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Noi Siamo Chiesa

Sezione italiana del movimento internazionale “We Are Church” per la riforma della Chiesa cattolica

A Palermo si aspetta il nuovo arcivescovo

Bagheria, 20 Gennaio 2015.
Lettera aperta alle Comunità cristiane della Diocesi di Palermo

Si approssima la designazione del nuovo Vescovo di Palermo: una riflessione e una proposta.
Nos eligimus eum

di Manlio Schiavo.

L’annunzio della prossima nomina del Vescovo di Agrigento a Cardinale, da un lato, ha molto piacevolmente sorpreso tanti di noi, non solo per la qualità della persona designata, ma anche per la “novità”- al di fuori di una consolidata prassi ecclesiale- della decisione del Vescovo di Roma, Francesco, che certamente risponde ad un progetto più complessivo di rinnovamento, al quale guardare con speranza e da sostenere con convinzione.
Dall’altro, ha provocato in me, credente “laico”, una riflessione più generale sul rapporto tra Comunità e “pastori”, e sul modo di designazione al servizio episcopale di una Chiesa locale, in riferimento, in particolare, alla futura nomina del Vescovo della diocesi palermitana.
Riflessione che non ha la pretesa di essere né teologicamente esaustiva né particolarmente “originale”: essa vuole solo offrire una possibile occasione di confronto tra comunità- popolo di Dio, presbiteri e “laici”- su come “leggere” e “interpretare” la nostra fede nella storia, riguardo ad un aspetto della vita ecclesiale – quale la designazione del Vescovo della nostra “porzione” di Chiesa- di innegabile significativa rilevanza per i tanti risvolti che essa comporta, a livello di vissuto di fede individuale e comunitaria, alla luce e nella prospettiva di una “diversa” dimensione ecclesiale del vivere la fede, quale dovrebbe essere maturata a mezzo secolo dalla conclusione del Concilio.
Occasione di attento ascolto dello Spirito, di ascolto reciproco, di dialogo, di preghiera.
• La novità della «sinodalità»
Sul n°22 dello scorso Novembre della Rivista “Rocca” (Assisi, Pro Civitate Christiana) è stato pubblicato un inserto, a firma di Raniero La Valle, dal titolo emblematico: dal Sinodo dei Vescovi alla Chiesa sinodale.
In esso l’autore, commentando ampiamente la conclusione della prima fase dell’Assemblea di Ottobre dei Vescovi, sottolinea con forza: “…al Sinodo il papa ha parlato di collegialità e sinodalità: non ha alluso solo al modello della collegialità, cioè al modello istituzionale e giuridico di un’azione comune di governo di vescovi e papa, ma anche al modello della sinodalità che al di là dell’aspetto giuridico descrive tutta la Chiesa come una realtà di comunione, e coinvolge non solo la gerarchia della Chiesa, ma tutti i fedeli (grassetto nostro)……La sinodalità vuol dire che nessuno nella Chiesa è da solo, non il papa, e nemmeno i vescovi, e nemmeno i profeti. Del resto le cose più grandi nella storia della fede sono venute dall’interazione di molti soggetti, di molte energie, in modalità «sinodale»”.
• La «svolta ecclesiologica» (1)
Ma questa “novità” giunge……da lontano, dalla «svolta ecclesiologica» determinata dal Concilio, non senza resistenze e compromessi, che ancora oggi fanno avvertire il loro peso.
La «Lumen Gentium», infatti, ha aperto una nuova prospettiva, segnando il passaggio da “un’ecclesiologia piramidale, gerarcologica, dove da Cristo si perviene ai battezzati per la visibile mediazione gerarchica, ad un’ecclesiologia di comunione (grassetto nostro), dove la dimensione pneumatologica è posta in primo piano, e lo Spirito è visto agire su tutta la comunità (grassetto nostro), per farne il corpo di Cristo, suscitando in essa la molteplicità dei carismi, che si configurano poi nella varietà dei ministeri al servizio della crescita della comunità stessa”.

In questa prospettiva, ha assunto nuova luce la figura stessa di ogni battezzato all’interno della comunità: “Il battezzato….è anzitutto l’homo christianus, colui che mediante il battesimo è stato incorporato a Cristo (cristiano da Cristo), unto dallo Spirito (Cristo da chrίo=ungo), e perciò costituito popolo di Dio. Ciò significa che tutti i battezzati sono chiesa, partecipi delle ricchezze e delle responsabilità che la consacrazione battesimale comporta (grassetto nostro)”.
In questa prospettiva, dunque, estendendo a tutti i battezzati in maniera esplicita la responsabilità dell’essere chiesa, si è determinato un nuovo e più fecondo significato anche per la categoria della «laicità» nella chiesa quale “rispetto del valore proprio dell’umano al suo interno: i battezzati sono persone la cui dignità e responsabilità devono essere riconosciute e promosse”.
Laicità che “….viene a significare libertà del cristiano, primato della coscienza e della motivazione interiore rispetto all’osservanza formale, responsabilità di ciascuno in ordine alla crescita della comunità….Tutti, in forza della dignità battesimale….sono al tempo stesso chiesa docente e chiesa discente, chiesa che riceve e chiesa che dona lo spirito (grassetto nostro)”.
Sviluppando, allora, la ricchezza di questa prospettiva, non può non nascere una diversa configurazione dei rapporti intraecclesiali, dove il binomio gerarchia-laicato risulta del tutto inadeguato e da superare nel più significativo binomio «comunità-ministeri (o servizi)».
In esso, “la comunità battesimale appare come la realtà inglobante, all’interno della quale i ministeri si situano come servizi in vista di ciò che la chiesa deve essere e deve fare. In tal modo risulta più chiaro come il rapporto fra i ministeri, ordinati o no, non sia un rapporto di superiorità degli uni sugli altri, ma di complementarietà nella diversità, di reciproco servizio nell’irriducibile differenza”.
Superando la categoria di «laicato» in una visione di ecclesiologia totale, appare necessario e indispensabile, ancor più oggi, che “i laici prendano coscienza della loro consacrazione e missione in forza del battesimo e dell’opera dello Spirito, e che i ministri ordinati siano ben consapevoli di non essere tutto nella chiesa…per ritrovarsi gli uni e gli altri nella comunione articolata, in cui ciascuno è chiamato a portare il proprio contributo originale e insostituibile (grassetto nostro)”.
• Quale ruolo per le comunità?
Ben a ragione E.R. Tura ha osservato che “..i ministeri autentici nascono in una comunità che si accolla la fatica di riflettere sulla propria fede (grassetto nostro) ;…..la prima fatica di ogni credente sta non solo nel rivivere ma anche nel ripensare personalmente la fede per ridonarla agli altri e confrontarla con gli altri……; solo comunità profondamente coscienti della loro fede sanno far nascere ministeri vivaci e solo ministeri autentici sanno vivacizzare le comunità credenti (grassetto nostro” (2).
Appare evidente, allora, all’interno di questa riscoperta dell’«ecclesiologia totale», la necessità di recuperare forme sostanziali di partecipazione delle comunità all’organizzazione della loro stessa vita ecclesiale anche in rapporto alle funzioni istituzionali di cui questa vita ecclesiale ha bisogno.
In ogni comunità potrebbe e dovrebbe aprirsi una più attenta riflessione, muovendo, intanto, dalla convinta consapevolezza di dover assumere almeno due semplici criteri di fondo, quali ci suggerisce un altro teologo, G. Canobbio: “1) superare un’immagine «rigida» della vita della chiesa che tende a identificarla col suo assetto organizzativo: lo Spirito agisce anche oltre le strutture che tendono a perpetuarsi in forma fissa; 2) lasciarsi guidare dalle necessità della missione e della vita della chiesa quando si vuol determinare l’assetto organizzativo di una comunità: ogni forma istituzionale, anche quella più antica, anche quella essenziale, è in funzione della vita cristiana: è ministero, cioè servizio” (3).

Ogni comunità dovrebbe e potrebbe interrogarsi, da una parte, su quali siano i bisogni, le urgenze, le attese, le speranze, da presentare al futuro vescovo perché li possa fare propri, quali tratti distintivi del suo servizio ecclesiale in questa “porzione” di Chiesa; dall’altra, su quali impegni, a propria volta, assumersi per sostenere, promuovere, incarnare nelle situazioni locali e quotidiane, il percorso pastorale ed ecclesiale che il futuro pastore vorrà tracciare.
Così, potrebbe essere importante ritornare a rileggere la Lumen Gentium, ai nn. 24-27, sulla missione episcopale.
In particolare, il proemio, al n. 24-343: « La missione canonica dei vescovi può essere fatta per mezzo delle legittime consuetudini (grassetto nostro), non revocate dalla suprema e universale potestà della chiesa, o per mezzo delle leggi fatte dalla stessa autorità o da essa riconosciute, oppure direttamente dallo stesso successore di Pietro….».
Commenta L. Sartori: “(questo proemio) ribadisce l’aspetto di servizio della missione episcopale, anzi qui si ricorre al termine greco «diakonίa» perché sia evidente il senso forte di «vero servizio». E’ ripreso il tema delle due linee genetiche, ma al primo posto sta quella «sacramentale-verticale» (24,342). Circa quella «storico-giuridica» (o «missione canonica», 24-343) si ha cura di sottolineare la varietà di forme storiche della sua espressione: la forma latina (della nomina da parte del papa) è una fra le altre; si fa spazio anche a «legittime consuetudini», e quindi si possono prevedere altre forme anche in futuro (grassetto nostro)” (4).
Allora, se è pienamente condivisibile l’affermazione che “l’autentica continuità col concilio non sta nella ripetizione passiva dei suoi risultati ma nello sviluppo pieno di essi” (5), proprio in riferimento specifico alla designazione del prossimo vescovo, ogni comunità, recuperando- come il Concilio ci ha indicato- la prospettiva comunionale della chiesa antica, caratterizzata dal primato dell’ecclesiologia totale, dovrebbe e potrebbe interrogarsi su quale contributo offrire e con quali modalità, per una partecipazione ecclesiale più diretta alla scelta della persona alla quale affidare questo significativo servizio.
A tale proposito, appena qualche riferimento “storico”: come si evince dalla Didaché (2ª metà del I sec. d.C.), alla comunità cristiana era affidato il compito del discernimento da esercitare anche nella scelta degli episcopi e dei diaconi: «Eleggetevi episcopi e diaconi degni del Signore: siano uomini mansueti, disinteressati,veritieri e sicuri: essi compiono tra voi l’ufficio di profeti e dottori. Non disprezzateli perché, con i profeti e i dottori, sono le persone più ragguardevoli tra voi» (15,1-2).
Nella Tradizione apostolica di Ippolito (inizi III sec. d.C.), che trasmette le norme da osservare in occasione dell’ordinazione o istituzione dei ministeri, al cap.7 si può leggere: « Che si ordini come vescovo colui che è stato scelto da tutto il popolo e che è irreprensibile. Quando il suo nome sarà stato pronunciato e accettato, il popolo si riunirà con il presbiterio e coi vescovi presenti, il giorno di domenica. Col consenso di tutti, i vescovi gli impongano le mani….».
«Far di nuovo intervenire il clero e i laici nell’elezione dei vescovi – scrive il teologo H. Küng- Motivazione: nell’epoca antica del cristianesimo il vescovo veniva eletto dal clero e dal popolo. Anche quelli che sono forse i più grandi vescovi di tutti i tempi, come Ambrogio e Agostino, sono stati scelti dal popolo. La formula con cui il popolo eleggeva il vescovo per acclamazione nelle comunità latine era: “Nos eligimus eum”, “Noi lo eleggiamo” (grassetto nostro)» (6).

• Per concludere: torniamo alla «sinodalità»
Proprio per ribadire il senso esclusivamente “ecclesiale” e “conciliare” di queste riflessioni (sperando che possano interessare a qualcuno) che si possono tradurre in proposte operative, proprio per evitare possibili equivoci o malintesi da parte di chi è abituato a tradurre e semplificare in slogan di bassissimo profilo (“facciamo le primarie !” per eleggere il prossimo vescovo) quanto, invece, viene offerto al confronto critico – anche al dissenso, naturalmente- mi piace ritornare all’inserto citato di R. La Valle, per rendere ancora più pregnante e significativa questa idea-forza che dovrebbe animare le comunità “credenti” e tradursi in prassi coerente.
“La sinodalità della Chiesa -scrive La Valle- non passa né attraverso i sondaggi né attraverso le tavole rotonde e i talk show. E’ fondata sul «sensus fidelium», il senso dei fedeli, che è una categoria teologica ben nota e altrettanto trascurata, ma a cui il papa sempre si riferisce, come quando invita i vescovi a mettersi non solo davanti al gregge per guidarlo, ma anche dietro di esso, perché il gregge ha il fiuto per trovare nuove strade e spesso è lui a condurre il pastore; e al «sensus fidelium» papa Francesco si riferisce quando, da gesuita, fa appello al «sentire con la Chiesa» raccomandato da
s. Ignazio, che non è, dice, «un sentire riferito ai teologi», e nemmeno «un sentire con la parte gerarchica » della Chiesa, ma un sentire con la totalità del popolo di Dio, «con la Chiesa intesa come popolo di Dio, pastori e popolo insieme».” (7).
E’ un’occasione “storica” che le Comunità della diocesi potrebbero utilizzare per riscoprire il senso più profondo della propria fede, individuale e comunitaria, dell’essere ekklesίa, della ricchezza dell’unità ecclesiale, che fonda e alimenta la varietà ministeriale.
« Poiché non può dividersi il popolo di Cristo, la tunica di lui, tessuta tutta d’un pezzo e senza cuciture, non sarà divisa da coloro che la possiedono: essa, così indivisa, tutta insieme tessuta, mostra la stretta concordia del nostro popolo, di noi che ci siamo rivestiti di Cristo (Galati,3,27;Romani 13, 14). Egli, dunque, col segno e il simbolo della tunica, ha rappresentato l’unità della Chiesa».
(Cipriano, De unitate Ecclesiae, 7)

note:
1) Per le riflessioni esposte in questo paragrafo sono debitore a scritti ( nemmeno troppo recenti) di Bruno Forte: La Chiesa icona della Trinità. Breve ecclesiologia, Brescia, 1984; id., Le forme di concretizzazione storica della Chiesa, in Credereoggi, anno V, n°4-28, 1985.
2) E. R. Tura, Per uno sfondo teologico dei ministeri, in Credereoggi, anno VIII, n°2-44, 1988.
3) G. Canobbio, Scomparsa dei carismi e dei ministeri? in Credereoggi, anno VIII, n°2-44, 1988.
4) L. Sartori, La “Lumen Gentium”, traccia di studio, Ed. Messaggero, Padova, 1994.
5) B. Forte, Le forme………… cit.
6) H. Küng, Salviamo la Chiesa (cap.6, paragrafo 14), Rizzoli, Milano, 2011.
7) R. La Valle, dal Sinodo dei Vescovi alla Chiesa sinodale, in “Rocca” n°22,15 Novembre 2014 (Assisi, Pro Civitate Christiana)


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