Da S.Benedetto ai comunisti: Raniero La Valle racconta la Sinistra indipendente

Dalla regola di s. Benedetto alla lettera ai comunisti

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 5 del 06/02/2021

Quando, come ha scritto Aldo Tortorella, il più autorevole tra quanti sono rimasti fedeli, si compì il processo della «metamorfosi del PCI in altro da sé», andarono perdute molte altre cose che avevano fatto la ricchezza e la dignità della democrazia italiana. Tra questi beni perduti ci fu pure la Sinistra Indipendente, che oltre a rappresentare la sponda del PCI nella cultura laica italiana non comunista, aveva rappresentato l’involucro nel quale si era espressa una forma nuova di presenza dei cattolici nella vita pubblica italiana: una forma “indipendente” di partecipazione politica, 108 anni dopo il “non expedit” e dopo 33 anni di unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana.

Si trattava di un fenomeno del tutto nuovo rispetto al precedente del Movimento dei “cattolicicomunisti” di Franco Rodano, Adriano Ossicini e Fedele D’Amico, uscito dalla Resistenza, e nuovo anche rispetto al gruppo formatosi negli anni Cinquanta con Felice Balbo, Giorgio Sebregondi, Fred Ostiani, Baldo Scassellati e altri che da un lato partecipavano all’elaborazione anche in sede culturale e morale della politica del PCI e dall’altro si abbeveravano alle fonti della Bibbia e dei Padri della Chiesa che il camaldolese padre Benedetto Calati dispensava loro negli incontri regolari che avevano a san Gregorio al Celio, in un rapporto di reciproca libertà in cui il monaco dava loro la Regola di san Benedetto e loro facevano le proprie scelte politiche. Era stata quella un’esperienza fondante perché da quelle profondità è derivato poi negli anni più tardi tutto il filone del dialogo marxisti- cristiani, alimentato in sede internazionale perfino da organismi della Santa Sede. Il contenuto di quelle lontane esperienze teoriche ed esistenziali (con tutto lo scandalo dei cattolici-comunisti!) era il confronto sull’antropologia e in sede più politica la ricerca sulle condizioni della rivoluzione in Occidente.

Diversa è stata invece l’esperienza della Sinistra Indipendente, definitasi fin dall’inizio come esterna all’orizzonte ideologico del comunismo e del PCI, e invece leale compartecipe e cooperatrice delle sue scelte e della sua azione politica nel Parlamento e nel Paese.

Il merito del PCI, unico tra i partiti italiani, è stato quello di offrire cittadinanza politica, ma in regime di reciproca autonomia e perfetta libertà, a soggettività culturali e politiche che per le circostanze storiche date non avrebbero avuto altrimenti modo di esprimersi; e questo fu appunto il caso dei cattolici che dopo la lunga disciplina intesero di dover rompere l’unità politica dei cattolici, divenuta ormai un blocco sia per la Chiesa che per lo Stato, senza per questo identificarsi col PCI. Naturalmente il PCI con questa operazione, oltre a realizzare un postulato della propria nuova cultura politica, in uscita dal suo proverbiale dogmatismo, e a gettare un ponte verso il popolo cattolico nel miraggio di una società socialista, conseguiva anche l’utile politico di una legittimazione proveniente da un mondo di alto profilo morale che attestava l’affidabilità democratica del PCI e assicurava che non mangiava i bambini.

Posso dire, per ventennale esperienza, che dopo il patto politico iniziale in vista delle elezioni del 1976, il rapporto tra la componente cattolica ed il PCI è stato di perfetta autonomia e cooperazione, ha prodotto straordinari risultati legislativi, dall’obiezione di coscienza, ribattezzata “obbedienza alla coscienza”, alla legge sulla tutela sociale della maternità e il regime dell’aborto, alla legge sul commercio delle armi, e ha conosciuto anche significative differenziazioni, come è avvenuto per le diverse posizioni assunte dinnanzi al sequestro Moro fino al voto opposto a quello del PCI da me espresso sulla relazione della prima Commissione parlamentare d’inchiesta su quel delitto fondatore (l’uccisione del padre!).

Il rimpianto è che nel momento critico e conclusivo della sua vita, quando, come dice Tortorella, il PCI negò se stesso «per poter avere agibilità politica in un regime che stava crollando» e che «il PCI di Togliatti aveva criticato aspramente e che Berlinguer aveva combattuto con ogni mezzo», non volle sentir ragioni nel suo passaggio «dal partito alla cosa-carovana, dalla democrazia ai club», come la racconta Michele Prospero. Così, la classe dirigente comunista non prestò ascolto nemmeno al pressante invito che quella componente cattolica le aveva rivolto, di rinnovare e correggere i propri fini non fuori ma dentro la sua tradizione, assumendo come uscita rivoluzionaria dalla crisi non già la rinunzia al superamento del capitalismo, ma «l’uscita dal sistema di dominio e di guerra» che irretiva il mondo e che ben presto (ma allora non si poteva sapere) avrebbe preteso la definitività della globalizzazione.

Fu quello il tema di una “lettera ai comunisti”, primo firmatario Claudio Napoleoni, che quella componente della Sinistra indipendente rivolse al PCI in occasione del suo XVII congresso tenuto a Firenze nell’aprile 1986, facendone nel contempo oggetto di una appassionata iniziativa pubblica, lettera che in quel congresso non ottenne, dal segretario Natta, che un riscontro di cortesia.

Ma questa non fu la fine della storia. L’incontro tra cattolici e comunisti raggiunse il suo punto d’arrivo quando, molti anni dopo, il giornale che aveva mantenuto accesa l’identità comunista, il manifesto, pubblicò un libro non sulle posizioni del papa, ma un libro del papa, Francesco, contenente i suoi discorsi ai movimenti popolari. Era la fine di un’epoca, ma anche della stagione dell’ateismo militante: la religione, che Marx aveva, giustamente per i suoi tempi, classificato come “l’oppio del popolo”, diventava per gli ultimi eredi della tradizione comunista, nelle parole di un papa, il contesto più avanzato per la lotta dei movimenti popolari e per il movente alla rivoluzione.

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