Adriana Zarri. Una bellissima biografia della teologa e mistica, di Mariangela Maraviglia

Una bellissima biografia di Adriana Zarri ad opera di Mariangela Maraviglia

di Giannino Piana

in “il Regno attualità” n. 22 del dicembre 2020

Il lascito di Adriana Zarri, la prima donna teologa ed eremita d’Italia, e, a distanza di pochi anni dalla sua morte, piuttosto ignorato. Sulla sua complessa personalità, che ha vissuto una folgorante esperienza di Dio e di fedeltà all’umano e alla terra, sembra essere calato il silenzio. Nonostante l’impegno solerte a tenerne viva la memoria da parte di un’associazione di amici costituitasi a Ca’ Sassino, l’ultima sua residenza, con incontri sulla sua figura e con la pubblicazione di alcuni significativi suoi saggi, pochi ricordano il suo contributo alla ricerca religiosa e alla vita civile.

A dare conto dell’importanza di questo contributo provvede questa bellissima biografia di Mariangela Maraviglia, che non si limita a ripercorrere le tappe salienti della sua esistenza, peraltro già di per sé eloquenti per la ricchezza di eventi che l’hanno caratterizzata, ma si sforza di penetrare nel suo mondo interiore, cogliendone dimensioni nascoste, che gettano intensi raggi di luce sulla profondità della sua vocazione tutta incentrata sulla ricerca di Dio come polo intellettuale e scommessa esistenziale.

Il racconto ha inizio dagli anni dell’infanzia, trascorsi in un contesto contadino che ha segnato in maniera indelebile i tratti della sua teologia e della sua spiritualità – l’amore per la terra sarà uno dei fattori qualificanti del suo modo di vivere e di pensare – e mette da subito in rilievo, grazie anche alla narrazione di un episodio di straordinaria rivelazione avuta da bambina, l’anima religiosa che l’ha contraddistinta, dando origine a una forte tensione conflittuale che l’accompagnerà lungo tutto il cammino dei suoi giorni.

L’adolescenza e il momento delle prime esperienze di militanza, con la partecipazione attiva all’Azione cattolica e con l’adesione a una visione intransigente, dalla quale ben presto si ritrae, e il tempo della pubblicazione dei primi scritti che rivelano le sue doti letterarie e il suo amore per la teologia. Nel frattempo andava facendosi strada in lei il desiderio di una scelta di consacrazione, che trovava sbocco nella decisione di entrare a far parte della Compagnia di S. Paolo, dove non rimarrà per lungo tempo, sia per la fatica d’adeguarsi alle regole di un’istituzione ecclesiastica sia per la maturazione della necessità di un’esperienza forte, che troverà in seguito espressione nella vita eremitica.

Con la riconquista della laicità e il suo trasferimento a Roma nel 1955, dove rimarrà fino alla fine degli anni Sessanta, ha inizio un periodo di fecondo impegno teologico e culturale. Sono gli anni nei quali si fa più vivace la sua critica verso un cristianesimo statico e una letteratura religiosa senza pudore. Ma sono soprattutto gli anni del pontificato di papa Giovanni e del Concilio, che danno il via a un significativo aggiornamento dottrinale e pastorale della Chiesa.

Adriana asseconda con entusiasmo questo processo, chiedendo – come risulta dal breve ma denso saggio dal titolo La Chiesa nostra figlia (La Locusta) – una riforma della Chiesa «dal di dentro», all’insegna della libertà teologica e di un serio ripensamento del ruolo del clero e del laicato. E questo inoltre il periodo nel quale ella si cimenta più direttamente con una teologia «impura, costruita a partire dal frammento » – cosi la definisce –, dando alla luce due importanti opere, entrambe edite da Borla di cui era allora direttore editoriale l’amico Piero Gribaudi: Impazienza di Adamo. Ontologia della sessualità (1964) e Teologia del probabile. Riflessioni sul postconcilio (1967).

Nella prima l’intento è la liberazione della sessualità da ogni forma di manicheismo e il suo inserimento in un vasto disegno metafisico come manifestazione del mistero trinitario. Nella seconda l’obiettivo è di reagire al clima involutivo in corso nell’immediato postconcilio e d’affrontare alcune tematiche di grande attualità – dalla riforma liturgica al ruolo dei laici; dalla distinzione tra legge morale e legge civile alla questione dei carismi e dei ministeri (per non citare che le principali) – che verranno in seguito riprese e approfondite.

Ma la svolta decisiva della sua esistenza si sviluppa – sono queste le pagine più suggestive della biografia della Maraviglia – a partire dagli inizi degli anni Settanta con la scelta eremitica. La vocazione di Adriana ha qui il suo definitivo approdo.

Inizia cosi, a partire dal suo trasferimento nel Canavese grazie all’offerta del Castello di Albiano fattale dal vescovo di Ivrea Bettazzi e da lei trasformato in «Eremo della santa kenosis», un percorso che prosegue successivamente in altre sedi – dalla cascina del Molinasso a Crotte di Strambino, l’ultima sua residenza – in cui centrali diventano valori come il deserto e il silenzio, la solitudine e la povertà.

E fioriscono in questo clima molte pagine di autentica e altissima tensione mistica – basti qui ricordare le due raccolte Erba della mia erba ed È più facile che un cammello – nelle quali l’esperienza spirituale s’affina, componendo la dimensione dell’armonia cosmica – la «santa materia» che echeggia la proposta teilhardiana – con il mistero divino colto nella prospettiva della bellezza e della gratuità della preghiera.

Tutto questo senza rinunciare alla propria presenza nelle vicende del mondo e della Chiesa con prese di posizione nette e anticonformiste, volte a denunciare le ingiustizie esistenti e i ritardi colpevoli dell’istituzione ecclesiastica. La partecipazione a dibattiti pubblici su tematiche scottanti come il divorzio e l’aborto e la collaborazione sempre più intensa a Il Manifesto e a Rocca (e in seguito anche a L’Unità e a La Stampa) sono i mezzi di cui s’avvale per le proprie battaglie civili ed ecclesiali, che non la vedono tuttavia mai del tutto allineata su posizioni alla moda – si pensi al suo rapporto dialettico con il femminismo – ma sempre vigile e con un pensiero proprio e originale.

L’ultimo periodo è infine contrassegnato da una maggiore apertura all’ospitalità – molte sono le persone significative, credenti e non, che frequentano l’eremo di Crotte – e dalla scelta di una vita più meditativa in cui ritornano i grandi temi della sua riflessione antropologica, teologica e spirituale: dal ripensamento del mistero trinitario come trama a cui tutto ricondurre, all’approfondimento della categoria della ricettività come habitus esistenziale di cui la donna è simbolicamente custode, fino alla critica nei confronti di un cristianesimo sociologico che dimentica, come ella ricordava citando Karl Rahner, che «il cristianesimo del futuro o sarà mistico o non sarà».

Il ritratto di Adriana Zarri che Mariangela Maraviglia ci restituisce in queste pagine non manca di mettere in evidenza anche gli aspetti problematici (qualche volta contraddittori) della sua personalità – il carattere forte di dura polemista e la tenerezza che si rendeva trasparente negli incontri con gli amici e con gli animali (le gatte in particolare cui era affezionatissima) – ma rende soprattutto ragione della limpida testimonianza di una donna che si definisce – come recita il titolo del libro – «semplicemente una che vive».

Un ritratto, quello della Maraviglia, che s’avvale di una scrittura di rara eleganza e di assoluto rigore scientifico – è sufficiente ripercorrere l’ampio e accurato apparato delle note –, e che merita anche per questo grande considerazione.

Mariangela Maraviglia, Semplicemente una che vive, Vita e opere di Adriana Zarri, Il Mulino, Bologna 2020, pp. 219, € 20,00.

Questa voce è stata pubblicata in Documenti NSC. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.