Un Appello di base per un nuovo vescovo “conciliare” per Genova per rinnovare profondamente la diocesi

Chiediamo per Genova un Vescovo sulle orme di Papa Francesco

Angelo Cifatte ha lanciato questa petizione e l’ha diretta a Papa Francesco Bergoglio (Papa della Chiesa Cattolica) e a 1 altro/altra

Perché parliamo.
La Diocesi di Genova e la città tutta stanno affrontando un fondamentale momento di passaggio: la nomina del nuovo Vescovo. È noto che Papa Francesco ha chiesto, come per altre situazioni, una consultazione allargata per raccogliere contributi e proposte. Come credenti attivi in diverse realtà ecclesiali della città, come parte del “popolo di Dio in cammino”, desideriamo partecipare alla consultazione e offrire al Vescovo di Roma e al Nunzio in Italia un contributo per la scelta del nuovo Vescovo, in base alla nostra coscienza e al sacerdozio battesimale che viviamo.
La chiesa cattolica è oggi ad un bivio tra un processo di rinnovamento missionario che rimette al centro i valori evangelici (processo favorito e incarnato da Papa Francesco) e la tendenza ad un “accanimento dottrinale”, di difesa e conservazione dell’esistente, di separazione tra “puri e impuri”, spesso in nome di tradizioni che hanno caratterizzato solo una parte della chiesa e un pezzetto della sua storia.
Noi crediamo in una “chiesa in uscita” che ascolta e lavora per conformarsi di più al Vangelo di Gesù, e per farsi “ospedale da campo” dell’umanità sofferente. Credere in questa conversione richiede applicazione e competenza, non un semplice consenso di facciata né una timida gestione dell’ordinario.
Noi crediamo nel percorso partecipativo che coinvolge tutte le componenti ecclesiali e che si esprime nella dimensione della sinodalità, quella esistente ma soprattutto quella da sviluppare come sta succedendo ai livelli più alti della chiesa e nelle diocesi di tutto il mondo.

Le sfide della chiesa di Genova.
Offriamo una sintesi di priorità che il nuovo Vescovo e con lui le varie realtà ecclesiali dovrebbero affrontare, per una chiesa che sia rilevante nel contesto contemporaneo della città. Sono proposte nate dal confronto, dall’ascolto e dalla discussione di gruppo che abbiamo vissuto, ma auspichiamo che ogni comunità possa riflettere su ciò che ritiene urgente per una primavera della chiesa di Genova.

  1. Le comunitàdevono farsi interlocutrici attive, ed essere chiamate ad esserlo, in occasione di questa nomina come delle prossime nomine ai vari incarichi che hanno una ricaduta su tutti.
  2. Occorre aggiornarela formazione dei preti, perché sia fortemente radicata nel Concilio Vaticano II e consenta così di abitare la complessità del mondo di oggi. Occorre incoraggiare un capillare aggiornamento bibliconel clero e nei laici, perché si sappia “spezzare” la Parola tra la gente e liberarla da concezioni fuorvianti, che non riescono a interpellare e nutrire l’uomo di oggi. Occorre applicare e vivere la riforma liturgica per passare da celebrazioni asettiche o teatrali a celebrazioni comunitarie.
    Occorre mettere a sistema percorsi di catecumenato per giovani e adulti riferendosi ai primi secoli della chiesa, per rimediare all’assenza di una concreta, credibile formazione cristiana delle persone adulte.
  3. Le parrocchievivono la crisi di non corrispondere più alla vita dei quartieri e delle persone, come anche di dipendere eccessivamente dalla centralità del parroco, volente o nolente. Occorre un ripensamento della presenza territoriale, degli impegni quotidiani, e una desiderata, preparata, crescente autonomia dei laici. Occorre investire sul diaconato permanente e coniugatoper promuovere l’animazione pastorale ed organizzativa nelle comunità parrocchiali.
  4. Occorre una visibile e determinata promozione della donna, della parità di genere e del coinvolgimento nei ruoli decisionali, senza retoriche paternalistiche ma lasciando e aprendo spazi effettivi e paritari.
  5. L’attuale contesto storico e il Vangelo stesso richiedono un rinnovato impegno per la giustizia, che sia centrale e diffuso nella comunità, non un optional delegato ad alcuni incaricati. In particolare va colta e affrontata sul lungo termine la sfida dell’accoglienza e inclusione dei migranti. La risposta umana e sociale alle povertà e all’emarginazione deve unirsi ad un’azione coraggiosa, profetica di denunciadei meccanismi di ingiustizia strutturale, delle mancanze dei poteri costituiti e delle violazioni dei diritti umani.
  6. Occorre costruire un ampio piano pastorale sulla cura della casa comunecome definita nella Laudato Si’. L’ambiente è la sfida del secolo e la Madre Terra è il dono di Dio che non possiamo continuare ad uccidere, a partire dalla nostra città e dai nostri stili di vita.
  7. Occorre una riforma dell’informazione diocesanaperché sia capace di dare voce alla pluralità di una chiesa “poliedrica”, perché sia attenta ad evitare linguaggi e approcci clericali, perché sviluppi strumenti aggiornati e coordinati, con una maggiore autonomia di professionisti laici e del mondo giovanile.
  8. Occorre generare meccanismi di trasparenza nella gestione economica, con la pubblicazione di entrate ed uscite. Occorre ripensare evangelicamente la presenza diocesana e i rapporti di potere in consigli di amministrazione di enti e aziende, responsabilizzando persone laiche.
  9. Occorre un maggiore coordinamento inclusivo con i movimenti ecclesiali, scoraggiando l’eventuale ricerca di spazi di potere per ambiti di influenza.
  10. Una primavera nella chiesa genovese non può che partire da un processo di ascolto e di confronto, per una lettura comunitaria e sincera dei segni dei tempi. È fondamentale la convocazione di un inedito Sinodo diocesanoche abbia il coraggio di favorire una reale e plurale partecipazione, a servizio della chiesa diocesana e della città.
    La chiesa di Genova contiene già in sé molte energie vitali e iniziative meritevoliche potrebbero se valorizzate e armonizzate costituire i semi per una stagione di rinnovamento.

La persona di cui abbiamo bisogno.
Desideriamo chiamare, accogliere e accompagnare a servizio della nostra città un Vescovo in grado di mettersi con umiltà e determinazione di fronte a tutto questo; che abbia la capacità di ascoltare, chiedere consigli e sintetizzare la pluralità; che abbia la volontà di rendere conto delle sue scelte e delle sue azioni; che cerchi di includere e non di allontanare chi la pensa diversamente; che frequenti abitualmente le periferie esistenziali e gli “ultimi” del territorio. Una persona che sia presente ogni giorno e che sia facilmente accessibile. Un Vescovo che intenda seguire, imitare e applicare il magistero e lo stile di Papa Francesco.

PRIMI FIRMATARI
Angelo Cifatte
Angelo Chiapparo
Carlo Ferraris
Anna Raybaudi
Giuseppe Rolandi
Marina Sartorio

 

 

L’elezione del nuovo Arcivescovo

Una proposta di “Noi siamo Chiesa” per la Diocesi ambrosiana

Il 15 febbraio il nostro arcivescovo Carlo Maria Martini, in base alle norme canoniche in vigore, darà le dimissioni dalla cattedra episcopale di S.Ambrogio e di S.Carlo. Non si tratta di dimissioni qualsiasi. Il magistero di C.M.Martini è importante per chi partecipa alla vita ecclesiale della nostra grande ed importante Diocesi. La sua voce ha un rilievo internazionale ed è ascoltata da cristiani non cattolici, da persone in ricerca od appartenenti alla cultura “laica”. Essa emerge tra quelle dei Vescovi italiani. La sua partenza è quindi un avvenimento che tutti coinvolge.

Martini deve rimanere?

Nei mesi scorsi da esponenti prestigiosi della cultura “laica” è stato auspicato che Martini resti a Milano: in sua assenza verrebbe meno un’autorità, unica in questo momento, capace di parlare “con equilibrio e rigore” di giustizia, di solidarietà.
Martini, in questa fase storica di grande disorientamento, è partito dalla difficoltà di trovare valori individuali o collettivi condivisi, ha posto problemi di senso e contemporaneamente ha indicato la necessità di un’azione collettiva e solidale.
E’ stato capito? è stato seguito? Forse è stato capito da molti ma ci sembra che sia stato seguito da pochi poiché i contenuti civili e sociali della sua predicazione in città ed in Diocesi non hanno trovato diffusi riscontri nei fatti. La civitas durante il suo episcopato è arretrata, l’ecclesia forse no, ma è sicuramente ancora distante dall’ispirazione evangelica che il Concilio Vaticano II aveva indicato.
Quanti hanno un ruolo nell’azione per il cambiamento nella Chiesa e nella società devono allora ripararsi dietro la sua figura senza assumersi fino in fondo le loro responsabilità? La ulteriore permanenza del nostro arciescovo non potrebbe del resto che essere temporanea secondo le norme canoniche ed invece a Gerusalemme, ora città del dolore al centro di ogni problema di convivenza tra le fedi e tra i popoli, si affiancherebbe al Patriarca Michel Sabbah e darebbe alla città ed a tutta la Palestina una presenza ed una testimonianza autorevole della Chiesa universale.
Quello che Martini doveva dire l’ha detto. Ora il suo messaggio di ricerca della voce del Vangelo da proporre ad un mondo complesso e pluriculturale va studiato e soprattutto messo in pratica. Non sono pochi quelli che, nella nostra diocesi, si sono dimostrati reticenti nei confronti della sua predicazione e che vorrebbero un vescovo pronto a rivendicare identità e non alieno dal conflitto con i “lontani”.
Aspettare in silenzio il successore ?

Le dimissioni di Martini pongono il problema della sua successione. E’ una grande questione per motivi evidenti. Tra questi il più importante ci sembra la congiuntura civile ed ecclesiale in cui ci troviamo. All’inizio del terzo millennio la situazione interna ed internazionale è oggettivamente difficile e la Chiesa è alla vigilia di inevitabili cambiamenti.
Cosa fare? Aspettare che il papa, o chi per lui, decida ed intanto partecipare al chiacchiericcio, anche legittimo, diffuso nella Chiesa ambrosiana in questi tempi sul possibile successore? Oppure affrontare uno dei problemi di fondo della Chiesa cattolica che è quello della nomina dei suoi vescovi?
Il movimento “Noi Siamo Chiesa” nel primo dei cinque punti del suo documento fondativo del 1995 “Appello dal popolo di Dio” aveva posto la necessità del “reale coinvolgimento di ogni Chiesa locale (Diocesi) nella scelta del proprio Vescovo” richiamandosi all’antico principio canonistico contenuto nel Decretum Gratiani: “quod omnes tangit ab omnibus tractari et approbari debet” (“ciò che interessa tutti da tutti deve essere discusso ed approvato”).
Questo coinvolgimento del popolo di Dio nella scelta del Vescovo non deve essere-dice l’Appello- un atto isolato all’interno di una struttura fortemente gerarchica, ma la “conseguenza dell’istituzione di strutture di comunicazione e di dialogo permanenti, a livello diocesano, nazionale ed internazionale dove le varie componenti del popolo di Dio, senza preclusioni, possano discernere , in libertà ed in ascolto della parola del Signore, tutti i problemi che riguardano la Chiesa”.

Il sistema attuale

Il sistema attualmente in vigore è relativamente recente nella storia della Chiesa. La formalizzazione dell’esclusivo potere di nomina dei vescovi da parte del Papa (“eos libere nominat Romanus Pontifex”) è avvenuto con il Codice di diritto canonico del 1917 (can.329 § 2). Una norma così tassativa non era mai esistita in passato; essa è la estrema conseguenza dell’orientamento prevalso al Concilio Vaticano I.
L’ecclesiologia del Concilio Vaticano II non ha affrontato direttamente il problema della nomina dei Vescovi o, meglio, si è limitato a sottolineare la necessità che l’autorità civile non interferisca. Ha lasciato aperto il problema della partecipazione del laicato e del clero alla designazione. Però l’affermazione conciliare di una Chiesa carismatica prima di tutto popolo di Dio, organizzata in modo orizzontale prima che verticale, apriva la strada a una riconsiderazione della situazione.
La direzione scelta dal centro della Chiesa è andata nella direzione del congelamento della situazione precedente e quindi in direzione diversa, se non opposta, allo spirito dell’ultimo Concilio. Il canone 377 § 1 del nuovo Codice del 1983 ha sostanzialmente riproposto il dettato del codice precedente. Altri documenti pontifici avevano già confermato questa linea solo dando qualche indicazione sulle modalità di segnalazione delle liste dei candidati ma confermando enfaticamente che esse non sono per nulla vincolanti e che le nomine restano sempre di libera e piena competenza del romano pontefice (1).

Troppe nomine discutibili…..

Eppure, negli anni ’70 vi furono tentativi per avviare una prassi di partecipazione nella nomina dei Vescovi ma senza successo. Troppe nomine portarono a frustrazioni e a disamoramento nei confronti della Chiesa. Valga per tutte la vicenda delle nomine nella Chiesa olandese (2), in quella tedesca (3) ed in quella svizzera (4).
Dove la coscienza ecclesiale è più vigile e diffusa ” le conseguenze di queste nomine sono catastrofiche: la fiducia nella Chiesa di molti fedeli si sente ancora una volta defraudata; nella Chiesa, proprio tra i cattolici più attivi, aumenta il malessere. La Chiesa universale si sente ferita” (5).
I casi che si possono citare sono numerosi e riguardano in particolare l’America latina (tra i più recenti quello dell’Arcivescovo di Lima) dove la teologia della liberazione è stata ostacolata ricorrendo spesso a nomine ad essa ostili (6).
Il sistema gestito in modo autoritario attraverso i nunzi apostolici favorisce il conformismo. La selezione molto spesso avviene favorendo i candidati più fedeli a Roma dal punto di vista disciplinare e dottrinale e non quelli più pastoralmente capaci, in sintonia con l’ispirazione conciliare e partecipi della cultura e della realtà ecclesiale locale. A questo scopo è predisposta la procedura di selezione mediante più che discutibili questionari da compilare sotto segreto. Il Card. Martini nel suo intervento all’ultimo Sinodo dei Vescovi ha posto esplicitamente il problema con parole inequivoche (7). Sono fatti ben noti. La situazione si è aggravata con questo pontificato e ciò contribuisce alle difficoltà attuali della Chiesa cattolica.
Nei recenti incontri al massimo livello (Concistoro di maggio 2001, Sinodo mondiale dei vescovi, ottobre 2001) il problema del rapporto tra le Chiese locali e Roma è stato il tema dominante, le tensioni sono state forti ma per ora tutto è fermo. Il problema della nomina dei Vescovi è connesso a quello della struttura gerarchica e non comunitaria della Chiesa cattolica.

…e i danni nei rapporti ecumenici

I limiti di una decisione solo individuale e la mancanza di collegialità nella decisione (oppure una collegialità di pochi, con decisioni non motivate, gestite in segreto magari espressione di veri e propri gruppi di potere ecclesiastico) sono stati analizzati, fin dal secolo scorso, in modo obiettivo e drammatico dal Rosmini, teologo di insospettabile fedeltà alla Chiesa (8).
Nei rapporti ecumenici, soprattutto con le Chiese nate dalla Riforma, il problema centrale non è solo quello del ministero petrino. C’è anche il problema di tutta l’organizzazione gerarchica anti-comunionale e anti-collegiale della Chiesa cattolica, a partire da quello della nomina dei Vescovi. Senza un modello ed una prassi diversa l’ecumenismo, dopo molti passi in avanti, rischia di fermarsi o anche di arretrare.
Il Gruppo di Dombes, che in Francia svolge da tempo una preziosa ricerca interconfessionale, nel 1976 ha pubblicato un importante documento (9) in cui si rileva che il problema dell’episcopato non deve essere affrontato soltanto sul piano dottrinale, in quanto può essere decisivo il modo concreto del suo funzionamento (vedi n.8 del documento); fra le proposte che esso avanza per la Chiesa cattolica ( n.8 e n. 58) indica quella di un coinvolgimento di tutto il popolo di Dio nella scelta dei Vescovi (10).

Il Sinodo dei Vescovi e la nomina del Vescovo

Ci saremmo aspettati che il Sinodo dello scorso ottobre 2001, tra i tanti problemi relativi alla figura del Vescovo, affrontasse anche quello della sua nomina. Pare invece che l’argomento sia stato trascurato. Nulla si dice nel documento preparatorio (il c.d. Instrumentum laboris); poco pare sia stato detto durante il dibattito (11) (almeno dalle scarse notizie trapelate), nulla si dice nel Messaggio finale, nulla nelle segrete “Propositiones” (12) indirizzate al Papa (e sulla base delle quali egli scriverà un proprio documento).
Questo imbarazzante silenzio del Sinodo, in cui pure si sono ripetuti vivaci contrasti sul rapporto tra Chiese locali e Curia romana, testimonia non che il problema non esista ma che il Sinodo è uno strumento di collegialità incapace di intervenire sulla struttura della Chiesa e sulla sua riforma (13). La sua limitata rappresentatività e l’irrilevanza delle sue conclusioni consultive hanno portato alla convinzione ormai largamente diffusa che le sue sessioni servano solo come occasione di incontro tra vescovi, magari interessante e per certi versi utile. Però anche le migliori analisi e proposte si arenano di fronte al muro di gomma della Curia vaticana ed alla permanente linea conservatrice di Giovanni Paolo II nella gestione interna della Chiesa (14).
Dobbiamo accettare passivamente questo immobilismo? Tutto continuerà come prima nella prossima nomina del nostro nuovo vescovo? Eppure anche la storia della nostra Diocesi ci da segnali importanti. Basti ricordare che i due patroni della Diocesi, i santi Ambrogio e Carlo, sono diventati vescovi di Milano in modi del tutto inconcepibili per la nostra routine ecclesiastica: S.Ambrogio è stato imposto dal popolo; S. Carlo è stato nominato vescovo della diocesi di Milano a 27 anni dallo zio papa Pio IV. Dunque si può cambiare. Nulla c’è di immutabile nella Chiesa se non la fede in Cristo.

La nomina dei vescovi nella storia della Chiesa cattolica

Gli studiosi di storia della Chiesa, senza distinzioni, confermano che la designazione dei vescovi da parte della comunità dei credenti nell’evangelo è stata costante nella Chiesa per secoli. Nella nomina del Vescovo intervenivano, in forme diverse, il clero e il popolo (“clerus populusque”) e i vescovi vicini alla diocesi interessata. Solo a partire dal XIII il papato si è andato appropriando del potere di nominare direttamente i vescovi o di accettare la designazione fatta dal potere politico.
L’intervento del Papa nelle nomine ed il conflitto secolare con re o principi fa parte della storia tout court (e non solo quindi della storia della Chiesa). Adriano VI, il papa riformatore, che per primo si trovò a confrontarsi con Lutero, accolse nel 1523 tra le proposte di riforma della Chiesa quella dell’elezione dei Vescovi fatta con voto segreto e secondo coscienza (15). Questo proposito non ebbe seguito.
Al Concilio di Trento lo scontro per reintrodurre l’antica consuetudine della presenza attiva del popolo alla designazione dei vescovi fu lungo e vivace (16). La posizione episcopalista (che voleva tornare alla pratica della Chiesa antica) rimase in minoranza a causa dello “spirito dei tempi”, dominato dall’assolutismo degli stati e dal timore dei protestanti. E tuttavia il testo approvato al concilio di Trento fu più blando di quello tassativo contenuto nel Codice del 1917.
Una prassi di origine apostolica che consentiva una maggiore comunione tra vescovo e popolo fu così progressivamente e completamente abbandonata. Negli ultimi secoli le deroghe alla nomina pontificia sono state tutte eccezioni in pejus, dato che il papato romano ha permesso per secoli che fossero i sovrani degli stati “cattolici” (Francia, Austria, Spagna e Portogallo e colonie) a scegliere i vescovi che più loro facevano comodo, limitandosi ad una pura ratifica. Quanto era consentito al potere civile era negato ai credenti nell’Evangelo che partecipavano alla vita della Chiesa.

Antonio Rosmini riapre il problema nel diciannovesimo secolo

Come è ben noto, chi ha ripreso a parlare di designazione da parte del clero e del popolo, con forti argomentazioni e fornendo una ricca documentazione, è stato Antonio Rosmini. Nel suo celebre “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa” (quarta piaga) ed in tre lettere successive si parla della “nomina dei vescovi abbandonata al potere laicale”.
Rosmini non si occupa solo di stigmatizzare l’intervento dei re: egli ripercorre con ricchezza di citazioni la storia dei primi secoli ed afferma:
“I Santi Padri i quali insegnarono che quella parte che ha il popolo nell’elezione dei suoi Pastori procede dalla legge divina, ne trassero le prove 1) dalla legge antica; 2) dagli Atti apostolici che ci narrano l’elezione di S.Mattia, di S.Timoteo, e dei sette Diaconi; 3) da alcuni luoghi delle lettere di S.Paolo; 4) dalle ragioni intrinseche procedenti dalla dottrina di Cristo, cioè dalla dolcezza e ragionevolezza del governo ecclesiastico, dalla dignità de’ Cristiani, dal fine dell’ecclesiastico ministero, dalla sicurezza maggiore di un giudizio pubblico ecc..; 5) dall’immediata tradizione non iscritta di Cristo e degli Apostoli” (17).
Per Rosmini la partecipazione del popolo alla elezione del vescovo non è di diritto divino costitutivo ma di diritto divino morale: per cui se manca il popolo o se interviene un potere civile la nomina non è invalida. Ma, esauritesi le cause che hanno sospeso l’esercizio del diritto da parte del popolo di designare il vescovo, è doveroso che si ritorni alla situazione originaria.
Rosmini sostiene anche che
“il Clero ed il popolo può essere chiamato a concorrere alle elezioni vescovili con diversi procedimenti, e il definire quali siano i più opportuni dipende in gran parte dalle circostanze differenti in cui si trovano le varie provincie” (18).

Con il Vaticano II nasce una nuova ecclesiologia

Dopo il Vaticano II l’istanza comunionale rinacque anche nella elaborazione teologica e ne sono testimonianza, tra l’altro, i fascicoli monografici di “Concilium” (si veda la bibliografia in appendice). Si può leggere in particolare lo studio di Hervé-Marie Legrand (19) sul rapporto tra “il vescovo che è nella Chiesa e la Chiesa che è nel suo vescovo” (secondo la formula di S.Cipriano). Si tratta – egli dice – di
“una ecclesiologia in cui la partecipazione di una chiesa alla scelta del vescovo appare come un’esigenza di struttura. Questa partecipazione non è una venerabile usanza tra tante altrettanto legittime. Togliere questa pietra all’edificio dell’ecclesiologia autenticamente cattolica e tradizionale significa minarlo gravemente. Quando la centralizzazione amministrativa sostituisce l’istituzione originale, allora non si realizza più un’ecclesiologia di comunione, tra le chiese ed all’interno della chiesa locale”.
Le nuove prospettive aperte dal Vaticano II e sviluppatesi anche in seguito ai numerosi dialoghi interconfessionali vanno nella direzione di un’ecclesiologia di comunione e di corresponsabilità nella gestione della comunità dei credenti (20).
Pensiamo quindi che non si possa rinunciare al carisma del popolo di Dio nella designazione del proprio vescovo. Con essa non si può pensare di esaurire ogni esigenza di democrazia e di comunione. Il progetto ultimo a cui pensiamo è quello di una organizzazione della comunità dei credenti di tipo sinodale che, ai vari livelli, preveda organismi collegiali con poteri non solo consultivi. Un vescovo eletto dal clero e dal popolo ma dotato, come ora, di ogni potere non sarebbe una soluzione soddisfacente. Riteniamo però che l’andare nella direzione di un vescovo che sia diretta espressione del popolo di Dio che dovrà presiedere sia comunque un fatto innovativo in questo momento e che indichi la direzione da seguire anche per le altre riforme.

La Chiesa deve diventare comunione

Cosa impedisce ora di aprire le finestre ? di ascoltare i carismi diffusi ? di percorrere nuove strade ? Per secoli la vita interna della chiesa è stata un’isola “democratica” in un mondo in cui il potere di Cesare era organizzato con criteri ben lontani dal clima di corresponsabilità e di fraternità che si viveva in molte comunità cristiane. Adesso la situazione si è completamente rovesciata. Inoltre non esiste praticamente più (se non forse in Cina) l’invadenza del potere civile nella nomina dei vescovi a giustificare un intervento così diretto ed esclusivo da parte di Roma.
Particolarmente dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la crollo dei regimi dittatoriali in America Latina si sono quasi ovunque nel mondo diffusi sistemi democratici o che comunque praticano o dicono di voler praticare elementi di democrazia. La chiesa cattolica ha invece mantenuto ed accentuato nell’ultimo secolo e mezzo un sistema accentrato ed autoritario di cui la nomina dei vescovi è solo un aspetto ( il controllo si estende sui seminari e le università, sulla ricerca teologica, sulla liturgia ecc…).
Così Giuseppe Alberigo stigmatizza la situazione:
“Appare sconcertante che l’affermazione della democrazia politica in luogo dei sistemi autocratici nelle aree dove il cattolicesimo era presente non abbia indotto il pontificato romano ad adeguamenti, come era avvenuto in occasione di altri precedenti grandi mutamenti culturali. Almeno sino agli anni quaranta del XX secolo si assiste ad una aspra polemica nei confronti del metodo democratico, frequentemente confuso con la secolarizzazione. Anzi nei confronti di qualsiasi ipotesi di democratizzazione della Chiesa si oppone un intransigente appello al “diritto divino” della struttura ecclesiastica” (21).

La “democrazia” esiste già nella Chiesa cattolica

Nella chiesa cattolica vige un doppio sistema: uno rigido, centralizzato, autoritario e maschilista (S. Sede-diocesi-parrocchia), ed un’ altro flessibile, reticolare, collegiale, e anti-sessista, rappresentato dagli istituti di vita consacrata, che si autogestiscono secondo le proprie costituzioni interne (con ratifica a posteriori da parte della S. Sede che interviene in casi eccezionali).
Vi è poi l’esperienza delle Chiese cattoliche di rito orientale il cui modello sinodale, oltre a rappresentare un possibile percorso per un nuovo rapporto con l’ortodossia, è in evidente contrasto con quello della chiesa di rito latino ed è fonte di permanenti tensioni con la Curia romana come testimoniano anche gli interventi dei padri sinodali appartenenti a queste Chiese nel recente Sinodo (22).
Nella chiesa esistono da tempo collaudati sistemi di autogoverno. Riteniamo che esistano i presupposti di ordine dottrinale e pastorale perché si pensi finalmente ad una strada diversa per la struttura S.Sede-diocesi-parrocchia e che sia necessario iniziare a percorrerla fin da oggi. Bisogna rimuovere il clima di silenzio, di attesa e di accettazione passiva della situazione che caratterizza quella parte della Chiesa che, dopo il Concilio, si è proposta di seguire il Cristo, oltre che con la preghiera e le opere, anche con la testimonianza del modo di essere e di organizzare la comunità di credenti.

Responsabilizzare il popolo di Dio nella Diocesi ambrosiana

Chiedere una responsabilizzazione del popolo di Dio della Diocesi di Milano nella scelta del nuovo vescovo sarebbe, a nostro giudizio, poca cosa se essa si limitasse ad una qualche consultazione dei due Consigli diocesani, quello presbiterale e quello diocesano su una possibile ristretta rosa di nomi di candidati (ma sarebbe sempre qualcosa di molto di più di quanto avvenuto in passato). Ci sembra che la designazione del nuovo vescovo debba essere l’occasione per un bilancio, per un ripensamento, per un momento di responsabilità collettiva, per prendere atto che nella nostra Diocesi, soprattutto negli ultimi venti anni, si sono sviluppati fenomeni culturali e sociali lontani dai valori evangelici. Essi sono : la corruzione di tangentopoli; l’indifferenza rispetto ai problemi della legalità; il corporativismo e l’individualismo ostile agli immigrati e ad ogni idea di solidarietà nazionale; il culto esclusivo del denaro, dell’immagine e del successo (23) che ha, alla propria base, una concezione materialista della vita.
Grandi sono anche i problemi specifici che la Chiesa di S.Ambrogio e di S.Carlo ha di fronte: le sue eccessive dimensioni; il mediocre funzionamento degli organismi consultivi parrocchiali e diocesani (consigli pastorali); la gestione di consistenti risorse economiche (sono sempre coerenti con l’evangelico “gratis accepistis, gratis date” di Mt 10,8?); la presenza di movimenti che si organizzano in modo separato e che sono diffidenti nei confronti delle normali attività parrocchiali e diocesane; il quotidiano cattolico l'”Avvenire” che ha un’unica linea politica ed ecclesiale e che garantisce raramente l’informazione sul pluralismo presente nel mondo cattolico; l’Università Cattolica, la cui funzione di stimolo e di ricerca sulle grandi questioni della fede di fronte alla secolarizzazione, alla scienza ed ai problemi Nord-Sud ci sembra discontinua e sicuramente insufficiente; la scarsa efficacia e presenza dei cattolici democratici in politica; il conformismo per cui posizioni critiche e propositive su questioni pastorali sono sempre più rare; l’efficientismo nelle strutture e nelle attività che, in alcune parrocchie, appare fine a sé stesso.
La nostra Diocesi però è anche ricca di tanti fermenti evangelici: i rapporti ecumenici sono progrediti, l’intervento sociale è consistente, la meditazione della parola di Dio si è diffusa, i settori del non-profit sono, a maggioranza, animati da cristiani.
Gli interrogativi sono anche altri: il 47mo Sinodo diocesano conclusosi nel ’94 ha una qualche importanza nella vita della Diocesi? O è passato lasciando poche tracce con la sua principale preoccupazione di prevedere tutto minuziosamente per la vita ecclesiastica nelle sue 611 Costituzioni (24)? Perché il Sinodo tra le tante cose di cui si è occupato nulla ha detto sul ruolo della donna nella Chiesa?

Concrete proposte di comunione ecclesiale

La proposta di modificare il sistema di nomina dei vescovi ruota attorno alla necessità di creare consenso e comunione tra i credenti con la ratifica da parte del vescovo di Roma della guida che la chiesa locale ha individuato.
Nel caso di conflitto o di stallo nella designazione del nuovo vescovo il Papa avrebbe il compito di arbitrare e di risolvere le tensioni. I modi concreti per giungere a questo consenso possono essere diversi, come lo sono stati nel primo millennio.
Rosmini propone che si debba:
“restituire al pieno suo atto la gran massima di S.Leone Magno: “Qui praefuturus est omnibus, ab omnibus eligatur”(25); e quindi che all’elezione del vescovo debbano concorrere 1) la plebe cristiana e pia della diocesi, 2) il Clero della diocesi stessa, 3) i Vescovi comprovinciali presieduti dal loro Metropolitano; 4) il Romano Pontefice come giudice e definitore supremo” (26).
Il “Documento di Barcellona” (27) espressione di una approfondita inchiesta in tutte le diocesi catalane e di una Assemblea tenutasi lo scorso 27-28 ottobre auspica un percorso “ideale” (lo si può leggere in appendice) ed uno “fattibile”; quest’ultimo è proposto nei seguenti termini:
“Quando si presenta la necessità di un ricambio nel ministero episcopale proponiamo di sollecitare espressamente negli organismi diocesani (consiglio presbiterale, consiglio pastorale, parrocchie, comunità e movimenti) un dibattito rigoroso sul profilo che si considera adeguato per la figura del Vescovo; questo profilo deve fondarsi sulla sintonia del candidato con l’ispirazione evangelica e con uno spirito di comunione e di responsabilità nei rapporti interni alla chiesa. Ugualmente è opportuno che si promuova uno studio sulla qualità del funzionamento di questi organismi. Le caratteristiche di questo profilo del vescovo devono riguardare la capacità di animare e gestire in modo partecipativo la vita delle comunità così come la conoscenza della società e la cultura nella quale vive la chiesa diocesana”.
Casiano Floristàn propone (28) un percorso simile. Come si vede sono tutte proposte ben lontane da qualsiasi ipotesi di estensione alla nomina dei vescovi di istituti tipici della democrazia rappresentativa delle istituzioni civili. Ci sembrano percorsi forse non definitivi ma già da ora praticabili e segno di ricerca della comunione nella comunità ecclesiale.

Una proposta per la nostra Diocesi

Il percorso che ci sembra oggi possibile nella diocesi di Milano è diverso da quello “ideale” proposto dal “documento di Barcellona” che “Noi Siamo Chiesa” condivide ed auspica sia realizzato nell’ambito di una profonda riforma di tutta la struttura della Chiesa cattolica. Nel frattempo ci sembra possibile ed auspicabile che le strutture della diocesi concordino un percorso ispirato al Vaticano II. Esso per la sua limpidità e per lo spirito di fraternità che ci sembra lo ispiri dovrebbe essere condiviso (o almeno non ostacolato) anche dalla Conferenza episcopale italiana e dal Papa ed indicare una strada nuova per la Chiesa nel terzo millennio. L’itinerario che ipotizziamo dovrebbe essere promosso in primis dall’arcivescovo Martini e concludersi per giugno-luglio, data alla quale con ogni probabilità egli lascerà la Diocesi.
La nostra proposta è la seguente:
1) Un gruppo informale di lavoro coordinato dall’arcivescovo e composto da un limitato e paritetico numero di rappresentanti del Consiglio presbiterale diocesano e del Consiglio pastorale diocesano elaborari entro Pasqua un testo che indichi, anche presentando diverse opzioni, le questioni che si pongono nel momento della designazione del nuovo vescovo, soprattutto quelle relative al suo profilo ed ai principali problemi della diocesi. Questo gruppo esprima la sua opinione se, nella consultazione di cui al punto successivo, debbano essere anche discussi ed indicati dei nomi di candidati.
2) Da Pasqua a Pentecoste il Consiglio pastorale, il Consiglio presbiterale e tutti i Consigli pastorali parrocchiali che lo vogliano (e comunque tutti i Consigli pastorali decanali) esprimano le proprie opinioni sul testo proposto mediante appositi incontri ed anche esprimendo opzioni diverse. Ugualmente associazioni ed istituti di vita consacrata potranno fare pervenire le loro opinioni.
Un significato particolare dovranno avere i punti di vista e gli auspici che siano espressi dalle altre chiese cristiane La consultazione interna alla Chiesa potrà essere arricchita dalle opinioni che si manifestino, anche sollecitate, da parte di quelle realtà della società civile che si sentano coinvolte nelle problematiche religiose e della presenza, anche sociale, della Chiesa a Milano.
3) Il gruppo di lavoro presieduto dall’arcivescovo raccolga la consultazione fatta in un testo conclusivo, anche esprimendo opzioni diverse, sulla base del quale l’Arcivescovo interloquirà con i vescovi della Conferenza Episcopale Lombarda e poi direttamente con il Papa per la nomina del nuovo Arcivescovo.
Gli incontri dei vari consigli dovrebbero essere introdotti e conclusi da preghiere e da invocazioni allo Spirito Santo. Una volontà di fraternità e di comunione dovrebbe presiedere a questa consultazione per poter superare le difficoltà indubbie nella ricerca di un consenso ricercato in un modo così inusuale. Anche se un tale itinerario dovesse essere faticoso o parziale sarebbe comunque un fatto evangelico e conciliare nella storia millenaria della nostra diocesi ambrosiana.
Ogni ostacolo (29) dovrebbe essere superato di fronte all’urgenza di voler essere più fedeli all’Evangelo ed allo spirito che animava la chiesa dei primi secoli. Se di ciò si è convinti non dovrebbe mancare il coraggio di innovare dando un segnale a partire dalla diocesi più grande del mondo cattolico e guidata da un arcivescovo universalmente conosciuto e stimato.

La Diocesi abbia coraggio evangelico

Abbiamo formulato una nostra proposta gradualista e realisticamente attuabile, sotto la diretta responsabilità del suo vescovo, nella speranza di superare l’attuale sistema del segreto assoluto e dell’esclusione del popolo di Dio, clero compreso.
Non ipotizziamo, ovviamente, alcuna campagna di tipo elettorale a favore di questo o di quel candidato. Se differenti opzioni ci sono, se contrasti di personalità o di impostazioni pastorali si scontrano, esse siano l’oggetto di una fraterna discussione pubblica e di una contemporanea ricerca di comunione fraterna. Ora i contrasti ci sono ma, quasi sempre, danno vita a gruppi di pressione, anche portati avanti in perfetta buona fede, secondo modelli non encomiabili, mutuati da istituzioni civili. E viene spesso tacitata nella Chiesa l’opinione di quanti ritengono essere grave mancanza l’avere trascurato od del tutto abbandonato molte delle ispirazioni del Vaticano II.
Il nuovo arcivescovo, quale esso sia, qualora si segua l’itinerario che proponiamo, si troverà non di fronte a enormi responsabilità tutte individuali sugli orientamenti pastorali da dare e sulle nomine da fare, ma davanti a una ricerca collettiva, a una individuazione di problemi e di difficoltà, a una speranza comune, ad un’offerta di collaborazione e di coinvolgimento.
Possa la nostra diocesi avere questo coraggio evangelico!

NOI SIAMO CHIESA- Milano
15 febbraio 2002

Note
(1) cf. Pasquale Colella in “Considerazioni sulle nomine dei Vescovi nel diritto canonico vigente” in Concilium n. 4/1990 pag. 119 e segg.

(2) cf. Richard Auwerda in “Diventare Vescovi in Olanda dopo il Vaticano II” in Concilium n.7/1980 pag.163 e segg.

(3) cf. Norbert Greinacher e Norbert Mette in “Contro una cattolicità messa sotto tutela” in Concilium n.2/1989 pag. 11. Il problema della nomina dei vescovi in quel periodo (gennaio ’89) fu al centro della famosa “Dichiarazione di Colonia” nella quale 163 docenti di teologia di lingua tedesca si dichiararono ” per una cattolicità aperta contro una cattolicità messa sotto tutela”. A quel testo fecero seguito analoghi documenti di 63 studiosi italiani e di 62 studiosi spagnoli (i tre testi si leggano su “Il Regno Attualità” rispettivamente sui numeri 4/1989, 10/1989 e 12/1989).

(4) Il vescovo di Coira, Wolgang Haas fu nominato da Roma al di fuori della terna proposta dal capitolo della cattedrale che ha questo diritto in base ad una rara ed antica norma democratica (tuttora in vigore). Questo vescovo, dalla linea pastorale reazionaria, fu “cacciato” a furor di popolo e di clero. Per risolvere il problema e salvare la faccia il Vaticano creò appositamente l’archidiocesi del Liechtenstein a cui fu trasferito Haas, che si vide in questo modo formalmente promosso ad arcivescovo anche se in una sede più piccola e meno importante.

(5) cf. N.Greinacher e N.Mette cit. pag 12. La più vigorosa critica del sistema attuale e la più forte sollecitazione per un suo cambiamento è contenuta nel servizio speciale “La nomina dei vescovi” del numero 6/1988 di Concilium a cura di James H. Provost e Knut Walf.

(6) cf. Casiano Floristàn in “L’elezione dei Vescovi” pag.200 saggio contenuto in “Vescovi per la speranza del mondo” a cura di Marcio Fabri dos Anjos, Milano 2001, volume tradotto dal brasiliano e pubblicato a San Paolo nel 2000 con il titolo “Bispos para a esperanca do mundo. Uma leitura critica sobre caminhos de Igreja”. Il saggio di Floristàn per il suo interesse e la sua completezza viene riportato integralmente in appendice a questo documento per gentile concessione dell’editore.

(7) cfr. Adista n.75 del 29-10-2001; nel suo intervento Martini ha affermato che “la riflessione sul Vescovo come strumento di comunione nella Chiesa locale, e come colui che la rappresenta e la interpreta, porta a chiedersi come sia possibile far sì che la Chiesa locale possa anche riconoscersi come espressione del suo Vescovo, a partire dalle procedure utilizzate per la ricerca di candidati adatti”.

(8) cf. Lettera III in appendice a “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”, BUR Rizzoli Milano 1996, pag.302 dove il Rosmini afferma: “Egli è certo che il privato giudizio s’inganna sovente, come quello sul quale le affezioni e le inclinazioni particolari esercitano influenza non piccola, ed è piegato sovente, senza che l’uomo stesso se ne avvenga, dal favore, e dalle individuali raccomandazioni, e in ogni caso un uomo solo non può, generalmente parlando, vedere tutto dove ci sono tante cose a vedere. All’incontro non è così facile che si inganni o sia prevenuto il concorde giudizio di tutti, giacché nel giudizio di molti le propensioni individuali si elidono e distruggono scambievolmente, i particolari lumi e le speciali vedute si completano coll’unirsi, e resta netta e concorde la verità. Al che consuona la sentenza che pronunziarono i Sommi Pontefici Siricio ed Innocenzo I quando dicevano “Integrum enim est iudicium quod plurimorum sententiis confirmatur”(è corretto il giudizio che viene confermato dall’opinione di molti).

(9) cf. Groupe des Dombes, Le ministère épiscopal. Réflexions et propositions sur le ministère de vigilance et d’unité dans l’Eglise particulière, Taizé 1976

(10) Il documento afferma al punto n.62 : “Per manifestare che l’autorità episcopale è radicata nella comunione ecclesiale, è importante che la designazione del Vescovo sia frutto di un rapporto vivo e di una consultazione tra il vescovo di Roma, i vescovi vicini, i preti della Diocesi e tutto il popolo interessato. Ci sembra infatti auspicabile che tutto il popolo di Dio sia associato nella scelta del suo vescovo”.

(11) Il più esplicito è stato Mons. Jayme Henrique Chemello Presidente della Conferenza episcopale brasiliana che ha denunciato i “processi oscuri e pieni di sorprese” con cui vengono scelti i vescovi ignorando la voce delle Chiese locali.
“A volte si ha la sensazione che un’opinione individuale possa essere decisiva, sebbene in contrasto con molte altre ugualmente qualificate” ( cf . in “Il Regno” n.20 del 15-11-2001 pag.651)

(12) Questo testo segreto è stato recuperato, tradotto dal latino e molto utilmente pubblicato dall’agenzia ADISTA sul n.80 del 19-11-2001.

(13) Dal 4 al 7 ottobre si è tenuto a Roma il Sopog (Synod of people of God 2001) promosso da IMWAC (“International Movement We Are Church”, il movimento internazionale di cui fa parte “Noi Siamo Chiesa”) e da altre organizzazioni che si battono per la riforma della Chiesa. In questo incontro sono state elaborate posizioni alternative rispetto a quelle emerse nel Sinodo; esse sono poi state comunicate alla segreteria del Sinodo. Si vedano i documenti sul sito Internet “www.shadow-synod.net”

(14) A conferma ulteriore dell’inconsistenza del Sinodo (o della sua paralisi) si può ricordare che verboso messaggio finale nulla si dice, salvo una generica e del tutto ovvia condanna del terrorismo, sulla questione della pace e della guerra in un momento storico così drammatico come quello dell’ottobre dello scorso anno.

(15) cf. Giovanni Cereti in “Il significato ecumenico di una collaborazione dei fedeli alla scelta dei Vescovi” in Concilium n.7/1980 pag.97 nota 2

(16) cf. Jean Bernhard in “Il Concilio di Trento e l’elezione dei Vescovi” in Concilium n. 7/1980.

(17) cf. Rosmini citato pag. 265

(18) cf. lettera III in appendice a “Le cinque piaghe della Santa Chiesa” citato pag. 299. Di seguito il Rosmini esprime ” la speranza che i Vescovi, conoscenti della condizione dei tempi in cui viviamo, dei grandi bisogni della Chiesa, e delle speranze che a lei adduce il grido alzato di libertà, vogliano dopo tanto tempo di disunione e d’isolamento, radunarsi nello spirito del Signore, e trattare quelle cose che interessano al reggimento della loro Chiesa. Imperciocché la sapienza collettiva e l’unità dello spirito e dei mezzi è quello, di cui più che mai la Chiesa oggidì abbisogna: ella abbisogna di sentire tutta la grandezza della promessa del Signore, il quale disse, che dove due o tre saran congregati in suo nome, egli sarà nel mezzo di essi”.

(19) in “Il senso teologico delle elezioni episcopali secondo il loro svolgimento nella Chiesa antica” in Concilium n.7/1972.

(20) Particolarmente efficace è Giovanni Cereti (citato pag.101) quando afferma:” Queste prospettive facendo prendere sempre più coscienza ai battezzati della loro dignità di figli di Dio in un popolo di fratelli (Mt. 23,8), hanno risvegliato l’esigenza di una partecipazione più attiva alla vita della comunità, e non soltanto alla preghiera liturgica (SC 11.14.19 ecc..) o all’apostolato (LG 31.33; AA 2, ecc..) ma allo stesso governo della comunità (cf. LG 12.32.37). La partecipazione di tutto il popolo di Dio alla scelta dei propri vescovi appare così un’esigenza di quella ecclesiologia di comunione che si va sempre più affermando e che ha indotto alcuni spostamenti di accento di grande portata ecumenica che possiamo così riassumere :1) Il ministero del vescovo viene sempre più compreso in rapporto alla ministerialità di tutto il popolo di Dio; 2) La chiesa viene sempre più compresa a partire dalla chiesa locale; 3) L’unità della chiesa deve sempre più essere compresa come una comunione di “chiese sorelle” (cui Roma presiede nell’amore)”.

(21) cf. in ” Forme storiche di governo nella Chiesa”, lectio brevis presso l’Università di Bologna, in “Il Regno” n.21 del 1-12-2001. Nella parte conclusiva della sua magistrale lezione Alberigo indica delle strade che si potrebbero percorrere: “Il livello legislativo dei grandi orientamenti generali dovrebbe essere affidato a un organo assembleare di tipo conciliare, distinto da quello- molto ristretto ma comprendente sempre il vescovo di Roma- responsabile delle decisioni di governo, dalla scelta dei nuovi vescovi ( o dalla convalida delle scelte operate localmente) sino alle numerose deliberazioni richieste dalle circostanze”. Per Alberigo la curia romana dovrebbe essere molto snellita ed anche dislocata nelle diverse aree di presenza geografica della Chiesa. Dovrebbe crescere il ruolo delle Conferenze episcopali e dei Sinodi, anche continentali, e comunque, ai vari livelli, dovrebbe porsi ” il problema della partecipazione dei fedeli all’elaborazione delle decisioni che li riguardano secondo il principio del quod omnes tangit”.

(22) In particolare si può leggere in “Il Regno” n.21 del 1-12-2001 l’intervento di Gregorio III Laham, patriarca greco-melchita di Antiochia e di tutto l’Oriente, che ha detto: “Si è atteso troppo ad applicare i decreti del Concilio Vaticano II, e le direttive e le dichiarazioni delle encicliche e delle lettere dei papi, e soprattutto del santo padre Giovanni Paolo II. Una ulteriore attesa toglierebbe ogni credibilità alla buona volontà della Chiesa di Roma in materia di dialogo ecumenico. Avviene esattamente il contrario: il “Codice dei canoni delle Chiese orientali” ha ratificato usanze assolutamente contrarie alla tradizione ed alla ecclesiologia orientale!”.

(23) Alcuni di questi fenomeni negativi sono stati indicati dal Card. Martini nella sua ultima lettera pastorale 2001-2002 “Sulla tua parola” (Centro Ambrosiano,2001) al cap. 3. Egli vi ha affermato che “Milano è stata in questi decenni il laboratorio e la patria di fenomeni di costume e di prassi politica che hanno segnato l’intera nazione”. Martini, in questa sua confessio vitae si è anche chiesto se egli, e tutta la Chiesa ambrosiana con lui, non avrebbe potuto fare di più per denunciare questi peccati.

(24) La non coincidenza che c’è stata tra le conclusioni del Sinodo ed il magistero di Martini risulta evidente leggendo la sua “Lettera di presentazione alla Diocesi” degli Atti (Centro Ambrosiano, Milano 1995).

(25) cf. Lettera 10, 6.

(26) cf. Lettera III in appendice a “Le cinque piaghe della Santa Chiesa” cit. pag. 310

(27) Si veda il testo completo riportato in Appendice.

(28)cf. volume citato pag. 210 dove sostiene che devono essere coinvolte “tutte le istanze della comunione ecclesiale : la diocesi (mediante i consigli presbiterale e pastorale che presentano la lista dei candidati), la conferenza episcopale (che, attraverso un’apposita commissione, sceglie il più idoneo della lista, oppure propone un altro candidato) e la Santa Sede (che conferma, salvo casi speciali, il vescovo scelto). In questo modo si cerca di evitare l’influenza nefasta di certi interessi politici o l’ imposizione di una linea pastorale distante dal popolo e dal Vaticano II”. Il saggio del Floristàn , per la sua chiarezza e completezza, viene riportato integralmente in appendice. Le modalità concrete della partecipazione del popolo possono essere diverse e sono state diverse in passato. Salvatore Capo, nell’importante saggio leggibile sul sito Internet citato in bibliografia, per esempio propone. “Quando si rende vacante un seggio episcopale, un legato nominato dal papa (può anche essere un vescovo) convoca e presiede un collegio elettorale costituito da : tutti sacerdoti della diocesi, anche quelli che non sono parroci; tutti i diaconi della diocesi; tutti i componenti laici del consiglio pastorale diocesano; un rappresentante laico di ogni consiglio pastorale parrocchiale. Questo collegio si riunisce per una intera giornata dedicata alla preghiera, alla riflessione e all’invocazione dello Spirito Santo. Alla fine della giornata si procede all’elezione a scrutinio segreto e viene eletto chi ha riportato almeno i due terzi dei voti. Nel caso in cui nessuno riporti i due terzi dei voti si procede usando la stessa procedura in vigore per l’elezione del papa”.

(29) Si potrà sostenere che questo percorso non è previsto dalla prassi e dal diritto canonico. Ma, volendo proprio seguire la ricerca dell’ortodossia giuridica, anche il codice prevede che si svolgano consultazioni; si tratterebbe solo di dare un’interpretazione estensiva al canone 377 § 3 e di fare anche riferimento al can. 129 § 2 dove recita che i fedeli laici possono cooperare nell’esercizio della potestà di governo (di giurisdizione). Si può anche fare appello al canone 212 § 3 in cui si afferma che “i fedeli hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto agli altri fedeli”.

 

 

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One Response to Un Appello di base per un nuovo vescovo “conciliare” per Genova per rinnovare profondamente la diocesi

  1. fredo olivero scrive:

    Credo sia utile per ogni chiesa locale,la partecipazione dei laici La parte peggiore di Genova ,per quanto conosco,è l’aspetto pastorale e tra questi la trasparenza coperta nell’intero periodo del vescovo attuale,troppo impegnato ad “arrampicare”e togliore i collaboratori della partecipazione precedente
    Apprezzo la proposta

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