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Sezione italiana del movimento internazionale “We Are Church” per la riforma della Chiesa cattolica

Lo storico socialista Giuseppe Tamburrano parla di Padre Pio

Giuseppe Tamburrano racconta padre Pio a quarant’anni dalla morte

Il frate, le stimmate e il ragazzino

E per lo storico, presidente della Fondazione Nenni, il libro di Sergio Luzzatto è prevenuto e infondato

di Maurizio Fontana

“Sono passati tanti anni – all’epoca ero solo un ragazzino – ma è come se sentissi ancora la sua mano guantata che mi carezza teneramente. Ricordo perfettamente il giorno della mia prima comunione:  padre Pio, come sempre faceva quando celebrava la messa, non aveva i guanti e le stimmate si vedevano benissimo. Ma è il suo volto che mi è rimasto impresso e che ancora mi torna davanti se chiudo gli occhi e torno indietro con la memoria. Io lo conoscevo benissimo perché lo vedevo praticamente tutti i giorni, ma in quel momento lo vedevo diverso, ispirato, illuminato, trasfigurato. E piangente. Naturalmente piansi anch’io…”. A parlare così è un intellettuale di formazione socialista, lo storico Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni, che a quarant’anni dalla morte (23 settembre 1968) racconta a “L’Osservatore Romano” padre Pio, divenuto san Pio da Pietrelcina:  non quello delle rappresentazioni oleografiche o degli agiografi, ma il “suo”, incontrato da bambino e da ragazzo per la stretta amicizia che legava il frate cappuccino a suo padre, Luigi Tamburrano, nel 1920 sindaco socialista di San Giovanni Rotondo. Un ricordo che va al di là della devozione e che con rispetto si mantiene distante dal trascendente per arrivare a tracciare il profilo umano del religioso che, indipendentemente dai miracoli, sapeva toccare il cuore di quanti incontrava e seminava serenità. “Del santo – dice Tamburrano – io non posso raccontare nulla perché mi manca il retroterra della fede, ma sicuramente posso dire che padre Pio era un uomo santo. Mi scuso per il gioco di parole, che però in realtà non è tale:  il frate  che ho conosciuto era infatti un uomo che davvero diffondeva intorno a sé fiducia, gioia e speranza, nella maniera più semplice possibile”.

La sua storia personale e politica sembra lontana da uno dei santi più popolari della Chiesa cattolica, da lei invece conosciuto bene:  quali sono i suoi legami con il frate di Pietrelcina?

Fondamentalmente la mia conoscenza di padre Pio è data dal fatto che lui aveva un rapporto di stretta amicizia con mio padre, nonostante egli fosse un socialista dichiaratamente non credente. Deve sapere che la mia famiglia aveva un villino vicino al convento di San Giovanni Rotondo e che d’estate ci trasferivamo lì perché era più fresco che in paese. Spesso di pomeriggio mio padre andava a trovare padre Pio. Le loro chiacchierate si protraevano molto a lungo e così io, calata la sera, venivo mandato da mia madre ad avvisare che era ora di cena. Notizia importante più per mio padre che per il frate, che quasi non mangiava. Arrivavo trafelato col mio messaggio e lui mi diceva:  “Va beh, lasciala stare, lo sai come sono fatte le mamme…”. E mi fermavo ad ascoltarli. Devo dire che non li ho mai sentiti parlare di fede o di religione. Padre Pio non cercò mai di convertire mio padre:  si incontravano solo per il piacere di stare insieme e chiacchierare. Solo anni dopo ho realizzato che padre Pio, con la sua amicizia, è stato l’unico conforto per mio padre, che all’epoca era al confino, escluso ed emarginato da tutti per motivi politici. E io per questo gli sarò sempre riconoscente. Non posso che avere stima immensa per quell’uomo sofferente ma sempre pronto a dire una parola di consolazione a chi gli stava accanto.

Affetto e vicinanza che poi l’hanno portata negli anni ad approfondire da più punti di vista la vicenda di padre Pio e quanto è stato scritto su di lui…

Devo dire che i motivi di vicinanza con padre Pio non si esaurivano nell’amicizia con mio padre. La sorella di mia nonna era stata la prima delle figlie spirituali di padre Pio. Per la verità mi stava molto antipatica perché tutte le volte che la incontravo mi ripeteva:  “Tu, tu devi andare in chiesa!”. Aggiunga che durante i bombardamenti di Foggia la famiglia di quello che poi diventò mio cognato sfollò a San Giovanni e fittò un villino accanto al nostro. Vittorio, giovane studente di medicina, s’innamorò di mia sorella. Sua madre – una fedele autentica, molto devota – era perplessa perché considerava mia sorella come la figlia di un “sovversivo”. Andò quindi a chiedere consiglio a padre Pio. E lui le disse:  “Ma come, la figlia di Luigino? Ma per carità…”. Risolse così la questione, con assoluta semplicità. Ed è stato un matrimonio felice. Anche per questo gli sono grato. Per tornare alla sua domanda, chiaramente le mie esperienze personali e il mio affetto mi hanno poi portato a informarmi con attenzione su quanto veniva detto e scritto in merito a padre Pio. E allo studio della sua figura si sono dedicati in molti, con intenti sia apologetici sia denigratori, scrivendo tutto e il contrario di tutto.

Che cosa ha di particolare Francesco Forgione rispetto ad altre figure di santi e carismatici anche recenti? Perché tanto interesse e anche tanto accanimento?

Io credo semplicemente perché padre Pio aveva le stimmate. Su questo non c’è bisogno della mia testimonianza perché è ormai un fatto assodato. Ricordo che quando finiva di celebrare la messa andava nella sagrestia, che era dietro l’altare di quella deliziosa chiesetta di montagna, per rimettersi i guanti. Prima di riuscirci il povero frate doveva lottare con una calca di persone – solo uomini, perché le donne non erano ammesse – che volevano baciargli le stimmate. Io, ragazzino, riuscivo spesso a intrufolarmi, e quante volte gli ho preso la mano e l’ho baciata anch’io. Era curiosità, era trasporto, non lo so. Ma ricordo perfettamente quelle piaghe. Ricordo ancora l’odore della tintura di iodio che lui metteva per disinfettarle. Insomma, è chiaro che un frate con le stimmate attirasse allora, e che attiri ancora, l’interesse di moltissime persone. Ci sono poi la sua vicenda personale e i rapporti a fasi alterne, anche burrascosi, con la Santa Sede, senza considerare tutti gli eventi e addirittura i prodigi che gli si attribuivano. Sia chiaro:  io non voglio assolutamente mettere in dubbio i miracoli. Semplicemente su di essi non mi pronuncio. Non ne sono mai stato testimone diretto. Posso però affermare che padre Pio comunicava serenità, speranza, fiducia, conforto:  sentimenti positivi, sentimenti sani. Tutto questo ha fatto di padre Pio un grandissimo personaggio.

Negli scorsi mesi polemiche aspre ha suscitato il libro di Sergio Luzzatto (Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi):  cosa ne pensa?

Voglio fare una premessa:  Luzzatto – che conosco personalmente – un giorno mi ha telefonato e mi ha comunicato che voleva scrivere un libro su padre Pio:  “Mi hanno detto che se intendo scrivere di padre Pio devo parlare con te”. In un primo momento mi sono rammaricato per non averci pensato prima io, ma subito dopo mi sono detto che si trattava di un laico e di uno storico serio. Luzzatto era in partenza per gli Stati Uniti e mi propose di incontrarci al suo ritorno, ma non l’ho più sentito. Ho letto con attenzione il suo libro e devo dire che è molto documentato. Non posso però non rilevare che è attraversato da un pregiudizio. Non tanto nei confronti del santo – non importa che l’autore creda o no ai suoi miracoli – ma nei confronti dell’uomo. E questo non mi sembra giusto. Nel suo libro vi sono affermazioni che hanno suscitato interesse e innescato dibattiti, ma che nello stesso tempo mi hanno lasciato perplesso perché non hanno assolutamente alcuna consistenza storica reale. Le faccio un solo esempio, citando le parole di Luzzatto:  “Studiare il padre Pio del ventennio è una maniera per studiare il clerico-fascismo” (pp. 15-16), e questa “è una maniera per chiedersi quanto sia rimasto in Italia del clerico-fascismo alla fine del fascismo”. Padre Pio avrebbe a che fare col clerico-fascismo? Questo non è credibile. Non so nemmeno se leggesse i giornali, ma di certo la politica non lo interessava affatto. Al limite gli poteva interessare la politica di cui discuteva con mio padre quando chiacchieravano, scherzando e ridendo a proposito dei fascisti locali, delle uniformi, della retorica e via dicendo. Ma che padre Pio possa avere avuto a che fare col clerico-fascismo – ripeto, per la conoscenza che ne ho io, cioè una conoscenza che non è certo velata dalla fede – è un’affermazione incomprensibile e inaccettabile. Inoltre nel libro c’è una sorta di accusa diretta a padre Pio quando si parla dell’eccidio di San Giovanni Rotondo. E questo è ancora più inaccettabile.

Luzzatto ha rispolverato vecchi sospetti, soprattutto quelli sulle stimmate, peraltro già noti e smentiti:  sono fondati? E l’autore riesce a risolvere i dubbi o si limita a farli emergere?

Luzzatto cita alcuni fatti e testimonianze orali e scritte da cui risulta che padre Pio si faceva comprare in farmacia acido fenico e veratrina. Questo è assodato e lo stesso padre Pio non lo ha mai negato. Quello che ha negato, sotto giuramento solenne, è che queste sostanze fossero usate per tenere vive le ferite. Io, da storico e usando una cautela elementare, dico solo che se padre Pio avesse davvero agito così, e con un obiettivo simile, sarebbe stato piuttosto sciocco:  le persone a cui si rivolse potevano infatti facilmente divulgare la notizia, come poi hanno fatto. E far sapere che lui teneva vive le ferite alle mani sarebbe stata una dabbenaggine incredibile. Ma soprattutto mi chiedo:  questo presunto trattamento delle ferite lo avrebbe fatto fino al momento di morire? Non credo, perché l’acquisto di quelle sostanze è avvenuto solo poche volte e solo fino al 1919. Eppure Padre Pio ha avuto le stimmate sino alla fine della sua vita. Insomma, dal punto di vista della critica storica l’accusa non regge:  un fatto deve essere provato – e in questo caso è provato – ma deve esserne provato anche lo scopo. In conclusione, esprimendo un giudizio, direi che si tratta di accuse senza fondamento.

Il libro tende a insinuare dubbi e sospetti, per esempio sulla povertà e sulla purezza di padre Pio, ma senza prove:  cosa ne pensa?

Sul versante economico e quindi sulla storia della Casa Sollievo della Sofferenza posso dire che per me si tratta di un vero e proprio miracolo. Laici e cattolici siamo unanimi nel dire che padre Pio lo ha realizzato. Io ho visto la posa della prima pietra e seguito le varie fasi della costruzione. La clinica venne costruita tra il nostro villino e il convento, quindi l’ho vista crescere:  è stata un’impresa gigantesca, che ha richiesto un mucchio di soldi. E padre Pio ha compiuto il miracolo di far arrivare tutti i soldi necessari. Ma non ha fatto altro che ricevere soldi che venivano offerti. Cosa poteva fare? Scambiare miracoli con dollari? Non scherziamo. Io credo proprio che non gli si possa rimproverare nulla; anzi, su quelle montagne brulle, sassose, dove già solo un medico era una rarità, ha fatto nascere un ospedale d’eccellenza.

Molte allusioni si riferiscono alle frequentazioni femminili del frate. Lei conosceva direttamente molte di quelle persone…

Non c’è documentazione in merito, a parte delle lettere. E non mi pare che dalla lettura di queste si possa desumere che, ad esempio, padre Pio e Cleonice Morcaldi avessero un rapporto che non fosse esclusivamente quello che intercorre tra un padre spirituale e una figlia. Dico la verità:  mi dà fastidio solo parlarne. Di fronte a certe allusioni o a certi dubbi lasciati intuire, ritorno a contestare quello che ho definito un pregiudizio nei confronti dell’uomo. Ma insomma, è possibile che Luzzatto non abbia incontrato nessuno che gli abbia parlato dell’umanità di padre Pio? Che gli abbia raccontato dell’uomo, dell’amico, di questo frate di cultura contadina, pieno di arguzie, spiritoso? Peccato che Luzzatto non sia più venuto a trovarmi. Gliene avrei ricordate di cose… Mi sembra ancora di vedere il frate camminare nei corridoi del convento:  rideva, raccontava barzellette, aneddoti, ricordava la sua infanzia. Un santo lieto, semplice, spontaneo, simpatico.

Dal libro di Luzzatto si è invece indotti a pensare a una persona molto furba…

E io da storico dico che le persone vanno lette e interpretate come dei documenti. E padre Pio – posso assicurarlo – era completamente diverso.

Luzzatto non si sofferma solo su padre Pio ma intende inserirlo nel contesto storico e l’accosta al fascismo:  è sostenibile questa tesi?

Ripeto:  fra padre Pio e la categoria del clerico-fascismo non ci può essere alcun rapporto:  anzitutto per ragioni culturali e poi umane. Per come era l’uomo, per la sua cultura, per il suo atteggiamento nei confronti della vita. Credo che se qualcuno gli avesse chiesto:  “Padre Pio, ma lei è un clerico-fascista?”, lui l’avrebbe guardato e avrebbe detto:  “Ma che dici? Che significa?”. Rapporti con il fascismo padre Pio li ha avuti nel senso che fu il fascismo locale – e in particolare il sindaco che ha preceduto mio padre, Francesco Morcaldi – a difenderlo. Morcaldi difese a spada tratta padre Pio nei confronti della Santa Sede che voleva allontanarlo da San Giovanni Rotondo. Si mobilitò, venne anche a Roma e in Vaticano a protestare. Mi sembra ovvio che padre Pio, che non voleva lasciare il paese, gli sia stato grato. Ma questo è un rapporto di carattere personale che non aveva nulla a che fare con la politica. Oltre a questo, nella vita di padre Pio, per quanto io so, non ci furono altri rapporti col fascismo. Nel 1948 il frate consigliò, seguendo le direttive vaticane, di votare per la Democrazia cristiana, e questo fece arrabbiare molto mio padre. Ma un padre Pio prima rappresentante del fascismo al potere e poi nostalgico del ventennio non mi risulta proprio. Invece è apprezzabile lo sforzo di Luzzatto di ricostruire il fenomeno padre Pio nel vissuto sociale, il successo enorme tra la gente, la devozione come un segno dei tempi e come una caratteristica della società italiana:  questo è lo sforzo che compie e che ho apprezzato. Non mi pronuncio sui risultati perché sono puramente descrittivi. È ben noto che padre Pio avesse un numero enorme di persone che credevano in lui, che avevano fiducia in lui, che speravano in lui.

Un’altra tesi riguarda le presunte responsabilità di padre Pio nei fatti che portarono all’eccidio di San Giovanni Rotondo nel 1920, quando suo padre era stato appena eletto sindaco…

Mio padre, in seguito a quei fatti, rimase confinato a San Giovanni Rotondo, schedato, abbandonato da tutti come un reprobo. Trovò solo in padre Pio il conforto di un amico. Tutta la mia famiglia è rimasta segnata da quella vicenda perché un conto è scappare all’estero, un conto è essere esuli in patria, per di più in paesino segnato da odi profondi. È stata una vera e propria tragedia. Tra l’altro mio padre, che era avvocato, perse tutti i clienti. Gli dicevano:  “Don Lui’, a te i giudici ti danno torto perché non sei fascista”. Ma veniamo all’origine di questo dramma. Il 12 ottobre 1920 si votava per il comune:  c’erano una lista socialista capeggiata da mio padre e una antagonista. Vinsero i socialisti che, come si faceva usualmente in tutti i comuni, volevano esporre la bandiera rossa sul municipio. Gli avversari – tra cui protofascisti, reazionari e combattenti – si opposero. Si creò una situazione di tensione. Mio padre capì che le cose si potevano mettere male e cercò di calmare gli animi, ma la folla s’impose. Anche Morcaldi riconobbe che mio padre fece il possibile per evitare il contatto tra la folla e il cordone delle forze dell’ordine. Però fu travolto anche lui dalla gente che pacificamente aveva invaso la piazza del comune, aveva fatto il giro con la banda e aspettava che mio padre salisse sul balcone per issare la bandiera. Invece a un certo momento qualcuno sparò. Non voglio entrare nei dettagli e nemmeno cercare i responsabili:  se la provocazione partì dalla folla o se ad aprire il fuoco furono i carabinieri. Fatto sta che furono ammazzate quattordici persone, tutte colpite alla schiena. Mio padre si salvò per miracolo. Questa è la vicenda, nuda e cruda. Non ha senso invece la ricostruzione di Luzzatto, dove attribuisce le responsabilità ai cosiddetti “arditi di Cristo” (p. 97):  ma quali “arditi di Cristo”! Non ci fu nemmeno l’ombra di un “ardito di Cristo” a San Giovanni Rotondo. E afferma ancora Luzzatto:  “Intorno a padre Pio, se non per causa di padre Pio, avrà luogo l’eccidio più grave del biennio rosso”. Addirittura, per sostenere le responsabilità di padre Pio, Luzzatto racconta la benedizione di un gagliardetto dei combattenti e scrive che in questo modo il frate “fece una scelta gravida di conseguenze”. Ma tutto questo è assurdo. Nel libro di Morcaldi (San Giovanni Rotondo nella luce del francescanesimo, p. 198) si legge che padre Pio fu autorizzato dai superiori a benedire la bandiera dei combattenti, che tra l’altro durante le lotte di classe avevano occupato le terre incolte insieme alle leghe socialiste; e nello stesso libro si afferma che il 15 settembre 1920 – Luzzatto sbaglia anche la data perché scrive 15 agosto – “la cittadinanza tributò al venerato uomo una manifestazione di affetto entusiastica e commovente. Non il più lieve incidente turbò la cerimonia, occorre pur dire infatti che a San Giovanni Rotondo anche i comunisti hanno sentimenti di profonda deferenza per padre Pio”. Questo è quanto è successo, e per di più riferito da una fonte fascista. Come si fa allora a sostenere che la benedizione dei labari “fu gravida di conseguenze” e che nell’eccidio vi è stata la mano di padre Pio?

Suo padre avrà poi parlato con padre Pio di quei fatti.

Penso di sì, ma io non ascoltavo tutte le loro conversazioni e quindi non lo so. Ma se padre Pio fosse stato responsabile, come si può immaginare il loro rapporto d’amicizia? Si provi a pensare:  il presunto ispiratore dell’eccidio e il capo del popolo che era stato colpito alle spalle… Personalmente non riesco proprio a capire perché Luzzatto abbia scritto questo. E da storico devo aggiungere che si tratta di un’affermazione gravissima, non supportata da alcun documento.

Qual è il suo giudizio complessivo sul libro di Luzzatto?

È un libro documentato e scritto con pazienza, che mira a offrire uno spaccato sociale, culturale e politico dell’Italia di quegli anni:  questo è il suo scopo principale. E Luzzatto lo fa con ricchezza di particolari. La scelta che sinceramente non mi sembra appropriata è quella di passare attraverso padre Pio. Ma padre Pio non riflette quell’Italia, né come uomo né come sacerdote.


(©L’Osservatore Romano 22-23 settembre 2008)


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