Alessandra Trotta è la nuova moderatora della Tavola Valdese

Concluso il Sinodo valdese a trazione femminile
Luca Kocci
il manifesto, 31 agosto 2019

Una Chiesa a trazione femminile. È quella che emerge dal Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, concluso ieri a Torre Pellice (To) con l’elezione della nuova moderatora della Tavola valdese, la cinquantunenne palermitana Alessandra Trotta, avvocata civilista, diacona e metodista.

È la prima volta che una metodista guiderà l’organo esecutivo delle Chiese metodiste e valdesi, unite da un patto di integrazione dal 1975. Ed è la seconda volta di una donna moderatora (finora c’è stata solo Maria Bonafede, dal 2005 al 2012).

Ma è l’intera Tavola valdese ad essere “rosa”, con cinque donne su sette, fra cui anche la vice-moderatora, la pastora valdese Erika Tomassone, eletta alla seconda votazione, dopo aver fallito il quorum alla prima.

Una notizia che colpisce, se messa a confronto con la gerarchia della Chiesa cattolica, maschile per statuto. Ma non una sorpresa per le Chiese metodiste e valdesi, dove le donne da tempo ricoprono ruoli e responsabilità anche decisionali.

In conferenza stampa, la neo-moderatora è tornata sull’ordine del giorno votato mercoledì, nel quale il Sinodo ha invitato le chiese locali «a chiedere che i sindaci autorizzino il rilascio della residenza» ai migranti richiedenti asilo, come già avvenuto in alcuni Comuni (Palermo e Napoli, con Orlando e De Magistris) o a seguito di sentenze della magistratura (Bologna).

Un appello indiretto a disobbedire al primo decreto sicurezza voluto dal ministro dell’Interno Salvini (che appunto vieta la procedura), che Trotta ha spiegato così: «Non si tratta di disobbedienza, ma di corretta applicazione della legge, ovvero della nostra Costituzione e del diritto internazionale, perché l’iscrizione anagrafica è fondamentale per l’inclusione nella società».

Quello dei migranti è stato uno dei temi centrali dei sei giorni di Sinodo («c’è solo un noi universale, non contrapposto a un voi escludente che individua i nemici da cui difendersi», ha detto ancora Trotta).

Del resto si tratta di uno degli impegni prioritari per la Federazione delle Chiese evangeliche italiane e la Tavola valdese che dal 2015 portano avanti, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, i corridoi umanitari, che finora hanno consentito a circa duemila profughi siriani di arrivare in Italia in sicurezza.

Ampio spazio anche alla questione della violenza di genere. Il Sinodo ha fatto propria la Dichiarazione del Consiglio ecumenico delle chiese del novembre 2018 contro la violenza sessuale e di genere.

E ha chiesto alle chiese di sostenere il movimento globale contro la cultura dello stupro e dell’ingiustizia di genere e di aderire alla campagna mondiale “Giovedì in Nero” (#ThursdaysinBlack), ispirata dagli esempi dalle Madri di Plaza de Mayo argentine, dalle Donne in nero di Israele e Palestina, dalle donne ruandesi e bosniache, per rendere visibili le storie sullo stupro come arma di guerra, sull’abuso e sull’ingiustizia di genere.

«Ci sono donne vittime di una visione così patriarcale da essere sempre invisibili, magari per dare luce e potenza ai loro figli maschi. Le chiese cristiane sono state promotrici di questo peccato di genere, occorre fare autocritica», ha spiegato la pastora Daniela Di Carlo.

Al Sinodo si è fatto anche il punto sull’otto per mille che, dopo tre anni di calo, ha fatto segnare un forte aumento, passando dai 32 milioni del 2018 ai 43 di quest’anno (la Chiesa cattolica ottiene circa 1 miliardo l’anno), che verranno utilizzati per finanziare 489 progetti all’estero e 946 progetti in Italia in ambito educativo, sanitario e culturale. Niente, come sempre, sarà destinato al culto e al sostentamento dei pastori.

Infine i diritti civili. Una denuncia: il Sinodo ha lamentato «il ritardo e l’inerzia di molti Comuni nell’aprire gli sportelli per ricevere le Dichiarazioni anticipate di trattamento» e ha chiesto alle chiese di attivarsi presso «le amministrazioni comunali affinché l’esercizio del diritto al testamento biologico sia garantito».

E una richiesta: il 17 febbraio, giorno dell’esecuzione capitale sul rogo di Giordano Bruno (17 febbraio 1600), diventi la Giornata nazionale della libertà di coscienza, di religione e di pensiero.

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Mettiamo a frutto i talenti ricevuti da Dio

Il discorso di Alessandra Trotta, neoeletta moderatora della Tavola Valdese

www.chiesavaldese.org

Cari fratelli e care sorelle,

è con grande emozione che rispondo alla chiamata a rendere il servizio per il quale mi avete eletta. Non vi nascondo il timore nascente dalla consapevolezza di tanti limiti, ma anche la fiducia che nasce dal rispetto del significato che nella nostra ecclesiologia attribuiamo alla sinodalità come modalità per discernere e decidere e dalla profonda convinzione nel valore della collegialità e dunque della messa in comune di competenze, doni, discernimento con i fratelli e le sorelle che nel prossimo anno condivideranno con me le responsabilità all’interno della Tavola valdese, come ho già potuto sperimentare con forza nell’anno passato.

A sostenermi anche il pensiero del molto che ho ricevuto per essere cresciuta nella fede all’interno della nostra Chiesa. Il mio cammino è stato straordinariamente variegato, ma credo che offra un quadro realistico del tanto che un bambino, una bambina; e poi un giovane e un adulto, in forma differenziata possono sperimentare nelle nostre chiese e della cui preziosità non sempre ci rendiamo conto.

L’autocoscienza che nasce dalla necessità di rendere conto di scelte non conformi e conformate e di rinnovare ogni giorno la scelta, in un contesto anche socialmente impegnativo, come quello di una grande città del Sud Italia, un contesto che allena a lottare per ottenere ciò che dovrebbe invece essere un diritto, per te e per gli altri; e alla resistenza contro le ingiustizie; in una comunità di valdesi e metodisti ancora prima del Patto d’Integrazione, una comunità in cui sin da bambini si può apprendere, insieme all’ascolto di una Parola che chiede di essere vissuta nella quotidianità delle relazioni, e ai primi rudimenti della conoscenza delle Scritture, attraverso un approccio critico; anche l’esercizio della democrazia, non come dittatura della maggioranza ma come ricerca di soluzioni condivise; l’esperienza interculturale, in una delle prime comunità dell’essere chiesa insieme, un processo trasformativo accettato e vissuto con grande consapevolezza, che ha modificato in modo significativo la mia spiritualità, la visione delle cose, le prospettive, il senso del tempo e delle priorità.

L’impegno nella diaconia istituzionale, al Centro Diaconale la Noce: un ribollire di competenza, passione e creatività, a contatto con tutte le contraddizioni, le tensioni, le sofferenze del mondo, ma anche con la bellezza della sfida educativa e l’attenzione alla cura delle persone più vulnerabili in una prospettiva sempre emancipante, supportata dalla speranza viva di cambiamento; una scuola anche per lo sviluppo di rapporti con le istituzioni pubbliche caratterizzati da rispetto delle istituzioni preposte al perseguimento del bene comune, al di là delle persone che le incarnano, da spirito di collaborazione, ma sempre dialettici, in cui si impara la distinzione dei ruoli, il senso del limite e a mantenere la schiena dritta; e poi, negli anni di impegno all’interno del Comitato Permanente dell’OPCEMI, le straordinarie opportunità di allargamento dello sguardo e di fare esperienza della Chiesa come dimensione più ampia negli incontri ecumenici e con le Chiese sorelle delle nostre famiglie confessionali; e l’esperienza ultima, a Napoli e Portici, di comunità diaconali, aperte all’accoglienza nel senso più ampio del termine.

Siamo tutto questo e siamo molto di più, ciascuno di voi può fare lo stesso esercizio.

Non credo sinceramente che vi possa essere spazio per il ripiegamento e per la nostalgia di un passato guardato con le lenti deformanti dell’idealizzazione; al quale appartengono, insieme a esempi luminosi di coraggio e fedeltà, anche modelli e stili che oggi, sia nell’essere chiesa, sia nel fare diaconia, non potremmo e forse non vorremmo neppure riprodurre e che comunque non potrebbero funzionare allo stesso modo in un contesto totalmente mutato. Non renderemmo onore alle generazioni che ci hanno preceduto, se sfuggissimo alla responsabilità di leggere i segni dei nostri tempi e di interpretare le sfide dell’oggi.

Siamo però responsabili della messa a frutto dei talenti che abbiamo ricevuto, in una storia lunga più di 800 anni, e che siamo chiamati ad usare in modo rinnovato e creativo

Nella realtà di diaspora nella quale, per come abbiamo ascoltato nella bella giornata Miegge, i cristiani tutti sono oggi chiamati a vivere, cosa c’è di nuovo, per noi protestanti italiani poi, per cui dovremmo temere?

Cosa c’è di nuovo per cui dovremmo temere nel fatto che una proposta di vita, un ideale di convivenza umana coerente con il cuore dell’Evangelo, dunque aperta, solidale, inclusiva, vengano ridicolizzate, osteggiate, addirittura additate come causa dei problemi? Non c’è meno bisogno, c’è più bisogno di una predicazione appassionata del puro evangelo, nella quale siamo responsabilizzati ad offrire il meglio di ciò che abbiamo imparato ad essere, senza alcuna pretesa di rappresentare tutto ciò che una Chiesa cristiana può essere, ma anche sottraendoci all’ossessione di definire confini.

Una parte del meglio di ciò che abbiamo imparato ad essere mi sembra sia risuonato nella predicazione dei culti che hanno aperto le sedute, come nei dibattiti e nelle decisioni serie, mature di questo sinodo. Mi soffermo su alcune parole, che mi sembrano particolarmente significative, anche perché svelano l’inconsistenza di alcune delle false alternative nelle quali qualche volta ci incartiamo: interno-esterno; predicazione-diaconia…

1 – La prima parola è NOI: il noi al quale guarda una predicazione ispirata dalla visione del piano di Dio per l’umanità, un piano sempre sociale, per la comunità degli umani: una comunità che non schiaccia le individualità, ma le valorizza una per una; e poi le chiama a crescere, a uscire e a contribuire alla costruzione e alla cura di una comunità rinnovata.

Il giardino da lavorare e custodire, la città, il banchetto nuziale, la festa, il corteo gioioso, multiculturale, intergenerazionale, degli esuli che ritornano a casa, con in testa le persone ritenute più fragili e vulnerabili.

Tutta la Bibbia è pervasa da immagini che parlano di una predicazione del “noi”.

Ma questo “noi” è un noi universale (non contrapposto ad un voi che individua i nemici da cui difendersi); non è settario, elitario ed escludente. Una bella differenza dal NOI che sentiamo tanto spesso pronunciato con violenza, talvolta odio, per contrapporre e dividere.

La Parola parla ad ogni singolo, lo chiama, lo converte, lo rinnova e fortifica, ma non per isolarlo nel suo “io con Dio”, ma per fargli assumere una responsabilità per un “noi”, per la comunità umana nella quale soltanto ognuno può vivere veramente la dimensione di pienezza cui è destinato.

E’ nell’incontro con il Dio di Gesù Cristo che la contrapposizione fra singolo e comunità, fra diritti individuali e sociali, fra benessere personale e bene comune si può davvero sciogliere in un equilibrio virtuoso. La comunità non assorbe il soggetto fino a cancellarlo nella sua specialità e individualità unica; e l’individuo non si concepisce come il centro del mondo al quale asservire gli altri, in un’illusione di autonomia egoistica.

In molte delle esperienze religiose, anche cristiane, che hanno più successo oggi, c’è molto io, ma c’è poco noi. Le nostre Chiese hanno sempre insistito e per questo si sono distinte, in una predicazione del noi e non dell’io e io penso che di una predicazione del noi, non contrapposto ad un voi, siamo chiamati ancora, nel nostro piccolo, a farci carico con perseveranza e gioia.

2 – La seconda parola è capovolgimento o ribaltamento: il nostro sinodo ha incoraggiato la Commissione sinodale per la Diaconia a proseguire la campagna di sensibilizzazione che ha come motto “prima gli ultimi”: il grande si fa piccolo, l’ultimo diventa primo, il libero si rende servo, lo schiavo diventa libero; il sapiente si fa umile; l’umile diventa sapiente, il forte si fa debole, il debole diventa forte….

Gesù pone il ribaltamento dello statusal centro di un’etica fondata su un’interpretazione del rapporto con Dio a partire dalla sua rivelazione sulla croce: come mirabilmente descritta nell’antichissima confessione di fede cristiana riportata da Paolo nel 2°capitolo della lettera ai Filippesi.

In molte chiese cristiane vi è molta croce, ma soprattutto molto calvario; nell’enfasi, commossa, delle sofferenze di Gesù, per la nostra salvezza, si piange ricordando, a volte persino con un eccessivo gusto dell’orrido, il suono delle frustate, il dolore dei chiodi, il sangue che cola… e al pensiero che tutto questo Gesù lo ha patito per noi…

Ma vi è poco ribaltamento degli status: nelle relazioni comunitarie come nel servizio al prossimo, c’è da chiedersi se avviene questo ribaltamento: muta lo status di chi serve e muta lo status di chi è servito; e come?

Gesù indica ai suoi il servizio come ribaltamento dello status come strada del discepolato, del camminare dietro di lui: allora, è inutile che ci si commuova al pensiero delle sue sofferenze, se non si capisce che Gesù venuto per servire è un evento critico, di rottura di portata straordinaria; è un evento che rompe, che cambia, che ribalta le relazioni.

Ecco, io penso che le nostre chiese sono cresciute in questa predicazione, in questa teologia della croce: non sempre riescono ad essere coerenti con la predicazione nella quale sono cresciute; anzi spesso sono infedeli, perché è veramente difficile incarnare questa predicazione del ribaltamento dello status come centro dell’etica, ma ancora una volta, penso che questa predicazione sia drammaticamente attuale, che ce ne sia bisogno, che siamo chiamati a farci carico di questa seconda parola.

3 – La terza parola è una parola che guarda all’interno della comunità cristiana, al come dovrebbe essere organizzata, di come dovrebbe vivere, ma che, ancora una volta, proietta il suo valore anche oltre i confini della comunità cristiana. E’ la parola UNITA’.

L’unità di un corpo, la sua compattezza, che non è fondata sulla speciale autorità di un solo membro che è investito di un ruolo, di un potere speciale; non è neppure fondata sul fascino, sulla carismaticità di uno o più leader!

Ma sulla partecipazione egualitaria (senza gerarchie) e fiduciosa di tutti le parti del corpo alla fatica della costruzione comune.

Egualitaria non vuol dire che tutti fanno tutto: vi sono compiti diversi in relazione ai doni diversi che sono distribuiti, ma il corpo non funziona come deve funzionare se ogni parte non riconosce, non valorizza, non si prende cura, dell’altra, senza distinzioni di importanza, di onore. Se non vi è una collaborazione vera, una sinergia (che vuol dire “lavoro insieme”) che si fondi sulla fiducia reciproca, se non vi è la scelta di camminare insieme invece che ciascuno per sé, di costruire insieme avendo un orizzonte nel quale tutti si riconoscono e al quale sentano la responsabilità di partecipare con i propri doni.

Anche rispetto a questo modo di intendere l’unità al servizio di un progetto comune veramente condiviso, le nostre chiese, con la loro storia, la loro teologia, le loro esperienze, hanno ancora da dare nell’ecumene cristiana, come anche alla società, al mondo nel quale la Chiesa è chiamata a vivere e a spendersi nella testimonianza dell’Evangelo, vincendo la spinta alla frammentazione, alla divisione, all’esclusione….

Unità: non come uniformità, ma come pluralità non disconnessa; il nostro modello, rafforzato dal patto d’integrazione è proprio quello di un’unità plurale, in cui è il riconoscimento dell’altro come un pezzo della propria testimonianza, della propria storia a fare la differenza; nella differenziazione di ruoli e responsabilità, in cui ciascuno è chiamato a fare la sua parte e a dare il meglio del contributo possibile alla costruzione comune.

Cosa serve? In cosa dobbiamo crescere per essere davvero il meglio di ciò che siamo chiamati ad essere? Mi vorrei limitare a due parole finali, semplici ed impegnative.

Umiltà: non pensare di sapere già tutto, di capire e sapere fare le cose meglio degli altri, un’umiltà che apre ad un ascolto attento, sincero, dentro e fuori le chiese, un ascolto di tutti, a cominciare da quelli che non ci sono o non ci sono come vorremmo; a quelli rabbiosi, ai delusi, agli impauriti, agli apatici, un ascolto interessato a capire i linguaggi, i bisogni e farsene interrogare, accettando il rischio di un dialogo vero.

Fiducia: fiducia in Dio, fondamento della nostra speranza; ma anche fra di noi; fra iscritti a ruolo (pastori e diaconi), fra iscritti a ruolo e consigli di chiesa/concistori e ministeri locali; fra chiese locali, gli organismi intermedi e quelli centrali; fra le commissione sinodali; fra chiese locali ed istituzioni diaconali.

E questa fiducia si costruisce con un’informazione completa e trasparente, una comunicazione fluida, in dialogo costruttivo ancorché critico; con una collaborazione leale che parta dal riconoscimento reciproco, un pregiudizio positivo (questa è in fondo la fiducia) sull’impegno dell’altro, sulla sua sincera ricerca di fare ciò che è meglio e di farlo a partire dal confronto autentico con la parola di Dio

Ci dia il Signore di camminare con umiltà e fiducia incontro alla nostra vocazione. Voglia il Signore della grazia benedire la sua Chiesa ovunque sparsa nel mondo.

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Il Sinodo si schiera a fianco delle donne

Nev – Notizie evangeliche

Anche quest’anno il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi si è pronunciato sul tema delle violenza contro le donne.
«Serve un segno visibile» ha detto la pastora Daniela Di Carlo, durante la conferenza stampa del Sinodo, e ha spiegato l’importanza di aderire alla campagna dei “Giovedì in Nero”(#ThursdaysinBlack) del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec). «Nel mondo ci sono ancora spose bambine, lo stupro è ancora usato come arma di guerra, come chiese dobbiamo quindi schierarci contro ogni tipo di violenza. Ci sono donne vittime di una visione così patriarcale da essere sempre invisibili, magari per dare luce e potenza ai loro figli maschi. C’è un peccato di tipo teologico, un peccato di genere che riguarda gli uomini che hanno estromesso le donne dalla chiesa, dalla spiritualità, impedendo loro di diventare teologhe, ministri, ovvero hanno impedito di assumere i ruoli guida nelle comunità e nelle religioni. Le chiese cristiane sono state promotrici di questo peccato di genere perché sono portatrici di stili di vita, oltre che di progetti teologici. Serve fare autocritica» ha proseguito Di Carlo, affermando anche che bisogna opporsi all’immaginario della “donna-vittima” e cambiare lo sguardo verso le donne che subiscono violenza e stigmatizzarle. Quelle donne non sono «vittime», ma «superstiti, e come tali devono essere riconosciute quali testimoni, affinché possano dire il dolore, che scuote la persona, ma testimoniare contro il silenzio che regna anche nelle chiese e dare la spinta che serve».
Il pastore Daniele Bouchard ha parlato di come la violenza maschile debba interpellare gli uomini e sia un aspetto dell’identità maschile. «Identificare la violenza maschile con alcuni uomini violenti è fuorviante – ha detto Bouchard -. Ovviamente esistono quegli uomini e vanno messi in condizione di non nuocere, ma parliamo di violenza maschile perché ha a che fare con l’identità maschile. L’identità maschile è parte costitutiva della violenza. Le donne ci hanno interpellati per prenderne coscienza. Dobbiamo metterci in discussione e riconoscere che la violenza fa parte del sistema patriarcale che ha dominato il mondo per millenni, quel sistema che adesso è in crisi ma la cui storia non si è conclusa. In quanto uomini, abbiamo il dovere di riconoscere che siamo parte del problema, non solo abbiamo bisogno di liberarci di questa eredità, per trovare spazi di identità maschili nuove, positive e non violente».
Il pastore Daniele Bouchard ha concluso spiegando come il potere maschile sia efficace anche in quanto riesce a far collaborare al suo perpetuarsi le persone che sottomette, rimarcando che le chiese dovrebbero diventare luoghi sicuri per le donne.
Durante la conferenza stampa, moderata dalla giornalista nonché deputata al Sinodo della chiesa di Messina Elisabetta Raffa, si è fatto riferimento anche alla campagna del “Posto Occupato” che prevede nei locali delle chiese, in occasione di culti o eventi, di posizionare degli oggetti rossi su una sedia a significare la donna che avrebbe potuto esserci se non fosse stata uccisa; alla firma dei rappresentanti di dieci denominazioni cristiane in Senato dell’Appello ecumenico contro la violenza sulle donne, il 9 marzo 2015; alla recente costituzione dell’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne”.
La conferenza stampa in versione integrale può essere rivista su Radio Beckwith Evangelica (RBE)
Il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesiha fatto proprio il documento del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) “Dichiarazione sulla violenza sessuale e di genere e sul Premio Nobel per la Pace del novembre 2018“, Nobel assegnato a Denis Mukwege e a Nadia Murad come «incoraggiamento per tutte e tutti coloro che lavorano per porre fine all’uso della violenza sessuale come arma di guerra». Il Sinodo ha anche chiesto alle chiese di aderire alla campagna mondiale “Giovedì in Nero” e di promuovere e testimoniare il sostegno al movimento globale che si oppone alla cultura dello stupro, dell’ingiustizia di genere, dell’abuso, e di darne pubblicità sul territorio di pertinenza.
I due documenti del Cec sono espressione del comitato esecutivo di questo organismo che si è svolto a Uppsala, in Svezia, lo scorso novembre e tracciano le strategie per costruire giustizia e per fermare stupri, abusi e matrimoni forzati. Oltre alla creazione di «politiche concrete e misurabili che sostengano l’equità di genere nelle strutture del Cec e delle chiese membro, in riferimento a stipendi, posizioni di leadership, e a codici di condotta su molestie e aggressioni sessuali», si parla anche di responsabilizzazione nel contrasto alla violenza, di sostegno a donne, ragazze e persone vulnerabili, alla creazione e sviluppo di «reti capaci di agire subito per fermare assalti, abusi, incarcerazioni, uccisioni di donne, ragazze e altre persone vulnerabili». Fra le proposte concrete, anche quella di coinvolgere organizzazioni maschili affinché diventino «spazi per la resistenza al patriarcato e per l’affermazione di mascolinità non tossiche e nonviolente».
Qui il Pdf integrale della dichiarazione adottata dal Cec sulle violenze sessuali e di genere.
#ThursdaysinBlack è una campagna che nasce dal Decennio delle Chiese in solidarietà con le donne (1988-1998), per rendere visibili le storie sullo stupro come arma di guerra, sull’ingiustizia di genere, sull’abuso, sulla violenza e per rendere visibile la capacità di recupero e gli sforzi delle donne.
La campagna è stata ispirata dalle Madri de Plaza de Mayo di Buenos Aires, dalle Donne in nero in Israele e in Palestina, dalle donne in Ruanda e in Bosnia.

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Il Sinodo esprime preoccupazione per le conseguenze del Decreto sicurezza

Nev – Notizie evangeliche

Il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, riunito a Torre Pellice dal 25 al 30 agosto per decidere le linee di indirizzo della chiesa, ha preso in esame le prospettive di lavoro con migranti e nuove povertà alla luce del Decreto Sicurezza (Legge 132/2018; Legge 77/2019).
L’Assemblea ha chiesto alla Diaconia, organismo che si occupa dell’azione sociale per conto della Tavola valdese, di «predisporre e proporre, a seguito dei tagli ai servizi introdotti dal Decreto Sicurezza, progetti di integrazione e accompagnamento», di «modulare il proprio lavoro di accoglienza tenendo conto delle concrete situazioni sociali e politiche dei territori e sviluppare, nel medio periodo, interventi per l’inclusione, rivolti in modo trasversale agli “ultimi”, sia italiani che stranieri».
Il Sinodo è anche intervenuto sulle possibili situazioni relative alle iscrizioni anagrafiche e concessioni della residenza a persone italiane e straniere in situazioni di marginalità (titolari di protezione umanitaria e sussidiaria, richiedenti asilo e persone sottoposte a procedimenti penali e amministrativi per determinati reati per i quali si prefigurano limiti all’accesso ai diritti fondamentali quali il diritto alla salute e all’assistenza sociale e sanitaria, il diritto alla casa e al lavoro) e ha invitato le Chiese «a chiedere che nei Comuni dei propri territori i sindaci autorizzino il rilascio della residenza, come già avvenuto in alcuni Comuni o a seguito di talune ordinanze giudiziali».
Nel corso del dibattito è emersa la preoccupazione delle chiese per la perdita di diritti civili e sociali a cui, in seguito al Decreto sicurezza, le persone in situazione più marginale sono state esposte; ha chiesto alle chiese di attivarsi nei territori di appartenenza per l’inclusione di tutti e tutte con azioni di sensibilizzazione e pressione nei confronti delle istituzioni locali per il rilascio delle residenze.

I comuni di Rivalta di Torino e Piossasco ascoltano il Sinodo

Samuele Revel – riforma.it

Sono state sufficienti poche ore dalla pubblicazione del comunicato stampa intitolato «Il Sinodo delle chiese metodiste e valdesi esprime preoccupazione per le conseguenze del Decreto sicurezza. Le chiese si attiveranno nei territori per evitare che gli “ultimi” perdano i diritti fondamentali» perché i primi due comuni non lontani dal Pinerolese raccogliessero il messaggio dei 180 deputati riuniti per l’annuale assise a Torre Pellice e lo facessero proprio.
«Oggi la comunicazione avviene in tempo reale – ci spiega Nicola De Ruggiero, sindaco di Rivalta, e già assessore regionale all’ambiente nella tornata elettorale del 2005 –: non aveva senso aspettare altro tempo, indire un tavolo etc, abbiamo pensato di agire subito».
L’altro comune che si è subito schierato è Piossasco, «vicino» di casa di Rivalta nella cintura torinese. «Siamo quotidianamente in contatto con i comuni limitrofi, cerchiamo di lavorare insieme – aggiunge De Ruggiero – e un messaggio che parte unitamente da due comuni ha più valore di un’iniziativa presa da un ente singolo».
Nel comunicato stampa del Nev, l’agenzia stampa evangelica, si può leggere che «Il Sinodo è anche intervenuto sulle possibili situazioni relative alle iscrizioni anagrafiche e concessioni della residenza a persone italiane e straniere in situazioni di marginalità (titolari di protezione umanitaria e sussidiaria, richiedenti asilo e persone sottoposte a procedimenti penali e amministrativi per determinati reati per i quali si prefigurano limiti all’accesso ai diritti fondamentali quali il diritto alla salute e all’assistenza sociale e sanitaria, il diritto alla casa e al lavoro)» e ha invitato le Chiese «a chiedere che nei Comuni dei propri territori i sindaci autorizzino il rilascio della residenza, come già avvenuto in alcuni Comuni o a seguito di talune ordinanze giudiziali».
Ma cosa possono fare i comuni sul piano pratico? «Faremo tutto ciò che si può e soprattutto si deve fare, anche se risultasse necessario forzare un po’ la mano in alcuni casi – continua De Ruggiero – come autorizzare l’iscrizione all’ufficio anagrafe e conseguentemente il rilascio della residenza a chi viva in situazione di difficoltà originata dalle nuove direttive inserite nel Decreto sicurezza. L’aspetto a cui tengo molto riguarda la volontarietà del gesto da parte del migrante che deve essere consapevole della scelta che sta effettuando e non deve essere utilizzata per scopi politici o di propaganda perché, in definitiva, parliamo pur sempre di persone in situazione di debolezza».
A Rivalta sono al momento ospitate 36 persone (il picco è stato raggiunto nei mesi scorsi con 53 su un comune di 20000 abitanti) con storie diverse ed esigenze diverse. «Abbiamo notato come alcune di esse si siano integrate mentre per altre ciò non è la priorità: per questo motivo la possibilità che offriamo deve essere una libera scelta che può risolvere una situazione di difficoltà e di lavoro nero, purtroppo, molto diffuso. Per molti di essi c’è la volontà di inserirsi in un contesto lavorativo e diventare parte del nostro piccolo comune che ogni giorno deve affrontare altre situazioni davvero critiche che non hanno a che vedere con questa strumentalizzazione della situazione e sono tutte italiane (violenza domestica in primis)».

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Vivere oggi la resurrezione di Gesù

Marta D’Auria e Claudio Geymonat – riforma.it

Era la pioggia lo spauracchio della giornata, ma è stato un caldo sole a accogliere il corteo del Sinodo delle chiese valdesi e metodiste che si è aperto oggi, 25 agosto, con il culto inaugurale al tempio di Torre Pellice (To). Un dono inatteso che ha illuminato i colori degli abiti del Coro nazionale ghanese in Italia, che ha accolto pastori e pastore e delegati davanti al portone della chiesa, avvolto nelle termocoperte a ricordare l’agonia di tante persone migranti, fra le note dell’Head of thy church triumphant di Charles Wesley. In testa al corteo la predicatrice locale Erica Sfredda chiamata a condurre il culto (due soli i precedenti in tal senso, Claudio Tron nel 1981 e Maddalena Giovenale Costabel nel 1999 in un compito tradizionalmente affidato ai pastori, e dal 1982 con Giuliana Gandolfo, anche alle pastore), i tre candidati pastori consacrati durante il culto, Marco Casci, Sophie Langeneck, Nicola Tedoldi, un’iniezione di linfa vitale in tempi di cali di vocazioni. Dietro loro il moderatore uscente Eugenio Bernardini con gli altri componenti della Tavola valdese, e infine la lunga scia di pastori e pastore, diacone e diaconi, e ospiti: fra questi Carola Tron, moderatora della Chiesa valdese del Rio de la Plata, e il presidente della Federazione protestante di Francia, François Clavairoly..
Il sermone di Erica Sfredda va al cuore del messaggio cristiano: la fede nella resurrezione. «Cosa significa, concretamente, credere nella resurrezione dei morti?», chiede la predicatrice ai tanti che sono raccolti dentro e fuori il tempio. E lo fa a partire dalle parole che l’apostolo Paolo rivolge alla comunità di Corinto (I Corinzi 15, 12-19), una comunità ricca, vivace, a volte conflittuale, che aveva fatto della fede la propria ragione di vita.
«Temo che noi non siamo come i Corinzi – ragiona Sfredda –, principalmente perché siamo corresponsabili di ciò che avviene nel mondo». Viviamo nel peccato, afferma senza giri di parole Sfredda, che chiede «se riusciamo ad essere davvero consapevoli di essere parte di un ingranaggio all’interno di un mondo di morte». La predicatrice, citando Primo Levi, di cui quest’anno riscorrono i 100 anni dalla nascita, dice che la realtà è che spesso anche i membri di una Chiesa “impegnata” come quella valdese e metodista «vivono, nelle proprie tiepide case, dimentichi, se non indifferenti, delle morti nel Mediterraneo, delle atrocità della Libia, delle crudeltà perpetrate nei tanti Paesi coinvolti in conflitti armati, ma anche distratti rispetto alle morti sul lavoro, all’inquinamento crescente, alla distruzione della stessa Terra».
Tuttavia, lì dove il peccato abbonda, la grazia sovrabbonda: Dio, con il suo Spirito, non abbandona i suoi figli e figlie. Egli è un Dio vicino che accoglie la fragilità umana, e sostiene l’impegno della Chiesa valdese e metodista – nonostante i piccoli numeri e la grandezza del Male – a favore di chi soffre. Sfredda cita la testimonianza degli evangelici a favore dei migranti, attraverso il progetto Mediterranean Hope e i Corridoi Umanitari, la difesa dei diritti umani, la salvaguardia del creato, e il processo «Essere Chiesa Insieme» fatto in questi anni insieme a uomini e donne portatori di una storia e una cultura diverse da quella italiana, che hanno saputo arricchire con i loro doni le chiese evangeliche storiche.
È a questo punto però che Paolo di Tarso mette in guardia i credenti da un certo senso di “appagamento e consolazione”, ributtandoli nell’inquietudine: se ciò che facciamo non si nutre di una fede che è radicata nella morte e resurrezione di Gesù, non serve a nulla! La Chiesa valdese, incalza Sfredda, si impegna a buona ragione sui temi della salvaguardia delle persone e del creato, ma «non è la nostra carica umanitaria a far la differenza», ogni cosa nasce dallo Spirito Santo e si nutre di una fede che è radicata nella morte e resurrezione di Gesù. (…) Paolo avverte che «se non crediamo nella resurrezione dei morti non siamo una Chiesa, perché il cuore, il fondamento della nostra fede è che Cristo sia resuscitato dai morti. Se non crediamo in questo, allora la nostra fede è vana e non può resistere alle temperie in cui viviamo».
Ma l’apostolo delle genti fa un passo in avanti: non è sufficiente credere nella resurrezione di Gesù, evento incredibile, definito “follia”, ma bisogna accogliere l’idea della nostra risurrezione: la resurrezione di Gesù, primogenito dei risorti, “la primizia di coloro che dormono” (v. 20) «è l’evento a partire dal quale la nostra vita colma di peccato finisce e ci è donata la straordinaria opportunità di rinascere ed essere uomini e donne nuovi. Senza alcun merito, senza alcun ruolo attivo».
Se la resurrezione resta un’affermazione di principio detta e non vissuta – conclude Sfredda – la fede è vana e quindi inutile. In questo tempo in cui abbondano a livello locale e globale parole, immagini, azioni mortifere, la Parola di Dio «ci chiede di fondare la nostra esistenza terrena sulla resurrezione dei morti, evento incredibile che si pone ai limiti, anzi, oltre i limiti dell’accettabilità per l’umanità piena di buon senso, coi piedi per terra (…). Ci chiede di affidarci con gioia a Lui, l’Unico che può liberarci dal peccato che ci cinge e ci seduce, e che ci impedisce di credere nella resurrezione e dunque nella vita. Perché, ed è questo l’annuncio gioioso di questo pomeriggio, non siamo circondati solo dalla morte, ma anche dalla Vita, che nonostante tutto continua ad agire». Il Sinodo 2019, che si concluderà venerdì 30 agosto, si apre con il richiamo a ritornare al cuore della fede cristiana: vivere la resurrezione di Gesù per annunciare al mondo la vita e la speranza nonostante tutto.

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