Andrea Grillo commenta la Samaritanus bonus

      

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(Il buon Samaritano – Gunnar Bach Pedersen)

La lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede “Samaritanus bonus”, fin dalle sue prime righe, pone la questione delicatissima della “cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita” all’interno del rapporto tra teologia e tecnologia. Nuovi strumenti di “rianimazione” e di “sedazione” permettono di articolare diversamente le procedure con cui gli uomini e le donne giungono al termine dei propri giorni. Una grande “potenza di mediazione” è ricchezza e povertà, crea nuove opportunità e nuovi “scarti”. Dunque si tratta di coniugare i principi di civiltà con un contesto di circostanze in larga parte nuove, che possono smentire ogni principio o permettere di applicarne la forza con nuovo e particolare discernimento. Vorrei esaminare brevemente la struttura del documento per poi porre alcune osservazioni, di carattere sistematico, su una questione fondamentale.

La struttura del documento

Dopo aver rilevato, in fase introduttiva, la stretta correlazione tra compito etico e novità tecnologiche, il documento inizia (§.1) dal “paradigma della cura del prossimo” come orizzonte di senso della “cura medica”, la quale, pur sperimentando il limite della inguaribilità dei pazienti, non rinuncia mai al prendersi cura della persona inguaribile. Il Samaritano è qui il modello di buona cura del prossimo. Ma Cristo sofferente crocifisso (§.2) è non solo il riferimento, ma la “scena corale” che può ispirare la esperienza del dolore e della fine, da parte del paziente e dei suoi cari. Lo “stare” accanto al paziente, nei diversi luoghi di commiato dalla vita, diventa passaggio ecclesialmente e culturalmente qualificante. Ciò conduce (§.3) alla valorizzazione del Samaritano come “un cuore che vede”, un uomo che vede col cuore. La compassione apre alla scoperta del dono della vita e alla disponibilità a prendersi cura della vita altrui. In questo la Chiesa fa una esperienza di vocazione che si riflette anche in una evidenza naturale, che perciò chiede a tutti gli uomini di riconoscere come bene indisponibile la vita, propria e altrui. Ma queste evidenze conoscono una crisi dovuta a diversi fattori (§.4): i concetti di “qualità della vita”, di “morte degna”, di “compassione” rischiano di oscurare il valore della vita e di subordinarlo a sentimenti o inclinazioni nelle quali il bene e il male di confondono e si scambiano di posto. Tutto questo dipende, in ultima analisi, da un individualismo che caratterizza le società tardo-moderne e che produce una “cultura dello scarto” che prende spesso il tono e lo stile della “cultura di morte, per la quale eutanasia e suicidio assistito appaiono non come sconfitte, ma come illusorie soluzioni.

La sintesi magisteriale

Di fronte a questo quadro spirituale e contestuale, la sintesi che il magistero ha elaborato è complessa, poiché salvaguarda, contemporaneamente, il valore della vita e il diritto alla morte. Proprio questa articolazione della parte magisteriale indica, in modo evidente, che l’approccio non può che essere complesso e articolato, e implica un discernimento strutturale. Vengono così elencati 12 punti, per i quali rimando al testo della Lettera e mi limito a segnalarne il titolo:

1) il divieto di eutanasia e suicidio assistito

2) obbligo morale di escludere l’accanimento terapeutico

3) le cure di base: alimentazione e idratazione

4) le cure palliative

5) Il ruolo della famiglia e gli hospice

6) L’accompagnamento e la cura in età prenatale e pediatrica

7) Terapie analgesiche e soppressione della coscienza

8) Lo stato vegetativo e lo stato di minima coscienza

9) L’obiezione di coscienza di operatori e istituzioni

10) L’accompagnamento pastorale e il sostegno dei sacramenti

11) Il discernimento pastorale verso chi chiede eutanasia e suicidio assistito

12) La riforma del sistema educativo e della formazione degli operatori sanitari

Per lo più ogni tema è svolto con ampiezza e respiro. Si trovano, tuttavia, alcune affermazioni in cui, proprio quel discernimento che guida in generale il tenore del documento, sembra un poco vacillare. In particolare molto delicata risulta la “gestione” della presenza ecclesiale – da parte soprattutto dei cappellani – in contesto di decisioni per la eutanasia o il suicidio assistito. L’utilizzo della assoluzione posticipata – per favorire la conversione – e l’obbligo di assenza ecclesiale al momento della morte di chi ha scelto l’eutanasia non sono soluzioni che possano dirsi “univoche”. In questo caso, pur non potendosi certo mai escludere le prassi indicate, discernimento vorrebbe che, di volta in volta, si potesse stabilire, in base alle storie concrete dei soggetti e dei contesti,  quale sia la scelta migliore. Il documento afferma con assoluta recisione, a proposito di una presenza del cappellano al momento in cui la eutanasia viene praticata al soggetto: “Tale presenza non può che interpretarsi come complicità”: forse il discernimento, se riferito al Samaritano, potrebbe essere qui un po’ meno drastico e tassativo.

La riflessione sistematica

Come dicevo all’inizio, l’orizzonte in cui la “cura del Samaritano” viene assunta come modello e come norma deve essere collocato in un mondo pieno di mediazioni, di vita e di morte, di cui la Chiesa ha ben chiara la potenza e di cui deve proporre adeguato discernimento. Qui vorrei allora suggerire un metodo di lettura del testo. Se lo leggiamo, proprio nel suo paragrafo decisivo dal punto di vista magisteriale (§. 5.), come un  semplice elenco, non capiamo la complessità delle questioni. Proprio perché il dono della vita viene rispettato non semplicemente perché “non si uccide”, ma perché “si consente di morire”. Eutanasia, aiuto al suicidio e accanimento terapeutico sono “concetti limite”, fattispecie normative e concettuali che devono essere collocate nello spazio e nel tempo. Non vi è legge oggettiva che dispensi dal male né legge oggettiva che assicuri il bene. Senza discernimento la giustizia non è mai assicurata. Pertanto non siamo dispensati, anche di fronte alle forme dell’”intrinsece malum”, dal necessario discernimento. Non vi è dubbio infatti che eutanasia e suicidio siano un male, così come è un male accanirsi nelle terapie. Ma la distinzione tra i due mali non è mai così semplice e non si lascia trattare semplicemente come una “evidenza immediata”. Per questo anche ciò che è “intrinsecamente un male” – come “uccidere” e  “levare la vita” – deve essere posto nel contesto suo proprio per essere giudicato in senso definitivo. La intrinsecità del male – che è concetto limite irrinunciabile – non può mai prescindere dalla “estrinsecità delle circostanze”, che possono diminuire o annullare la qualità negativa della azione.

Un testo da discutere

Verso la fine del terzo paragrafo, per sottolineare il valore inviolabile del dono della vita il documento scrive:

“Pertanto, sopprimere un malato che chiede l’eutanasia non significa affatto riconoscere la sua autonomia e valorizzarla, ma al contrario significa disconoscere il valore della sua libertà, fortemente condizionata dalla malattia e dal dolore, e il valore della sua vita, negandogli ogni ulteriore possibilità di relazione umana, di senso dell’esistenza e di crescita nella vita teologale. Di più, si decide al posto di Dio il momento della morte.”

Vorrei soffermarmi sull’ultima frase: si decide al posto di Dio il momento della morte. Questo modo di pensare e di parlare, che resta immediato e fondato, deve però tener conto che le “mediazioni terapeutiche” di fatto hanno profondamente alterato questa esperienza di vita/morte. E lo hanno fatto, per lo più, dilatando i “tempi della vita”. Chinino, penicillina, vaccini, operazioni chirurgiche, macchine della rianimazione hanno “alterato” il corso naturale delle cose. Pertanto abbiamo oggi “condizioni di vita (e di morte)” che sono profondamente alterate dall’intervento umano. Questo complica molto il giudizio che possiamo e dobbiamo dare sui soggetti implicati in “fasi terminali”. Ad es., se una macchina della rianimazione ha ridato respiro e battito cardiaco ad un paziente, e lo restituisce al cosiddetto “stato vegetativo”, che è in larga parte una “creazione umana”, come si deve distinguere, in tal caso, l’accanimento terapeutico da evitare dalla eutanasia da escludere? In quale senso “Dio vuole” ciò che l’uomo ha prodotto? La risposta alla domanda implica competenze strettamente tecniche e giudizi “in loco”, non semplici evidenze morali. Pensare di risolverla soltanto in base a principi astratti rischia di dimenticare che, in questi casi, l’atto morale pertiene rispettivamente al malato, ai suoi parenti stretti, e al medico. E questo imbarazzo morale sta in equilibrio precisamente tra quei “concetti opposti” (eutanasia e accanimento terapeutico) che nella realtà sono profondamente correlati e intricati. Potremmo dire che il dissidio sta proprio tra i due sensi diversi di eutanasia: tra eutanasia come “decido io quando morire” e eutanasia come “morire bene, in pace, in compagnia”. Certo non si possono identificare, ma neppure si possono opporre.

Questo non significa affatto che debbano tramontare le evidenze etiche, il valore indisponibile della vita in ogni suo momento e la dignità di ogni persona umana. Ma che questi principi giudicano fattispecie ogni volta diverse, che come tali devono essere considerate, con tutte le loro specificità. Perché la verità risplende solo se di volta in volta la luce è assicurata e donata. E la luce viene non solo dal cuore, ma anche dalle parole. La indisponibilità del bene della vita, propria e altrui, è il grande mistero di Dio e del prossimo. Ma Dio, nella sua misericordia, passa non solo nei cuori, ma anche nelle parole. Così, al cuore della moglie, lacerato dalla scelta suicida del marito, gettatosi nel fiume, il Curato d’Ars diceva: “Dio tra il ponte e l’acqua può fare miracoli”. Così di fronte alle forme attuali di gestione più o meno responsabile dei passaggi finali della vita terrena, un uso accurato delle parole, un giudizio equilibrato sulle leggi oggettive e sui discernimenti soggettivi diventa la via obbligata perché il modello del Buon Samaritano e del Cristo sofferente possano ispirare i cuori, guidare la prassi e suggerire alle bocche e alle menti “la preferenza progressiva per le parole e i concetti più semplici, più sereni e più pacificanti”. Perché alle questioni complesse non si danno mai soluzioni troppo semplici e dirette, mentre la distinzione tra ciò che non muore e ciò che può morire non è mai limpida e immediata, ma esige sempre grande fede, accesa speranza e tanta carità.

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