Tutto si ferma o si cambia ma non l’industria delle armi.

Industria bellica, perché la produzione non si riconverte

Armi. Anche in tempi di emergenza da coronavirus la produzione militare, dai mitragliatori alle bombe, dai Mangusta ai cacciabombardieri F-35 è considerata strategica e tra le attività indispensabili per il nostro Paese

Giorgio Beretta* 

Il Manifesto del   31.03.2020

Finalmente si muove anche Leonardo. Ci sono voluti due mesi al colosso nazionale degli armamenti per annunciare di voler fornire «tutto il proprio supporto» (sic!) in termini di «risorse, mezzi e persone» per sostenere le istituzioni nazionali nel contenimento dell’epidemia da Covid-19. Supporto che, come esplicita il comunicato diffuso sabato scorso dall’azienda, di fatto si riduce all’impiego di due aerei da trasporto (un C-27J ed un ATR-72) con propri equipaggi e tre elicotteri (due AW139 e un AW189) a sostegno della Protezione Civile e a fornire l’utilizzo delle proprie stampanti 3D negli stabilimenti di Grottaglie e La Spezia per produrre valvole per respiratori.

Davvero un po’ poco per quella che si definisce «la principale azienda industriale italiana e tra le più importanti aziende al mondo dell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza». Leonardo Company ha infatti inglobato le maggiori imprese italiane del settore civile e militare dell’aeronautica (Alenia Aermacchi), dell’elicotteristica (Agusta Westland), dell’elettronica (Selex Es), dei sistemi satellitari (Telespazio), della simulazione (Vitrociset), dei sistemi terresti e navali di difesa (Oto Melara, Wass) fino ai sistemi missilistici (MBDA): solo in Italia impiega 29.244 addetti ed ha un fatturato di oltre 12 miliardi di euro.

 

Suonano inoltre come una beffa alcune parole del comunicato della direzione di Leonardo, in particolare l’utilizzo della parola “solidarietà”: «Solidarietà a supporto delle istituzioni” si legge nel titolo che poi elenca «una serie di iniziative solidali…». Solidarietà pelosa che, soprattutto, non preclude alle aziende militari del gruppo di continuare a produrre nonostante le restrizioni imposte dal governo su scala nazionale: il decreto governativo del 25 marzo scorso esplicita, infatti, che «sono consentite le attività dell’industria dell’aerospazio e della difesa, nonché le altre attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale, previa autorizzazione del Prefetto della provincia ove sono ubicate le attività produttive».

Come si legge nella comunicazione inviata alla Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza (AIAD) dal Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e dal Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, «è riconosciuta la strategicità e, più in generale, l’apicale importanza, per il nostro Paese, delle imprese operanti nei suddetti settori industriali, imprese la cui attività produttiva, anche in un momento altamente critico e quello che stiamo affrontando, si è comunque deciso di tutelare appieno».

In parole semplici, anche in tempi di emergenza da coronavirus la produzione militare, dai mitragliatori alle bombe, dai Mangusta ai cacciabombardieri F-35 (è di ieri la notizia della ripresa del lavoro alla linea di assemblaggio di Cameri) è considerata strategica e tra le attività indispensabili per il nostro Paese. Nessun accenno alla riconversione, nemmeno temporanea, della produzione bellica a favore di quella medico-sanitaria. Eppure il Governo attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze è il maggiore azionista di tutte le maggiori aziende militari come Leonardo e Fincantieri. Non solo: attraverso il “Golden Power” esercita un controllo fondamentale anche sulle imprese private «operanti in ambiti ritenuti strategici e di interesse nazionale». Tra queste figurano tutte le aziende del settore militare e degli armamenti, Beretta Armi e Fiocchi Munizioni, incluse.

Proprio la Beretta Armi nei giorni scorsi ha annunciato in pompa magna di cercare – e poi di aver trovato – la polvere Duraform HST per poter stampare in 3D le valvole per le maschere respiratorie d’emergenza. Un annuncio che vale quanto una pubblicità. A parte l’utilizzo temporaneo di qualche stampante, le industrie del settore militare si guardano bene dal convertire ad uso civile le proprie linee di produzione. In Italia ci sono 231 fabbriche di armi comuni e ben 334 aziende sono annoverate nel registro delle imprese a produzione militare. Ce n’è invece solo una in tutta Italia che produce respiratori polmonari, per l’acquisto dei quali dipendiamo dall’estero. Quale sia oggi la priorità non occorre dirlo.

* Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL)

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