Il teologo Andrea Grillo analizza la “Querida Amazonia” di papa Francesco. Tante le luci. Molto debole la parte finale sui ministeri

Con il teologo Andrea Grillo, docente di Teologia al Pontificio Istituto Teologico Sant’Anselmo di Roma, facciamo il punto sull’Esortazione Querida Amazonia di Papa Francesco. Il documento, uscito ieri in Vaticano, sta creando un grosso dibattito all’interno della Chiesa Cattolica.

Professore, ieri è uscita l’esortazione post sinodale di Papa Francesco Querida Amazonia. Proviamo a fare un piccolo bilancio. Per cominciare partiamo dalla mancata considerazione della proposta, presente nel documento finale del Sinodo Amazzonico di Ottobre, riguardo

l’ordinazione di viri probati, o comunque di diaconi permanenti sposati, al sacerdozio per risolvere il problema della mancanza di clero in molte comunità ecclesiali della Amazzonia. La proposta aveva ricevuto una larga maggioranza nei padri sinodali. Ma aveva anche suscitato polemiche e attacchi da parte conservatrice e di Cardinali di curia. Come spiega questo comportamento del Papa,? Pensa che abbia subito pressioni forti?

Vi sono diversi aspetti da valutare. Da un lato assistiamo ad una sorta di “mutazione del magistero sinodale”. Il fenomeno era già cominciato con il sinodo duplice sulla famiglia, ma ha assunto da ieri una sorta di versione accelerata: il documento papale non “recepisce” solo in parte il documento finale, ma intende esplicitamente “non sostituirlo” e introdurlo direttamente e con il suo tenore integrale nell’esercizio della autorità magisteriale. Dunque non è esatto dire che vi sia una “mancata considerazione” di ciò che il Sinodo aveva elaborato. E’ giusto dire, invece, che il Sinodo ha come esito un duplice livello di pronunciamento, che dal papa è indicato come doppiamente normativo. Questo è una cosa nuova e che crea anche un certo imbarazzo, comprensibile soprattutto sul piano “operativo”. Infatti il documento finale non ha, diremmo per essenza, “intenzioni operative”, mentre la Esortazione, che potrebbe averle, non ritiene di doverle assumere. E il rimando tra i due testi potrebbe generare un grande conflitto di interpretazioni. Ma è certo che questo modo di procedere sta cambiando il modo di funzionare del Sinodo e la stessa funzione del Sinodo dei Vescovi. Potrei dire che ne sovverte quella logica, che si era affermata a partire dagli anni 70, e nella quale il Sinodo era destinato a non riservare mai sorprese. Ora, forse, ne riserva anche troppe! Ma questo è un segno di vitalità e di movimento, anche se ancora non codificato e non immediatamente efficace.

Parliamo ancora delle dinamiche ecclesiali. Per il card Muller, ex prefetto della Congregazione, questo documento è un documento di riconciliazione (nel senso che pone fine al conflitto ecclesiale), per altri invece non chiude a possibili soluzioni future, per altri ancora è una sconfitta di Francesco. Per lei?

E’ inevitabile che molti si siano lasciati trascinare dalla foga: da un lato, si è letto, “non cambia nulla”. Dall’altro “tutto può ancora cambiare”. Oppure “il papa ha fallito”. Io direi che la impressione di “paralisi”, che certo può sorgere alla lettura del testo, deve far spazio a due considerazioni diverse. In primo luogo, il “dispositivo di blocco” al quale eravamo abituati da decenni, si è interrotto. Proprio perché la parola definitiva di “impotenza” e di “impossibile mutamento” non è stata detta. Le questioni più brucianti “restano sul tavolo”, come ha detto il Card. Czerny. E questo è promettente, anche se non risolutivo. In secondo luogo, il mutamento linguistico, il tono poetico e profetico di 3/4 delle pagine del testo (almeno fino al n.85) dice una ripresa potente del linguaggio conciliare, che caratterizza tutto il pontificato di Francesco e che si è fatto udire fin dalle prime parole del marzo 2013. Tutto questo è tutt’altro che un dettaglio irrilevante. E qualifica quella “mutazione del magistero” che alcuni addetti stampa, anche della sala stampa del Vaticano, fanno fatica a capire del tutto e a presentare correttamente.

Nell’Esortazione, riprendendo il Documento finale del Sinodo Amazzonico, si parla con parole bellissime del sogno ecclesiale del Papa di sviluppare una Chiesa dal volto amazzonico, con grande spirito missionario. Però la soluzione alla mancanza di sacerdoti nell’area amazzonica, secondo il documento, è quello  di inviare più missionari nell’Amazzonia. Insomma una soluzione classica. Come reagiranno i vescovi dell’Amazzonia?

Questa domanda, come è giusto, mette a paragone il tono ispirato e profetico della prima parte con le soluzioni “di piccolo cabotaggio” dell’ultima parte. Ma queste soluzioni, appunto, vengono dalla “foresta curiale”. La foresta amazzonica, lo si dice chiaramente, deve elaborarne diverse, a partire da una cultura e da una esperienza ecclesiale diversa, dello stesso cattolicesimo “romano”, ma che vive lontano da Roma, a 10.000 Km. Su questo Francesco è stato molto onesto nell’ammettere che le soluzioni devono essere trovate e assunte dagli esperti “in loco”, non dal papa o dalla curia romana. Questo è molto bello e importante. E consente di guardare con un occhio più sereno e indulgente a quei numeri in cui la “foresta curiale” sembra restare del tutto estranea alla “foresta pluviale” e si ferma alle piccole categorie che sistemano tutto per bene: il prete, la donna, Gesù, Maria, la messa e la confessione. Ma qui si resta senza poesia e senza profezia. Come se non ce ne fosse bisogno.

Anche sui laici e sulle donne si auspica un maggior protagonismo, e c’è il riconoscimento ruolo forte delle donne nelle comunità cristiane amazzoniche, però il papa si scaglia contro la clericalizzazione delle donne. E con questo chiude all’ordinazione delle donne. L’argomento della clericalizzazione è un argomento forte. Dov’è il limite del Papa?

Sicuramente il testo è capace di poesia anche nel pensare diversamente la Chiesa. E in questo dipende profondamente dalla tradizione conciliare. Ma quando riflette su questi profili “istituzionali” il discorso utilizza un linguaggio che pare non del tutto all’altezza della sfida. Anche lo stesso termine “laici”, che pure viene usato con vera determinazione e grande apertura, è un termine troppo limitato. Soprattutto nel momento in cui diventa speculare e reciproco a “chierici”. La insistenza sui laici in un certo modo legittima quella lettura clericale dei chierici e della donna, del sacerdozio e dei sacramenti, che in QA appare stanca e datata. Lì il sogno si spegne, resta solo una “insonnia preoccupata”, che rischia la paralisi. Qui è anche evidente come, rispetto al tono di Amoris Laetitia, la Chiesa fa fatica a condividere una teologia del ministero davvero aggiornata e comune. Una teologia dinamica è oggi più facile per pensare la famiglia che per pensare il sacerdozio. Su questo anche i teologi portano la loro bella responsabilità. D’altra parte come si potrebbe concepire una Commissione che studia il possibile diaconato femminile, se fosse solo un modo di esporre le donne al rischio di clericalismo? Dovremmo forse proteggere le donne dal contagio del ministero ordinato? Queste argomentazioni sono fragilissime in sé, e sicuramente non aiutano a comprendere la foresta amazzonica. Ma, lo ripeto, è bello che non pretendano di chiudere il discorso, perché lasciano aperto il testo del documento di fine sinodo, che su questi temi parla con la competenza della vita, della sofferenza e della passione.

Al di là di questi “limiti” c’è comunque un messaggio positivo per la Chiesa universale?

Su questo punto vorrei dire due cose diverse. La prima riguarda la natura “speciale” del Sinodo sulla Amazzonia. Spesso dimentichiamo che questo sinodo ha avuto, fin dall’inizio, carattere non universale, ma speciale. D’altra parte il cattolicesimo, negli ultimi secoli, sperimenta una certa difficoltà a fare i conti seriamente con la particolarità e la specialità delle questioni. Il testo, almeno nei suoi primi tre sogni, è molto ricco di questa “specializzazione” e pensa davvero a fondo le esigenze di “inculturazione” che scaturiscono da questo approccio. La seconda cosa, legata a questa prima, è proprio che a livello universale dobbiamo scoprire il valore “particolare” delle esperienze ecclesiali che viviamo. E dobbiamo poter concepire forme ministeriali, forme di esercizio del sacerdozio, forme di servizio alla Chiesa, riconosciute nel loro esercizio da parte di uomini sposati e di donne, che non siano pensati soltanto dalla logica un pochino ossessiva della conformità con la “foresta curiale”, che misura tutta la realtà tra via della Conciliazione e Piazza S. Pietro. Dal Concilio Vaticano II in poi, l’universale fa i conti con le culture, con le lingue e con i sogni di 5 continenti diversi. Ormai anche il Papa sa di far parte, già con il suo corpo, di questa complessità interculturale e continentale.

Veniamo ora agli aspetti sociali, culturali ed ecologici dell’esortazione. Per ciascuno di questi il Papa ha “disegnato” un sogno. “Sogni” che formano una via amazzonica allo sviluppo integrale della società. Che tipo di conseguenze politiche avrà l’esortazione?

Penso che questo aspetto del testo, che proprio in prospettiva “speciale” suona come del tutto prioritario, possa essere valutato come una spinta formidabile alla difesa della dignità e delle culture che la regione panamazzonica vive con incertezza e con trepidazione. Qui non mi sembra che il testo mostri incertezze.

Una battuta finale sulla Sinodalità. Pensa che questo sviluppo del Sinodo Amazzonico influenzerà il Sinodo tedesco?

Non ci sono “sinodi speciali o locali o nazionali” che possiamo leggere come “dispute accademiche” su temi universali. Viceversa ci sono Chiese che, in Amazzonia o in Germania, riflettono sulla tradizione e assumono orientamenti, indirizzi e decisioni. Questa è la tradizione sinodale. Il fatto che ci siano queste possibilità riconosciute e istituite è già il frutto di un cammino di trasformazione che dobbiamo riconoscere come positivo.  Una possibilità di trasformazione del ministero ecclesiale, ordinato o non ordinato, è nella logica della tradizione e delle cose. Non credo che vi sia, immediatamente, una influenza tra sinodi locali, visto che, pur all’interno della medesima tradizione, si deve rispondere a e di storie e forme ecclesiali tra loro assai diverse. Come ha detto un bravo commentatore, il documento di Francesco non si intitolava: “Amazzonia in veritate”, o “De virginitate in Amazzonia”, ma “Querida Amazonia”. Della logica sinodale è costitutiva una “contingenza” che non si lascia dominare da alcuna universalità astratta. Prendersi cura, con passione, delle Chiese particolari e locali esige la elaborazione di procedure nuove, che stanno nascendo lentamente in Amazzonia, in Germania ed anche a Roma, ossia in una città che talvolta appare come “foresta oscura”, ma che sa essere anche bosco ameno, prato ridente e comunità viva.

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