Gay pride. Leggi le riflessioni di Gianni Geraci alle quali cui non c’è niente da aggiungere

 

di Gianni Geraci
Sono ormai quasi vent’anni che, in occasione di un Pride c’è qualche cattolico che, scandalizzato, organizza preghiere di riparazione contro l’oltraggio che, secondo lui, le giornate dell’orgoglio omosessuale, rappresentano per Dio e per tutto ciò che di divino c’è nell’uomo.
D’altra parte anch’io, quando nel 1998, ho partecipato al mio primo Pride a Roma, durante la sfilata ero letteralmente scandalizzato dagli slogan che un gruppo di ragazze davanti allo striscione con la scritta «omosessuali cristiani» che io ed un mio amico di Genova portavamo un po’ timidamente, urlava contro il Vaticano, contro la Chiesa, contro la religione e contro i cattolici in generale.
Poi è capitata una cosa imprevedibile, perché uno degli organizzatori è venuto a chiederci se qualcuno aveva voglia di dire qualcosa dal piccolo palco che era stato allestito in Piazza Santi Apostoli. Non ricordo nemmeno cosa ho detto, ricordo però che il terrore iniziale si è piano sciolto e ho lasciato che venisse fuori l’unico messaggio che in quel contesto aveva senso dare, ovvero che Dio ci ama tutti e che non guarda la nostra identità di genere o il nostro orientamento sessuale per volerci bene.
Quando sono sceso dal palco un gruppetto piuttosto folto si è accalcato per venirmi a parlare: persone diversissime che volevano tutte dirmi che erano anni che aspettavano che qualcuno dicesse loro quello che io avevo detto da quel palco.
E allora ho capito che era valsa la pena correre il rischio di prendere dei fischi per parlare di fronte a quella piccola folla che sembrava arrabbiatissima con i cattolici come me. Ho capito che tra le persone omosessuali e transessuali che vanno al Pride ce ne sono tantissime che hanno bisogno innanzi tutto di sentirsi dire che Dio le ama così come sono proprio in quel giorno, quando messe da parte le paure che le bloccano durante tutti gli altri giorni dell’anno, decidono finalmente di mostrarsi per quello che sono.
E da allora, ai Pride, non sono più mancato e sempre, a differenza di tanti altri omosessuali credenti che decidevano di partecipare “in incognito” e di mimetizzarsi in qualche altro gruppo, ho sfilato con un cartello in cui veniva detto chiaramente che ero cristiano e che, al Pride, volevo portare con fierezza anche questo aspetto importantissimo della mia vita.
Son passati più di vent’anni e vi assicuro che sono state tantissime le persone che mi hanno avvicinato per chiedermi come fosse possibile vivere da credenti la loro omosessualità. Una di queste la ricordo in maniera particolare non solo perché siamo ancora in contatto, ma anche perché da più di dieci anni, è entrata in una congregazione religiosa contemplativa e, tutti gli anni, all’inizio di giugno, mi manda un messaggio in cui mi dice: «Sfila anche per me!».
Perché la risposta che il Vangelo chiede di dare a chi, magari con poco buon gusto e con una rabbia imbarazzante, decide di mettere in piazza tutta la sua voglia di affermare la propria omosessualità non è quella di arroccarsi in una fredda condanna, o di chiudersi in un gruppo di preghiera che, con un’ostentazione che fa il paio con l’ostentazione che molti condannano nei Pride, dice di voler riparare con la preghiera un’offesa che, in realtà, c’è solo nel modo in cui loro guardano all’omosessualità e alla transessualità.
La risposta che il Vangelo ci chiede di dare alle parate del Pride è la stessa che, a partire dal 2001, dava Fratel Boschini, il camilliano amico dei poveri di cui, a Milano, è iniziata da poco la causa di beatificazione. Ricordo ancora di averci parlato insieme quando lui, con una statua della Madonna in braccio, si era “imbucato” nel corteo del Pride e di aver sentito dalla sua voce una frase che dovrebbe farci riflettere tutti: «Porto la Madonna anche a loro, perché hanno davvero tanto bisogno della sua protezione!».
Se un cristiano vuole davvero fare qualcosa per rispondere alle provocazioni che spesso capita di sentire durante il Pride la cosa giusta che deve fare non è quella di partecipare a momenti di preghiera “riparatori” che non fanno altro che allargare il fossato che separa le persone LGBT* dalla Chiesa. La strada ce l’ha suggerita fratel Ettore che, con una scelta che magari non tutti capivano (tant’è che in molti lo prendevano in giro), prendeva la sua Madonna e la portava in mezzo alle persone che sfilavano durante il Pride.
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