di essi ha una linea piuttosto ondivaga sui rapporti Stato/Chiesa e sui rapporti con le gerarchie ecclesiastiche e le religioni;

– l’Italia è diventata multiculturale e multireligiosa. Il fenomeno è in crescita;

– la sensibilità diffusa su questioni di fede riceve da tempo il messaggio di papa Francesco che per le sue caratteristiche viene vissuto come differente da quello di prima e fa crescere la domanda di credibilità e di coerenza nei confronti della Chiesa;

– il sistema ecclesiastico è statico e le capacità di dare direttive che siano ascoltate in materia etica o politico-sociale sono sempre più limitate.

Non fare finta di niente. Alcune proposte

Tutto ciò premesso, la situazione attuale, dal nostro punto di vista, non è soddisfacente. Ci vuole più laicità e più credibilità, non si può fare finta di niente. È necessaria una presenza “purificata” del credente e delle comunità cristiane, comprensive di ogni loro dimensione (parrocchie, ordini religiosi, vescovi, movimenti…) nel rapporto con le istituzioni e la società civile.

Facciamo delle proposte concrete. Siamo consapevoli che, per un verso, oggi parliamo nel deserto, ma per l’altro gettiamo semi per un futuro non prossimo. Quanto proponiamo è la raccolta di messaggi già espressi da noi in passato e suppone indirettamente un riconoscimento degli errori della Chiesa nel passato. Queste proposte concrete auspichiamo che siano almeno discusse. Siamo consapevoli che sono lente da accettare e ancor più da realizzare:

– l’insegnamento della religione cattolica, come attualmente regolamentata, si trasformi in insegnamento obbligatorio di storia delle religioni a gestione pubblica;

– nelle università statali si aprano delle Facoltà di teologia e degli Istituti di Scienze Religiose;

– invece di ostacolarla, si promuova in coerenza con la Costituzione una legge sulla libertà religiosa che dia dignità e diritti a tutte le confessioni religiose, ora sottoposte ancora alla normativa fascista;

– da parte ecclesiale e da parte delle istituzioni si punti a una modifica del sistema dell’ottopermille che porti alla sua progressiva eliminazione nell’arco di dieci anni;

– ogni impiego di risorse pubbliche, nazionali o locali, affidato in modo trasparente a strutture della Chiesa, sia finalizzato a interventi di interesse collettivo;

– i beni della Chiesa di ogni tipo siano conosciuti in modo esatto e regolarmente tassati. Poi  la loro gestione sia condivisa ai vari livelli nella Chiesa con il superamento dell’attuale sistema fondato sul segreto e sull’esclusione completa di chi non appartiene all’ordine clericale. I criteri per il loro utilizzo siano ispirati alla “Chiesa povera e dei poveri”;

– si approfondiscano e definiscano meglio in modo bilaterale ai diversi livelli (Italia ed Unione Europea) tutti gli aspetti che riguardano la gestione delle risorse finanziarie della S. Sede alla luce dei gravi abusi avvenuti in passato;

– ogni struttura di Chiesa sia impegnata nella denuncia sia alla magistratura che alle autorità ecclesiastiche di fatti di pedofilia del clero o di abusi di tipo sessuale di altro tipo, a prescindere dalla normativa canonica. Le istituzioni della Repubblica collaborino al meglio.

È un programma di lungo periodo che esige una riforma interna alla Chiesa, che coinvolga le menti, le sensibilità e i comportamenti per avviare un percorso coraggioso, ma coerente con l’Evangelo. Gli appuntamenti con la storia bisogna saperli cogliere. Lo Spirito soffia in modo imprevisto e ora più di prima al di fuori delle ingessate strutture ereditate dal passato. Sì, perché una nuova Chiesa è possibile.

Roma, 11 febbraio  2019                                                  NOI SIAMO CHIESA

 

[1]             . A mo’ di esempio del trionfalismo facile, che nessuno contraddice, vogliamo citare l’editoriale di Carlo Cardia di ieri, domenica 10 febbraio, sull’Avvenire. Egli sostiene che coi Patti si aprì “una fase nuova”, un’”epoca” che ha portato alla ricostruzione democratica, all’ecumenismo, al dialogo interreligioso, ai diritti umani, alla sconfitta dei totalitarismi, al disvelamento delle drammatiche disuguaglianze tra popoli e nazioni  e via di questo passo nel descrivere a lungo le virtù del papato e della S. Sede. Tutto ciò si comprenderebbe – sostiene Cardia – “con gli occhi della storia”. Per noi queste affermazioni sono davvero sorprendenti, abbiamo altri occhi. Ma per capire meglio la cultura che percorre la Curia vaticana riprendiamo integralmente quanto ha detto il Prof. Matteo Nacci, della Pontificia Università Lateranense, presentando nella sala stampa del Vaticano venerdì 8 febbraio la Tavola Rotonda che si terrà il 12 febbraio a Roma sui Patti organizzata dal Pontifico Comitato di Scienze Storiche. Egli ha detto: “Sono fermamente convinto che i Patti Lateranensi del 1929 – parzialmente modificati dall’Accordo di Villa Madama del 1984 – siano un valido esempio di elevata “cultura giuridica”: una cultura giuridica che si pone al di sopra del seppur grande valore che essi assumono come ‘prodotto’ di diritto internazionale, ecclesiastico e concordatario poiché esprimente l’altissimo merito della Chiesa di saper scrutare, da sempre, i ‘segni dei tempi’ interpretandoli con prudenza e saggezza alla luce del Vangelo”. No comment.

[2]             . Pio IX liquidò con parole molto pesanti in modo definitivo la legge due giorni dopo con la enciclica “Ubi Nos” dicendo che prevedeva “inconsistenti immunità e previlegi”.

[3]             . Il card. Pietro Parolin, segretario di Stato, in un convegno alla LUMSA del 7 febbraio ha ricordato questi “meriti” dei Patti Lateranensi senza accennare minimamente ai loro tanti lati oscuri.

 

 

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One Response to A novanta anni dai Patti Lateranensi Noi Siamo Chiesa riflette sulla storia dei rapporti Stato-Chiesa e fa proposte per una loro profonda modifica

  1. theogattler scrive:

    “da parte ecclesiale e da parte delle istituzioni si punti a una modifica del sistema dell’ottopermille che porti alla sua progressiva eliminazione nell’arco di dieci anni!
    Questa l’approvo in toto… basta però che rendiate i 5 mld. di IMU e non vi sottraiate con delle qualsivoglia gabole ai successivi pagamenti

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