Ascolta l’audiovideo dell’incontro del 25 novembre a Milano su “E’ possibile condividere la cena del Signore?” con Paolo Ricca ed Andrea Grillo. e leggi una sintesi dell’incontro

Link per l’audiovideo dell’incontro del 25 novembre a Milano su “E’ possibile condividere la cena del Signore?” con Paolo Ricca ed Andrea Grillo

http://www.arcoiris.tv/scheda/it/16784/     

 Ecumenismo. Cena delle Chiese o cena del Signore?

 L’incontro, molto partecipato, del 25 novembre a Milano presso la parrocchia S. Maria Incoronata su “È possibile condividere la cena del Signore?” merita una descrizione degli antefatti. Il Coordinamento 9 marzo (Noi Siamo chiesa, Comunità ecclesiale di S. Angelo, La Rosa bianca, il Graal, il centro Heder Camara), che organizza iniziative in città da 15 anni su tematiche ecclesiali, si è posto da tempo il problema di come riuscire ad andare al di là, nei rapporti tra cristiani di confessioni diverse, della ospitalità eucaristica. Nell’ecumenismo ufficiale neanche questa è acquisita, è solo praticata sporadicamente, in particolare a Torino. Perché non praticare quanto Gesù ci aveva detto «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 20)? Per un lungo periodo una fitta serie di rapporti si era stabilita con realtà delle Chiese evangeliche di Milano con l’obiettivo di una celebrazione comune della cena del Signore a prescindere dalle forme delle diverse confessioni ma senza voler esprimere antagonismo nei confronti di nessuno. Il tentativo non si è concluso positivamente perché, nel momento conclusivo del dialogo, soprattutto i pastori protestanti si sono tirati indietro, facendo presente che, da parte cattolica ufficiale, neanche l’ospitalità viene offerta mentre lo è sempre da parte protestante. Sul versante ortodosso non c’è stato un vero tentativo di rapporti a causa della nota loro non disponibilità su questa questione. Di fronte a questa impasse il gruppo promotore, che ha raccolto qualche limitata simpatia nel mondo cattolico, ha deciso di non fermarsi, stante la straordinaria importanza della proposta, e di organizzare una riflessione teologica e pastorale di fondo chiamando ad esprimersi due esponenti di grande ascolto, Paolo Ricca (pastore valdese) e Andrea Grillo (liturgista, docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo), con l’intenzione di ripartire dalle loro riflessioni.

Paolo Ricca ha iniziato in modo molto esplicito: «La cena del Signore è diventata la cena delle Chiese, è il prete che fa l’Eucaristia e non la cena che fa il ministro». Ricca ha poi ricordato che già dal I secolo ci furono due diverse interpretazioni, quella “realista” (presenza corporale di Cristo) e quella simbolica. Questa questione divise anche la Riforma. Ora c’è una nuova ricerca che chiede alle Chiese perché impediscono l’Eucaristia come la previde Gesù che ha celebrato con tutti (anche Giuda) non escludendo nessuno. La cena è costituita da tre cose: il pane, il vino e le parole. Il ministro non è un elemento costitutivo. Dopo Ricca, Grillo ha fatto un excursus generale che ha toccato tutte le questioni che riguardano la cena, difficili da riassumere. In particolare ha detto che l’Eucaristia cattolica si concentra troppo sulla consacrazione, che invece essa è un intreccio di Parola, preghiera eucaristica e partecipazione a “mangiare il pane e a bere il vino”. Escludere questa conclusione è un grave errore. Bisogna ripensare completamente il ruolo del ministro, bisogna ripensare e modificare il ministero della Parola. Per continuare in questo percorso bisogna capire le differenze come una ricchezza ma questa accettazione comporta sicuramente delle sofferenze. Il dibattito è stato ricco e molto coinvolgente. Lo scopo dell’incontro, secondo gli organizzatori, è stato raggiunto. Esso era quello di ampliare gli orizzonti e di porre le basi per un percorso, forse lento ma ben fondato, che vada al di là dell’ecumenismo tradizionale che, su questo punto, è come bloccato da culture e ubbidienze paralizzanti.

L’intervento di Andrea Grillo è leggibile sul suo blog (tutto l’incontro è stato registrato in audio e video e sarà presto disponibile e sarà segnalato). Per un saggio della sua articolata relazione, ne riportiamo qui una breve parte.

«Il chiarimento necessario – lo dico non per arrivare, ma almeno per proseguire – riguarderà almeno tre livelli di esperienza della liturgia eucaristica, su cui le tradizioni si sono altamente differenziate e che vorrei così schematizzare:

a) Il Corpo di Cristo – sacramentale ed ecclesiale – per come viene compreso e vissuto;

b) La struttura della celebrazione e la sua relazione con il “sacrificio di Cristo”;

c) I ministeri dotati di autorità e il loro riconoscimento reciproco tra le diverse confessioni.

Ciò che su questi tre livelli possiamo identificare come problematico, o come inaccettabile, non dovrebbe essere assolutamente risolto in anticipo, quasi come una condicio sine qua non: il vero discrimine non è questo “previo accordo dottrinale” che sarebbe in grado di abilitare ad una prassi liturgica comune. Piuttosto, come singolare “preambolo”, dovrebbe maturare nelle diverse confessioni la disponibilità a leggere le differenze non come “mancanze di comunione”, ma come “differenze nella comunione”. Diverse teorie sulla   presenza, diverse comprensioni del rapporto col sacrificio e diversi modi di esercitare l’autorità sono stati percepiti, nella storia, come gravi motivi di “rottura della comunione”. Ognuno si è sentito negato dall’altro. Oggi – nella reciproca disponibilità, che costa sempre tanto a tutte le parti in causa – queste stesse differenze possono diventare motivi di “ricchezza nella comunione”.

Ciò che cambia è, anzitutto, la percezione dell’altro e del suo mondo. Per entrare in sintonia, per percepire l’altro nella sua ricchezza, per costruire percorsi reali di comunione, non dobbiamo soltanto preoccuparci di tradurre le tradizioni altrui nelle nostre categorie, e le nostre in quelle altrui, ma di “impararne la lingua, con tutte le sue regole”. Per usare la bella immagine proposta da George Lindbeck: si fa ecumenismo non “traducendo pensieri e concetti differenti”, ma “imparando a parlare lingue diverse”. Per farlo non dobbiamo solo studiarle, ma dobbiamo anche praticarle. La pratica comune – della preghiera e della liturgia, della fede e della carità – è una delle condizioni per sperare e per fare la comunione.

Non si tratta, dunque, di inventare una “messa ecumenica”, ma di riconoscere che l’eucaristia, la santa cena, la santa liturgia è, in sé, visceralmente, una questione di unità, una questione ecumenica. Ciò che cambia è, anzitutto, la percezione dell’altro e del suo mondo. Per entrare in sintonia, per percepire l’altro nella sua ricchezza, per costruire percorsi reali di comunione, non dobbiamo soltanto preoccuparci di tradurre le tradizioni altrui nelle nostre categorie, e le nostre in quelle altrui, ma di “impararne la lingua, con tutte le sue regole”. Per usare la bella immagine proposta da George Lindbeck: si fa ecumenismo non “traducendo pensieri e concetti differenti”, ma “imparando a parlare lingue diverse”. Per farlo non dobbiamo solo studiarle, ma dobbiamo anche praticarle».

* Vittorio Bellavite è il coordinatore nazionale di “Noi siamo Chiesa”

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