Le posizioni di Noi Siamo Chiesa sul fine vita e il suicidio assistito pubblicate sull’Avvenire con il commento del Direttore

Una lettera del coordinatore di Noi Siamo Chiesa Vittorio Bellavite sul fine vita e la sentenza della Corte Costituzionale  pubblicata dall’Avvenire col commento del suo direttore Marco Tarquinio, mercoledì 16 ottobre.

«I cristiani non temono la morte» Sì, ma non la servono e non la usano”

Caro direttore ,
“Avvenire” di venerdì 27 settembre 2019 cita anche il testo di “Noi Siamo Chiesa” sulla sentenza della Consulta, ma in estrema sintesi. Le chiedo, per favore, di poter esprimere la nostra posizione in sintesi un po’ meno estrema. Noi diciamo che la posizione ufficiale dei vescovi italiani irrigidisce una idea della vita e della morte senza tenere conto, da un lato, di che cosa è effettivamente la vita in date terribili circostanze (non più vita, ma solo resistenza a quanto la Provvidenza assegna all’uomo così gravemente sofferente) e, dall’altro, di cosa è invece la morte per un credente, l’apertura a una nuova realtà di pace e di amore. Riteniamo che tale posizione non abbia forti radici nelle Scritture. La sentenza della Corte, a nostro avviso, tiene conto delle preoccupazioni perché non si vada verso il “pendio inclinato” verso la “morte facile” tanto temuto e fa i conti con il dettato costituzionale e con le diverse cosmovisioni presenti nella nostra società. Perciò la riteniamo complessivamente positiva. Soprattutto la nostra opinione è fortemente caratterizzata dalla richiesta dall’apertura di una ricerca a tutto campo e di un dibattito nella nostra Chiesa su questioni complesse e nuove, senza che ci sia una linea già decisa e imposta. Vanno dati contributi in ascolto di quelli di tutti gli altri, operatori sanitari, teologi, malati, famigliari dei malati etc. Forse si arriverà a essere d’accordo che vi possono essere diverse opinioni, tutte legittime e motivate, e che, al dunque, il ricorso al foro ultimo, quello della coscienza individuale, possa essere largamente condiviso. Cordialmente

Vittorio Bellavite coordinatore nazionale del movimento “Noi Siamo Chiesa”

 

La morte è parte della vita e non è un passaggio facile per nessuno, caro coordinatore Bellavite, neppure per un cristiano e cattolico. Ho visto persone di grande spiritualità lottare sino alla fine per respirare, le ho viste resistere con umanissima tenacia per “restare”, perché la vita ama la vita. E continuo a constatare che gli uomini e le donne di buona fede e buona volontà sono sempre accanto a chi lotta per la vita. Non a qualunque costo, non con ogni mezzo, non con accanimento irragionevole e irrazionale ma con generosità, dedizione, rispetto. Con modi limpidi e puliti, senza strumentalizzare nessuno per affermare la propria visione. Vorrei che tutti ne fossero capaci sempre, seguendo la propria coscienza, e senza cedere – parlo da credente, ma di qualcosa che capiscono anche i non credenti – alla tentazione di mettersi al posto di Dio. Credo tuttavia, come lei, che i cristiani possano riuscire ad accettare serenamente la propria morte, «sora nostra morte corporale » come ha saputo cantarla san Francesco d’Assisi. Ma non credo che sia facile, così come so che questa saggezza non è una nostra esclusiva. E penso che i cristiani non debbano cercare la morte, e non possano servirla e, magari, illudersi di servirsene, come se fosse uno strumento di civiltà. Spero perciò con tutte le mie forze che quelli che hanno incontrato Cristo, e cercano di ascoltarlo, sappiano contribuire a costruire società sempre più umane, nelle quali la morte sia il compimento di esistenze buone e degne e non una soluzione drammatica a problemi che non si sa risolvere altrimenti, o sia una resa disperata o diventi addirittura un affare. Ciò che ho appena scritto, è frutto di riflessioni che abbracciano con serena convinzione la posizione chiara eppure niente affatto «irrigidita», per usare il suo termine, espressa dai vertici della Conferenza episcopale italiana dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha indicato alcune “condizioni” che possono portare a escludere la sanzione di legge, prevista dall’art. 580 del Codice penale, nel caso di aiuto al suicidio. È stata quella del cardinale Bassetti, del vescovo Meini e del vescovo Russo una diversamente articolata ed egualmente pensosa parola di Pastori, non il diktat che lei sembra descrivere. Una parola offerta insieme a quella che papa Francesco ha consegnato, con la chiarezza che gli è consueta, alla Federazione che riunisce i medici italiani. I cattolici si confrontano sempre con tutti, non escludono il dialogo con nessuno, ma non rinunciano a dire ciò che va detto e fare ciò che va fatto con disarmata dedizione in risposta alle affermazioni più radicali del pensiero dominante e in difesa della vita fragile. Ricambio il suo cordiale saluto.

Marco Tarquinio, direttore di Avvenire

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