Raniero La Valle, nella sua lettera settimanale di Chiesadituttichiesadeipoveri, riflette su come vivere la fede ai tempi del virus, senza miracolismi e senza “pretendere” che senza l’Eucaristia per un cristiano non sia possibile vivere. La partecipazione alle norme decise per tutti è un dovere. E polemizza vivacemente con Enzo Bianchi

Newsletter di Chiesadituttichiesadeipoveri  n. 186 del 18 marzo 2020

SE MANCA L’ACQUA

Care amiche ed amici,
i poveri della Chiesa che è di tutti ma soprattutto dei poveri, sono costernati perché hanno letto sulla “Repubblica” che senza eucaristia domenicale per i cristiani non è possibile vivere, e lo dice un maestro autorevole. Poiché essi sono poveri, non vivono nei santuari o nei monasteri, non abitano né in seminari né in case del clero ma nelle loro case chiuse per virus, e se poi stanno in Amazzonia o in altre terre cristiane depredate ma prive di clero l’Eucaristia domenicale non se la possono nemmeno sognare, sono turbati a sentirsi dire che così non possono neanche vivere, e in ogni caso non da cristiani. Dunque per loro, e sono tanti, il Signore sarebbe venuto e morto invano.
La cosa è seria e quindi non si può passare oltre senza sentirsi interrogati, senza cercare, se c’è, un’altra risposta per i poveri e per i piccoli che noi tutti siamo. Ed è tanto più necessario perché insieme a questo lamento per la mancanza dell’Eucarestia e dei segni materiali degli altri sacramenti, si levano qua e là appelli “alla Chiesa”  perché in questa tragedia della pestilenza si faccia sentire, alzi la voce, dica parole forti, “parole di verità”, faccia gesti esemplari di invocazione e di supplica, organizzi preghiere e salga sulle guglie, come se nei tempi normali la Chiesa non parlasse e non si facesse Parola, non trasmettesse verità, non pregasse, non invocasse il perdono e non supplicasse il Dio della misericordia, e come se oggi fosse ancora più inadempiente.
Naturalmente non c’è da scandalizzarsi per queste posizioni esigenti e ansiogene che potrebbero ancor più turbare i fedeli. Niente di nuovo; del resto, anche i migliori possono forzare le cose di Dio. Basta pensare a san Tommaso che sosteneva che un bambino morto nel deserto senza che si trovasse acqua per battezzarlo non si sarebbe salvato in eterno, ciò che davvero era “pelagiano” perché presupponeva come inderogabile un’opera umana. E basta pensare al giudizio tagliente di san Paolo sui Giudei che chiedono miracoli e i Greci  che cercano la sapienza mentre noi annunciamo Cristo crocifisso, per vedere come ci sia un’eccedenza, una pretesa mondana che non si fida dell’agire di Dio, lo vuole integrare e sostituire, non si accorge di quella spoglia semplicità dell’operare di Dio a cui non a caso si è richiamato papa Francesco nell’omelia di lunedì scorso a Santa Marta.
Anche in questo frangente papa Francesco deve reggere l’urto: da un lato ammonisce i vescovi, a cominciare dal suo vicario a Roma, che le misure drastiche come quelle di chiudere le chiese “non sempre sono buone”, dall’altro mostra una straordinaria sobrietà per non incoraggiare derive miracolistiche e magiche. Una cosa è infatti che la Chiesa pensata da Francesco come ospedale da campo non chiuda le porte proprio quando la società intera è diventata un ospedale, una cosa è che i preti come i ministri dell’altra salute stiano sulla breccia a soccorrere e consolare i fedeli,  e altra cosa è pretendere che le assemblee si radunino per i riti, dalle Messe alle “lectio divine”, alle novene, ai “Sepolcri” (e i tradizionalisti dicono anche le piscine di Lourdes),  con la motivazione che la religione con i suoi riti è libera dalla legge e non deve pagare dazio agli “adempimenti burocratici” e all’interesse comune di tutti i cittadini. Qui davvero Dio è occultato dal sacro. Un assembramento che sarebbe un delitto se fosse per una “movida” sarebbe invece un sacrosanto diritto e dovere se fosse per una Messa o per una veglia, come se i corpi non fossero gli stessi: e ai “laici”, ai comuni cittadini, chi glielo va a dire? È piuttosto un’icona di santa obbedienza il papa che da solo percorre il deserto di via del Corso verso la chiesa dei Servi di Maria per invocare il Crocefisso, portando la veste bianca quale un cilicio, come ha scritto Antonio Padellaro sul “Fatto”.
Un certo intransigentismo cattolico che sostiene l’irrinunciabilità delle Messe e delle altre celebrazioni in comune è anche figlio di un tempo in cui la Chiesa si fondava più sul potere che sull’Eucaristia, e la Bibbia era stata tolta di mano al popolo cristiano; e ora che la Chiesa ha dato ragione ai riformatori più illuminati e kerigmatici riconoscendo come fonte e culmine di tutto Eucarestia e Scrittura, essi vivono come un’infedeltà se non un’apostasia il venir meno di questa evidenza visibile. Non era “la scelta religiosa” la riforma più avanzata che la Chiesa potesse fare? E ora come rinunciarvi?
La verità è che all’ora delle grandi prove non ci vuole più religione, ma più fede. E la fede consiste nel non dire mai più, di fronte alla “disgrazia”, “e Dio dov’è? dov’era?”, ma nel sapere che proprio allora sovrabbonda la grazia.
La difficoltà sta nel fatto che come deve essere la Chiesa lo chiediamo alle nostre culture, alle nostre téologie o ai nostri perfettismi e non al Vangelo. Ma proprio nella prima domenica in cui l’Eucaristia non si è potuta celebrare in comune (e invece sì, collegati o non collegati si fosse, quella del cuore) il Vangelo raccontava che Gesù in un contesto che più laico e comune non poteva essere, diceva alla donna samaritana che sarebbe venuto il tempo di adorare Dio non nel tempio di Gerusalemme o in quello alternativo costruito sul monte Garizim, ma i veri adoratori avrebbero adorato Dio in spirito e verità. Qualcuno ha pensato che Gesù volesse parlare di un tempo, chissà quanto lontano, in cui la pura fede avrebbe preso il posto della religione e perciò non ci sarebbe stato più bisogno di templi e di riti. Ma Gesù aveva detto invece: viene un tempo ed è questo. È questo il tempo in cui continua la religione, continuano a esserci i templi ed i riti, e anche l’Eucaristia e i funerali e gli altri sacramenti, ma questi a nulla varrebbero senza Spirito e senza verità e, come ha detto un’altra volta, senza perdono e riconciliazione tra i fratelli; un tempio senza fede è nulla, ma adorare Dio in spirito e verità anche se non c’è tempio né rito né clero è tutto, e anzi, dice Gesù, fatelo anche nella vostra camera quando nessuno vi vede.
Nessuna pulsione iconoclasta in ciò: le grandi risorse devozionali e sacramentali dell’istituzione religiosa, nella dovuta discrezione e discernimento, restano tutte, però sono nel regno del relativo, del medicinale, del pedagogico, e anche del necessario, ma non come assoluti terreni.
Il monaco più santo che abbiamo conosciuto, padre Benedetto Calati, il camaldolese, quando fu raggiunto dalla morte fu prevenuto da un monaco suo discepolo, che poi ne ha dato testimonianza, che gli disse: “Padre, è venuto il momento: vuole l’Estrema Unzione?”. E padre Benedetto, con un sorriso luminoso ma ormai un po’ anche ironico, gli rispose: “Innocenzo!  Ancora pensi a queste cose!”. Come a dire: dopo tutti quei Salmi!

Con i più cordiali saluti
www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

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Ma la Chiesa non può chiudere

 

La Repubblica – 16 marzo 2020
di ENZO BIANCHI

In questi ultimi giorni siamo testimoni dell’epidemia di coronavirus ma siamo anche travolti dall’epidemia della paura. E in questa condizione faticosa e buia sembra essere travolta anche la Chiesa.

Nessuna polemica da parte mia, nessuna certezza, ma molte domande. L’ho scritto fin dall’inizio di questa emergenza: siamo sicuri che la Chiesa, adottando contro il possibile contagio misure che impediscono liturgie, preghiere e funerali partecipati dalla comunità, sia solidale con chi soffre, ha paura e cerca consolazione?

Rincresce constatare come la Chiesa non sia capace di una parola umile, senza pretese, ma chiara. Abbiamo ricevuto disposizioni ecclesiastiche sull’emergenza, equiparate alla disciplina imposta dall’autorità politica, nelle quali non s’intravede la presenza di preoccupazioni pastorali e cristiane dettate dal Vangelo: compassione, urgenza della cura e della vicinanza ai malati e alle persone in condizione di fragilità, messaggio della speranza per chi è vittima di questa pestilenza. Ci si è limitati alla richiesta di sospendere le celebrazioni, offrire un’eucaristia celebrata in privato, interrompere la celebrazione dei funerali. Ma la virtualizzazione della liturgia significa morte della liturgia cristiana, che è sempre incontro di corpi e di realtà materiali.

Mi è dunque venuto spontaneo domandarmi: ma è veramente morto il prossimo? Anche noi cristiani non sappiamo più cosa è necessario alla nostra vita e cosa è superfluo? Poi finalmente papa Francesco ha detto alcune parole che sembrano aver risvegliato le coscienze: occorre tenere aperte le chiese, accompagnare i malati, andare a visitarli, far risplendere la speranza della vita dove la morte fa le sue incursioni, occorre che la Chiesa assuma la postura di Chiesa in preghiera.

E non ci si può certo consolare constatando che le preoccupazioni della società sono altre: gli eventi sportivi, l’aperitivo, la movida… Un cristiano avrebbe obiezioni da fare di fronte ai vari atteggiamenti che si manifestano in questa emergenza, soprattutto riguardo alla liturgia eucaristica, che deve sempre essere azione di tutta la comunità, senza surrogati che smentiscono la realtà umana del corpo di Cristo che è la comunità e la realtà sacramentale del corpo di Cristo nel pane e nel vino.

È vero che si può pregare in casa, nel segreto — come chiede anche Gesù —, ma senza eucaristia domenicale per i cristiani non è possibile vivere. Chi si ammala e va verso la morte ha bisogno dei sacramenti, della consolazione cristiana, di vivere la speranza della resurrezione con i fratelli e le sorelle, senza sentirsi abbandonato. Se la Chiesa non sa essere presente alla nascita e alla morte delle persone, come potrà mai esserlo nella loro vita? Pastori senza pecore e pecore senza pastori? Pastori salariati meno disposti alla cura dei fedeli e dei loro bisogni spirituali rispetto a medici e infermieri del corpo? Per grazia conosco preti che non abbandonano le pecore malate, anzi le vanno a cercare e a curare affinché vivano in pienezza.

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