Ai tempi del Coronavirus, leggi una meditazione del direttore del Regno Gianfranco Brunelli

Preparare la Pasqua nel sabato del tempo

Ora che è stato detto tutto, ed è stato detto di tutto, da parte delle istituzioni (da quelle medico-scientifiche alla politica), e in Rete, sui media, da parte di tanti; ora che il coronavirus sta assumendo il volto inarrestabile e pervasivo di una pandemia; in quest’ora toccherebbe alla Chiesa fare sentire la propria voce. Perché ci avviciniamo alla Pasqua.

Non sono mancati interventi di singoli pastori, ma una parola unitaria della Conferenza episcopale italiana (CEI) è sin qui mancata, se si escludono singoli comunicati, in genere sul tema dell’apertura e della chiusura delle chiese, sulla opportunità o meno di celebrare le funzioni liturgiche, in «ottemperanza» ai DPCM governativi. È mancata sin qui una parola forte.

E su cosa possono e debbono intervenire i vescovi italiani di fronte al dramma soggettivo di migliaia di persone, al dramma collettivo di una nazione, nel dramma globale?

Qui il problema non è sancire la maggiore o minore autonomia della Chiesa e delle sue decisioni come istituzione religiosa distinta dallo stato. Non siamo di fronte a un problema che riguarda, com’è accaduto in altri momenti della storia, il rapporto stato – Chiesa, non in termini istituzionali o ideologici almeno. Anche se le conseguenze di quel che accade non mancheranno neppure su quel piano.

 

Qui il problema è affrontare il tema della fragilità personale e collettiva, sociale ed economica, politica e istituzionale. È il tema della malattia, della vita e della morte, che tocca e ridefinisce ogni cosa. È dunque il tema dell’annuncio del Vangelo in questo tempo. Il tema del nucleo centrale della nostra fede.

Di fronte a un nemico invisibile e presente, impalpabile e certo, che assume il volto possibile di ogni persona che incontriamo, di ogni relazione e rapporto, persino di quelli più intimi e familiari, ci sentiamo improvvisamente indifesi, esposti, smarriti. È una fragilità anzitutto personale, come di chi sa d’essere esposto in prima persona all’incertezza di una malattia e del proprio destino e poi, immediatamente, legata a quello dei propri cari, dei propri amici.

È una fragilità che mette fuori gioco molte delle relazioni interpersonali e sociali. Una sorta di sospensione sine die del proprio modo d’essere.

È una fragilità personale, anche quando viene nascosta e confusa in raduni di massa, folli, come quelli di migliaia di giovani milanesi qualche sera fa, lungo i Navigli. Un tentativo di nascondere la morte. Un istinto di morte profondo, esorcizzato attraverso un eccesso di manifestazioni di vita e di colpevole indifferenza al male. Truccare il tempo. Imbellettare la morte.

Una cesura drammatica

Finché tutto questo è lasciato al destino individuale rimane nella percezione come circoscritto, non scatena una reazione di massa. Ma quando la minaccia è percepita e sperimentata come generalizzata, allora non si può più nascondere la morte. E nel rovescio dell’illusione di chi pretende di possedere il tempo e la propria condizione come duratura emerge la malinconia del suo svanire inarrestabile.

Persino il cielo così terso di questi giorni e l’anticipato aprile della natura in fiore sembrano contraddire e separare il destino individuale dalla speranza delle cose, in una cesura che l’animo avverte come drammatica.

Ma per noi cristiani il tema del tempo (che dopo l’evento pasquale è figura messianica, di contrazione del tempo, l’avvio del tempo ultimo) e dunque il tema della morte è legato al tema della risurrezione: «Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe? Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo» (1Cor 15,32).

E questo tempo inatteso e pericoloso non è un altro tempo. Il tempo messianico non è un altro tempo, ma una trasformazione profonda del tempo cronologico. L’escatologia che annunciamo e crediamo implica una trasformazione delle cose penultime a partire da quelle ultime. Non la loro contrapposizione. Qui, ora è l’esercizio della nostra responsabilità per la vita di tutti. La nostra decisione di rinunciare è in realtà un’offerta. Altrimenti solo l’egoismo personale e sociale segnerà in forma duratura questo passaggio difficile.

Se si chiudono le chiese è per la vita. E per la vita nel suo significato evangelico di dono. Per eccedenza d’amore. Non semplicemente per un provvedimento pur necessario di sanità pubblica. Come la donna di Betania che versa sul capo di Gesù l’unguento profumato, così anche noi dobbiamo «sprecare» l’amore. «Dovunque sarà annunciato questo Vangelo, nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche ciò che ella ha fatto» (Mt 26,13).

In attesa di una parola della Chiesa

Su un piano personale ed ecclesiale sperimentiamo una forma inedita di solitudine della fede. Certo non poter celebrare l’eucaristia, cioè il centro della nostra fede, non è cosa qualsiasi, da argomentare con un semplice e burocratico «in ottemperanza…» (il che spingerebbe davvero nel senso di un’accelerazione del processo di scristianizzazione).

Tutto questo non è senza conseguenze, né sul piano individuale, né su quello comunitario, ma non è di per sé neppure una crisi della fede, se è sostenuto da un annuncio forte, argomentato, reso condiviso da parte della Chiesa.

La Chiesa italiana, lo stesso vescovo di Roma sono attesi per una parola che ripeta nuovamente il Vangelo in questo tempo; che affronti il mistero della morte e della risurrezione. Perché con questo, oggi, tutti, individualmente e collettivamente, siamo confrontati. Questa è l’attesa, consapevole o meno, di una moltitudine.

Siamo entrati in una lunga vigilia, un’interminabile veglia notturna. È il Sabato santo della fede, il giorno a-liturgico per eccellenza, un tempo denso di sofferenza, di smarrimento, d’attesa e di speranza, che sta tra il dolore della croce e la gioia della Pasqua. Il giorno del silenzio di Dio. La Chiesa deve preparare la Pasqua, perché forse neppure la liturgia pasquale potremo celebrare, il centro della nostra fede: il corpo e il sangue di Cristo dato per noi e per tutti.

Ma che cos’è per il cristiano il vigilare se non l’attendere, scrutare nella notte, prestare attenzione al proprio tempo; se non prendersi cura dell’altro, vegliare con amore qualcuno nelle case o in un ospedale? In questo tempo abbiamo la possibile consolazione della contemplazione della Parola e della preghiera, da quella personale a quella familiare. Possiamo farla risuonare. In molti modi.

È il tabernacolo dei cuori e delle case che in quest’ora viene aperto. Cristo sta alla nostra porta.

Gianfranco Brunelli

direttore de “il regno”

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One Response to Ai tempi del Coronavirus, leggi una meditazione del direttore del Regno Gianfranco Brunelli

  1. Vincenzo Robles scrive:

    L’epidemia “spoglierà” la nostra fede?
    Un interrogativo apparentemente provocatorio, ma suggerito dalla decisione di “celebrare” i prossimi Riti della settima santa senza la presenza dei fedeli. Un interrogativo che ci chiede di riflettere, prima di ogni comprensibile reazione, su quello che è il nostro rapporto con la fede! Chiediamoci, cioè, se siamo pronti a vivere la nostra fede senza l’aiuto dei “segni”, senza i riti. Per molti sarà difficile, ma dobbiamo affrontare questa occasione considerandola una opportunità per “misurare” la nostra fede. L’interrogativo vorrebbe dire proprio questo: saremo chiamati a vivere una fede spoglia di tanti apparati che hanno rappresentato il tutto della nostra fede e che ci hanno condotto ad oscurarne la sostanza. Diciamo di avere fede perché crediamo in quelle verità che ci sono state trasmesse, e che ogni domenica ricordiamo con la formula del Credo, diciamo di avere fede perché la chiesa ci accompagna nei momenti più importanti della nostra vita. Ma la nostra fede è un continuo impegno a “trascendere”, cioè a superare la nostra persona, il nostro pensiero?
    I “segni” sono importanti, ma spesso li abbiamo completamente sostituiti al messaggio che essi contengono. La conseguenza è che il nostro cristianesimo diventa sempre più ineffabile e sempre più ricco di segni. Cosa succederà in questa Quaresima senza la diretta partecipazione dei fedeli ai riti, soprattutto a quelli della Settimana santa? Riusciremo a comprendere oltre i “segni” quel ramoscello d’ulivo che così festosamente ci scambiamo nella Domenica delle palme? Riusciremo a comprendere la giornata del Giovedì santo con la “Lavanda dei piedi” così strettamente legata al comandamento “Fate questo in memoria di me”?
    Questi interrogativi dovrebbero farci riflettere sulla nostra fede e sul come viviamo il ciclo liturgico entrato ormai prepotentemente nella nostra vita civile e che viviamo con la solita gioia e abitudine.
    Allora non potrebbe l’epidemia rappresentare l’occasione per liberarci dalle tante strutture che nascondono la nostra fede?

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