Cinquantesima marcia per la pace a Sotto il Monte , un messaggio per il mondo cattolico italiano

La cronaca di Enrico Peyretti della Marcia per la pace indetta da Pax Christi

Ieri ho partecipato alla 50a marcia per la pace indetta da Pax Christi, sul tema “Migranti e rifugiati. Uomini e donne in cerca di pace”. E’ stata un’esperienza intensa e un messaggio forte. Almeno 500 persone, e 8 vescovi, hanno dichiarato, alla società e alla politica, la volontà del popolo cristiano ecumenico e del dialogo interreligoso, di due maggiori obiettivi: accoglienza a migranti e rifugiati  (“accogliere, proteggere, promuovere, integrare”, dice papa Francesco), e disarmo, a cominciare dalla ratifica italiana del bando Onu delle armi nucleari.

E’ stato un cammino di 4 km, e momenti di preghiera, fino al paese natale di Giovanni XXIII, accompagnati da testimonianze di buone pratiche di accoglienza intelligente, dalle esperienze difficili vissute dai migranti, da riflessioni bibliche e spirituali sul momento e sulla speranza, da contributi ecumenici e della fede islamica, da appelli e impegni per liberare l’economia e il lavoro umano dalla indegna collaborazione alle odierne guerre più cruente.

Il vescovo Bettazzi, forte 93 enne, da 50 anni alfiere di questo vangelo della pace, il vescovo di Taranto Filippo Santoro, la pastora battista Lidia Maggi, un medico musulmano integrato, il parroco bresciano Fabio Corazzina, una testimone da Domusnovas, e altri, hanno dato voce chiara allo spirito alto e concreto della manifestazione. Il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, nell’omelia dell’eucarestia notturna, ha denunciato la caduta dal ripudio della guerra alla rassegnazione alla sua necessità, eppure ciononostante la gente vuole pace, non solo per sé, ma nel mondo e per tutti; ha segnalato che la causa delle migrazioni sono le ingiustizie mondiali; ha detto che il realismo non è resa al cinismo; ha deplorato la fuga della politica dal riconoscimento della cittadinanza a chi è nato e vive con noi.

La vita italiana, nell’attuale temperie, ha bisogno di queste voci e segnali di fraternità civile, che non sono intromissioni di un potere clericale nella laicità delle istituzioni politiche, appartenenti a tutti, tanto meno sono ricerca di un potere proprio, ma attuano una responsabile partecipazione alla costruzione di umanità per tutti, da parte di donne e uomini, che, se sono ispirati dal vengelo, lo traducono in umanità, come esso è davvero, nel privilegio degli ultimi. Quando egoismi e particolarismi minacciano il senso civile delle istituzioni, e immiseriscono l’idea stessa di politica, sono necessari contributi di riconoscimento umano universale, che le tradizioni più profonde e libere possono offrire a tutti.

Enrico Peyretti, 1 gennaio 2018

 

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