La teologia torna a pieno titolo nell’università pubblica italiana a partire da Palermo. Dopo un’assenza che risale al 1872!

UNIVERSITÀ

Palermo, la teologia torna in cattedra

di  ALBERTO MELLONI (da “Avvenire” del 27 dicembre 2020)

L’Università di Palermo ha annunciato il 22 dicembre 2020 i propri nuovi corsi di laurea. Fra questo una laurea magistrale in “Religioni e culture”. Nulla di strano, per sé, perché la LM64 è parte costitutiva dall’ordinamento accademico fin da quando fu introdotta da Luciano Guerzoni, il politico recentemente scomparso che era succeduto a Dossetti sulla cattedra di diritto canonico ed ecclesiastico a Modena. C’è però una differenza fra questa laurea e quelle analoghe attivate dalle Università di Roma, di Padova o di Firenze: essa consente il ritorno degli insegnamenti di teologia nel sistema universitario italiano. Sono passati centocinquant’anni dalla la soppressione nelle Università italiane, di quelle facoltà di teologia che ci sono da sempre in Germania, in Svizzera, in Belgio, in Inghilterra, in tutt’Europa e perfino in Francia: e Fabrizio Micari, rettore dell’ateneo palermitano, ha colto per primo l’occasione per rompere l’alleanza da cui discendeva quella mutilazione. In quel patto ottocentesco convergevano da un lato l’ottusità ultra-anticlericale, che riteneva così di espellere come superstizione i problemi che appassionavano Galileo e Leibniz, Pico ed Hegel; e dall’altro la cecità ultra-clericale, che in fondo gradiva un controllo totale del magistero perfino sul dovere del teologo di prendere posizione, previsto dal diritto canonico vigente.

Grazie a quella saldatura, che ogni tanto ancora fa capolino nello scenario nazionale, l’Italia contemporanea s’era infilata in un doppio cul-de-sac. Uno intellettuale: perché proprio mentre il palesarsi di un pluralismo religioso negato dal mito del “Paese cattolico” rendeva più necessaria la conoscenza intrinseca e profonda della sintassi storica dell’esperienza religiosa e delle ermeneutiche che la plasmano, l’Italia si trovava sguarnita di sapere. La società pluralista e post-secolare – avvolta da spiritualismi vuoti e da sempliciotti esibizionismi di proselitismo ateo – restava priva di quella conoscenza critica che è paradigma del rispetto e strumento necessario per saper distinguere e comprendere. E questo si aggiungeva a una stortura giuridica: perché mentre un laureato in teologia di Tubinga poteva vedersi riconosciuto il titolo sulla base degli accordi internazionali di scambio, un laureato in teologia del Biblico (dove fu rettore il cardinal Martini, per intenderci) doveva passare dalle forche caudine di un procedimento concordatario, pensato soprattutto da parte ecclesiastica per “intercettare” quei preti che, lasciando il ministero pastorale, cercavano un posto a scuola. Accanto a questo restava il fatto che un laureato in teologia della Facoltà valdese o della Scuola rabbinica poteva solo fare il pastore o il rabbino, o farsi riconoscere la laurea a Bar Ilan o a Tubinga e poi riportarla in Italia, di contrabbando.

A questa stortura mise fine nel 2019 l’accordo Versaldi-Bussetti sui titoli ecclesiastici, coi quali il prefetto del “ministero” vaticano e il suo omologo italiano stabilirono che le lauree delle Università pontificie potevano essere riconosciute in virtù della Convenzione di Lisbona che rende transitabili a tutti i diplomi di laurea concessi nei Paesi aderenti. Atto piccolo, quello del cardinale e del ministro, ma lungimirante. Perché permetteva alle Facoltà teologiche, di cui sono gran cancellieri i vescovi, di fare quello che è accaduto a Palermo: stabilire cioè accordi per un titolo comune. Il rischio che questo strumento venisse usato in modo confessionale o privilegiario è stato impedito non con impossibili manipolazioni della Convenzione di Lisbona o con codarde fughe, ma con un atto di responsabilità condiviso dalle autorità vaticane e da due vescovi come monsignor Corrado Lorefice a Palermo e come il cardinale Matteo Zuppi a Bologna, dove si discute lo stesso percorso intrapreso da Micari.

Essi, raccogliendo una proposta della Fondazione per le scienze religiose, hanno detto ai rispettivi atenei che la facoltà teologica era disponibile

a una laurea congiunta con l’università se e solo se fosse stato escluso il rischio che per paura, ignoranza o malevolenza qualcuno potesse dipingere la collaborazione come una rivendicazione o una intrusione o una speculazione privilegiaria: dunque si sono dati disponibili a un titolo congiunto da sottoporre al vaglio di Roma, se e solo se, in quella laurea fosse stato fatto posto agli insegnamenti e agli indirizzi propri delle diverse comunità di fede e di tutte le varianti confessionali, culturali e denominazionali proprie delle tradizioni religiose. In questo modo gli insegnamenti teologici della facoltà di teologia a ordinamento pontificio (che ad esempio in qualche città italiana sono già stati accreditati per gli studenti disposti ad andare a lezione in seminario) potranno essere erogati nelle Università dello Stato. Il che rappresenta per la Facoltà ecclesiastica un modo per misurarsi con standard scientifici europei e per l’Università italiana un modo per porsi il problema di trovare, attraverso convenzioni, collaborazioni, chiamate, quelle studiose e quegli studiosi di teologia, liturgia, ermeneutica, esegesi, storia, di cui il Paese ha bisogno e che l’Italia non sa dove inquadrare.

Come nessuno ritiene che avere nella struttura dei settori scientifico-disciplinari filosofia teoretica, filosofia estetica, storia della filosofia e storia del pensiero politico sia una ridondanza; e come nessuno ritiene che la ripartizione delle storie generiche ispirata al sussidiario (storia greca, romana, medievale, moderna, contemporanea) sia un freno agli intrecci di una disciplina che è definita dal suo metodo non dal suo oggetto, nessuno dunque potrà negare che il Paese ha bisogno di professori e professoresse di Talmud, di Tafsir, o della “storia delle dottrine teologiche” – la disciplina che Pier Cesare Bori insegnava a Scienze politiche di Bologna quando la guidavano Alberigo, Andreatta e Ardigò ed era rettore Roversi Monaco.

Quello di Palermo è un inizio, a cui si affiancherà un analogo percorso in via di definizione a Bologna – le due città che con la biblioteca La Pira e la biblioteca Dossetti possono garantire strumenti di studio senza i quali ogni corso di laurea è destinato a naufragare sugli scogli della mediocrità o a arenarsi sui bassi fondali della fuffa a distanza. Ci vorranno tre anni per avere i primi laureati e vari altri perché il sistema si stabilizzi, però si è voltata pagina: 150 anni dopo il disegno di legge del 17  dicembre 1871, approvato a maggio dell’anno dopo, ci saranno di nuovo studenti italiani che, senza dover chiedere il permesso di andare a prender corsi altrove, potranno seguire una lezione di teologia in una Università; come può fare uno studente a Harvard, a Berkeley, a Berlino, a Strasburgo, a Oslo, e anche a Palermo.

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One Response to La teologia torna a pieno titolo nell’università pubblica italiana a partire da Palermo. Dopo un’assenza che risale al 1872!

  1. Vincenzo scrive:

    —-soltanto un sospiro di sollievo dopo un così lungo silenzio ed esclamare:”FINALMENTE”.Grazie a tutti quelli, laici ed ecclesiastici,lungimiranti,che si sono adoperati ,si sono sporcati le mani, hanno messo in moto il pensiero perchè venisse eliminato un simile vulnus.Non si può’ passare la vita a essere ‘settari’…’c’è un tempo per ogni cosa’ recita un libro biblico.

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