Il battesimo di Magdi Allam suscita disagio nella Chiesa

Sulla conversione di Magdi Allam. Riflessioni e documenti

Il battesimo di Magdi Allam da parte di Benedetto XVI durante la Veglia pasquale trasmessa in mondovisione ha suscitato un profondo disagio in molta parte del mondo cattolico. A me ricorda lo sbigottimento seguito alla proibizione dei funerali religiosi a Piergiorgio Welby.

Le mie riflessioni, e quelle di tanti altri, sono relative alle modalità mediatiche di questo battesimo, volute e molto bene organizzate, del tutto lontane dalla riservatezza e dalla profonda spiritualità richiesta da un atto come quello del battesimo così legato alla coscienza del catecumeno ed alla comunità locale, la parrocchia, luogo proprio per l’ingresso nella comunità dei credenti.

La mia sofferenza, e quella di tanti altri, è dovuta al fatto che si è voluto esibire il messaggio della possibile conversione dall’islam al cristianesimo con persona notissima per le sue posizioni reazionarie in materia di islam da lui considerato in blocco come fondamentalista e contro il quale da tempo fa campagna insistente e pesante dalle pagine del primo quotidiano del nostro paese. Anche la lettera dello stesso Magdi Allam pubblicata sul “Corriere”, in contemporanea al battesimo, conferma ed approfondisce le caratteristiche della sua scelta di fede (pur, ovviamente, in sè più che legittima) ed indica anche che egli si è collegato agli ambienti cattolici poco simpatizzanti del Concilio Vaticano II ed, in particolare, a Comunione e Liberazione. E’questo forse un segnale di dialogo nei confronti dell’islam? O piuttosto non è un pesante dispetto che si intreccia, in modo del tutto contradditorio, con il dialogo che pure si vuole stabilire, per esempio, con i 138 saggi dell’islam, autori della ben nota lettera al Papa ?

E’ mai possibile che il Papa non fosse consapevole della gravità della sua scelta di amministrare questo battesimo in questo modo ? Le reazioni potevano essere previste : disagio e disorientamento , a quanto si capisce, ci sono nella stessa curia vaticana mentre i media arabi sono stati esplicitamente critici. E Aref Ali Nayed, ispiratore della Lettera dei 138, ha diffuso un commento molto duro. Di qui la necessità di fare in parte marcia indietro (come testimonia il confronto tra le due dichiarazioni del direttore della sala stampa della S.Sede del 23 e del 27 marzo).

Al nostro nuovo fratello in Cristo Magdi Cristiano Allam vorrei proporre di avvicinarsi meglio al messaggio di pace e di fraternità del Vangelo nei confronti di tutte le fedi e di tutte le culture e di praticare la sua fede in modo sommesso e non esibito.

Roma 29 marzo 2008 Vittorio Bellavite

Per un approfondimento di tutta la vicenda abbiamo raccolto un piccolo dossier che contiene :

---articolo di Luigi Sandri sull’Adige” del 28 marzo

---lettera aperta di Massimo Ferè di Pax Christi a Magdi Allam

---riflessioni di don Aldo Antonelli

---intervento di Aref Ali Nayed, promotore della Lettera dei 138 Saggi dell’Islam al popolo cristiano

---testo integrale della lettera di Magdi Allam al “Corriere della sera” del 23 marzo

---Dichiarazioni del Direttore della Sala Stampa del Vaticano del 23 e del 27 marzo

Sulla conversione di Magdi Allam

di Luigi Sandri (dall’Adige del 28 marzo 2008)

Per ragioni di metodo e di merito, la conversione al cattolicesimo di Magdi Allam nella notte di Pasqua oltrepassa, ci sembra, il caso personale, aprendo problemi complessi sui quali anche noi vogliamo dire la nostra opinione (ovviamente… opinabile).

Conquista «non negoziabile» della modernità è il rispetto della libertà religiosa, in linea di principio e di fatto; le Chiese hanno impiegato più tempo ad arrivare a questo approdo: la Chiesa cattolica romana vi è giunta solo nel 1965, durante il Concilio Vaticano II, con la dichiarazione «Dignitatis humanae».

Sarà bene ricordare che per secoli il magistero papale e conciliare rifiutò assolutamente il principio della libertà religiosa, ritenendo che non si potessero mettere sullo stesso piano tutte le religioni, ma, al contrario, che tutti dovessero accogliere la «unica vera religione», quella cristiana. Sempre si affermò, anche, che l’atto di fede doveva essere libero; ma, nel contempo, nella «Societas christiana», si tentò di punire chi non aderisse a quella fede o, peggio, l’abbandonasse. Il Concilio Lateranense IV (1215) concesse la stessa indulgenza – remissione della pena legata ai propri peccati – che si dava ai Crociati anche «a coloro che avessero sterminato gli eretici»: in quel caso, i catari della Francia meridionale, poi uccisi a migliaia. Il rogo, spesso usato dall’Inquisizione contro gli «eretici» (così definiti, si badi, dal potere dominante), rientrava nella stessa logica: non s’ammetteva che un cattolico avesse idee teologiche difformi dal magistero ufficiale. Tra il Cinquecento e il Seicento «guerre di religione» insanguinarono l’Europa: non cristiani contro musulmani, ma cristiani cattolici contro cristiani protestanti.

Nell’Ottocento, Gregorio XVI e Pio IX definirono «delirio» la tesi di chi – seguace dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese – rivendicava il principio della libertà religiosa: secondo quei papi, sarebbe stato assurdo porre sullo stesso piano il diritto alla verità e quello all’errore, la «vera religione» (cattolica) con la «eresia». Invece, il Vaticano II affermerà: il diritto di seguire le proprie idee religiose è costitutivo della persona umana; spetterà a Dio, poi, giudicarla se avrà seguito o no quella che in coscienza pensava essere la verità; e la Chiesa, ovviamente, continuerà a proclamare quella che ritiene la verità, ma dovrà rispettare chi non la segue. Tuttavia, anche il nuovo Codice di Diritto canonico, varato da papa Wojtyla nel 1983, persiste nel definire «apostata» chi «ripudia la fede cristiana», e questi è scomunicato. Una condanna che oggi non ha effetti civili; ma un tempo…

L’Islam – nella sua concreta attuazione storica – ha faticato anch’esso ad accettare il principio della libertà religiosa. In realtà, essa è affermata con chiarezza da alcuni passaggi del Corano, ma messa in ombra da altri. O, meglio, se il Corano riconosce il diritto di cristiani ed ebrei a seguire la propria religione, ritiene però inammissibile che un musulmano ripudi l’Islam, la «vera religione» che corona l’Ebraismo e il Cristianesimo. Dal punto di vista teologico, il suo atteggiamento è analogo a quello del magistero cattolico; la differenza, oggi, è nella legislazione civile. Infatti, in alcuni paesi islamici la «apostasia» può essere punita, per legge, con la morte; e questo perché l’interconnessione tra legislazione civile e legislazione religiosa è inestricabile, oppure solo la Sharia – legge islamica – è normativa. In altri paesi musulmani non è la legislazione civile, ma la mentalità diffusa che pretende perfino l’eliminazione fisica dell’«apostata».

Merito grande dell’Occidente è aver affermato, erga omnes, verso tutti, come principio fondante, il diritto alla libertà religiosa, e dunque il diritto a cambiare religione. La legislazione civile nulla ha da dire in proposito, se non quello di rispettare, e far rispettare, tale diritto. Anche come semplici osservatori, dunque – e veniamo alla cronaca – per Magdi Allam dovremmo solo dire che era un suo pienissimo diritto cambiare religione, e farsi cattolico. Ma, nel suo caso, vi sono circostanze «aggiuntive» che fanno problema. A parte le affermazioni del neo-convertito, che definisce l’Islam «fisiologicamente violento» (generalizzazione che ignora i milioni di musulmani, uomini e donne, che danno esempi di altruismo e di rispetto anche per i non musulmani), la questione cruciale è che a battezzarlo sia stato il papa in persona, in una cerimonia trasmessa per televisione.

In Medio Oriente e nel Sud-Est asiatico, oggi la religione è pretesto per guerre che in realtà si combattono per motivi politici e per il petrolio; e certamente vi sono gruppi – come quelli legati a Bin Laden – disposti a tutto per punire l’Occidente «cristiano» (il cristiano George W. Bush ha invocato Dio per attaccare l’Iraq), e per eliminare gli «apostati» dall’Islam. In tale, aspro contesto, se il capo della Chiesa cattolica pubblicamente battezza un (ex) musulmano, ben noto per le sue battaglie ideologiche anti-islamiche, compie un gesto gravido di conseguenze, perché da alcuni (non da tutti) sarà considerato provocatorio.

Al di là delle smentite ufficiali, e delle intenzioni, nei fatti Benedetto XVI ha lanciato un guanto di sfida all’Islam, per affermare il diritto alla libertà religiosa e, ancor più, sottolineare «urbi et orbi» che unico salvatore del mondo è Cristo, e unica Chiesa pienamente tale quella guidata dal pontefice romano. Tutto si può fare: ma, dopo il già deplorato incidente di Ratisbona (nel 2006, citando un imperatore bizantino, Ratzinger aveva detto: il profeta Muhammad ha portato «solo cose cattive e disumane»), l’affermata volontà papale di voler dialogare con l’Islam (ribadita dal papa in Turchia; e tema dell’incontro che dovrebbe esserci a Roma, nel novembre prossimo, tra personalità musulmane e cattoliche) viene svuotata da gesti come quello della notte di Pasqua. Del resto, se Magdi Allam voleva il battesimo, perché mai le autorità ecclesiastiche non gli hanno consigliato di celebrarlo nella sua parrocchia? Non dovrebbe essere la piccola Chiesa locale in cui abitualmente vive ad accoglierlo, senza clamore? L’eccesso di visibilità che il Vaticano ha voluto dare a questo battesimo ha oscurato, agli occhi di molti, il senso stesso del proclamarsi discepolo di Gesù.

Lettera di Massimo Ferè di Pax Christi a Magdi Allam

Milano, 24 marzo

Giornata dei nuovi martiri missionari

Caro Magdi Allam

fratello nella fede in Gesù di Nazareth

ho assistito con sentimenti contrastanti al tuo ingresso nel popolo dei battezzati in Cristo avvenuto nella notte di Pasqua. Per questo ho scelto di scriverti fraternamente, così come la parresia cristiana mi impone di fare e così come è giusto e importante fare tra fratelli nella fede.

Non voglio qui entrare nel merito o polemizzare in alcun modo sulle tue numerose e articolate posizioni sull’Islam e sul contesto del Medio Oriente espresse in tanti libri, articoli e interviste; posizioni che mi hanno sempre visto dialetticamente e diametralmente opposto alla tua visione. Così come non voglio entrare nel merito del tuo cammino personale di avvicinamento alla fede cristiana, per il quale c’è e ci deve essere il massimo rispetto mio e, è doveroso chiederlo ad alta voce, il rispetto di tutti gli uomini e le donne del mondo.

Ti scrivo oggi perché, domenica mattina - giorno della Pasqua, ho colto una profonda e radicale dicotomia, quasi uno iato, tra l’annuncio che “Gesù, il crocefisso, è Risorto” e il tono e le tante espressioni che tu hai usato nella lettera che hai scritto al Corriere della Sera. Una dicotomia che mi inquieta e mi preoccupa proprio sul terreno della fede cristiana.

Perché dico questo?

Perché credo che il frutto del Battesimo dovrebbe essere quello di diventare una “creatura nuova” e il frutto e l’impegno della vita Sacramentale dovrebbero essere l’”innestarsi” in Cristo, Uomo-Dio morto e risorto per noi. Volto e presenza del Padre che ha detto al mondo, a tutto il mondo indistintamente, la sua passione ed il suo amore infinto per ogni uomo e ogni donna. Volto e presenza del Padre che, come i giorni della Settimana Santa ci hanno detto, ha scelto e indicato la nonviolenza, il perdono e la riconciliazione come cifre profetiche e assolute del suo essere e del suo agire.

Tutti noi allora, se ci diciamo cristiani battezzati, siamo chiamati a uniformarci a Lui.

Caro Magdi, te lo dico come tra fratelli: il Battesimo ti chiama ad amare ogni uomo in modo assoluto, infinito, nonviolento con lo stesso amore di Dio e ti chiama ad essere protagonista di percorsi di riconciliazione e di pace!

Caro Magdi, la conversione è autentica solo se spalanca a questo amore, senza sconti, senza riserve, senza calcoli o considerazioni sociologiche o politiche!

Per l’innesto in questo amore, tanti uomini e tante donne hanno scelto di amare in profondità i fratelli e le sorelle mussulmane e ci hanno detto come sia possibile una convivenza pacifica e la costruzione di un futuro comune: penso a Mons Tessier in Algeria, penso a Mons Warduni e a Mons Sako in Iraq, penso alla passione e agli sforzi dell’indimenticabile Chiara Lubich. E quanti altri!

Per l’innesto in questo amore tanti uomini e tante donne hanno scelto di amare così tanto in profondità i fratelli e le sorelle mussulmane da mettere la propria vita nelle loro mani anche scegliendo di vivere nel mezzo di situazioni dove il rischio era altissimo. E l’esito è stato la morte. Ma una morte donata e rischiarata dalla luce del perdono. Penso a Fr Charles de Foucauld, penso a Mons Claverie, penso ai monaci di Tibhirine, penso a don Andrea Santoro.

Vite donate nella condivisione e nel silenzio, come quella di Gesù. Vite che oggi ricordiamo in questa giornata dedicata ai nuovi martiri. Eppure è nella loro testimonianza che sentiamo la forza dirompente e inesauribile della vita nuova che ci chiama … ad amare.

E’ questo amore totale l’unica Verità che rende liberi e capaci di riconciliazione! Cioè capaci di spezzare la spirale della violenza e dell’odio, ovunque questi si annidino.

Non la fredda Verità del ragionamento e delle analisi sociali, culturali e politiche.

I sacramenti che tu hai ricevuto, caro Magdi, ti chiamano a nulla dimeno di questo amore, anche per i tuoi e nostri fratelli mussulmani!

Certo, in questo amore può esserci, anzi ci può e ci deve essere talvolta il rimprovero, la denuncia … ma sempre preceduto dal dire al fratello: ti amo al punto che sono disposto a morire per te. Ti amo al punto da starti così vicino e da appassionarmi così tanto a te, alla tua vita … da togliermi i mie vestiti e da indossare i tuoi, così da vedere il mondo con i tuoi occhi. Perché solo così, nell’abbracciare la complessità della tua vita, posso capirti e ascoltarti veramente. Ti amo, e solo in questo amore, ti rimprovero come un fratello se la tua via è una via di morte.

Come puoi conciliare allora il gesto maturo che hai voluto vivere nella notte di Pasqua e che ti chiama ad essere simile a questo Padre d’amore, con le parole e le espressioni che hai voluto usare con una lettera pubblica, sul Corriere, nel giorno stesso della Pasqua? Espressioni di astio, di separazione, di durezza violenta, prive della benché minima intenzione di percorrere strade di riconciliazione. Come è possibile? Certo posso comprendere la paura e gli stati d’animo che possono generare le parole di “condanna a morte” che in passato hai ricevuto.

Ma, caro Magdi, colpisce che nel momento in cui dici di abbracciare la scelta della fede cristiana, tu senta il bisogno di esprimerti subito e pubblicamente con i toni più duri, enfatici, brutali … totalmente privi di amore per tutti gli uomini e le donne che vedono in Allah il Misericordioso il loro Dio. Colpisce l’assolutezza del giudizio che non fa sconti a nessuno e non coglie per nulla la complessità enorme del mondo Islamico e la capacità di bene che vi abita e che tantissimi testimoniano. Un’assolutezza che ha davvero solo il sapore del tentativo di lanciare una crociata sociale e politica.

Caro Magdi, il Battesimo e i Sacramenti sono cosa seria!

Le analisi sociologiche lasciamole al tempo e ai luoghi delle analisi sociologiche.

Le battaglie culturali lasciamole al tempo e ai luoghi delle battaglie culturali

Le prese di posizione politiche lasciamole al tempo e ai luoghi della battaglie politiche …

Ma non tocchiamo la fede e la sua purezza!

Sono certo che chi ti ha preparato a questo grande momento ti abbiamo indicato le vie del Vangelo e della conversione. Sono certo che ti ha preparato ad immergerti con Cristo nella morte per risorgere a vita nuova ti ha anche detto che da oggi hai dignità “regale, sacerdotale e profetica” ma sul modello di Gesù, umile e povero che si cinge i fianchi per lavare i piedi ai fratelli e che si lascia ammazzare senza proferire parola.

Ti faccio un invito allora, che possa essere di crescita e di conversione vera.

Regalati un viaggio sulle orme dei tanti testimoni della fede cristiana nel cuore dell’Islam e cerca di aprirti a fondo a comprendere il significato del gesto che hai vissuto e che ti innesta in Cristo Gesù … E parti da Tibhirine, in Algeria, il luogo dei martiri monaci, meditando in profondità sulle parole del loro priore che sotto riporto.

Caro Magdi: non appaia che io abbia la pretesa di dirti cosa voglia dire essere cristiani o no. Ognuno di noi vive con fatica questa ricerca quotidianamente. Ma sicuramente posso dirti: attenzione! Non ti sei convertito a un credo civile di valori, non ti sei convertito a un pensiero, non ti sei convertito ad una battaglia culturale o ad una civiltà.

Ti sei convertito alla fede in un uomo che si è detto Dio, Gesù di Nazareth, scegliendo la sua vita e la sua via.

Possa tutta la sua Chiesa essere sempre e solo testimone di Lui e della sua luce.

Possa non correre il rischio di cedere a logiche diverse.

Buon cammino!

SHALOM, SALAAM, PACE

Massimo Ferè

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Testamento spirituale del Padre Christian de Chergé

aperto la domenica di Pentecoste 26 maggio 1996

Quando si profila un ad-Dio

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di tale offerta ? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.

La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimé, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.

Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.

Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.

Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la "grazia del martirio", il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.

So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.

L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.

Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: "Dica adesso quel che ne pensa!". Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.

Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.

Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.

In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!

E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Insc’Allah

Algeri, 1º dicembre 1993

Tibhirine, 1º gennaio 1994

+Christian

Magdi Allam ovvero: L'uso politico della Conversione!

Corrispondenza e riflessioni di don Aldo Antonelli, parroco di Antrosano

E così,

dopo l'uso politico della Religione (vedi Giuliano Ferrara e il fu Marcello Pera)

e l'uso religioso della politica (vedi Bendetto XVI e il fu Camillo Ruini)

eccoci all'uso politico della Conversione!

L'amico Salvatore scrive:

Caro don Aldo,

Confesso che la conversione al Cristianesimo di Magdi Allam in mondovisione mi ha dato piuttosto fastidio.

Naturalmente non per un fatto di merito, ma per la scelta - che mi pare tutta politica - di farlo in diretta televisiva davanti a tutto il mondo, chiaramente voluta sia dall'interessato che dalla gerarchia vaticana.

Mi sembra che si sia voluto dare una specie di prova di forza, con un messaggio implicito del tipo "Gli arabi civili, istruiti ed integrati nel mondo occidentale stanno con noi e non con l'Islam".

In questo gesto, come in altri simili, tipici dello stile del cardinal Ruini e di papa Ratzinger, non vedo niente di utile per aumentare la tolleranza ed il rispetto tra le diverse fedi, che vengono spesso dichiarate e poco praticate.

Qual'è la tua opinione in merito?

Rispondo.

Caro Salvatore,

il tuo disagio è anche mio, mentre la tua impressione per me è molto più che tale.

Ormai bisogna prendere atto che la gerarchia (grazie a Dio non tutta) che si ritrova in Ruini ed ha espresso nell'elezione di Benedetto XVI la propria identità programmatica è affetta da un vero e proprio autismo. Avendo perso il contatto con le realtà ha finito di rinchiudersi in se stessa, unicamente ossessionata di propagandare se stessa più che comunicare con l'Altro.

Da tempo in Vaticano sono scomparse la Parabole della ricezione e si sono potenziate le antenne per la trasmissione. Da quella parte, ormai, non si ascolta più, non ci sono più orecchi, ma una sola, enorme bocca che parla, parla, parla. Già J.B.Metz ebbe a stigmatizzare questo scandalo, denunciando un unidirezionalismo intraecclesiale nel quale il centro divorava la periferia: "Le Chiese del Terzo Mondo ci inviano impulsi di rinnovamento che noi non riceviamo o non accogliamo del tutto, perché li subordiniamo troppo rapidamente alle nostre concezioni note e spesso logore". Ora questo movimento a senso unico ha invaso anche i rapporti Chiesa-Mondo. Di qui questa mediatizzazione sovraespositiva di ogni evento, di ogni parola, di ogni gesto: dai discorsi del mercoledì agli angelus della domenica, dalle visite del papa alle parrocchie alle messe in piazza San Pietro, dalle assoluzioni papali ai battesimi "capitali". Il giorno di Pasqua ho voluto ricordare ai miei parrocchiani che il luogo proprio della chiesa non sono le piazze con il loro trambusto bensì la coscienza delle persone, con la "riservatezza" che le è propria. Lo spunto lo prendevo dal racconto che Pietro fa della Resurrezione, quando dice testualmente: "Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio..." (Atti 10, 40-41). Questa discrezione e questa riservatezza nella vita di Gesù sono una costante. La sua nascita avviene "dum medium silentium tenerent omnia". Prima della trasfigurazione nel Tabor Gesù, anche lì, sceglie dolo due dei suoi discepoli. Nell'Orto degli Ulivi porta con sè solo Pietro e "i due figli di Zebedeo". Insomma questa bulimia mediatica di una chiesa tutta autoreferenziale non ha niente a che spartire con l'etica evangelica e lo stile del suo fondatore. La "conversione" di Magdi Allam anche a me pone degi dubbi, ma mi crea ancor più problemi la necessaria e, per ora, lontana "conversione dei convertiti".

Aldo



"Un infelice episodio che riafferma la famigerata lezione di Ratisbona"

di Aref Ali Nayed , promotore della lettera dei 138 Saggi al mondo cristiano


In quanto fede, l'islam è un dono divino. In quanto dono, è dato da Dio per grazia. Come una persona risponde a questo dono è materia profondamente intima tra questa persona e Dio.

L'anima di Magdi Allam è conosciuta nel massimo grado, e giudicata, dal suo Creatore. È Dio che lo giudicherà su come ha risposto al dono della fede. Egli è responsabile davanti al suo Creatore nei limiti della sua libertà e capacità. Il fatto che Allam abbia ricevuto la comunione cattolica in giovane età sotto l'influenza dei suoi primi maestri cattolici sembra indicare che egli fu cristianizzato da quando era bambino. Per effetto di questa sua iniziale educazione cattolica, risulta che egli non ha mai sostenuto o praticato le dottrine dell'islam.

Il caso di Allam ci richiama, una volta di più, la legittima preoccupazione di molti esperti musulmani circa l'abuso di fiducia che talvolta si ha quando dei genitori musulmani, a motivo di fattori economici o d'altro genere, mandano i loro figli in scuole cattoliche. Ciò che accade ai bambini, inclusi i musulmani, nelle scuole cattoliche è una materia che deve essere discussa ogni volta che si affronta la "dignità umana" nelle discussioni che verranno. L'uso delle scuole per far proselitismo è una delle questioni importanti da discutere.

Quanto alla deliberata e provocatoria decisione del Vaticano di battezzare Allam in un'occasione tanto speciale e in un modo così spettacolare, è sufficiente dire quanto segue:

1. È triste che l'atto intimo e personale di una conversione religiosa sia trasformato in un mezzo trionfalistico per marcare punti di vantaggio. Una simile strumentalizzazione di una persona e della sua conversione è contraria ai principi base di affermazione della dignità umana. In più, arriva nel momento più infelice. quando onesti esponenti musulmani e cattolici stanno lavorando con molto impegno per sanare le fratture tra le due comunità.

2. È triste che la particolare persona scelta per tale gesto altamente pubblico abbia una storia che ha generato, e continua a generare, discorsi di odio. Il messaggio base dell'ultimo articolo di Allam è identico al messaggio dell'imperatore bizantino citato dal papa nella sua famigerata lezione di Ratisbona. Non si va lontano dal vero nel vedere ciò come un altro modo di riaffermare il messaggio di Ratisbona (che il Vaticano insiste a dire che non fu capito). È ora importante per il Vaticano prendere le distanze dalle posizioni di Allam. O forse i musulmani devono assumere il battesimo di alta visibilità amministrato dal papa come un appoggio papale alle posizioni di Allam riguardo la natura dell'islam (che non a caso coincidono con il messaggio di Ratisbona)?

3. È triste che Benedetto XVI scelga di porre come messaggio fondamentale del suo discorso religioso durante la speciale celebrazione della Pasqua una contrapposizione quasi manichea tra i simboli delle "tenebre" e della "luce", dove le "tenebre" sono assegnate agli "altri" e la luce a "sé". Ed è pure triste che l'idea di "pace" espressa in tale discorso si riduca a portare gli "altri" nell'ovile attraverso il battesimo. Da parte di Roma, un discorso così totalitario è tutto tranne che d'aiuto.

L'intero spettacolo con la sua coreografia, il personaggio e i messaggi provoca sinceri interrogativi circa i motivi, le intenzioni e i piani di qualcuno dei consulenti del papa sull'islam. Ciò nondimeno, non lasceremo che questo infelice episodio ci distolga dal nostro sforzo di perseguire "Una Parola Comune" per il bene dell'umanità e della pace mondiale. La nostra base di dialogo non è una logica di reciprocità "occhio per occhio". È piuttosto una teologia compassionevole per "riparare i ponti tra noi", per favorire l’amore di Dio e del prossimo.

24 marzo 2008

Testo integrale della lettera di Magdi Allam al “Corriere della sera” (23 marzo 2008) per motivare la sua conversione

Ha ricevuto il Battesimo dal Papa in occasione della Veglia pasquale

ROMA, domenica, 23 marzo 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il racconto del percorso interiore che ha portato Magdi Allam a scegliere la religione cattolica dopo una approfondita riflessione sull'islam.

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Cari Amici,

Sono particolarmente lieto di condividere con voi la mia immensa gioia per questa Pasqua di Resurrezione che mi ha portato il dono della fede cristiana. Vi propongo volentieri la lettera da me inviata al Direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, in cui racconto il percorso interiore che mi ha portato alla scelta della conversione al cattolicesimo. Questa è la versione integrale della lettera che è stata pubblicata, solo parzialmente, oggi dal Corriere della Sera.

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Caro Direttore,

Ciò che ti sto per riferire concerne una mia scelta di fede religiosa e di vita personale che non vuole in alcun modo coinvolgere il Corriere della Sera di cui mi onoro di far parte dal 2003 con la qualifica di vice-direttore ad personam. Ti scrivo pertanto da protagonista della vicenda come privato cittadino.

Ieri sera mi sono convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia, tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione. Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima e Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: “Cristiano”. Da ieri sera dunque mi chiamo Magdi Cristiano Allam.

Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. A quasi 56 anni, nel mio piccolo, è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza nei confronti del “diverso”, condannato acriticamente quale “nemico”, primeggiano sull’amore e il rispetto del “prossimo” che è sempre e comunque “persona”; così come la mia mente si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà.

Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione. La mia conversione al cattolicesimo è il punto d’approdo di una graduale e profonda meditazione interiore a cui non avrei potuto sottrarmi, visto che da cinque anni sono costretto a una vita blindata, con la vigilanza fissa a casa e la scorta dei carabinieri a ogni mio spostamento, a causa delle minacce e delle condanne a morte inflittemi dagli estremisti e dai terroristi islamici, sia quelli residenti in Italia sia quelli attivi all’estero.

Ho dovuto interrogarmi sull’atteggiamento di coloro che hanno pubblicamente emesso delle fatwe, dei responsi giuridici islamici, denunciandomi, io che ero musulmano, come “nemico dell’islam”, “ipocrita perché è un cristiano copto che finge di essere musulmano per danneggiare all’islam”, “bugiardo e diffamatore dell’islam”, legittimando in tal modo la mia condanna a morte. Mi sono chiesto come fosse possibile che chi, come me, si è battuto convintamente e strenuamente per un “islam moderato”, assumendosi la responsabilità di esporsi in prima persona nella denuncia dell’estremismo e del terrorismo islamico, sia finito poi per essere condannato a morte nel nome dell’islam e sulla base di una legittimazione coranica. Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale.

Parallelamente la Provvidenza mi ha fatto incontrare delle persone cattoliche praticanti di buona volontà che, in virtù della loro testimonianza e della loro amicizia, sono diventate man mano un punto di riferimento sul piano della certezza della verità e della solidità dei valori. A cominciare da tanti amici di Comunione e Liberazione con in testa don Juliàn Carròn; a religiosi semplici quali don Gabriele Mangiarotti, suor Maria Gloria Riva, don Carlo Maurizi e padre Yohannis Lahzi Gaid; alla riscoperta dei salesiani grazie a don Angelo Tengattini e don Maurizio Verlezza culminata in una rinnovata amicizia con il Rettore maggiore Don Pascual Chavez Villanueva; fino all’abbraccio di alti prelati di grande umanità quali il cardinale Tarcisio Bertone, monsignor Luigi Negri, Giancarlo Vecerrica, Gino Romanazzi e, soprattutto, monsignor Rino Fisichella che mi ha personalmente seguito nel percorso spirituale di accettazione della fede cristiana. Ma indubbiamente l’incontro più straordinario e significativo nella decisione di convertirmi è stato quello con il Papa Benedetto XVI, che ho ammirato e difeso da musulmano per la sua maestria nel porre il legame indissolubile tra fede e ragione come fondamento dell’autentica religione e della civiltà umana, e a cui aderisco pienamente da cristiano per ispirarmi di nuova luce nel compimento della missione che Dio mi ha riservato.

Il mio è un percorso che inizia da quando all’età di quattro anni, mia madre Safeya – musulmana credente e praticante – per il primo della serie di “casi” che si riveleranno essere tutt’altro che fortuiti bensì parte integrante di un destino divino a cui tutti noi siamo assegnati –mi affidò alle cure amorevoli di suor Lavinia dell’Ordine dei Comboniani, convinta della bontà dell’educazione che mi avrebbero impartito delle religiose italiane e cattoliche trapiantate al Cairo, la mia città natale, per testimoniare la loro fede cristiana tramite un’opera volta a realizzare il bene comune. Ho così iniziato un’esperienza di vita in collegio, proseguita dai salesiani dell’Istituto Don Bosco alle medie e al liceo, che mi ha complessivamente trasmesso non solo la scienza del sapere ma soprattutto la coscienza dei valori.

E’ grazie ai religiosi cattolici che io ho acquisito una concezione profondamente e essenzialmente etica della vita, dove la persona creata a immagine e somiglianza di Dio è chiamata a svolgere una missione che s’inserisce nel quadro di un disegno universale ed eterno volto alla risurrezione interiore dei singoli su questa terra e dell’insieme dell’umanità nel Giorno del Giudizio, che si fonda nella fede in Dio e nel primato dei valori, che si basa sul senso della responsabilità individuale e sul senso del dovere nei confronti della collettività. E’ in virtù dell’educazione cristiana e della condivisione dell’esperienza della vita con dei religiosi cattolici che io ho sempre coltivato una profonda fede nella dimensione trascendentale, così come ho sempre ricercato la certezza della verità nei valori assoluti e universali.

Ho avuto una stagione in cui la presenza amorevole e lo zelo religioso di mia madre mi hanno avvicinato all’islam, che ho periodicamente praticato sul piano cultuale e a cui ho creduto sul piano spirituale secondo un’interpretazione che all’epoca, erano gli anni Sessanta, corrispondeva sommariamente a una fede rispettosa della persona e tollerante nei confronti del prossimo, in un contesto – quello del regime nasseriano – dove prevaleva il principio laico della separazione della sfera religiosa da quella secolare.

Del tutto laico era mio padre Mahmoud al pari di una maggioranza di egiziani che avevano l’Occidente come modello sul piano della libertà individuale, del costume sociale e delle mode culturali ed artistiche, anche se purtroppo il totalitarismo politico di Nasser e l’ideologia bellicosa del panarabismo che mirò all’eliminazione fisica di Israele portarono alla catastrofe l’Egitto e spianarono la strada alla riesumazione del panislamismo, all’ascesa al potere degli estremisti islamici e all’esplosione del terrorismo islamico globalizzato.

I lunghi anni in collegio mi hanno anche consentito di conoscere bene e da vicino la realtà del cattolicesimo e delle donne e degli uomini che hanno dedicato la loro vita per servire Dio in seno alla Chiesa. Già da allora leggevo la Bibbia e i Vangeli ed ero particolarmente affascinato dalla figura umana e divina di Gesù. Ho avuto modo di assistere alla santa messa ed è anche capitato che, una sola volta, mi avvicinai all’altare e ricevetti la comunione. Fu un gesto che evidentemente segnalava la mia attrazione per il cristianesimo e la mia voglia di sentirmi parte della comunità religiosa cattolica.

Successivamente, al mio arrivo in Italia all’inizio degli anni Settanta tra i fumi delle rivolte studentesche e le difficoltà all’integrazione, ho vissuto la stagione dell’ateismo sventolato come fede, che tuttavia si fondava anch’esso sul primato dei valori assoluti e universali. Non sono mai stato indifferente alla presenza di Dio anche se solo ora sento che il Dio dell’Amore, della Fede e della Ragione si concilia pienamente con il patrimonio di valori che si radicano in me.

Caro Direttore, mi hai chiesto se io non tema per la mia vita, nella consapevolezza che la conversione al cristianesimo mi procurerà certamente un’ennesima, e ben più grave, condanna a morte per apostasia. Hai perfettamente ragione. So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede. E lo sarò ancor di più dopo il gesto storico e coraggioso del Papa che, sin dal primo istante in cui è venuto a conoscenza del mio desiderio, ha subito accettato di impartirmi di persona i sacramenti d’iniziazione al cristianesimo. Sua Santità ha lanciato un messaggio esplicito e rivoluzionario a una Chiesa che finora è stata fin troppo prudente nella conversione dei musulmani, astenendosi dal fare proselitismo nei paesi a maggioranza islamica e tacendo sulla realtà dei convertiti nei paesi cristiani. Per paura. La paura di non poter tutelare i convertiti di fronte alla loro condanna a morte per apostasia e la paura delle rappresaglie nei confronti dei cristiani residenti nei paesi islamici. Ebbene oggi Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci dice che bisogna vincere la paura e non avere alcun timore nell’affermare la verità di Gesù anche con i musulmani.

Dal canto mio dico che è ora di porre fine all’arbitrio e alla violenza dei musulmani che non rispettano la libertà di scelta religiosa. In Italia ci sono migliaia di convertiti all’islam che vivono serenamente la loro nuova fede. Ma ci sono anche migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo che sono costretti a celare la loro nuova fede per paura di essere assassinati dagli estremisti islamici che si annidano tra noi. Per uno di quei “casi” che evocano la mano discreta del Signore, il mio primo articolo scritto sul Corriere il 3 settembre 2003 si intitolava “Le nuove catacombe degli islamici convertiti”. Era un’inchiesta su alcuni neo-cristiani in Italia che denunciano la loro profonda solitudine spirituale ed umana, di fronte alla latitanza delle istituzioni dello Stato che non tutelano la loro sicurezza e al silenzio della stessa Chiesa. Ebbene mi auguro che dal gesto storico del Papa e dalla mia testimonianza traggano il convincimento che è arrivato il momento di uscire dalle tenebre dalle catacombe e di affermare pubblicamente la loro volontà di essere pienamente se stessi. Se non saremo in grado qui in Italia, la culla del cattolicesimo, a casa nostra, di garantire a tutti la piena libertà religiosa, come potremmo mai essere credibili quando denunciamo la violazione di tale libertà altrove nel mondo? Prego Dio affinché questa Pasqua speciale doni la risurrezione dello spirito a tutti i fedeli in Cristo che sono stati finora soggiogati dalla paura. Buona Pasqua a tutti.

Cari amici, andiamo avanti sulla via della verità, della vita e della libertà con i miei migliori auguri di successo e di ogni bene.

Magdi Allam

DICHIARAZIONE DEL DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE SUL BATTESIMO DI MAGDI ALLAM– 23 marzo 2008

Il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, P. Federico Lombardi, S.I., ha rilasciato ieri sera ai giornalisti la seguente dichiarazione:

Nel corso della Veglia pasquale di questa notte il Santo Padre amministrerà il battesimo a 7 persone, 5 donne e due uomini provenienti da diversi Paesi.

Com'è noto, il Santo Padre amministra normalmente il sacramento del Battesimo in due circostanze liturgiche. Nella festa del Battesimo del Signore, nella Cappella Sistina, amministra il battesimo a un gruppo di bambini neonati. Nella Veglia pasquale invece amministra il Battesimo e gli altri due sacramenti della iniziazione cristiana (Confermazione e Comunione) a un gruppo di adulti di diversa nazionalità e condizione, che hanno compiuto il necessario cammino di preparazione spirituale e catechetica, che nella tradizione cristiana si chiama "catecumenato".

I catecumeni che riceveranno il Battesimo questa notte provengono dall'Italia, dal Camerun, dalla Cina, dagli Stati Uniti, dal Perù. Fra di essi vi è anche il Dr Magdi Allam, noto giornalista di origine egiziana, vicedirettore "ad personam" del "Corriere della Sera".

Per la Chiesa cattolica ogni persona che chiede di ricevere il Battesimo dopo una profonda ricerca personale, una scelta pienamente libera e un'adeguata preparazione, ha il diritto di riceverlo.

Per parte sua, il Santo Padre amministra il Battesimo nel corso della liturgia pasquale ai catecumeni che gli sono stati presentati, senza fare "differenza di persone", cioè considerandoli tutti ugualmente importanti davanti all'amore di Dio e benvenuti nella comunità della Chiesa.

RADIO VATICANA, GIOVEDI’ 27 MARZO 2008, ULTERIORE DICHIARAZIONE SUL BATTESIMO DI MAGDI ALLAM

Osservazioni del nostro direttore, padre Federico Lombardi, circa la nota del direttore del "Royal Islamic Strategic Studies Center", il prof. Aref Ali Nayed, in merito al battesimo del giornalista Magdi Allam

Continua a restare vivo il dibattito sul battesimo impartito dal Papa nella Veglia Pasquale, al vicedirettore del Corriere della sera, Magdi Allam, che dopo una lunga ricerca personale, dall’islam si è convertito al cattolicesimo. Tra le reazioni nel mondo islamico, spicca la nota del prof. Aref Ali Nayed, direttore del "Royal Islamic Strategic Studies Center" e figura chiave del nuovo corso del dialogo islamo-cristiano iniziato con la “Lettera dei 138 Saggi”. Una nota critica che merita un’attenta considerazione ed alla quale risponde il nostro direttore padre Federico Lombardi con alcune osservazioni:

Anzitutto, l’affermazione più significativa è senza dubbio la conferma della volontà dell’Autore di continuare il dialogo di approfondimento e conoscenza reciproca fra musulmani e cristiani, e non mettere assolutamente in questione il cammino iniziato con la corrispondenza e i contatti stabiliti nell’ultimo anno e mezzo fra i saggi musulmani firmatari delle note lettere e il Vaticano, in particolare tramite il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Questo itinerario deve continuare, è di estrema importanza, non va interrotto, ed è prioritario rispetto ad episodi che possono essere oggetto di malintesi.


In secondo luogo, amministrare il battesimo ad una persona implica riconoscere che ha accolto la fede cristiana liberamente e sinceramente, nei suoi articoli fondamentali, espressi nella “professione di fede”. Questa viene pubblicamente proclamata in occasione del battesimo. Naturalmente ogni credente è libero di conservare le proprie idee su una vastissima gamma di questioni e di problemi in cui vi è fra i cristiani un legittimo pluralismo. Accogliere nella Chiesa un nuovo credente non significa evidentemente sposarne tutte le idee e le posizioni, in particolare su temi politici o sociali.


Il battesimo di Magdi Cristiano Allam è una buona occasione per ribadire espressamente questo principio fondamentale. Egli ha diritto di esprimere le proprie idee, che rimangono idee personali, senza evidentemente diventare in alcun modo espressione ufficiale delle posizioni del Papa o della Santa Sede.


Quanto al dibattito sulla lezione del Papa a Regensburg, le spiegazioni sulla sua corretta interpretazione nelle intenzioni del Papa sono state date da tempo e non vi è motivo di rimetterle in questione. Allo stesso tempo alcuni dei temi allora toccati, come il rapporto fra fede e ragione, fra religione e violenza, rimangono naturalmente oggetto di riflessione e dibattito e di posizioni diverse, dato che si riferiscono a problemi che non possono venire risolti una volta per tutte.


In terzo luogo, la liturgia della Veglia pasquale è stata celebrata come ogni anno, e la simbologia della luce e dell’oscurità ne fa parte da sempre. Certamente è una liturgia solenne e la celebrazione in San Pietro da parte del Papa è una occasione molto particolare. Ma accusare di “manicheismo” la spiegazione dei simboli liturgici da parte del Papa - che egli compie ogni volta e in cui è maestro - manifesta forse piuttosto una non comprensione della liturgia cattolica che una critica pertinente al discorso di Benedetto XVI.


Infine, ci sia permesso di manifestare a nostra volta dispiacere per quanto il prof. Nayed dice circa l’educazione nelle scuole cristiane nei Paesi a maggioranza musulmana, obiettando sul rischio di proselitismo. Ci sembra che la grandissima tradizione di impegno educativo della Chiesa cattolica anche nei Paesi a maggioranza non cristiana (non solo in Egitto, ma anche in India, in Giappone, ecc.), dove da moltissimo tempo la gran maggioranza degli studenti delle scuole e università cattoliche sono non cristiani e lo sono tranquillamente rimasti, pur con vera stima per la educazione ricevuta, meriti ben altro apprezzamento. Non pensiamo che l’accusa di mancanza di rispetto per la dignità e la libertà della persona umana sia meritata oggi da parte della Chiesa. Ben altre sono le violazioni di essa a cui dare attenzione prioritaria. E forse anche per questo il Papa si è assunto il rischio di questo battesimo: affermare la libertà di scelta religiosa conseguente alla dignità della persona umana.


In ogni caso, il prof. Aref Ali Nayed è un interlocutore per il quale conserviamo altissima stima e con cui vale sempre la pena di confrontarsi lealmente. Ciò permette di aver fiducia nella prosecuzione del dialogo.

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