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Sezione italiana del movimento internazionale “We Are Church” per la riforma della Chiesa cattolica

A che punto siamo con la nonviolenza? Raniero La Valle vi ragiona, a partire da don Tonino e da papa Francesco

IL MONDO È PIÙ O MENO VIOLENTO DI IERI? MENO

24 aprile 2017 /

Ciò che è cambiato è un annuncio di Dio che toglie radicalmente ogni legittimazione religiosa della violenza

Pubblichiamo il discorso tenuto da Raniero La Valle il 21 aprile 2017 ad Alessano (Lecce), nel ricordo del vescovo don Tonino Bello e del sindaco di Molfetta Guglielmo Minervini

(dal sito www.chiesadituttichiesadeipoveri.it)

 

È nel ricordo di don Tonino Bello e di Guglielmo Minervini che vogliamo guardare oggi al tema della nonviolenza a cui essi hanno dedicato la vita, il primo facendone il cuore della propria azione pastorale, il secondo della propria azione amministrativa e politica.

I – La violenza organica al mondo

In quale situazione essi hanno dato la loro testimonianza? Essi hanno vissuto in una situazione in cui  la violenza era del tutto organica al mondo, mentre la nonviolenza era opposta allo spirito del mondo. Non altrettanto essa era opposta  allo spirito della Chiesa, grazie al Vangelo, ma certamente la nonviolenza era estranea alla cultura e alla immagine della Chiesa.

  1. a) Il primo punto è che la violenza era organica al mondo. Essa infatti, nella dimensione pubblica non solo era legittima (essendo stato conferito al potere pubblico il monopolio della violenza) ma fungeva da giudice di ultima istanza. Vale a dire che alla fine a decidere era la violenza. Nella seconda guerra mondiale la bomba atomica è stata il giudice finale. Trump che getta la bomba-madre sull’Afghanistan, dice che l’ultima decisione sarà la sua. Le Brigate Rosse in Italia elessero la violenza come ultimo giudice tra il potere e l’antipotere. La stessa cosa fa oggi il terrorismo internazionale. Anche nella dimensione privata la violenza si mostrava inarginata; basti pensare al Far West americano, alla violenza nei rapporti di lavoro, nella fabbriche, nei campi, nelle famiglie, alla violenza sulle donne, al bullismo, alla manovalanza delle mafie e delle camorre.
  2. b) Il secondo punto è che la nonviolenza era opposta allo spirito del mondo. Che cosa è lo spirito del mondo? C’è una lettera di Hegel del 1806, scritta da Jena, il luogo della grande battaglia vinta da Napoleone contro l’esercito prussiano, In questa lettera citata da Jacob Taubes, che è un filosofo e rabbino ebreo innamoratosi di San Paolo, Hegel scrive di aver visto quella mattina l’imperatore, questo “spirito del mondo” uscire a cavallo dalla città per andare in ricognizione. Lo spirito del mondo è Napoleone a cavallo; è dunque nel potere violento che si incarna lo Spirito assoluto di cui parlava Hegel; questo è lo spirito del mondo che nella Prima lettera ai Corinti san Paolo contrappone al pneuma tou Theoù, allo spirito di Dio. La violenza dunque non solo è la pratica del mondo, ciò che il mondo fa, ma è anche la sua ideologia, ciò che il mondo pensa di sé.

II – La nonviolenza estranea alla Chiesa

  1. c) Il terzo punto è che la nonviolenza era sostanzialmente estranea alla Chiesa. Avrebbe dovuto esprimere l’identità della Chiesa, dato che la Chiesa nasce dal Vangelo. Invece la nonviolenza non stava di casa nella Chiesa. Il problema è che c’era una radice di violenza nella stessa concezione di Dio inteso come giudice, come vendicatore, come esattore di sacrifici ed olocausti, come un Dio forte in battaglia. La stessa rivelazione, nella sua fase ancora acerba e immatura aveva tramandato immagini incoerenti di Dio, come è attestato in alcune pagine molto dure della Bibbia. Può sembrare azzardato parlare di una incoerenza nella stessa rivelazione. Certo non è incoerente la rivelazione che si manifesta nella persona di Gesù, nel suo insegnamento. Gesù non è incoerente. Però c’è un perfezionamento della fede, e perciò un’evoluzione nel credere, di cui è causa lo stesso Gesù, che la lettera agli Ebrei definisce “autore e perfezionatore della fede” (Eb. 12, 2). Dunque la fede non sta ferma, si sviluppa, non è un deposito immoto. E questo perfezionamento o arricchimento della fede non è concluso, ma continua per mezzo dello Spirito Santo che si incarica di condurci a tutta intera la verità; questa, almeno, è la promessa di Gesù (Giov. 16,13). Non c’è incoerenza in questo disvelamento progressivo dei “segreti” di Dio. Ma nella Bibbia, che è “Parola di Dio” scritta però da mani e con mente d’uomo, queste incoerenze sussistono.

Si può vedere una di queste incoerenze (e forse la maggiore) in uno stesso versetto della profezia di Isaia, il v. 2 del cap. 61, laddove il profeta annuncia e promette “un anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta del nostro Dio”.

È una profezia importante perché è quella che Gesù legge agli ebrei nella sinagoga di Nazaret, per dire che quella profezia si realizzava quel giorno davanti a loro. Ma Gesù non fa finta che l’incoerenza non ci sia, annunciando due cose contraddittorie, come noi ancora facciamo, per esempio nelle letture che proclamiamo nella veglia pasquale, dove appare un Dio incoerente, che uccide i bambini egiziani e passa salvando gli ebrei. Gesù vede l’incoerenza di quella profezia, non cerca di risolverla col gioco delle interpretazioni o delle allegorie, ma semplicemente la sopprime. Egli interrompe la lettura di Isaia a metà versetto, riconsegnando il rotolo all’inserviente, e dunque annunciando la misericordia e negando la vendetta.

È molto interessante che dopo una conferenza in cui io avevo citato questo comportamento di Gesù, il rabbino di Firenze, che era presente, avvicinatosi, mi ha chiesto: “secondo lei Gesù, così facendo nella sinagoga di Nazaret, l’ha fatto come cristiano o come ebreo?”.  Naturalmente Gesù era ebreo, “un ebreo di Galilea”, come ci ha insegnato Giuseppe Barbaglio. E con questa domanda il rabbino voleva dire che anche gli ebrei sono d’accordo, e che dunque come ha fatto Gesù la Bibbia si deve leggere purificandola delle incoerenze di Dio che vi sono “depositate”.

La Chiesa di don Tonino Bello, di Minervini, la Chiesa in cui anche noi abbiamo vissuto è una Chiesa che non si era separata dalla violenza. Aveva teorizzato la guerra giusta, aveva fatto le Crociate; san Bernardo, che pure era un mistico, aveva spiegato che uccidere un infedele non è un omicidio, ma un malicidio. Certo, gli “infedeli” non erano stati da meno, come dimostrano gli 800 martiri di Otranto, trucidati tutti insieme per non aver voluto passare all’Islam. In ogni caso la Chiesa aveva acceso i roghi per gli eretici e per le streghe, la pena di morte era vigente perfino nello Stato pontificio; a Roma, in piazza del Popolo, si faceva con “mazzola e squarto”; poi passava la “Ven. Arciconfraternita di Gesù, Maria e Giuseppe dell’anime più bisognose del Purgatorio” a fare la questua per l’Anima del condannato, senza però fermarsi “in tempo della Giustizia nella Piazza del Patibolo”, come diceva la convocazione dei Fratelli questuanti, di cui ho una copia in casa mia; essa assicurava che per tal Opera Pia essi avrebbero acquistato “merito grande appresso Dio”.

E quella cultura rimase nella Chiesa, ben oltre la fine dello Stato pontificio: quando nel 1960 andai a dirigere “l’Avvenire d’Italia”,  un regista francese, Autant Lara, fece un bellissimo film contro la pena di morte e in favore dell’obiezione di coscienza, “Tu ne tueras point” (1961); il film fu censurato, ma “l’Avvenire d’Italia” ne fece una critica molto favorevole e il vescovo di Vicenza protestò duramente col cardinale Lercaro, arcivescovo di Bologna, tutore del giornale. Fu quella la prima grave crisi del quotidiano cattolico, che fu chiuso poi dopo il Concilio.

In questo contesto don Tonino e Minervini sono stati nonviolenti, uno come vescovo, l’altro come politico. Ed era una scelta difficile, a caro prezzo, e spesso umanamente perdente.

III – Il mondo è più o meno violento di ieri?

 Ora la domanda è: rispetto alla situazione che hanno vissuto, i testimoni di allora come la vedrebbero oggi? C’è oggi più o meno violenza? È la domanda che si è posta papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno, scrivendo: “Non è facile sapere se il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri né se i moderni mezzi di comunicazione ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa”.

Io proverei a rispondere a questa difficile domanda.

Come ieri, la violenza sembra organica al mondo. Si direbbe che il mondo non sappia fare altro, e anzi che la violenza sia diventata maggiore. La bomba gettata da Trump sull’Afghanistan è maggiore di tutte le altre bombe, di poco inferiore all’atomica; l’«Armada» navale mandata contro la Corea del Nord è di una forza senza pari;  la violenza dei terroristi dello Stato che si dice islamico è maggiore, spesso più efferata della violenza finora usata da altri terroristi o giustizieri.

Però c’è qualche segno di una caduta di livello, di una perdita di credibilità, di una diminuita potenza e sovranità della violenza. Una violenza che grida, che fa molto chiasso, che dà di matto, è meno efficace di una violenza che agisce, che è esercitata con fredda razionalità. E la gente se ne inquieta di più, perché capisce che quanto più è inconsapevole, tanto più è pericolosa.

Pertanto io credo che la violenza oggi mostri più apertamente la sua alienazione, la sua inevitabile demenza, la sua estraneità a un progetto che sia umano. Perciò per quanto possa apparire ancora organica al mondo e allo spirito del mondo, essa sembra abitare nell’organismo del mondo più come un delirio che come una decisione, più come un’anomalia che come una regola, più come un oggetto di rigetto che come un destino.

Perciò a me pare che da un lato oggi la violenza sia più pericolosa, perché i diversi focolai della guerra mondiale a pezzi già da tre anni diagnosticata dal papa potrebbero fondersi in un unico grande incendio, ma dall’altro la violenza sia più debole, meno connaturale al mondo, meno utile agli stessi progetti di dominio, più stigmatizzata dall’opinione pubblica, se non altro per l’effetto di potenti anticorpi suscitati nel consorzio umano dalle violenze perpetrate fin qui. Anzi ho la forte percezione che la nonviolenza abbia gettato i suoi semi nel mondo e abbia operato nel cuore del Novecento più di quanto non sia stato fin qui riconosciuto. Mi sembra infatti che la generazione dei don Tonino, dei Minervini, di don Milani, di Gandhi, di La Pira, di Hammarskjöld, di papa Giovanni, dei movimenti per la pace non sia passata invano.

IV – La nonviolenza all’opera

Vogliamo ricordare qualche esempio di questa non violenza all’opera? Pensiamo alla fine dei blocchi. Che cosa è stata se non il frutto della nonviolenza penetrata nella cultura del Novecento la fine incruenta dei blocchi ad opera della parte considerata più violenta di essi, ossia del comunismo fattosi Stato in Unione Sovietica? Si dirà che ciò è avvenuto perché il comunismo si è riconosciuto più debole, è stato sconfitto. Ma se fosse stato solo sconfitto la sua sarebbe stata solo una capitolazione, una resa, e a vincere sarebbero stati solo le armi e i dollari.  Invece così non è stato. Invece era avvenuto qualcosa nel pensiero, tanto è vero che con Gorbaciov si è parlato di un “nuovo pensiero politico”; ed era avvenuto un dialogo tra i punti più alti delle due culture: basti ricordare i colloqui lapiriani di Firenze, e i colloqui della Paulus Gesellschaft, con l’apporto della stessa Santa Sede, sulle due antropologie, la cristiana e la marxista. E nell’incredulità dei più il comunismo, magari da noi ribattezzato come eurocomunismo, era diventato pacifico. La fine dei blocchi venne pertanto grazie all’azione riformatrice di Gorbaciov, venne con la dichiarazione di Nuova Delhi del 1987, in cui Gorbaciov e Rajiv Gandhi proposero, inascoltati dall’Occidente, di costruire “un mondo senza armi nucleari e non violento”, venne infine con l’ordine di Mosca ai  comunisti tedeschi pressati dai berlinesi: aprite il muro, fateli passare. Furono smentiti così quelli che consideravano il comunismo il male assoluto, e in base a questa idea si comportavano in tutte le loro scelte umane e politiche; i veri sconfitti sono stati loro, anche se hanno vinto, e con la loro povera cultura hanno interpretato la fine del comunismo semplicemente come la resa del nemico. Ricordo quando il ministro degli esteri di allora, il socialista De Michelis, venne tutto giulivo alla Camera a dire: sapete, la guerra fredda è finita e noi l’abbiamo vinta.

Invece quegli eventi avevano dimostrato che la violenza non era organica al mondo, che la nonviolenza era possibile.

Poi di questo si è fatto pessimo uso, perché la cultura dei vincitori ha determinato il nuovo assetto del mondo, creando un mondo peggiore di prima. Essi hanno fatto del denaro il sovrano del mondo, hanno ripreso l’uso della guerra, hanno fatto guerre di ogni tipo per deporre e uccidere despoti sgraditi, come Saddam Hussein, Milosevic e Gheddafi, per far tornare l’Iraq all’età della pietra, come graziosamente si espresse la signora Thatcher, guerre per il Kuwait e per il Kosovo, contro i talebani e contro il terrorismo. Eppure si diceva che quelle guerre si facevano controvoglia, o per ragioni umanitarie, perché era d’obbligo il linguaggio politicamente corretto, che è un linguaggio in cui la violenza è ufficialmente stigmatizzata, anche se copre quella effettivamente inflitta.

Ma ci sono altri sintomi di crisi delle ragioni della violenza. Il più vistoso è che si è creata una sorprendete asimmetria di fronte al dilagare della violenza intitolata all’estremismo islamista, del cosiddetto Stato islamico. Poteva esserci una guerra di religione e non c’è stata. E non c’è stata perché per farla bisogna essere in due.  L’Occidente la farebbe volentieri, come l’ha sempre fatta anche se mascherata in molteplici modi, ma questa volta non la può fare. Il cristianesimo non ci sta. La violenza di Trump è più scatenata di quella di altri presidenti americani, ma è senza un retroterra ed è incurante della logica, non è fondata su una pretesa etica, non ha alibi religiosi, è sprovvista di una motivazione razionale. È una violenza che in un certo senso precede il cogito cartesiano, è violenza e basta. È più pericolosa, ma sempre più come estranea al mondo normale. Perfino la flotta, se Trump le dice di andare verso la Corea, non gli dà retta, se ne va verso l’Australia La violenza perde prestigio, si mostra sempre più come la malattia, non come la soluzione.

V – La Chiesa ha adottato la nonviolenza

 Naturalmente queste sono valutazioni che si possono discutere. Però di sicuro è successa una cosa imprevista, una cosa straordinaria. La Chiesa cattolica ha adottato la nonviolenza. Essa non le è più estranea, non è una cosa “altra” rispetto al Dio che essa annunzia. Per contro la  violenza è bandita anche come giustizia di ultima istanza, ed è proprio la nonviolenza che oggi appare organica alla Chiesa, ed organica alla figura di Dio quale oggi è mostrata e predicata dalla Chiesa.

Si dirà che questa è una novità comparsa con papa Francesco, e finirà con lui. Ma non c’è papa senza Chiesa, e la cosa non è cominciata con lui, è cominciata con Gesù. È lui che ha mostrato un Dio in cui non c’è violenza, ed è stato lui che ha dato luogo a una Chiesa dotata di uno spirito di pace e non di afflizione (Ger. 29, 11), opposto allo spirito del mondo.

Tuttavia non c’è dubbio che la drammatica attualizzazione di questo messaggio evangelico si deve al magistero pastorale di papa Francesco.

Il più alto precedente di questa opzione di non violenza nella recente vita ecclesiale è la “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, e la sua ricezione nel Concilio Vaticano II. Però quello più che un precedente è stato un inizio. Francesco il Concilio e papa Giovanni fanno infatti tutt’uno, non sono diversi eventi lontani uno dall’altro, ma un unico evento; basti ricordare che l’anno della misericordia è stato indetto da Francesco per l’8 dicembre 2015, nello stesso giorno, dopo 50 anni, in cui era finito il Concilio, quasi a riprenderlo e continuarlo. La novità sta nel fatto che Francesco ha ripreso l’“aggiornamento” pastorale avviato dal Concilio, ma vi ha aggiunto un decisivo “aggiornamento” teologico. Come aveva detto Karl Rahner del Concilio,non cambia solo l’annunciatore, cambia l’annuncio.

VI – Come è cambiato l’annuncio

 1) Prima di tutto è cambiata la presentazione del volto di Dio. Nella percezione umana, fin dai tempi più antichi, come ha documentato Rudolf Otto nella sua ricerca su “Il sacro”, il volto di Dio è stato nello stesso tempo terribilis et fascinans, affascinante e terribile, quello di un re “tremendae maiestatis”, come canta il “Dies irae”. Quello presentato oggi dalla Chiesa di papa Francesco è invece un “misericordiae vultus”, un volto di misericordia, come dicono le prime parole della bolla di indizione del Giubileo straordinario. Di chi è questo volto? Questo volto è il volto del Padre;  esso si rende visibile in Gesù ma è il volto della misericordia del Padre. A noi, nella nostra tradizione di fede, è familiare la misericordia del Signore Gesù, il Vangelo non fa che raccontarla; papa Francesco l’ha ricapitolata nel suo messaggio per il 1 gennaio scorso sulla nonviolenza, ricordando che Gesù ha insegnato ad amare i nemici, a porgere l’altra guancia, ha impedito che venisse lapidata l’adultera, ha fatto rimettere a Pietro la spada nel fodero, nell’orto degli ulivi, e ha tracciata “la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce”. Eravamo meno abituati invece all’idea della misericordia del Padre, troppo spesso sovrastata dall’idea della giustizia e della punizione, né eravamo abituati a pensare che sulla croce fosse salito il Padre, non solo il Figlio. Ma nella predicazione di papa Francesco in Dio non c’è che misericordia, Dio perdona sempre, è sempre primo nell’amore; né in lui c’è ombra di violenza, e c’è il dolore di Dio. Egli per amore dell’uomo si fa scacciare dal mondo e sale sulla croce col Figlio. Ad Auschwitz quando, secondo il racconto di Elia Wiesel, degli ebrei riconobbero in tre ragazzi impiccati Dio stesso che pendeva dalla forca, non potevano riconoscervi Cristo, il Figlio, perché erano ebrei, ma vi riconobbero il Dio stesso della creazione, dell’alleanza. Dunque è lui sulla forca, e lui è crocefisso col Figlio. C’è un documento del 2013 della Commissione Teologica Internazionale sul monoteismo e la violenza, in cui si riconosce e si afferma la radicale separazione del cristianesimo da ogni visione che implichi una violenza di Dio; e in ciò si vede l’inizio di un tempo nuovo.  Ebbene in questo documento si dice che la supposta violenza di Dio è stata definitivamente smentita e rovesciata sulla croce. Non ci può essere una violenza di Dio se il Dio è quello che è salito sulla croce. Infatti sulla croce non è salito un uomo qualunque, dicono i teologi del Papa citando il secondo concilio di Costantinopoli, ma  “Unus de Trinitate passus est“. Uno della Trinità stava li sulla croce, non era  solo l’uomo Gesù, era il Dio della Trinità che stava sulla croce.

2) Allo stesso modo è cambiata la comprensione del rapporto tra misericordia e giustizia di Dio. «Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge» dice papa Francesco nella “Misericordiae vultus” E si appella all’autorità di san Tommaso che dice: « È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza ». È per questo, commenta il papa, «che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: “O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono”. Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso».

Il cambiamento consiste nel comprendere che in Dio giustizia e misericordia sono la stessa cosa. Esse sono in dialettica, in contrasto, se viene riferito a Dio un concetto antropomorfico di giustizia, la giustizia come retribuzione, come il pareggio di una pesata eguale, come l’ “unicuique suum” che sta scritto perfino sotto la testata dell’«Osservatore Romano». Ma la giustizia di Dio non è affatto questa, non è la vendetta, non è rendere male per male, la giustizia di Dio è il rendere giusti, è la giustificazione per fede, come dice Paolo, è la grazia.

3) Questa più matura percezione della misericordia e della giustizia di Dio ha fatto cadere la concezione vendicativa e punitiva della dottrina del peccato originale e delle sue conseguenze nel sacrificio che il Padre avrebbe preteso dal Figlio. Questa concezione, come ha detto lo stesso Benedetto XVI, papa emerito, in un’intervista all’ “Osservatore Romano” “è diventata oggi per noi certo incomprensibile”.  mentre la dottrina di Sant’Anselmo, che l’ha diffusa in tutta la Chiesa “non è solo incomprensibile oggi – ha detto Ratzinger – ma, a partire dalla teologia trinitaria, è in sé del tutto errata“.

Nell’attuale coscienza ecclesiale il peccato originale non è alzare la mano verso il frutto dell’albero della conoscenza, come se ciò fosse alzare la mano contro Dio, ma è alzare la mano contro il fratello. Nel mausoleo di Yad Vashem a Gerusalemme, papa Francesco ha evocato come il vero peccatore originario non Adamo ma Caino, ed è a lui che ha immaginato si rivolgessero le parole di dolore di Dio nel giardino: “Dove sei, uomo? Dove sei finito? In questo luogo, memoriale della Shoah, sentiamo risuonare questa domanda di Dio: ‘Adamo, dove sei?’. In questa domanda ha detto il papa – c’è tutto il dolore del Padre che ha perso il figlio. Il Padre conosceva il rischio della libertà; sapeva che il figlio avrebbe potuto perdersi ma forse nemmeno il Padre poteva immaginare una tale caduta, un tale abisso! Quel grido: ‘Dove sei?’, qui, di fronte alla tragedia incommensurabile dell’Olocausto, risuona come una voce che si perde in un abisso senza fondo…” Così il papa a Gerusalemme. Per completare questa cognizione della misericordia del Padre, peraltro, bisogna ricordare che Dio non ha distrutto Caino, ma ha posto un sigillo sulla sua fronte, una specie di salvacondotto divino, dicendo: “Nessuno uccida Caino”.

Per questo abbiamo detto che una guerra religiosa oggi non si può fare. Perché in Dio non c’è violenza, “il Dio della guerra non esiste”, come ha detto il papa commentando il vangelo a Santa Marta, e il cristianesimo prende definitivo congedo dal Dio violento. Infatti, come dice il documento già citato dei teologi del papa riuniti nella commissione internazionale, il Dio violento, foriero delle guerre di religione, è il frutto di un fraintendimento della fede, e l’eccitazione alla violenza in nome di Dio è “la massima corruzione della religione”,  Perciò il papa ha detto al terzo incontro mondiale dei movimenti popolari e poi ha ribadito con forza nel messaggio per la giornata della pace del 1 gennaio scorso: “Nessuna religione è terrorista, La violenza è una profanazione del nome di Dio. Non stanchiamoci mai di ripeterlo. “Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa, non la guerra!” Nello stesso messaggio il papa ha fondato la nonviolenza sulla dignità immensa della persona, che deriva dall’essere immagine e somiglianza di Dio; dunque la scelta nonviolenta non è solo una scelta ideologica o politica, il suo valore è antropologico, entra nella definizione dell’uomo. Essa però non ha solo un valore teorico, anzi con essa, secondo il papa, si sono raggiunti risultati impressionanti, ed ha citato Gandhi, il suo omologo musulmano Ghaffar Khan, il nonviolento del Pakistan, Leymah Gobwee e le altre donne liberiane nonviolente che hanno lottato per la pace in Liberia, Martin Luther King, i cristiani che hanno contribuito al superamento dei due blocchi in Europa.

VII – Spes contra spem

A questo punto possiamo dire che alla domanda iniziale, se oggi il mondo sia più o meno violento di ieri, si può dare una risposta in positivo e piena di speranza; però una spes contra spem, se ogni momento siamo richiamati allo spettacolo della violenza.

In effetti c’è ancora un grande cammino da fare. E perché possa essere fatto occorre una revisione critica del passato, un pentimento dei peccati, degli errori e delle violenze del passato, portando avanti quel processo di purificazione della memoria che il papa Giovanni Paolo II aveva messo al centro dell’Anno santo del 2000. Secondo la Bolla di indizione di quel Giubileo, la purificazione della memoria doveva consistere nel processo volto a liberare la coscienza personale e collettiva da tutte le forme di risentimento o di violenza, che l’eredità di colpe del passato poteva avervi lasciato, mediante una rinnovata valutazione storica e teologica degli eventi in esse implicati che conducesse ad un reale cammino di riconciliazione. E’ evidente che questo riguardava non solo le persone ma le Chiese.

Oggi siamo andati più avanti. Infatti abbiamo capito che questa purificazione della memoria non basta, anzi nemmeno si può fare, se non passa attraverso una purificazione della concezione che abbiamo avuto di Dio. D’altra parte che cosa c’è nella memoria dell’umanità di più diffuso e di più profondo che la memoria di Dio? Come Dio è stato recepito e percepito, così è stata l’umanità e sono state le Chiese. La storia della violenza è stata indissociabile dalla storia di Dio nella storia. Perciò la purificazione della memoria è prima di tutto la purificazione della percezione e immagine di Dio. Ciò diventa veramente oggi, come dice il documento romano dei teologi del papa, “inseparabile dal futuro del cristianesimo” e offre alle culture secolari e alle religioni del mondo la reale opportunità per “un ripensamento dell’idea di religione”; e così potrà fiorire la pace sulle terre.

Papa Francesco ha aperto il cantiere; e questo diventa ora il compito decisivo non solo delle religioni e delle Chiese, ma il compito di questa e delle prossime generazioni.

Raniero La Valle

 


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