A Milano molti cattolici, dal vertice alla base, hanno partecipato al cambiamento

CON PISAPIA, I CATTOLICI

MILANESI

 

RISCOPRONO

IL SAPORE DELLA

POLITICA

 

36162. MILANO-ADISTA del 4 giugno 2011. Sembra proprio che la partita dei futuri equilibri politico-ecclesiali si giochi in gran parte a Milano. Per l’elezione del successore del card. Dionigi Tettamanzi, certo, ma anche per la tornata delle elezioni amministrative, che ha visto il capoluogo lombardo al centro di una intensissima, e violentissima, campagna elettorale nella quale anche la Chiesa ha svolto un ruolo significativo. E questa volta non solo quella gerarchica, o la lobby economico finanziaria che fa capo a Comunione e Liberazione: perché anche la base cattolica ha conosciuto in queste settimane una nuova primavera di coscienza, impegno, mobilitazione.

La “primavera” della base cattolica

A battere il primo colpo, un “decalogo” firmato da Acli, Azione cattolica, Sant’Egidio, Fondazione Lazzati, Ambrosianeum e Cif, che chiedeva ai candidati sindaci di impegnarsi a garantire una serie di valori, fra i quali serietà, coerenza, confronto, legalità, rispetto e attenzione per gli ultimi, accoglienza. Niente indicazioni di voto. Ma assenza significativa di quella centralità dei temi etici, della sussidiarietà, dei “valori non negoziabili” che in questi anni avevano cementato l’alleanza tra Chiesa e centrodestra.A scatenare reazioni a catena in tutto il mondo ecclesiale meneghino, è stata però l’iniziativa di un gruppo di credenti milanesi (tra loro, don Virginio ColmegnaElena Milazzo Covini, Vittorio Bellavite, Vittorio Agnoletto, don Enrico De Capitani, Roberta De Monticelli) che, il 5 maggio scorso, avevano lanciato l’appello “Cambiare è necessario, cambiare si può”, che ha raggiunto le 300 adesioni. In esso si parlava di una città che viveva «nel disagio, nell’incertezza, persino nell’angoscia del futuro» nella quale, rinunciando specie come cristiani ad ogni tentazione di cedere «alla rassegnazione, alla passività e alla chiusura», i credenti erano chiamati ad un surplus di impegno per contribuire ad archiviare un’amministrazione che «non si è fatta carico delle necessità dei più deboli (bambini, giovani e anziani)»; che non ha avuto cura dell’ambiente, che non ha promosso i servizi per l’infanzia e l’assistenza sociale alle famiglie in difficoltà, che si è caratterizzata per «ritardi, mancata trasparenza nella gestione delle proprie attività, sperpero del denaro pubblico».

L’appello ha suscitato un fermento che non si vedeva da anni: appelli, volantinaggi, assemblee, dibattiti nei blog e nelle newsletter, polemiche che hanno assunto intensità che non si registravano da anni in città. Ad animare particolarmente il dibattito intraecclesiale sono state soprattutto le dichiarazioni di don Virginio Colmegna, direttore della Fondazione Casa della Carità, prete molto conosciuto e stimato a Milano, che nelle ultime settimane ha più volte spiegato le ragioni del suo sostegno e Pisapia, criticando le politiche ostili verso rom e migranti della giunta Moratti ed in particolare la chiusura del campo nomadi di via Triboniano. Anche don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità Nuova e cappellano del Beccaria, altro prete molto noto a Milano, si era apertamente schierato a favore di Pisapia. Così, come si era sbilanciato don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana. «Molti cattolici sono scontentissimi per quel che è successo a Milano sotto l’amministrazione Moratti», aveva dichiarato. E pur rilevando le paure di settori dell’elettorato cattolico su Pisapia, Davanzo aveva auspicato «da parte di quest’ultimo una capacità di toccare quelle corde su cui il mondo cattolico è sensibile, come l’attenzione agli ultimi, su cui non ci si può non riconoscere come credenti».

Anche la Curia apre a Pisapia

Che nella base cattolica milanese le simpatie per il centrodestra siano in forte calo lo ha mostrato, oltre il clima positivo in cui si sono svolti gli incontri di Pisapia con molte associazioni e realtà ecclesiali (come quello con le Acli meneghine, del 24 maggio, in cui il candidato di centrosinistra era stato applaudito anche quando aveva parlato di unioni di fatto), la violenza con cui la destra politica ed ecclesiale ha cercato di far passare Pisapia per un pericoloso nemico della fede e dei valori cristiane, oltre che per un sovversivo. Ma presso i vertici della Curia milanese le sirene allarmate dei berluscones non hanno trovato ascolto. Al contrario, il card. Dionigi Tettamanzi, nelle poche parole pronunciate il 22 maggio, a margine di un’udienza col papa (accompagnava 5mila pellegrini dell’università Cattolica in occasione dei 90 anni dell’Ateneo) aveva risposto: «Milano è in una fase di cambiamento e credo che resterà degna della sua storia. La città è chiamata oggi ad essere coraggiosa e a camminare in termini positivi, restando sempre fedele alla sua tradizione, con la presenza di persone sagge e forti che non avvieranno la città verso il viale del tramonto, ma verso il viale della primavera». Insomma, pur in assenza di esplicita indicazione di voto per il ballottaggio, il cardinale aveva voluto sottolineare che il vento nuovo che soffia su Milano non lo turbava affatto. Concetto ribadito qualche giorno dopo (25/5) dopo il duro attacco giunto al cardinale da un editoriale (23/5) del direttore del Giornale, Alessandro Sallusti: «Il messaggio che viene da Milano – aveva replicato Tettamanzi – è un messaggio di speranza per il Paese e di rilancio per le tante cose belle e positive che le persone esprimono: anche io andrò a votare domenica sera o lunedì» 

E Cielle comincia a guardarsi intorno

E’ la questione di una base cattolica in fermento, ed in rotta di collisione con l’amministrazione della Moratti, c’è poi il “caso-Cl”: tra i motivi della sconfitta al primo turno ci sarebbero infatti diverse migliaia di voti ciellini che sono mancati all’appello. Si dice siano almeno 12mila i voti a disposizione di Comunione Liberazione a Milano. Ne sarebbero mancati all’appello più di 4000. Insomma, una parte di Cielle sarebbe ormai scettica nei confronti delle prospettive politiche di Berlusconi. In questo senso, si possono leggere anche la tiepida sponsorizzazione della Moratti fatta dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, come anche i non più idilliaci rapporti tra Formigoni ed un altro esponente di punta di Cl in Lombardia, il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, che invece si è molto esposto in campagna elettorale e che, in un’intervista al Corriere della Sera  (19/5), aveva definito «una stupidata» la voce secondo la quale Cl a Milano non avesse sostenuto con convinzione la Moratti. Su sussidiario.net, quotidiano online della Fondazione per la Sussidiarietà voluta da Giorgio Vittadini (fondatore del “braccio” economico di Cl, la Compagnia delle Opere), Antonio Intiglietta, uno dei principali animatori della CdO a Milano e presidente del Comitato tecnico consultivo di Fondazione EA Fiera Internazionale di Milano (uno degli snodi principali per i quali passerà l’Expo del 2015), alla richiesta di chiarire se ad affossare la Moratti fosse stato un “complotto”, aveva di fatto eluso la domanda, rispondendo al passato: «La verità è che noi abbiamo vissuto un’esperienza fantastica di presenza e di testimonianza di come la fede possa diventare intelligenza sulla realtà e permetta di formulare un giudizio e una decisione per un voto che affermi la libertà contro lo statalismo. Diversamente da una parte del mondo cattolico che, in nome di valori come la carità e la solidarietà, spera che la realizzazione della società si realizzi grazie a un potere, presunto buono».Lupi sul Corriere della Sera forniva alcuni numeri per dimostrare l’impegno di Cl a sostegno della Moratti e del Pdl. Ricordava che l’assessore Carlo Masseroli aveva conquistato 3.400 preferenze (raddoppiando il risultato del 2006 e risultando il quinto più votato), e il giovane Matteo Forte ne aveva ottenute altre 2mila. Buoni risultati, certo. Ma Cielle, se vuole, è capace di ben altro. Alle elezioni universitarie del 2010, tra Statale e Politecnico, le liste vicine a CL avevano incassato 4.200 voti, il candidato con più preferenze, Marco Erroi, aveva toccato quota 2.459. E se da Milano lo sguardo si allarga alla Lombardia, c’è l’esempio del ciellino Mario Sala, primo degli eletti nelle liste del Pdl alle Regionali del 2010. E primo dei votati, con ben 20mila preferenze.

Il disimpegno di cielle emergere anche dai risultati usciti dalle urne: se alle amministrative del 2006 i candidati eletti in Consiglio comunale riconducibili al movimento di don Giussani erano stati 7, stavolta, saranno solo 2, Masseroli e Forte. Gli altri candidati, Simone Paleari, Claudia Ferrari, Filippo Totino, Claudio Santarelli non ce l’hanno fatta e in tutto, i 6 esponenti ciellini hanno raccolto “solo” 7mila preferenze. C’è poi un altro dato che Lupi, nella sua intervista al Corriere, ha omesso di rilevare: Carlo Masseroli ha preso, sì, 3.400 preferenze, ma 600 suoi elettori hanno optato per il voto disgiunto e per un sindaco diverso dalla Moratti. Un segnalo forte. Come anche quello arrivato dalla Lega, che ha istaurato un solido legame con il movimento fondato da don Giussani a partire almeno dal 2009 e che verso la Moratti si è mostrata assai tiepida. (valerio gigante)

 

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