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Noi Siamo Chiesa

Sezione italiana del movimento internazionale “We Are Church” per la riforma della Chiesa cattolica

documento sull’ Eucaristia prodotto dalla Rete Sinodale delle Associazioni Cattoliche

Un altro documento della Rete Sinodale, rete di Associazioni che sta accompagnando il percorso sinodale dei vescovi italiani e di tutta la Chiesa, sulla “Eucaristia”: vedi i documenti allegati.

RETE SINODALE: Adista, Cammini di Speranza, Cipax-Centro interconfessionale per la Pace, CIF – Centro italiano femminile – Lombardia, Comunità Cristiane di Base, Comunità di via Germanasca, Coordinamento 9 Marzo, Coordinamento Teologhe Italiane, C3Dem, Decapoli, Donne per la Chiesa, Fraternità Arché, Il Gibbo, La Tenda di Gionata, Noi Siamo Chiesa, Noi siamo il cambiamento, Ordine della Sororità, Pax Christi, Per una Chiesa diversa, Ponti da Costruire, Progetto Adulti Cristiani LGBT, Progetto Giovani Cristiani LGBT, 3VolteGenitori, Viandanti.

 

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE
a. Chiesa in stile domestico
La Pasqua del 2023 (Anno A) ci ha permesso di ritornare su quelle letture che tre anni fa abbiamo ascoltato e celebrato sole/i in casa. È stato un riascoltare, come comunità, la forza di quella Pasqua, un restituire significato a gesti di famiglie che, nel 2020, hanno dato vita ad altri riti per celebrare il Risorto.
In quella Pasqua ha preso fisionomia una forma di Chiesa radunata nell’ascolto della Parola, nella frazione del pane (condivisione della tavola e della vita), nella preghiera continua, nella dimensione del servizio che costa, o per meglio dire, “vale” tutta una vita, con la porta della casa aperta ad accogliere. Una Chiesa domestica non alla ricerca intimistica di un benessere spirituale familiare, ma tenace nel riconoscere e provare ad esprimere la presenza del Risorto fuori dai modi abituali.
Una forma di celebrazione “domestica” è anche quella nei monasteri, dove l’assemblea può sentirsi maggiormente coinvolta grazie all’attenzione di monache e monaci nel curare la partecipazione.
Vivere come chiesa in stile domestico vuol dire creare un ponte tra il celebrare del 2020 e quello attuale: collocarsi in una reciprocità tra il celebrare comunitario e quello domestico, specificando gli obiettivi di entrambi e il doppio senso di marcia con il quale Gesù entra nella nostra vita.
Non è più possibile vivere l’Eucarestia a senso unico, come culmine e fonte che scaturisce in chiesa, nella comunità radunata, e defluisce nelle singole case.
Altrettanto la fonte e il culmine sono la vita raccolta nelle case e offerta, che poi costituisce il corpo di Cristo, consacrato sulla mensa nell’assemblea domenicale. Questo secondo movimento non va dato per scontato, quasi un incidente di percorso, circoscritto al tempo della chiusura per la pandemia. È stato piuttosto un segno per la chiesa intera, che ha portato ad una coscienza più diffusa ciò che già germogliava in diverse esperienze, semi sparsi di celebrazioni comunitarie.
b. Il cantiere “restauro Messa” in Casa della Custodia (Roncade, Treviso)
Nello stile dei cantieri sinodali, che intendono far dialogare tra loro le diversità, stiamo raccogliendo i vissuti sulla Messa da parte di chi ci va e di chi ha smesso di praticare regolarmente, con l’obiettivo di sperimentare, in modo concreto, un celebrare in cui entrambi possano riconoscersi. Infatti cantiere non vuol dire solo progettare, ma anche allenarsi a nuovi atteggiamenti e forme mentali, cercando insieme il modo di praticarli. Per vivere questo, prima di tutto si è fatta una “messa in sicurezza” del cantiere, perché sperimentare richiede protezione dai rischi in cui ci si può trovare quando, provando ad essere chiesa in uscita, ci si apre a delle sorprese che il restauro fa scoprire. Bisogna mettere in conto il rischio di ferirsi nelle diverse sensibilità e non dare per scontato di essere già tutte/i d’accordo su quello che andiamo a fare.
1. La comunione è nutrirci della Parola, interiorizzandola nel nostro cuore, per identificarci con lo stile di vita di Gesù e trasformare le nostre zone di vita non ancora evangelizzate. Il cantiere, quindi, cresce cercando strade praticabili perché non bastano piccoli aggiustamenti alle parole della Messa, ci vuole un’attesa operosa, un procedere ardente, una memoria non nostalgica, ma profetica.
2. Ci stiamo sperimentando dentro uno spazio, un luogo abitato, un ambiente familiare che non è la casa di una singola famiglia. In questo luogo le domande sulla Messa non devono per forza diventare prassi liturgiche vagliate da specialisti, ma avere il sapore e il profumo della vita trasmessa e condivisa. È indispensabile che chi arriva si senta a casa, possa raccontare e ascoltare pezzi di vita, di storia: uno spazio che deve restare libero, non mio, ma nostro.
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3. Abbiamo riscoperto, a partire dal battesimo, il compito ministeriale di ciascuno: celebrare ogni attesa, rendere visibile un’accoglienza spesso dimenticata, tradita, sepolta nella corsa di ogni giorno o nelle scuse, nelle recriminazioni su aspettative deluse e troppo rimandate… L’eucarestia inizia nel dialogo tra i vissuti di chi si mette in gioco con la propria vita. “Perciò fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri.” (1 Cor 11,33).
4. L’obiettivo della Messa è: andate! Andiamo fuori non per convincere, ma spinti fuori perché qualcuno ci manca… ci manca quel Dio che ogni persona, anche quella lontana, porta dentro di sé. Per questo restiamo inquiete/i e appassionate/i, in strada, perché ci manca quel pezzo di Dio che gli altri, le altre hanno per formare insieme il corpo di Cristo risorto. Non per essere accoglienti e riammettere chi è fuggito, ma nell’attesa della Tua venuta, nell’ultimo fratello e sorella che deve ancora arrivare.
c. L’esperienza della Comunità ecclesiale di Sant’Angelo (Milano)
La nostra comunità nasce negli anni successivi al Concilio con il desiderio di raccoglierne i doni e provare ad attuarne le novità; da allora trova nella celebrazione dell’Eucaristia domenicale delle 11,30 il cuore, il senso del proprio esistere, l’energia che negli anni ha ispirato e sostenuto progetti e iniziative comuni di solidarietà.
Ogni martedì ci raccogliamo attorno alla Parola della domenica successiva per rifletterne il significato attraverso un momento breve di esegesi del nostro pastore e quindi leggerla alla luce degli eventi della nostra vita individuale e collettiva per comprendere a quale responsabilità ci chiami: il confronto comunitario è di grande aiuto ad una nostra partecipazione più consapevole alla Eucaristia ed alla preparazione della Preghiera dei fedeli. Questo momento infatti compete esclusivamente alle/i fedeli presenti all’assemblea che sono invitate/i a formulare intenzioni di preghiera brevi, semplici, universali, con nessun altro limite o condizionamento.
Spesso all’offertorio i bambini e le bambine presenti portano ai piedi della mensa lumini accesi; a volte, quando la Parola del giorno ne offre lo spunto, si uniscono a loro liberamente anche fedeli adulte/i; ancora, in domeniche particolari, vengono presentati segni legati alle letture, introdotti brevemente per farne meglio comprendere il significato all’assemblea più ampia.
Questo per esempio avviene nelle celebrazioni del sacramento del battesimo che sempre viene dato all’interno della eucarestia domenicale così che la comunità tutta possa accogliere il nuovo fratello/ sorella e rendersene responsabile insieme a genitori, padrini e madrine, mentre è chiamata a rinnovare le proprie promesse battesimali.
È cura particolare della Comunità creare quanto più possibile un’unione con i fedeli che partecipano alla celebrazione nella chiesa del loro territorio pur senza condividere la vita della Comunità. Il segno della pace, soprattutto in tempi pre-covid, scambiato specialmente con le persone sconosciute dell’assemblea, è accolto sempre positivamente e crea fraternità.
Il canto, che, guidato dal coro della Comunità, accompagna molti momenti della celebrazione, è realtà importante e partecipata, è preghiera sempre più condivisa e coinvolgente: il libretto dei canti, appositamente stampato per la nostra messa, è a disposizione di tutte/i.
Spesso, lungo i vari momenti della celebrazione, il nostro pastore che presiede, interviene con brevi parole a sottolineare un significato, a incoraggiare alla preghiera, a richiamare un evento lieto o drammatico dell’attualità: sono interventi molto brevi ma molto efficaci che interrompendo la ripetitività e staticità del rito favoriscono una nostra partecipazione più viva e attiva.
Non è sempre facile uscire dalla passività a cui siamo stati abituate/i da secoli, è un percorso da fare insieme appropriandoci sempre più della consapevolezza che è la comunità unita al suo pastore che crea la cena del Signore e dalla cena del Signore è ogni volta resa nuova.
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d. L’esperienza in Casa Arché (Milano)
Nel cercare di rispondere alla domanda di come avvicinare le donne e i bambini che accogliamo nelle nostre strutture al Vangelo e all’incontro con Gesù, non abbiamo dovuto inventare nulla: camminando insieme a loro nella condivisione della vita, ci siamo rese/i conto di quanto fosse importante fare quello che facevano le prime comunità. Come i discepoli di Emmaus, si tratta di sedersi alla tavola della Parola e dello Spezzare il pane. Vale a dire vivere la Cena del Signore come tempo di ascolto, di incontro e di condivisione.
La celebrazione segue il lezionario ambrosiano: cominciamo col salmo che introduce alla liturgia della Parola, facendo nostre le parole della sapienza biblica. Poniamo il centro dell’ascolto sul Vangelo. A turno un membro della fraternità introduce il testo e coinvolge le/i presenti attraverso il metodo della “lettura popolare della Bibbia” così che assimiliamo uno stile che possa poi anche essere risorsa personale nella lettura e nella meditazione della parola di Dio nella Bibbia.
Ci prendiamo tutto il tempo necessario, non ci diamo orari rigidi, e dopo la condivisione dei vari interventi, chi presiede conclude, offrendo alcuni stimoli, riprendendo alcune sottolineature e spunti. La Parola ascoltata e meditata ci sospinge tra l’altro alla verifica della nostra vita e alla richiesta di perdono che diventa eloquente nello scambio di pace: la riconciliazione con Dio diventa riconciliazione con i fratelli e le sorelle.
La seconda parte della Cena, la tavola eucaristica, inizia con la presentazione sulla mensa di un pane e di un calice di vino. Un pane intero che verrà poi spezzato. Il memoriale, la preghiera eucaristica prevede interventi e il coinvolgimento dell’assemblea. Dopo la comunione si apre il tempo della preghiera, della supplica e dell’intercessione: nella comunione col Signore, viviamo la preghiera che dilata il cuore e il nostro abbraccio sul mondo e sulla storia, per i problemi che viviamo insieme. È del tutto spontaneo, al termine della celebrazione, condividere anche la cena fraterna, dove ciascuna/o porta quello che può.
e. Celebrando Vita e Parola con la Lettura Popolare della Bibbia (Verona)
Cerchiamo di descrivere come viviamo l’esperienza celebrativa in alcuni Gruppi di Base e di Lettura Popolare della Bibbia: per noi Celebrare l’incontro tra Vita, Parola e Condivisione del Pane è una esperienza multiforme, caratteristica di ogni singola storia di vita comunitaria.
L’esperienza della Discepola e del Discepolo di Emmaus ci narra di un percorso di CONDIVISIONE di Vita e Parola che, vissuto nel quotidiano, scalda il cuore e permette l’incontro con Gesù vivente culminante con la Benedizione e Frazione del Pane e il ritorno gioioso ed entusiastico alla missione; è l’ascolto della VITA di chi partecipa, nelle sue complessità, fragilità e sofferenze, il contesto in cui può concretizzarsi l’ascolto e la comprensione della Parola che è nella Bibbia.
La celebrazione inizia con l’invocazione alla Santa Ruah per essere aiutati a sostenerci reciprocamente in questo difficile esercizio dell’ASCOLTO di quella che definiamo la prima parola di Dio, che è la vita delle persone, la vita del creato, la vita di ciò che ci sta intorno, la vita in ogni suo aspetto assunta in noi con “sguardo di viscere di misericordia”.
L’ascolto della PAROLA NELLA BIBBIA permette ad ognuna e ognuno di portare il proprio contributo alla crescita della Comunità. In genere si concretizza con una “ricostruzione attiva” del brano liturgico in cui ciascuna/o può anche richiamare alla memoria altri passi biblici che risuonano dalla sua esperienza. Nella “Mensa della Parola” è il desiderio ardente di scoprire la propria chiamata che permette di cogliere ogni volta nuovi significati ed elementi concreti per il cammino di fede personale e Comunitario: la Vita si illumina di nuove comprensioni che cambiano il nostro sguardo e il nostro cuore ravvivando il desiderio di “CONDIVISIONE”.
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La memoria della “Santa Cena” diventa a questo punto un concreto progetto comunitario di servizio, di condivisione di Pane e di Vita nella Parola; la Comunità è la presenza vivente delle scintille di Resurrezione che la Santa Ruah diffonde nelle nostre umane fragilità, scintille e fragilità che noi tutte e tutti condividiamo attraverso il PANE SPEZZATO da DONNE e UOMINI. È memoria di un CAMMINO VIVENTE tra noi e in noi: quello che Gesù ha fatto ascoltando le sofferenze delle persone, condividendo la loro condizione e i loro sogni; è memoria dei profeti e delle profete e della liberazione dalla figura di Dio giudice riscoprendo Dio padre con utero di madre; è memoria del “grembiule del servizio” nella lavanda dei piedi verso tutta l’Umanità e il Creato; è memoria di una Comunità dura a comprendere cui Gesù, proprio per questo, ha voluto affidare la missione evangelizzatrice a partire dalle DONNE, apostole degli apostoli.
f. L’Eucarestia nella prassi delle Comunità cristiane di base
Il cammino delle comunità cristiane di base si è concretizzato anche e soprattutto come un percorso di riappropriazione della Bibbia, dei sacramenti e dell’eucarestia in particolare: “riappropriazione” non voleva dire impossessarsi di qualcosa, ma rimettere al centro della nostra vita di fede la lettura e lo studio delle Sacre scritture, la possibilità di interpretarle, comprenderle, interrogarle alla luce dei tempi che si vivono. La nostra fede esigeva una eucarestia che incontrasse la vita.
Nel nostro cammino di riappropriazione dei sacramenti, la cena del Signore è divenuta una fonte inesausta di significati. Soprattutto è diventato sempre più chiaro che le diverse testimonianze presenti nella Bibbia ci mettevano in guardia dalla tentazione di chiudere l’eucaristia in una definizione o in un significato univoco.
Abbiamo scoperto che fare memoria non è semplicemente ricordare, si tratta piuttosto di vivere un evento vivo, attivo e creatore, poiché esso è sì l’evocazione rituale di un avvenimento passato per rendergli tutta la sua forza originaria, ma è anche la possibilità, per ogni credente, di inserirsi pienamente con la propria vita nell’avvenimento stesso che la celebrazione commemora.
A noi pare che l’eucarestia sia una memoria che apre continuamente in avanti, al futuro, fondandosi sulla fedeltà di Dio confermataci in Gesù. Non si tratta, ovviamente, di riscoprire una presenza di Dio che risolva magicamente i nostri problemi o che ci sottragga alle nostre angosce e responsabilità, ma di affrontare il presente alla luce di questa promessa, sapendo che Dio può liberarci dal vortice del nulla e dalla prigionia del non senso. Le/i credenti in Dio sono testimoni di una contraddizione: essere insieme testimoni dell’angoscia storica e testimoni della speranza che nasce dalla presenza del Dio fedele.
Al centro c’è la persona oppressa e non il sistema sacralizzato del tempio, Gesù entra in aperto antagonismo con tutte le istituzioni e le ideologie che garantiscono la salvezza mediante i riti o i soli adempimenti legali che pretendono di rendere le persone “pure” di fronte a Dio senza fare i conti con gli ultimi, le ultime e con chi soffre accanto a noi.
Tutto questo ha voluto dire iniziare un percorso coraggioso che ci ha spinti ad osare nuove vie e nuove pratiche di vita comunitaria, nate a seguito del lungo percorso di ricerca e riflessione fatto all’interno delle comunità e che si è concretizzato nella libera scelta di una pluralità di forme e modelli che ogni comunità riteneva più utile. Sempre però lo spezzare il pane e bere il vino sono azioni collettive e comunitarie, frutto del dono di Dio e delle nostre fatiche di discepole/i.
g. L’“eresia” di un Vescovo: la testimonianza di mons. Bettazzi
Tra le mie… eresie (L. Bettazzi, “Sognare eresie”, EDB, 2021) dico che l’eucarestia di cui parla san Paolo (1Cor 11,20), è chiaramente un’eucarestia che continua il pasto comune e non risulta avere un presbitero che la presieda (a cui si sarebbe in qualche modo rivolto Paolo, che invece la presiede da lontano…).
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Verrebbe da chiedere – ma qui davvero rasentiamo l’eresia? – se, come quei giapponesi – dal 1600 al 1854 – hanno conferito il battesimo anche senza la gerarchia (e forse qualcuno, non trovando chi glielo amministrasse, è comunque divenuto cristiano col ‘battesimo di desiderio’ con gli stessi effetti del battesimo d’acqua) e si sono mantenuti in grazia con una ‘confessione di desiderio’, quando una comunità di battezzati, priva senza sua colpa di un ministro legittimamente ordinato (che è prima di tutto il collegamento con la Chiesa universale), rinnova il memoriale dell’Ultima cena, a sua volta anticipazione della pasqua del Signore, non renda presente Gesù Cristo con una ‘eucarestia di desiderio’, come fu l’eucarestia dei cristiani di Corinto, un’eucarestia che continua una cena e che non risulta avere un presbitero che la presieda… Ma se tutti i ‘memoriali’ celebrati in comunità di battezzati rendono in qualche modo presente Gesù (perché ‘questo è il mio corpo, questo è il mio sangue’), perché non consentire che il membro di una confessione cristiana partecipi all’eucarestia celebrata da un’altra confessione? Sarebbe un’esperienza di un ecumenismo particolarmente efficace, come già viene concesso per le coppie interconfessionali (un membro cattolico, l’altro protestante). Il Vaticano II, nella Costituzione Sacrosanctum Concilium, afferma che ‘la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e al tempo stesso la fonte da cui promana tutta la sua energia’… L’accentuare che è anche ‘la fonte’ di un pieno ecumenismo potrebbe arricchire di grazia il nostro cammino.
h. L’esperienza del gruppo “Spezzare il pane” (Torino)
Il gruppo ecumenico “Strumenti di Pace” si è formato nel 1986 sullo stimolo della preghiera ecumenica per la pace di Assisi. Fin dall’inizio, riuniva partecipanti appartenenti a diverse confessioni cristiane presenti in Torino e cintura: cattoliche/i, valdesi, battiste/i, luterane/i, ortodosse/i e, negli ultimi tempi, nazarene/i. Nel 2011, partendo dalla riflessione del brano di Atti 2, proposto nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, ci siamo posti un interrogativo: come mai un gruppo come il nostro, composto da cristiane/i di diverse confessioni, che condividono la preghiera, l’ascolto della Parola e la solidarietà reciproca e con i più poveri, non celebra insieme anche l’Eucaristia?
È nata così l’iniziativa Spezzare il pane insieme in cui, come gruppo di cristiane/i di diverse confessioni si domanda ospitalità presso diverse comunità cristiane, per condividere l’Eucaristia o la Santa Cena, senza rinnegare le interpretazioni del gesto proprie delle chiese d’origine, ma celebrandolo secondo il rito e le regole abituali della comunità ospitante. Con mitezza e umiltà chiediamo di incontrare le comunità per presentare a chi ci ospiterà le motivazioni, e le modalità di questa prassi, affinché queste siano chiare e condivise, ed eventualmente anche rifiutate.
Le sole condizioni sono: l’unica fede in Cristo, il credere alle parole con cui Lui ci invita a ripetere questo gesto, così come ci sono state raccontate nei vangeli e nella lettera ai Corinzi, ed il credere che in questo gesto si rinnova la Sua presenza. Nello stesso tempo si accetta che si possano avere interpretazioni diverse di questa presenza, rispettando il modo con cui ogni comunità rende attuale ciò che il Signore ci ha invitato a ripetere.
L’iniziativa ci ha portato a incontrare tre comunità evangeliche battiste, tre valdesi, una luterana, la chiesa evangelica del Nazareno, nel mondo cattolico due parrocchie, due chiese non parrocchiali, due comunità di base, una comunità monastica; con queste nel corso degli anni, se si esclude la pausa degli anni pandemici, si continua a ripetere come prassi consolidata. Pur nella consapevolezza che questo cammino non sia completamente in linea con le indicazioni di alcune delle nostre chiese continuiamo, con mitezza e senza sentimenti di rottura, ma con ferma speranza nel cambiamento possibile, a presentare l’iniziativa in altri ambiti, sempre più convinte/i che forse il Signore molte volte sia fuori, piuttosto che dentro alla porta delle nostre chiese, insieme col fratello o la sorella che chiede di essere ospitata/o, sia esso straniera/o o sorella/fratello di un’altra chiesa: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,1).

 

Emmaus,
dell’eucaristia
che è celebrazione
della Vita donata
UN’ICONA EVANGELICA Il brano dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) – ci piace pensare Cleopa con sua moglie Maria, secondo quanto leggiamo in Gv 19,25 – potrebbe essere un’icona per ripensare e rinnovare la “cena del Signore” in modo più fedele all’Evangelo. Lungo la strada nel momento di scoraggiamento e delusione mentre si cammina nella direzione sbagliata arriva inaspettata la Parola che si fa prossima con la prima Parola, la Vita. Le azioni di Gesù in questa narrazione sono il primo passo della Liturgia della Parola: avvicinarsi, camminare e insistere per ascoltare la Vita. Liturgia della Parola e omelia per scaldare il cuore, far cambiare la direzione, operare la metanoia. Parola e omelia per la vita come ” lampade per i nostri passi “. Poi sostare nell’osteria, luogo del quotidiano, della gioia della mensa. Banchettare insieme per riconoscere la presenza amorosa di Gesù nello spezzare il pane di vita da condividere con tutte/i. L’ allegria del vino come a Cana per dare speranza. Il cuore che arde ci invia in missione nella vita, per un’altra strada (come i Magi), ad annunciare la bella notizia dell’Evangelo per tutte e tutti. “Fate questo in memoria di me” significa la celebrazione nella vita spezzata e donata per gli altri, per le altre. Celebrare in casa significa che ciascuna/o porta un pezzo della sua vita, che diventa pane spezzato, condiviso. Da qui si riparte per riconoscere, come segno dei tempi, che coloro che non “vanno a messa” ma vivono con passione la loro esistenza donata celebrano lo stesso, in modo autentico, l’eucaristia domenicale e sono discepole e discepoli del Maestro.
PRIMA PARTE
A. Alcune proposte per una più partecipata e rinnovata celebrazione dell’eucaristia, nel linguaggio e nei gesti.
Sono proposte che scaturiscono dalla nostra coscienza e responsabilità di essere Popolo di Dio.
1. La terminologia
Sulla terminologia ci siamo confrontate/i intorno ai termini: Messa, Cena del Signore, Celebrazione dell’Eucaristia, Frazione del pane. La diversità di terminologia costituisce una ricchezza di significati che varrebbe la pena non perdere insistendo semplicemente su uno di essi.
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Frazione del pane
Tra i cinque pani e i due pesci per i cinquemila che stavano sulle rive del lago di Tiberiade, l’ultima cena a Gerusalemme e la cena di Emmaus c’è una continuità segnata dal gesto della frazione del pane. Un gesto capace di esprimere la passione di tutta una vita, una vita appunto spezzata per la condivisione di tutte/i. Un gesto che è passato a identificare la persona stessa del Signore.
Cena del Signore
È Paolo che alla chiesa di Corinto raccomanda di salvaguardare la dignità della Cena del Signore. Si tratta di una vera e propria celebrazione liturgica della comunità di Corinto, ed è quindi importante constatare che nella chiesa apostolica esisteva già quella celebrazione, da Paolo appunto chiamata Cena del Signore, che a differenza della Cena pasquale ebraica si celebrava non una sola volta all’anno, ma tutte le domeniche, e che la tradizione non tarderà a identificare nell’eucaristia.
Eucaristia
Già nella Didaché la celebrazione in cui si spezza il pane appare con il nome di Eucaristia che divenne ben presto la denominazione più comune e più caratterizzante della celebrazione e che esprime la sua origine giudeo-cristiana. Eucaristia infatti è la trasposizione greca del termine ebraico berakah, ed è usata per denominare tutto il rito a partire dall’elemento più determinante e specifico di esso, la preghiera di ringraziamento, e la ricollega al contenuto originario della preghiera di Gesù.
Messa
La traduzione della parola latina ’Missa’ con ‘Messa’ è il risultato di una evoluzione complessa che si conclude all’inizio del VI secolo quando l’ultima parola che chiudeva l’azione liturgica ha dato il nome all’intera celebrazione. Secondo una traduzione, “Ite, missa est” significherebbe: “Andate, è il congedo”; un’altra possibile interpretazione intende che “(l’eucaristia) è stata inviata”, con un riferimento dunque all’orizzonte missionario aperto da ogni celebrazione eucaristica.
2. Il Popolo di Dio e i ministeri
La continua disaffezione alla partecipazione domenicale ha tanti motivi ben noti a tutte/i. Ci sta a cuore mettere in evidenza la pressoché totale staticità e immobilità del popolo di Dio, ridotto a mero spettatore di un rito gestito e governato dal prete.
Abbiamo operato nella Chiesa una sorta di risacralizzazione del sacerdozio, desacralizzato proprio dall’annuncio profetico di Gesù di Nazaret, unico sacerdote, costringendo così la partecipazione del popolo di Dio in ambiti molto ristretti.
Crediamo necessario ribadire la dignità del popolo delle/i battezzate/i come soggetto a pieno titolo della memoria del Signore che si celebra nella pasqua settimanale. Il soggetto celebrante è l’assemblea come comunità sacerdotale (cfr. 1Pt 2,9).
Riteniamo altresì sia necessario ripensare il ruolo e il servizio del presbitero: la presidenza è erroneamente vista come movimento dall’alto verso il basso e la partecipazione viene declinata come concessione di una pienezza del ministero che viene dal prete. La presidenza non è al di sopra del popolo di Dio né fuori da esso, ma nel popolo di Dio e al suo servizio.
L’urgente conversione comporta la sfida di rimettere a punto lo stesso concetto di chiamata al presbiterato come parte di una ricomprensione generale del concetto di vocazione.
Basterebbe considerare che ancora oggi nella liturgia dell’ordinazione si fa esplicito riferimento ad una elezione e appello della comunità e non è affatto prevista una sorta di ‘autoproposizione’ del candidato.
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3. Il linguaggio
Da questa consapevolezza derivano una serie di proposte che crediamo siano urgenti in vista di mettere in atto un linguaggio che sia espressione del mistero e al tempo stesso in grado di arrivare al cuore e alla mente del popolo di Dio. Nelle parole dei sinottici e di Paolo la morte di Gesù è un gesto di oblatività amorosa: egli ha dato la sua vita come dono d’amore. Nei testi liturgici attuali ricorre in maniera quasi ossessiva invece la terminologia ‘sacrificale’, al punto che alle parole sul pane si aggiunge: offerto in sacrificio per voi. Parole che però non sono scritte nel Vangelo, dove si dice solamente: Questo è il mio corpo dato per voi. Nella formula di consacrazione che viene usata in Italia, facciamo dire qualcosa che Gesù non ha certamente mai detto. L’idea teologica del ‘sacrificio’ è assente dai testi di Matteo, Marco, Luca e 1Corinzi.
Inoltre orazioni, prefazi e preghiere eucaristiche ricorrono a un linguaggio ormai incomprensibile ai più, dettati da una teologia antica e ormai superata. Chiediamo che siano ispirati alle letture del giorno e attingano alla ricchezza spirituale della parola di Dio. Il tempo liturgico non dovrebbe porsi in alternativa alla vita, occorre invece una lettura sapienziale della contemporaneità.
Nella ‘nuova edizione’ del Messale, nella seconda preghiera eucaristica, dopo aver ricordato presbiteri e diaconi, sarebbe stato importante aggiungere la menzione del popolo di Dio, che viene qui del tutto dimenticato.
4. I segni
Occorre recuperare la bellezza e la potenza dei segni, che sono l’alfabeto della liturgia, letteralmente “opera del popolo di Dio”: le candele di cera, che fanno luce, scaldano e si consumano; un pane che sia vero pane: una pagnotta intera, impastata e cotta a casa, spezzata e condivisa. E poi il vino, sottratto alla mensa del popolo di Dio: vino che è memoria di passione e segno di abbondanza, di festa. Abbiamo completamente perso la dimensione di cena dell’eucaristia: nata per essere memoria quotidiana, domestica, conviviale, è diventato gesto sacrale, come in alcune forme di adorazione eucaristica. Apparecchiare la tavola della cena durante la celebrazione eucaristica sarebbe un modo per riappropriarci del suo significato laico e universale.
Anche il canto è un segno di grande impatto, non sempre valorizzato al meglio: le voci diverse che si uniscono in armonia sono la prima forma di comunione, il canto dovrebbe essere strumento privilegiato per favorire la partecipazione attiva dell’assemblea celebrante, e spesso invece l’animazione liturgica non ne tiene per niente conto.
In alcune diocesi ci sono musicisti contemporanei invitati a comporre canti in latino, incomprensibili all’assemblea: come se il mistero dell’eucaristia avesse a che fare con il non capire quello che si sta cantando o ascoltando!
Non si capisce per quale motivo l’organo debba essere considerato strumento liturgico per eccellenza: di certo è il meno biblico e il meno evangelico, rispetto a strumenti a corda o a fiato!
Le nostre celebrazioni sono drammaticamente statiche: mortifichiamo la nostra corporeità, per una sottintesa idea ancora manichea per cui in chiesa entra lo spirito, e il corpo può restare fuori, o almeno dare il minor fastidio possibile. Guardiamo alle liturgie di altre latitudini, in Africa o nell’America amerindia, con la nostalgia di chi ha perso la profonda connessione con sé stessa/o: la danza liturgica, ma anche solo una gestualità meno timida potrebbe far sì che le eucaristie riprendano ad essere celebrazioni del dinamismo della vita. Anche la proiezione di immagini o l’utilizzo di linguaggi diversi da quello verbale possono essere utili.
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La stessa architettura delle nostre chiese, sempre frontale, con la rigidità delle panche che impediscono ogni movimento, non è segno di condivisione, di quella circolarità che dovrebbe caratterizzare l’incontro di cristiane e cristiani, che rendono presente Gesù tra loro, e che dovrebbe avere al centro la mensa, non l’altare. Sembra anzi che nelle celebrazioni eucaristiche si voglia dilatare la distanza, la separazione tra assemblea e presidente, percepito ancora come il “sacerdote” dell’epoca pre-cristiana: i paramenti liturgici sfarzosi e altisonanti vanno in questa stessa direzione.
5. La condivisione dell’ambone e l’ospitalità eucaristica
Si sa che i cambiamenti nella Chiesa, ma non solo, avvengono sempre perché qualcuno comincia a fare un primo passo, a compiere un gesto, a uscire dalle righe del “si è sempre fatto così”.
Senza voler essere presuntuosi l’adagio di don Milani potrebbe essere riscritto così: l’obbedienza non è sempre una virtù. Dove per obbedienza intendiamo la conservazione e l’attaccamento alle nostre reciproche tradizioni e non tanto l’obbedienza al comando di Gesù (Fate questo in memoria di me) che invece dovrebbe costituire un riferimento stabile.
Se alcune/i discepole/i del Cristo avvertono oggi il desiderio, anzi l’impellente necessità di sedersi insieme alla Cena del Signore e non solo di ospitare alla propria mensa l’altro e l’altra che appartengono a una diversa confessione cristiana, ebbene questo ci sembra uno di quei segni dello Spirito fecondi di futuro che ripropone anzitutto la fedeltà al mandato di Gesù, che alla sua mensa non ha escluso nessuno, nemmeno Giuda – ci pensiamo mai che non c’è eucaristia, se manca Giuda? – ma che implica anche una certa disobbedienza alle nostre consuetudini.
Il desiderio del Cristo è molto più grande delle diversità che nel tempo abbiamo accumulato e che rischiano oggi di incrostare la bellezza del dono ricevuto. È questa un’urgenza e una necessità che vengono non solo dal nostro essere discepole/i appassionati all’unità e desiderosi di piena comunione, ma che derivano dal senso di responsabilità per ciò che il mondo chiede: pace (pane donato), giustizia (pane spezzato) e cura della casa comune (pane come frutto del lavoro rispettoso dell’ambiente).
B. Passi possibili nell’eucaristia di oggi, per una “partecipazione attiva”
Accoglienza: alle porte della chiesa ci sia un benvenuto personale da parte del presidente o di una/un ministra/o dell’accoglienza. Prima dell’inizio, si dia qualche breve informazione sul periodo dell’anno liturgico, sulle letture, sui canti: coordinate utili all’assemblea per vivere appieno la celebrazione. Nelle assemblee meno numerose potrebbe essere significativo partire dalla vita, dal vissuto personale e comunitario, condividendo gioie e dolori della settimana.
Omelia: il monopolio clericale dell’omelia è la questione principale: è ben poco preparata, prolissa (papa Francesco, che ha detto il meglio sull’omelia nella Evangelii Gaudium parr. 145-179, suggerisce che deve essere di “non di più di dieci minuti”), generica, moralista, senza possibilità di interventi da parte dell’assemblea celebrante; non di rado è saccente, fuori dal tempo e dallo spazio…
È cosa ragionevole che la predicazione sia preparata durante la settimana da un gruppo di parrocchiane/i che voglia riflettere sul Vangelo, di cui il prete si faccia poi portavoce (dando ovviamente il suo contributo) durante l’omelia. In alcune parrocchie già avviene che l’omelia del prete sia seguita da altri brevi interventi programmati di laiche/i; sarebbe bene se divenisse prassi diffusa. Per la sua preparazione si possono usare contributi, anche online, di brave/i teologhe/i. Un valido e semplice supporto esegetico sia diffuso nelle case per una meditazione personale.
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Invocazioni penitenziali: è preferibile posticipare la richiesta di perdono dopo l’ascolto delle Scritture, così che l’assemblea prenda consapevolezza della distanza personale e sociale dalla parola di Dio.
Preghiera universale dei fedeli: si può cambiare molto da subito, è formalmente di “proprietà” delle/i partecipanti all’eucaristia. Non intenzioni lette dai foglietti della messa, identici per tutta la diocesi! Si eviti di dare indicazioni a Dio, si esprimano sentimenti e desideri che abbiano relazione al momento e al luogo in cui le preghiere sono espresse, in un’ottica locale e globale: persone, attività, gioie e sofferenze della parrocchia, della città, del mondo. Le preghiere potrebbero essere spontanee e/o preparate durante la settimana da un gruppo di parrocchiane/i (lo stesso che prepara le omelie, o uno diverso). Potrebbero essere raccolte per la domenica successiva in un libro presente in chiesa durante la settimana, in cui chiunque voglia possa scrivere. Devono essere preparate bene, magari distribuite all’inizio della messa, e valorizzate dedicandovi un tempo congruo.
Credo: quello consueto niceno-costantinopolitano può essere sostituito con altri “Credi” (ne esistono di molto belli). Quello previsto e letto coralmente ora riflette i contenuti di dispute teologiche dei primi secoli e non trasmette il racconto vivo oggi della “buona notizia” di Gesù.
Offertorio: oltre al pane e al vino siano deposti ai piedi dell’altare oggetti che esprimano un messaggio, un sentimento, un proposito (poesie e preghiere raccolte nella settimana, fiori, poster, cibi, oltre che la consueta raccolta in denaro che dovrebbe essere fatta nella prima parte della messa).
Scambio della pace: non sia silenzioso, ognuna/o si abitui a dire “la pace sia con te”, o espressione equivalente. Dopo il “digiuno di contatti” imposto dalla pandemia, è una gioia potersi scambiare una stretta di mano, o meglio ancora un abbraccio e un bacio di pace.
Comunione: sia distribuita sotto le due specie, almeno più volte all’anno. Il “sapore” della particola sia di pane e non di niente, come ora: sarebbe importante preparare il pane in casa, e spezzarlo durante la consacrazione, in modo che ognuna/o ne riceva un pezzo, parte dell’intero.
Dopo la comunione sarebbe auspicabile che l’assemblea esprimesse insieme una preghiera il cui testo si ispiri alla Parola ascoltata.
Annunci finali: siano a più voci, non del solo presidente, e non riguardino solo le attività della parrocchia ma anche quelle della società civile che insiste sulla parrocchia. Sia l’occasione per dare periodicamente informazioni sui bilanci della parrocchia.
Congedo e benedizione: il presidente rilanci il contenuto del Vangelo come mandato per la vita della settimana. È importante che il presidente si senta parte dell’assemblea, e dica che la benedizione scenda su di “noi”, non su di “voi”.
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SECONDA PARTE
Semi vissuti di piccole comunità che si sorprendono della novità
di celebrare la Parola e la Vita, germogli per un cammino sinodale
Nella prima parte abbiamo raccolto proposte di linguaggi e gesti, di passi possibili nella celebrazione eucaristica, abbiamo sintetizzato le tante voci di questo cantiere sinodale. Rimane una domanda: chi sta sperimentando concretamente queste attenzioni per rendere viva la celebrazione, in quale contesto si sta muovendo, da quale storia proviene, a quali provocazioni della vita sta rispondendo?
Ecco allora una seconda parte, inscindibile dalla prima, che raccoglie lo stupore delle diverse espressioni di chiesa che, dialogando nel cammino sinodale, si illuminano a vicenda, senza patire confronti a causa del contesto e del periodo in cui sono nate. È la gioia dello Spirito che nasce dal raccontarsi lungo la via e che finisce per riconoscerlo in ogni spezzare del pane.
Per rendere più agile il documento riassumiamo qui i titoli di queste esperienze lasciando poi in allegato la lettura dei racconti che risuonano delle diverse comunità e cuori che li hanno composti.
a. Chiesa in stile domestico: un tema di fondo, quando sono le situazioni di vita la vera offerta da portare all’altare, nelle circostanze che capitano, come nella pandemia.
b. Il cantiere “restauro messa”: il metodo di raccogliere le narrazioni, ascoltando insieme chi trova nutrimento nella messa e chi ne porta una sete non espressa e saziata.
c. Nella Comunità ecclesiale: esperienza di eucaristia vissuta nello spirito del Concilio.
d. Esperienza in Casa di accoglienza: come avvicinare al Vangelo e all’incontro con Gesù le donne e i bambini che accogliamo nelle nostre strutture, ed evangelizzarci insieme.
e. Nel cammino di Lettura Popolare della Bibbia: donne e uomini celebrano l’incontro tra Vita, Parola e Condivisione del Pane.
f. Nella prassi delle Comunità cristiane di base: riappropriarsi della Bibbia e dell’eucaristia non per impossessarsi di qualcosa, ma per rimettere al centro una eucaristia che incontra la vita.
g. “Eresia” di un Vescovo: fondare una ricerca ecumenica perché non manchi la comunione tra chiese nel pane spezzato non è un’insorgenza dell’ultimo secolo, ma un respiro dello Spirito che attraversa due millenni.
h. Ecumenismo e pace: con la ferma speranza nel cambiamento possibile, attendendo l’ultimo fratello e sorella che deve ancora arrivare.

Ricordiamo con affetto l’amico e fratello Vittorio Bellavite, che ha preso parte attivamente e convintamente a questo cantiere, e ora celebra con un’eucaristia eterna la Vita che non muore.

Adista, C3Dem (Costituzione, Concilio e Cittadinanza – Per una rete tra cattolici e democratici), Cammini di Speranza, CIF – Centro italiano femminile – Lombardia, Cipax – Centro interconfessionale per la Pace, Comunità Cristiane di Base italiane, Comunità ecclesiale di Sant’Angelo – Milano, Coordinamento 9 marzo – Milano, Decapoli – Laboratorio di pensiero sull’evangelizzazione e i cambiamenti nella Chiesa, Donne per la Chiesa, Fraternità Arché, Il Faro, Il Gibbo, La Tenda di Gionata, Noi siamo Chiesa, Noi siamo il cambiamento, Ordine della Sororità, Pax Christi, Per una Chiesa diversa, Ponti da costruire, Pretioperai, Progetto Adulti Cristiani LGBT, Progetto Giovani Cristiani LGBT, Rete 3VolteGenitori, Viandanti


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