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Noi Siamo Chiesa

Sezione italiana del movimento internazionale “We Are Church” per la riforma della Chiesa cattolica

E’ stato diffuso dal Vaticano il testo base per il Sinodo dei giovani di ottobre, Leggilo e in calce trovi l’indicazione di alcuni punti principali a cura di Giovanni Panettiere (del “Quotidiano nazionale”)

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“Instrumentum laboris” della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 19.06.2018
 

Introduzione

I Parte – Riconoscere: La Chiesa in ascolto della realtà

Capitolo I: Essere giovani oggi

Capitolo II: Esperienze e linguaggi

Capitolo III: Nella cultura dello scarto

Capitolo IV: Sfide antropologiche e culturali

Capitolo V: In ascolto dei giovani

II Parte – Interpretare: fede e discernimento vocazionale

Capitolo I: La benedizione della giovinezza

Capitolo II: La vocazione alla luce della fede

Capitolo III: Il dinamismo del discernimento vocazionale

Capitolo IV: L’arte di accompagnare

III Parte – Scegliere: cammini di conversione pastorale e missionaria

Capitolo I: Una prospettiva integrale

Capitolo II: Immersi nel tessuto della vita quotidiana

Capitolo III: Una comunità evangelizzata ed evangelizzatrice

Capitolo IV: Animazione e organizzazione della pastorale

Conclusione

Preghiera per il Sinodo

 

Testo in lingua originale

 

I GIOVANI, LA FEDE

E IL DISCERNIMENTO VOCAZIONALE

INSTRUMENTUM LABORIS

 

PRESENTAZIONE

Il 6 ottobre 2016 il Santo Padre annunciava il tema della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

Il cammino sinodale è iniziato immediatamente con la redazione del Documento preparatorio (DP), pubblicato il 13 gennaio 2017 insieme a una “Lettera ai giovani” del Santo Padre. Il DP comprendeva un Questionario, destinato principalmente alle Conferenze Episcopali, ai Sinodi delle Chiese Orientali Cattoliche e ad altri organismi ecclesiali, con quindici domande per tutti, tre specifiche per ciascun continente e la richiesta di condividere tre “buone pratiche”.

Dall’11 al 15 settembre 2017 si è tenuto un Seminario internazionale sulla condizione giovanile con la presenza di molti esperti e di vari giovani, che ha aiutato a mettere a fuoco la situazione dei giovani nel mondo di oggi dal punto di vista scientifico.

A fianco di queste iniziative destinate a coinvolgere la Chiesa nel suo insieme, non sono mancate occasioni di ascolto della voce dei giovani, perché fin da subito si è inteso renderli protagonisti. In primo luogo è stato predisposto un Questionario on line in diverse lingue e tradotto da alcune Conferenze Episcopali, che ha raccolto le risposte di oltre centomila giovani. Il materiale raccolto è immenso. Inoltre, ha avuto luogo la Riunione presinodale (Roma, 19-24 marzo 2018), che si è conclusa la domenica delle Palme con la consegna al Santo Padre di un Documento finale. A questa iniziativa hanno partecipato circa trecento giovani provenienti dai cinque Continenti e anche quindicimila giovani attraverso i social media. L’evento, espressione del desiderio della Chiesa di mettersi in ascolto di tutti i giovani, nessuno escluso, ha ottenuto notevole risonanza.

Il materiale raccolto da queste quattro fonti principali – a cui si aggiungono alcune “Osservazioni” giunte direttamente alla Segreteria del Sinodo – è certamente molto vasto. Attraverso alcuni esperti è stato ampiamente analizzato, accuratamente sintetizzato e infine raccolto nel presente “Strumento di lavoro” che è stato approvato dal XIV Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, alla presenza del Santo Padre.

Il testo è strutturato in tre parti e riprende le tematiche in forma funzionale rispetto all’andamento dell’Assemblea sinodale del prossimo ottobre, secondo il metodo del discernimento: la I Parte, legata al verbo “riconoscere”, raccoglie in cinque capitoli e secondo diverse prospettive vari momenti di ascolto della realtà, facendo il punto sulla condizione giovanile; la II Parte, orientata dal verbo “interpretare”, offre in quattro capitoli alcune chiavi di lettura delle questioni decisive presentate al discernimento del Sinodo; la III Parte, con l’obiettivo di arrivare a “scegliere”, in quattro capitoli raccoglie diversi elementi per aiutare i Padri sinodali a prendere posizione rispetto agli orientamenti e alle decisioni da prendere.

Il testo si conclude con una significativa attenzione al tema della santità, in modo che l’Assemblea sinodale riconosca in essa «il volto più bello della Chiesa» (GE 9) e lo sappia proporre a tutti i giovani oggi.

Vaticano, 8 maggio 2018

Lorenzo Card. Baldisseri
Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi

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INTRODUZIONE

Le finalità del Sinodo

1. Prendersi cura dei giovani non è un compito facoltativo per la Chiesa, ma parte sostanziale della sua vocazione e della sua missione nella storia. È questo in radice l’ambito specifico del prossimo Sinodo: come il Signore Gesù ha camminato con i discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35), anche la Chiesa è invitata ad accompagnare tutti i giovani, nessuno escluso, verso la gioia dell’amore.

I giovani possono, con la loro presenza e la loro parola, aiutare la Chiesa a ringiovanire il proprio volto. Un filo ideale lega il Messaggio ai giovani del Concilio Vaticano II (8 dicembre 1965) e il Sinodo dei giovani (3-28 ottobre 2018), che il Santo Padre ha esplicitato introducendo la Riunione presinodale: «Mi viene in mente lo splendido Messaggio ai giovani del Concilio Vaticano II. […] È un invito a cercare nuovi cammini e a percorrerli con audacia e fiducia, tenendo fisso lo sguardo su Gesù e aprendosi allo Spirito Santo, per ringiovanire il volto stesso della Chiesa», accompagnando i giovani nel loro percorso di discernimento vocazionale in questo “cambiamento d’epoca”.

Il metodo del discernimento

2. Nel discernimento riconosciamo un modo di stare al mondo, uno stile, un atteggiamento fondamentale e allo stesso tempo un metodo di lavoro, un percorso da compiere insieme, che consiste nel guardare le dinamiche sociali e culturali in cui siamo immersi con lo sguardo del discepolo. Il discernimento conduce a riconoscere e a sintonizzarsi con l’azione dello Spirito, in un’autentica obbedienza spirituale. Per questa via diventa apertura alla novità, coraggio di uscire, resistenza alla tentazione di ridurre il nuovo al già noto. Il discernimento è un atteggiamento autenticamente spirituale. In quanto obbedienza allo Spirito, il discernimento è anzitutto ascolto, che può diventare anche spinta propulsiva alla nostra azione, capacità di fedeltà creativa all’unica missione da sempre affidata alla Chiesa. Il discernimento si fa così strumento pastorale, in grado di individuare cammini vivibili da proporre ai giovani di oggi, e di offrire orientamenti e suggerimenti per la missione non preconfezionati, ma frutto di un percorso che permette di seguire lo Spirito. Un cammino così strutturato invita ad aprire e non a chiudere, a porre quesiti e suscitare interrogativi senza suggerire risposte prestabilite, a prospettare alternative e sondare opportunità. In questa prospettiva è chiaro che anche la stessa Assemblea sinodale del prossimo ottobre ha bisogno di essere affrontata con le disposizioni proprie di un processo di discernimento.

La struttura del testo

3. L’Instrumentum laboris raccoglie e sintetizza i contributi raccolti nel processo presinodale in un documento strutturato in tre parti, che richiamano esplicitamente l’articolazione del processo di discernimento scandita da EG 51: riconoscere, interpretare, scegliere. Le parti non sono perciò indipendenti, ma configurano un cammino.

Riconoscere. Il primo passaggio è quello dello sguardo e dell’ascolto. Richiede di prestare attenzione alla realtà dei giovani di oggi, nella diversità di condizioni e di contesti nei quali vivono. Richiede umiltà, prossimità ed empatia, così da entrare in sintonia e percepire quali sono le loro gioie e le loro speranze, le loro tristezze e le loro angosce (cfr. GS 1). Lo stesso sguardo e lo stesso ascolto, pieno di sollecitudine e di cura, vanno rivolti verso ciò che vivono le comunità ecclesiali presenti in mezzo ai giovani in tutto il mondo. In questo primo passaggio l’attenzione si focalizza sul cogliere i tratti caratteristici della realtà: le scienze sociali offrono un contributo insostituibile, peraltro ben rappresentato nelle fonti utilizzate, ma il loro apporto è assunto e riletto alla luce della fede e dell’esperienza della Chiesa.

Interpretare. Il secondo passaggio è un ritorno su ciò che si è riconosciuto ricorrendo a criteri di interpretazione e valutazione a partire da uno sguardo di fede. Le categorie di riferimento non possono che essere quelle bibliche, antropologiche e teologiche espresse dalle parole chiave del Sinodo: giovinezza, vocazione, discernimento vocazionale e accompagnamento spirituale. Risulta perciò strategico costruire un quadro di riferimento adeguato dal punto di vista teologico, ecclesiologico, pedagogico e pastorale, che possa rappresentare un ancoraggio capace di sottrarre la valutazione alla volubilità dell’impulso, pur riconoscendo «che nella Chiesa convivono legittimamente modi diversi di interpretare molti aspetti della dottrina e della vita cristiana» (GE 43). Per questo rimane indispensabile assumere un dinamismo spirituale aperto.

Scegliere. Solo alla luce della vocazione accolta è possibile comprendere a quali passi concreti ci chiama lo Spirito e in che direzione muoverci per rispondere alla Sua chiamata. In questa terza fase del discernimento occorre passare in esame strumenti e prassi pastorali, e coltivare la libertà interiore necessaria per scegliere quelli che meglio ci consentono di raggiungere lo scopo e abbandonare quelli che si rivelano invece meno capaci di farlo. Si tratta dunque di una valutazione operativa e di una verifica critica, non di un giudizio sul valore o sul significato che quegli stessi mezzi hanno potuto o possono rivestire in circostanze o epoche diverse. Questo passaggio potrà individuare dove è necessario un intervento di riforma, un cambiamento delle prassi ecclesiali e pastorali per sottrarle al rischio di cristallizzarsi.

I PARTE

riconoscere:

LA CHIESA IN ASCOLTO DELLA REALTA’

4. «La realtà è più importante dell’idea» (cfr. EG 231-233): in questa I Parte siamo invitati ad ascoltare e guardare i giovani nelle condizioni reali in cui si trovano, e l’azione della Chiesa nei loro confronti. Non si tratta di accumulare dati ed evidenze sociologiche, ma di assumere le sfide e le opportunità che emergono nei vari contesti alla luce della fede, lasciando che ci tocchino in profondità in modo da fornire una base di concretezza a tutto il percorso successivo (cfr. LS 15). Evidenti ragioni di spazio limitano a pochi cenni la trattazione di questioni ampie e complesse: i Padri sinodali sono chiamati a riconoscervi gli appelli dello Spirito.

Capitolo I

Essere giovani oggi

5. Ci inseriamo fin da subito nel dinamismo che Papa Francesco ha dato al suo primo incontro ufficiale con i giovani: «Questo primo viaggio è proprio per trovare i giovani, ma trovarli non isolati dalla loro vita, io vorrei trovarli proprio nel tessuto sociale, in società. Perché quando noi isoliamo i giovani, facciamo un’ingiustizia; togliamo loro l’appartenenza. I giovani hanno una appartenenza, un’appartenenza a una famiglia, a una patria, a una cultura, a una fede» (Viaggio apostolico a Rio de Janeiro in occasione della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù. Incontro con i giornalisti durante il volo papale, 22 luglio 2013).

Un’articolata varietà di contesti

6. Ci sono nel mondo circa 1,8 miliardi di persone di età compresa tra i 16 e i 29 anni, che rappresentano poco meno di un quarto dell’umanità, anche se le proiezioni indicano un progressivo calo della quota dei giovani rispetto all’insieme della popolazione. Le situazioni concrete in cui i giovani si trovano variano molto da Paese a Paese, come mettono in evidenza le risposte delle Conferenze Episcopali. Vi sono Paesi in cui i giovani rappresentano una fetta consistente della popolazione (oltre il 30%), e altri in cui la loro quota è molto inferiore (intorno al 15%, o meno), Paesi in cui la speranza di vita non arriva ai 60 anni e altri in cui si possono in media superare gli 80. Le opportunità di accedere a istruzione, servizi sanitari, risorse ambientali, cultura e tecnologia, così come quelle di partecipazione alla vita civile, sociale e politica, variano in maniera consistente da regione a regione. Anche all’interno di uno stesso Paese possiamo trovare differenze, talvolta molto profonde, ad esempio tra zone urbane e rurali.

7. Il processo di consultazione presinodale ha evidenziato il potenziale che le giovani generazioni rappresentano, le speranze e i desideri che le abitano: i giovani sono grandi cercatori di senso e tutto ciò che si mette in sintonia con la loro ricerca di dare valore alla propria vita suscita la loro attenzione e motiva il loro impegno. Nel percorso sono emerse anche le loro paure e alcune dinamiche sociali e politiche che, con diversa intensità nelle varie parti del mondo, ostacolano il loro percorso verso un pieno e armonioso sviluppo, causando vulnerabilità e scarsa autostima. Ne sono esempio: le forti disuguaglianze sociali ed economiche che generano un clima di grande violenza e spingono alcuni giovani nelle braccia della malavita e del narcotraffico; un sistema politico dominato dalla corruzione, che mina la fiducia nelle istituzioni e legittima il fatalismo e il disimpegno; situazioni di guerra ed estrema povertà che spingono a emigrare in cerca di un futuro migliore. In alcune regioni pesa il mancato riconoscimento delle libertà fondamentali, anche in campo religioso, e delle autonomie personali da parte dello Stato, mentre in altre l’esclusione sociale e l’ansia da prestazione spingono una parte del mondo giovanile nel circuito delle dipendenze (droga e alcool in particolare) e dell’isolamento sociale. In molti luoghi povertà, disoccupazione ed emarginazione fanno aumentare il numero dei giovani che vivono in condizioni di precarietà tanto materiale quanto sociale e politica.

Di fronte alla globalizzazione

8. Nonostante le differenze regionali, l’influsso del processo di globalizzazione sui giovani dell’intero pianeta risulta evidente e richiede loro di articolare livelli diversi di appartenenza sociale e culturale (locale, nazionale e internazionale; ma anche intra ed extra-ecclesiale). In generale assistiamo, come riferiscono alcune CE, alla richiesta di spazi crescenti di libertà, autonomia ed espressione a partire dalla condivisione di esperienze provenienti dal mondo occidentale, magari mutuate dai social media. Altre CE paventano il rischio che, a prescindere dai desideri profondi dei giovani, finisca per prevalere una cultura ispirata a individualismo, consumismo, materialismo ed edonismo, e in cui dominano le apparenze.

9. Molte CE non occidentali si chiedono come accompagnare i giovani ad affrontare questo cambiamento culturale che scardina le culture tradizionali, ricche dal punto di vista della solidarietà, dei legami comunitari e della spiritualità, e sentono di non avere strumenti adeguati. Inoltre, l’accelerazione dei processi sociali e culturali aumenta la distanza tra le generazioni, anche all’interno della Chiesa. Le risposte ricevute dalle CE indicano anche una certa fatica a leggere il contesto e la cultura in cui vivono i giovani. Da parte di alcune di esse, poi, la differenza di cui i giovani sono portatori è talvolta salutata non come novità feconda, ma come decadenza dei costumi di cui lamentarsi.

10. In questo contesto, la prospettiva più volte segnalata da Papa Francesco resta un punto di riferimento: «C’è una globalizzazione poliedrica, c’è un’unità, ma ogni persona, ogni razza, ogni Paese, ogni cultura sempre conserva la propria identità: è l’unità nella diversità» (Incontro con i giovani dell’Università di Roma Tre, 17 febbraio 2017, Discorso pronunciato a braccio, pubblicato in gina.uniroma3.it/download/1491300733.pdf). Vi fanno eco le dichiarazioni dei giovani, ai cui occhi la diversità appare come una ricchezza e il pluralismo come una opportunità all’interno di un mondo interconnesso: «Il multiculturalismo ha il potenziale di facilitare un ambiente favorevole al dialogo e alla tolleranza. Diamo valore alla diversità di idee nel nostro mondo globalizzato, al rispetto per il pensiero dell’altro e alla libertà di espressione. […] Non dovremmo aver paura della nostra diversità ma valorizzare le nostre differenze e tutto ciò che ci rende unici» (RP 2). Al tempo stesso desiderano «preservare la [propria] identità culturale ed evitare l’uniformità e la cultura dello scarto» (RP 2).

Il ruolo delle famiglie

11. In questo contesto di cambiamento, la famiglia continua a rappresentare un riferimento privilegiato nel processo di sviluppo integrale della persona: su questo punto concordano tutte le voci che si sono espresse. Vi è dunque un profondo legame tra questo Sinodo e il percorso di quelli immediatamente precedenti, che occorre mettere in risalto. Non mancano però differenze significative nel modo di considerare la famiglia. Lo affermano i giovani con parole vicine a quelle di varie CE: «In molte parti del mondo, il ruolo degli anziani e la riverenza verso gli antenati sono fattori che contribuiscono alla formazione delle loro identità. Tuttavia, questo non è un dato universalmente condiviso, visto che i modelli di famiglia tradizionale sono in declino in altre aree» (RP 1). I giovani sottolineano anche come le difficoltà, le divisioni e le fragilità delle famiglie siano fonte di sofferenza per tanti di loro.

12. Le risposte al Questionario on Line mostrano come la figura materna sia il riferimento privilegiato dei giovani, mentre appare necessaria una riflessione in merito a quella paterna, la cui assenza o evanescenza in alcuni contesti, in particolare quelli occidentali, produce ambiguità e vuoti che investono anche l’esercizio della paternità spirituale. Alcune CE segnalano come particolarmente significativo il ruolo dei nonni rispetto alla trasmissione della fede e dei valori ai giovani, aprendo interrogativi rispetto all’evoluzione futura della società. Si segnala anche l’aumento di famiglie monoparentali.

13. Il rapporto tra i giovani e le loro famiglie non è comunque scontato: «Alcuni giovani si allontanano dalle tradizioni familiari, sperando di essere più originali di ciò che considerano come “bloccato nel passato” o “fuori moda”. In alcune parti del mondo, invece, i giovani cercano la loro identità radicandosi nelle tradizioni familiari e sforzandosi di essere fedeli all’educazione ricevuta» (RP 1). Queste situazioni richiedono di indagare con maggiore profondità il rapporto tra la cultura giovanile e la morale familiare. Diverse fonti segnalano uno scarto crescente tra di esse; viene tuttavia ribadito da altri che vi sono ancora giovani interessati a vivere relazioni autentiche e durature e che trovano preziose le indicazioni della Chiesa. Matrimonio e famiglia restano per molti tra i desideri e i progetti che i giovani tentano di realizzare.

I rapporti intergenerazionali

14. Tra i tratti del nostro tempo, confermati da molte CE e dal Seminario Internazionale, oltre che da numerose analisi sociali, vi è una sorta di rovesciamento nel rapporto tra le generazioni: spesso oggi sono gli adulti a prendere i giovani come riferimento per il proprio stile di vita, all’interno di una cultura globale dominata da un’enfasi individualista sul proprio io. Come afferma un Dicastero Vaticano, «il punto problematico è allora la liquidazione dell’età adulta, che è la vera cifra dell’universo culturale occidentale. Non ci mancano solo adulti nella fede. Ci mancano adulti “tout court”». Diverse CE affermano che oggi tra giovani e adulti non vi è un vero e proprio conflitto generazionale, ma una “reciproca estraneità”: gli adulti non sono interessati a trasmettere i valori fondanti dell’esistenza alle giovani generazioni, che li sentono più come competitori che come potenziali alleati. In questo modo il rapporto tra giovani e adulti rischia di rimanere soltanto affettivo, senza toccare la dimensione educativa e culturale. Dal punto di vista ecclesiale, il coinvolgimento sinodale dei giovani è stato percepito come un segno importante di dialogo intergenerazionale: «È stato entusiasmante sentirci presi sul serio dalla gerarchia ecclesiastica, e sentiamo che questo dialogo tra la Chiesa giovane e quella matura è un processo di ascolto vitale e fecondo» (RP 15).

15. A fianco dei rapporti intergenerazionali non vanno dimenticati quelli tra pari, che rappresentano una esperienza fondamentale di interazione con gli altri e di progressiva emancipazione dal contesto familiare di origine. Alcune CE sottolineano il valore fondamentale dell’accoglienza, dell’amicizia e del sostegno reciproco che caratterizza i giovani oggi. Il rapporto con i coetanei, spesso anche in gruppi più o meno strutturati, offre l’opportunità di rafforzare competenze sociali e relazionali in un contesto in cui non si è valutati e giudicati.

Le scelte di vita

16. La giovinezza si caratterizza come tempo privilegiato in cui la persona compie scelte che determinano la sua identità e il corso della sua esistenza. Ne sono consapevoli i giovani della RP: «I momenti cruciali per lo sviluppo della nostra identità comprendono: decidere il corso di studi, scegliere la professione, decidere in che cosa credere, scoprire la nostra sessualità e assumere impegni che cambiano il corso dell’esistenza» (RP 1). Varia molto, a causa di fattori sociali, economici, politici e culturali, il momento in cui si lascia la famiglia di origine o si compiono le scelte fondamentali. In alcuni Paesi in media ci si sposa, o si sceglie il sacerdozio o la vita religiosa, anche prima dei 18 anni, mentre altrove questo avviene dopo i 30, quando la giovinezza è ormai finita. In molti contesti la transizione all’età adulta è diventata un percorso lungo, complicato, non lineare, in cui si alternano passi in avanti e indietro, dove in genere la ricerca del lavoro prevale sulla dimensione affettiva. Ciò rende più difficile per i giovani compiere scelte definitive e, come sottolinea ad esempio una CE africana, «evidenzia la necessità di creare un quadro formale per il loro sostegno personalizzato».

17. Nella fase delle decisioni importanti con le opportunità e i vincoli derivanti da un contesto sociale in continuo mutamento, che genera precarietà e insicurezza (cfr. DP I, 3 e III, 1), interagiscono le potenzialità e le difficoltà psicologiche tipiche della condizione giovanile, che vanno riconosciute, elaborate e sciolte durante il processo di crescita, eventualmente con un opportuno sostegno. Tra le difficoltà gli esperti ricordano rigidità o impulsività dei comportamenti, instabilità negli impegni, freddezza e mancanza di empatia, ridotta intuizione emotiva, incapacità o eccessiva paura di stabilire legami. Emergono anche, più ordinariamente, atteggiamenti che segnalano la necessità di una purificazione e liberazione: dipendenza affettiva, senso di inferiorità, mancanza di coraggio e forza di fronte ai rischi, inclinazione alla gratificazione sessuale autocentrata, atteggiamenti aggressivi, esibizionismo e bisogno di essere al centro dell’attenzione. Sono invece risorse preziose da coltivare ed esercitare nella concretezza della vita: l’empatia verso le persone che si incontrano, una percezione equilibrata del senso di colpa, il contatto con la propria intimità, la disponibilità ad aiutare e a collaborare, la capacità di distinguere i propri bisogni e le proprie responsabilità da quelli altrui, di sostenere anche nella solitudine le proprie scelte, di resistere e lottare di fronte alle difficoltà e ai fallimenti, di portare a termine responsabilmente i compiti assunti.

18. La giovinezza si configura quindi non solo come una fase di transizione tra i primi passi verso l’autonomia mossi nell’adolescenza e la responsabilità dell’età adulta, ma come il momento di un salto di qualità dal punto di vista del coinvolgimento personale nelle relazioni e negli impegni e della capacità di interiorità e solitudine. Certo, è un tempo di sperimentazione, di alti e bassi, di alternanza tra speranza e paura e di necessaria tensione tra aspetti positivi e negativi, attraverso cui si apprende ad articolare e integrare le dimensioni affettive, sessuali, intellettuali, spirituali, corporee, relazionali, sociali. Questo cammino, che si snoda tra piccole scelte quotidiane e decisioni di maggiore portata, permette a ciascuno di scoprire la propria singolarità e l’originalità della propria vocazione.

Educazione, scuola e università

19. Le istituzioni educative e formative non sono solo il luogo dove i giovani passano buona parte del loro tempo, ma soprattutto uno spazio esistenziale che la società mette a disposizione della loro crescita intellettuale e umana e del loro orientamento vocazionale. Non mancano però i problemi, legati per lo più a sistemi scolastici e universitari che si limitano a informare senza formare, che non aiutano la maturazione di uno spirito critico e l’approfondimento del senso anche vocazionale dello studio. In molti Paesi sono evidenti disparità nell’accesso al sistema scolastico, divari di opportunità formative tra zone rurali e urbane e tassi di abbandono allarmanti: insieme rappresentano una minaccia per il futuro dei giovani e della società. Ugualmente preoccupante in alcuni Paesi è il fenomeno di coloro che né lavorano né studiano (i cosiddetti “NEET”), che richiede attenzione anche in termini pastorali.

20. In molti Paesi in cui il sistema formativo è carente, la Chiesa e le sue istituzioni educative svolgono un fondamentale ruolo di supplenza, mentre altrove faticano a tenere il passo con gli standard qualitativi nazionali. Un ambito di particolare delicatezza è la formazione professionale, che vede in molti Paesi le istituzioni scolastiche cattoliche svolgere un ruolo molto importante: non si limitano a trasmettere competenze tecniche, ma aiutano gli alunni a scoprire come mettere a frutto le proprie capacità, a prescindere da quali e quante siano. Di grande importanza, specie nei contesti di maggiore povertà e deprivazione, sono le iniziative di formazione a distanza o informale, che offrono opportunità di rimediare ai divari di accesso alla formazione scolastica.

21. Non c’è solo la scuola: come afferma la RP, «l’identità dei giovani è anche formata dalle interazioni esterne e dall’appartenenza a gruppi, associazioni e movimenti specifici, attivi anche al di fuori della Chiesa. Talvolta le parrocchie non sono più luoghi di incontro» (RP 1) . Resta grande anche il desiderio di trovare modelli positivi: «Riconosciamo anche il ruolo di educatori e amici, quali i responsabili dei gruppi giovanili, che possono diventare buoni esempi. Abbiamo bisogno di modelli attraenti, coerenti e autentici» (RP 1).

Lavoro e professione

22. Il passaggio alla vita lavorativa e professionale resta di grande importanza, e la distanza che in alcuni luoghi si registra tra itinerario scolastico e universitario e richieste del mondo del lavoro lo rende ancora più delicato. I giovani che hanno risposto al QoL dichiarano che avere un lavoro stabile è fondamentale (82,7%), perché comporta stabilità economica e relazionale, e possibilità di realizzazione personale (89,7%). Il lavoro è il mezzo necessario, anche se non sufficiente, per realizzare il proprio progetto di vita, come avere una famiglia (80,4%) e dei figli.

23. Le preoccupazioni sono maggiori dove la disoccupazione giovanile è particolarmente elevata. Nei contesti più poveri, il lavoro acquista anche un significato di riscatto sociale, mentre la sua mancanza è tra le principali cause dell’emigrazione all’estero. In particolare in Asia i giovani crescono misurandosi con una cultura del successo e del prestigio sociale e con un’etica del lavoro che permea le aspettative dei genitori e struttura il sistema scolastico, generando un clima di grande competizione, un orientamento fortemente selettivo e carichi di lavoro molto intensi e stressanti. I giovani – afferma la RP – restano convinti della necessità di «affermare la dignità intrinseca del lavoro» (RP 3), ma segnalano anche la fatica di coltivare la speranza e i sogni in condizioni socioeconomiche di estrema durezza, che generano paura (cfr. RP 3). Andrebbe indagato meglio – segnalano alcune CE – anche il rapporto tra vocazione e professione e la diversa “intensità vocazionale” delle varie professioni.

Giovani, fedi e religioni

24. Varietà e differenze riguardano anche il contesto religioso in cui i giovani crescono: vi sono Paesi in cui i cattolici rappresentano la maggioranza, mentre in altri non sono che una sparuta minoranza, a volte socialmente accettata, altre discriminata e perseguitata fino al martirio. Ci sono contesti in cui il cristianesimo deve misurarsi con le conseguenze di scelte passate, anche politiche, che ne minano la credibilità, altri in cui i cattolici si confrontano con la ricchezza culturale e spirituale di altre tradizioni religiose o delle culture tradizionali; ci sono contesti secolarizzati, che considerano la fede come qualcosa di puramente privato, e altri in cui cresce a dismisura l’influenza di sette religiose o proposte spirituali di altro genere (new age, ecc.). Ci sono regioni in cui il cristianesimo e la religione sono considerati un retaggio del passato, altre in cui rappresentano ancora l’asse strutturante della vita sociale. In alcuni Paesi la comunità cattolica non è omogenea, ma comprende minoranze in termini etnico-culturali (comunità indigene) e anche religiosi (pluralità di riti); in altri è chiamata a fare spazio ai fedeli in arrivo da percorsi di migrazione.

25. Come mostrano le ricerche sociologiche, il contesto è variegato anche rispetto al rapporto con la fede e l’appartenenza confessionale. Come si è evidenziato nel SI, «una parte del disinteresse e dell’apatia dei giovani in tema di fede (e del minor appealing delle Chiese) è imputabile alla difficoltà delle grandi istituzioni religiose nel sintonizzarsi con la coscienza moderna; e ciò in contesti sociali che pur pongono alle persone nuove e laceranti domande di senso, a fronte delle molte incertezze che gravano sulla vita individuale e collettiva. Del resto, in un mondo giovanile assai differenziato al proprio interno, non mancano i segni di vitalità religiosa e spirituale, riscontrabili sia nelle grandi Chiese che al di fuori di esse». E ancora: «Questa diffusa compresenza di credenti, non credenti e “diversamente credenti”, più che generare tensioni e conflitti sembra favorire – a certe condizioni – situazioni di reciproco riconoscimento. Ciò vale in particolare quando si è di fronte da un lato a un ateismo o a un agnosticismo dal volto più umano, non arrogante, né presuntuoso; e dall’altro a una credenza religiosa più dialogante che fanatica».

Capitolo II

Esperienze e linguaggi

26. Come la RP ha messo plasticamente in evidenza, le giovani generazioni sono portatrici di un approccio alla realtà con tratti specifici, che rappresenta una risorsa e una fonte di originalità; tuttavia può anche generare sconcerto o perplessità negli adulti. Occorre però evitare giudizi sbrigativi. Questo approccio si sostanzia nella priorità della concretezza e dell’operatività rispetto all’analisi teorica. Non si tratta di un attivismo cieco e di un disprezzo per la dimensione intellettuale: nel modo di procedere che risulta spontaneo ai giovani, le cose si capiscono facendole e i problemi si risolvono nel momento in cui si presentano. Altrettanto evidente è il fatto che per i giovani il pluralismo, anche radicale, delle differenze, rappresenta un dato di fatto. Questo non equivale a una rinuncia relativista all’affermazione delle identità, ma comporta una consapevolezza originaria dell’esistenza di altri modi di stare al mondo e uno sforzo deliberato per la loro inclusione, in modo che tutti possano sentirsi rappresentati dal frutto del lavoro comune.

Impegno e partecipazione sociale

27. Di fronte alle contraddizioni della società, numerose CE notano una sensibilità e un impegno dei giovani, anche in forme di volontariato, segno di una disponibilità ad assumersi responsabilità e di un desiderio di mettere a frutto talenti, competenze e creatività di cui dispongono. Tra i temi che più stanno loro a cuore emergono la sostenibilità sociale e ambientale, le discriminazioni e il razzismo. Il coinvolgimento dei giovani segue spesso approcci inediti, sfruttando anche le potenzialità della comunicazione digitale in termini di mobilitazione e pressione politica: diffusione di stili di vita e modelli di consumo e investimento critici, solidali e attenti all’ambiente; nuove forme di impegno e di partecipazione nella società e nella politica; nuove modalità di welfare a garanzia dei soggetti più deboli. Come mostrano anche alcuni esempi molto recenti in tutti i Continenti, i giovani sono capaci di mobilitarsi, in particolare per cause in cui si sentono direttamente coinvolti e quando possono esercitare un autentico protagonismo e non semplicemente andare a rimorchio di altri gruppi.

28. I giovani sottolineano come rispetto alla promozione della giustizia l’immagine della Chiesa risulti “dicotomica”: da una parte vuole essere presente nelle pieghe della storia a fianco degli ultimi, dall’altra ha ancora tanto da fare per scardinare situazioni, anche gravi e diffuse, di corruzione, che le fanno correre il rischio di conformarsi al mondo anziché essere portatrice di un’alternativa ispirata al Vangelo.

Spiritualità e religiosità

29. Come ha evidenziato la RP, la varietà è la cifra che meglio esprime anche il rapporto dei giovani nei confronti della fede e della pratica religiosa. In generale si dichiarano aperti alla spiritualità, anche se il sacro risulta spesso separato dalla vita quotidiana. Molti ritengono la religione una questione privata e si considerano spirituali ma non religiosi (nel senso di appartenenti a una confessione religiosa) (cfr. RP 7). La religione non è più vista come la via di accesso privilegiata al senso della vita, ed è affiancata e talvolta rimpiazzata da ideologie e altre correnti di pensiero, o dal successo personale o professionale (cfr. RP 5).

30. La stessa varietà si riscontra nel rapporto dei giovani con la figura di Gesù. Molti lo riconoscono come Salvatore e Figlio di Dio e spesso gli si sentono vicini attraverso Maria, sua madre. Altri non hanno con Lui una relazione personale, ma lo considerano come un uomo buono e un riferimento etico. Per altri è una figura del passato priva di rilevanza esistenziale, o molto distante dall’esperienza umana (così come distante è percepita la Chiesa). Le false immagini di Gesù lo privano di fascino agli occhi dei giovani, così come una concezione che considera la perfezione cristiana come al di là delle capacità umane conduce a considerare il cristianesimo uno standard irraggiungibile (cfr. RP 6). In diversi contesti i giovani cattolici chiedono proposte di preghiera e momenti sacramentali capaci di intercettare la loro vita quotidiana, ma occorre riconoscere che non sempre i pastori sono capaci di entrare in sintonia con le specificità generazionali di queste attese.

I giovani nella vita della Chiesa

31. Un certo numero di giovani, variabile a seconda dei diversi contesti, si sente parte viva della Chiesa e lo manifesta con convinzione, attraverso un impegno attivo al suo interno. Ci sono giovani che «sperimentano una Chiesa vicina, come nel caso di Africa, Asia ed America Latina, così come in diversi movimenti globali. Persino alcuni giovani che non vivono il Vangelo sentono un legame con la Chiesa» (RP 7). Varie CE notano che i giovani sono e vanno considerati parte integrante della Chiesa e che l’impegno nei loro confronti è una dimensione fondamentale della pastorale. Non è raro vedere gruppi giovanili, e anche membri di movimenti e associazioni, poco inseriti nella vita delle comunità: il superamento di questa dinamica di separazione è per alcune CE un traguardo sinodale.

32. Nonostante molti giovani denuncino il rischio di essere relegati in un angolo, sono numerose le attività ecclesiali che li vedono attivamente impegnati e anche protagonisti. Spiccano le diverse forme di volontariato, tratto qualificante delle giovani generazioni. L’animazione della catechesi e della liturgia, così come la cura dei più piccoli, sono altri ambiti di azione, che nell’oratorio e in altre strutture pastorali analoghe trovano particolare fecondità. Anche movimenti, associazioni e congregazioni religiose offrono ai giovani opportunità di impegno e corresponsabilità. In molti contesti la pietà popolare rimane un accesso importante alla fede per le giovani generazioni, che trovano nel corpo, nell’affettività, nella musica e nel canto canali importanti di espressione. Insieme ad altri incontri nazionali, internazionali e continentali, la GMG svolge un ruolo significativo nella vita di tanti giovani perché, come afferma una CE, offre «una vivida esperienza di fede e di comunione, che li aiuta ad affrontare le grandi sfide della vita e ad assumersi responsabilmente il loro posto nella società e nella comunità ecclesiale».

33. Si notano tra i giovani desiderio e capacità di lavorare in équipe, che costituisce un punto di forza in molte situazioni. Talvolta questa disponibilità si scontra con un eccessivo autoritarismo degli adulti e dei ministri: «Spesso i giovani faticano a trovare uno spazio nella Chiesa in cui possano partecipare attivamente e assumere ruoli di leadership. La loro esperienza li conduce a ritenere che la Chiesa li consideri troppo giovani e inesperti per assumere ruoli di leadership o prendere decisioni, in quanto non farebbero che commettere errori» (RP 7). È altrettanto chiaro che dove i giovani ci sono e sono valorizzati, lo stile di Chiesa e il suo dinamismo acquistano una forte vitalità capace di attirare l’attenzione.

La trasversalità del continente digitale

34. È evidente quanto sia pervasiva la presenza dei media digitali e sociali nel mondo giovanile. Lo affermano con chiarezza i giovani nella RP: «L’impatto dei social media sulla vita dei giovani non può essere sottovalutato. Sono una parte rilevante della loro identità e del loro modo di vivere. Gli ambienti digitali hanno un potenziale senza precedenti nella storia per unire persone geograficamente distanti. Lo scambio di informazioni, ideali, valori e interessi comuni è oggi più possibile di ieri. L’accesso a strumenti di formazione online ha aperto opportunità educative per i giovani che vivono in aree remote e ha reso l’accesso alla conoscenza a portata di click» (RP 4).

35. La rete rappresenta anche un territorio di solitudine, manipolazione, sfruttamento e violenza, fino al caso estremo del “dark web”. I giovani sono consapevoli della presenza di rischi: «L’ambiguità della tecnologia si rende evidente quando favorisce lo sviluppo di alcuni vizi. Questo pericolo si manifesta in forme di isolamento, pigrizia, desolazione e noia. È evidente che i giovani di tutto il mondo consumano prodotti multimediali in modo ossessivo. Sebbene viviamo in un mondo iperconnesso, la comunicazione tra i giovani rimane limitata a persone tra loro simili […]. L’avvento dei social media ha sollevato nuove sfide sul potere che le aziende del settore esercitano sulla vita dei giovani» (RP 4). La maturazione della capacità di un sereno confronto e dialogo con la diversità ne risulta ostacolata e nei confronti dei giovani questo costituisce una vera e propria sfida educativa. Su questa duplicità convergono anche le CE, pur accentuando le valutazioni critiche. Anche per ignoranza e scarsa formazione, i pastori e in generale gli adulti stentano a comprendere questo nuovo linguaggio e hanno tendenzialmente paura, sentendosi di fronte a un “nemico invisibile e onnipresente” che a volte demonizzano.

La musica e le altre forme di espressione artistica

36. Come notano moltissime CE, la musica è un linguaggio fondamentale per i giovani: costituisce la colonna sonora della loro vita, in cui sono costantemente immersi, e contribuisce al cammino di formazione dell’identità in una maniera che, pur nella consapevolezza quasi generalizzata della sua importanza, di rado la Chiesa approfondisce. La musica fa provare emozioni, coinvolgendo anche fisicamente, apre spazi di interiorità e aiuta a renderli comunicabili. Allo stesso tempo trasmette messaggi, veicolando stili di vita e valori consonanti o alternativi a quelli proposti da altre agenzie educative. In alcune culture giovanili il mondo della musica può costituire una sorta di rifugio inaccessibile agli adulti. Data la sua potenza, il mondo della musica è facilmente influenzato e manipolato anche da interessi commerciali se non speculativi.

37. La musica e la sua condivisione attivano processi di socializzazione. I concerti radunano migliaia di giovani: non senza ambiguità, vi si esprime l’esigenza di stare insieme facendo passare in secondo piano le differenze individuali. I grandi eventi musicali possono essere vissuti come esperienza totalizzante: spettacolo visivo e acustico, danza, movimento, vicinanza e contatto fisico che permette di uscire da sé e sentirsi in armonia con altri sconosciuti; allo stesso tempo possono anche essere occasione di ascolto passivo, in cui l’effetto della musica, a volte amplificato dall’uso di droghe, ha un ruolo spersonalizzante. Anche la pratica musicale ha un valore personale e sociale. Molti giovani compositori e musicisti sentono la responsabilità di interpretare il vissuto della propria generazione e provano a comunicare ai loro coetanei messaggi su temi sociali rilevanti, dalla sessualità alle relazioni interpersonali alla valorizzazione delle culture tradizionali.

38. Pur meno pervasiva della musica, la fruizione di molte altre forme di espressione artistica riveste un ruolo fondamentale nella formazione dell’identità personale e sociale dei giovani: pittura, scultura, cinema, arti visive, danza, teatro, fotografia, fumetto, grafica, web art, scrittura, poesia, letteratura, ecc. Quando sono praticate attivamente, permettono di esercitare la creatività personale e partecipare all’elaborazione culturale, in particolare attraverso iniziative sperimentali che sempre più spesso prevedono l’utilizzo delle nuove tecnologie. Di grande interesse sono quelle forme di espressione artistica legate alle tradizioni popolari e locali, con particolare riguardo a quelle delle minoranze etniche, che connettono i giovani con l’eredità del passato e offrono occasioni di pratica culturale a prescindere dal livello di scolarizzazione o dalla disponibilità di strumenti tecnici o tecnologici.

Il mondo dello sport

39. Lo sport è un altro grande ambito di crescita e di confronto per i giovani, nel quale la Chiesa sta investendo in molte parti del mondo. Papa Francesco lo inserisce nell’ambito dell’educazione informale, su cui invita a puntare a fronte dell’impoverimento intellettualista di quella formale (cfr. Discorso ai Partecipanti al Congresso mondiale promosso dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica, 21 novembre 2015). Gli esperti ritengono che le nostre siano ormai “società sportivizzate”, e questo vale in particolare per il mondo giovanile. Vanno interrogati però i valori e i modelli che, al di là della retorica, la nostra società trasmette attraverso la pratica sportiva, assai spesso focalizzata sul successo a ogni costo, anche con l’imbroglio, relegando nell’oblio la fatica e l’impegno di chi esce sconfitto.

40. Come i grandi concerti, anche gli eventi sportivi di massa costituiscono esperienze di costruzione di identità collettiva, con caratteri marcatamente rituali. Pure il mondo dello sport non è esente da forme di manipolazione commerciale e speculativa, da pratiche contrarie alla dignità della persona oltre che ai valori del fair play (come il doping, diffuso anche a livello giovanile e amatoriale, o la corruzione) e da contiguità con forme di violenza su cui pesano anche scontento e tensioni sociali extrasportive. È anche un potentissimo strumento di integrazione di quanti patiscono forme di esclusione e marginalità, come provano molte esperienze, ad esempio quella del movimento paraolimpico.

Capitolo III

Nella cultura dello scarto

41. La cultura dello scarto è uno dei tratti della mentalità contemporanea che Papa Francesco non cessa di denunciare. Le CE segnalano come assai frequentemente i giovani siano tra le sue vittime, in diversi ambiti e con diverse modalità. Al tempo stesso, non bisogna dimenticare che anche i giovani possono essere impregnati di questa cultura e mettere in atto comportamenti che producono lo “scarto” di altre persone o il degrado dell’ambiente a seguito di scelte di consumo irresponsabili. Infine, dobbiamo riconoscere che a volte pure alcuni responsabili ecclesiali sono conniventi con tale modo di pensare e di agire, contribuendo a generare indifferenza ed esclusione.

42. La Chiesa, anche attraverso questo Sinodo, è chiamata a rivolgere un’attenzione specifica ai giovani vittime dell’ingiustizia e dello sfruttamento, attraverso un’opera fondamentale di riconoscimento: l’apertura di spazi in cui possano esprimersi e soprattutto trovare ascolto costituisce una riaffermazione della loro dignità personale contro ogni pretesa di negazione, e restituisce un nome e un volto a chi troppo spesso se lo vede negare dalla storia. Questo favorirà l’espressione del potenziale di cui anche i giovani “scartati” sono portatori: sono capaci di essere soggetti del proprio sviluppo e il loro punto di vista rappresenta un contributo insostituibile alla costruzione del bene comune, in una dinamica di continua crescita della speranza, a partire dall’esperienza concreta che le pietre scartate dai costruttori possono diventare testate d’angolo (cfr. Sal 118,22; Lc 20,17; At 4,11; 1Pt 2,4).

La questione del lavoro

43. Come evidenziano le CE, sono molti i Paesi in cui la disoccupazione giovanile raggiunge livelli che non è esagerato definire drammatici. La conseguenza più grave non è di tipo economico, perché spesso le famiglie, i sistemi di welfare o le istituzioni caritative riescono a sopperire in qualche modo ai bisogni materiali dei disoccupati. Il vero problema è che «il giovane che è senza lavoro ha l’utopia anestetizzata, o è sul punto di perderla» (Francesco, Discorso ai membri della Pontificia Commissione per l’America Latina, 28 febbraio 2014). I giovani della Riunione presinodale si sono espressi con straordinaria consonanza: «A volte, finiamo per rinunciare ai nostri sogni. Abbiamo troppa paura, e alcuni di noi hanno smesso di sognare. Ciò è legato alle molteplici pressioni socio-economiche che possono inaridire la speranza tra i giovani. A volte non abbiamo neanche più l’opportunità di continuare a sognare» (RP 3).

44. Un effetto simile lo hanno tutte quelle situazioni in cui le persone, giovani compresi, sono costrette dalla necessità ad accettare un lavoro che non rispetta la loro dignità: è il caso del lavoro nero e informale – spesso sinonimo di sfruttamento –, della tratta di persone e delle tante forme di lavoro forzato e di schiavitù che interessano milioni di persone nel mondo. Così come tanti nel mondo, i giovani della RP hanno espresso preoccupazione nei confronti di un progresso tecnologico che minaccia di rivelarsi nemico del lavoro e dei lavoratori: «L’avvento dell’intelligenza artificiale e di nuove tecnologie come la robotica e l’automazione mette a repentaglio le prospettive occupazionali di intere categorie di lavoratori. La tecnologia può essere nociva alla dignità umana se non è adoperata con coscienza e prudenza e se la stessa dignità umana non è al centro del suo utilizzo» (RP4).

I giovani migranti

45. Tra i migranti, un’alta percentuale è costituita da giovani. Le ragioni che spingono a emigrare sono varie, come ha messo in evidenza la RP: «I giovani sognano una vita migliore, ma molti sono obbligati a emigrare per trovare migliori condizioni economiche e ambientali. Aspirano alla pace, e sono in particolar modo attratti dal “mito dell’Occidente”, così come è rappresentato dai media» (RP 3); ma anche hanno «paura perché molti dei nostri Paesi vivono situazioni di instabilità sociale, politica ed economica» (RP 1), e «un sogno condiviso che attraversa Continenti e oceani è quello di trovare un posto a cui il giovane può sentirsi di appartenere» (RP 3).

46. Situazioni di particolare delicatezza sono rappresentate dai minori non accompagnati da un famigliare adulto e da quanti arrivano in un Paese straniero in età scolare avanzata (cfr. Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2017. Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce, 8 settembre 2016). Molti rischiano di finire vittime della tratta di esseri umani e alcuni spariscono letteralmente nel nulla. Ad essi vanno aggiunti i giovani delle seconde generazioni, che sperimentano difficoltà in termini di identità e di mediazione tra le culture a cui appartengono, particolarmente quando c’è un grande divario sociale e culturale tra il Paese di partenza e quello di arrivo.

47. Come numerose CE sottolineano, la migrazione di giovani rappresenta un impoverimento di capitale umano, intraprendente e coraggioso, nei Paesi di origine e una minaccia al loro sviluppo sostenibile. Per le società – e le Chiese – che li ricevono si tratta invece di un enorme potenziale di trasformazione, la cui espressione richiede di essere accompagnata da programmi adeguati e lungimiranti. A riguardo, tuttavia, i giovani della RP esprimono una cautela da cui lasciarci interrogare: «Non c’è ancora un consenso vincolante sull’accoglienza di migranti e rifugiati, o sulle cause dei fenomeni migratori, malgrado il riconoscimento dell’imperativo universale di prendersi cura della dignità di ogni persona umana» (RP 2). Insieme a quelli che emigrano, non bisogna dimenticare i tanti giovani che continuano a vivere in condizioni di guerra o di instabilità politica. I giovani della RP hanno però tenuto a dire che «nonostante i tanti conflitti e le periodiche esplosioni di violenza, i giovani continuano a sperare» (RP 3).

Le diverse forme di discriminazione

48. Le ricerche internazionali evidenziano che molti giovani affrontano disuguaglianze e discriminazioni a causa del loro genere, classe sociale, appartenenza religiosa, orientamento sessuale, posizione geografica, disabilità o etnia. Si tratta di un tema a cui i giovani sono molto sensibili e su cui la RP si è espressa con grande chiarezza: «Il razzismo, a diversi livelli, colpisce i giovani in varie parti del mondo» (RP 2). Lo stesso fenomeno è segnalato da numerosissime CE. Un’attenzione specifica viene riservata dalla RP alle forme di discriminazione che colpiscono le giovani donne, anche in ambito ecclesiale: «Un problema diffuso nella società è che alle donne non vengono ancora riconosciute pari opportunità. Ciò vale anche nella Chiesa» (RP 5). I giovani quindi si chiedono «dove le donne possono realizzarsi all’interno della Chiesa e della società?» (RP 5), nella consapevolezza che «la Chiesa può affrontare questi problemi con un franco dibattito e una mente aperta a idee ed esperienze diverse» (RP 5). Infine, i giovani segnalano il permanere di discriminazioni a base religiosa, in particolare nei confronti dei cristiani. Questo vale sia in quei contesti in cui essi rappresentano una minoranza, esposta alla violenza e alla pressione della maggioranza che pretende la loro conversione, sia in situazioni a elevata secolarizzazione (cfr. RP 2).

Malattia, sofferenza ed esclusione

49. Molte CE e la RP non fanno mistero che molti giovani debbano fare i conti con le conseguenze di eventi traumatici di diversa natura, o con varie forme di malattia, sofferenza e disabilità. Contano anche sull’accoglienza e il sostegno da parte della Chiesa, di cui hanno uguale bisogno le loro famiglie. In particolare nei Paesi con tenore di vita elevato risultano sempre più diffuse, soprattutto tra i giovani, forme di malessere psicologico, depressione, malattia mentale e disordini alimentari, legati a vissuti di infelicità profonda o all’incapacità di trovare una collocazione all’interno della società. Vi sono Paesi in cui il suicidio è la prima causa di morte nella fascia di età compresa tra i 15 e i 44 anni.

50. Molte sono le CE, di regioni diverse, che segnalano con grande allarme il diffondersi tra giovani, e anche giovanissimi,, di abusi e dipendenze di vario genere (droghe tradizionali e sintetiche, alcool, ludopatia e dipendenza da Internet, pornografia, ecc.), così come di comportamenti devianti di vario genere (bullismo, violenza, abusi sessuali). Per Papa Francesco è chiaro come in molti casi queste forme di dipendenza non siano conseguenza del cedimento al vizio, ma un effetto delle dinamiche di esclusione: «C’è tutto un armamento mondiale di droga che sta distruggendo questa generazione di giovani che è destinata allo scarto!» (Discorso ai membri della Pontificia Commissione per l’America Latina, 28 febbraio 2014). In tutto ciò viene alla luce non solo la fragilità di coloro che commettono questi atti, ma anche quella delle vittime, delle famiglie e della società nel suo insieme. Abusi e dipendenze, così come reazioni di violenza o devianza di fronte alle contraddizioni della società, sono tra le ragioni che portano i giovani, anche minori, in carcere. Viste le difficoltà del sistema penale di fornire occasioni di recupero sociale, è alto il rischio che la detenzione di giovani a bassa pericolosità sociale li inserisca in un circuito criminale da cui faticano a uscire, come dimostrano gli alti tassi di recidività. È ugualmente noto come la detenzione colpisca in modo sproporzionato i membri di alcuni gruppi etnici e sociali, come effetto anche di pregiudizi e discriminazioni.

Capitolo IV

Sfide antropologiche e culturali

51. Le società e le culture del nostro tempo, anche se in forme diverse, sono segnate da alcuni snodi. Il loro continuo ripresentarsi ce li fa riconoscere come segnali del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo a livello antropologico e culturale. I giovani, sentinelle e sismografi di ogni epoca, li avvertono più di altri come fonte di nuove opportunità e di inedite minacce. Alcuni analisti parlano di una “metamorfosi” della condizione umana, che pone a tutti, e in particolare ai giovani, enormi sfide nel cammino di costruzione di un’identità solida.

Il corpo, l’affettività e la sessualità

52. Un primo snodo riguarda la corporeità nelle sue molte sfaccettature. Da sempre il corpo, frontiera e intersezione tra natura e cultura, segnala e custodisce il senso del limite creaturale ed è dono da accogliere con gioia e gratitudine. Gli sviluppi della ricerca e delle tecnologie biomediche generano una diversa concezione del corpo. Le prospettive di integrazione sempre più spinta tra corpo e macchina, tra circuiti neuronali ed elettronici, che trovano nel cyborg la loro icona, favoriscono un approccio tecnocratico alla corporeità, anche dal punto di vista del controllo dei dinamismi biologici. Si segnala in proposito che le donatrici di ovuli e le madri surrogate sono preferibilmente giovani. Al di là delle valutazioni squisitamente etiche, queste novità non possono non impattare sulla concezione del corpo e della sua indisponibilità. Alcuni segnalano una fatica delle giovani generazioni a riconciliarsi con la dimensione della propria creaturalità. In alcuni contesti va segnalato anche il diffondersi del fascino per esperienze estreme, fino al rischio della vita, come occasione di riconoscimento sociale o di sperimentazione di forti emozioni. Inoltre la sessualità precoce, la promiscuità sessuale, la pornografia digitale, l’esibizione del proprio corpo on line e il turismo sessuale rischiano di sfigurare la bellezza e la profondità della vita affettiva e sessuale.

53. In ambito ecclesiale si avverte l’importanza del corpo, dell’affettività e della sessualità, ma molte volte non si riesce a farne il perno del cammino educativo e di fede, riscoprendo e valorizzando il significato della differenza sessuale e le dinamiche vocazionali proprie del maschile e del femminile. Gli studi sociologici mostrano che molti giovani cattolici non seguono le indicazioni della morale sessuale della Chiesa. Nessuna CE offre soluzioni o ricette, ma molte sono del parere che «la questione della sessualità deve essere discussa più apertamente e senza pregiudizi». La RP evidenzia che gli insegnamenti della Chiesa su questioni controverse, quali «contraccezione, aborto, omosessualità, convivenza, matrimonio» (RP 5) sono fonte di dibattito tra i giovani, tanto all’interno della Chiesa quanto nella società. Ci sono giovani cattolici che trovano negli insegnamenti della Chiesa una fonte di gioia e che desiderano che essa «non solo continui ad attenervisi nonostante la loro impopolarità, ma che li proclami insegnandoli con maggiore profondità» (RP 5). Quelli che invece non li condividono, esprimono comunque il desiderio di continuare a far parte della Chiesa e domandano una maggiore chiarezza a riguardo. Di conseguenza, la RP chiede ai responsabili ecclesiali di «affrontare in maniera concreta argomenti controversi come l’omosessualità e le tematiche del gender, su cui i giovani già discutono con libertà e senza tabù» (RP 11).

Nuovi paradigmi conoscitivi e ricerca della verità

54. Con intensità in parte diversa, molti Paesi del mondo sono alle prese con il fenomeno delle fake news, ossia della diffusione incontrollabile di notizie false attraverso i mezzi di comunicazione (digitali e non solo) e della crescente difficoltà a distinguerle da quelle vere. Nel dibattito pubblico la verità e la forza dell’argomentazione sembrano aver perso la capacità di persuasione. Per questo è stato coniato il termine “post-verità”. Come segnala anche una CE, «nei social network e nei media digitali non esiste una gerarchia di verità».

55. I giovani sono particolarmente esposti a questo clima, date le loro abitudini comunicative, e hanno bisogno di essere accompagnati per non rimanere disorientati. Nel mondo della post-verità, la frase «Cristo è la Verità che rende la Chiesa diversa da qualsiasi altro gruppo secolare in cui potremmo identificarci» (RP11), che la RP utilizza, finisce inevitabilmente per avere una pregnanza diversa rispetto ad altre epoche. Non si tratta di rinunciare allo specifico più prezioso del cristianesimo per conformarsi allo spirito del mondo, né è questo che i giovani chiedono, ma occorre trovare il modo per veicolare l’annuncio cristiano in circostanze culturali mutate. In linea con la tradizione biblica, è bene riconoscere che la verità ha una base relazionale: l’essere umano scopre la verità nel momento in cui la sperimenta da parte di Dio, l’unico veramente affidabile e degno di fiducia. Questa verità va testimoniata e praticata e non solo argomentata e dimostrata, cosa di cui sono consapevoli anche i giovani della RP: «Le storie delle persone che fanno parte della Chiesa sono vie efficaci di evangelizzazione, in quanto sulle esperienze personali non si può discutere» (RP 15).

56. È necessario oggi essere consapevoli che alcuni meccanismi di funzionamento dei media digitali e la necessità di selezionare a quali tra le infinite offerte di informazioni accedere fanno sì che sempre più spesso le persone entrino in contatto solo con chi la pensa allo stesso modo. Anche gruppi, istituzioni e associazioni ecclesiali corrono il rischio di trasformarsi in circuiti chiusi (cfr. GE 115).

Gli effetti antropologici del mondo digitale

57. Da un punto di vista antropologico, l’irruzione delle tecnologie digitali sta cominciando ad avere impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi. Un approccio alla realtà che privilegia l’immagine rispetto all’ascolto e alla lettura sta modificando il modo di imparare e lo sviluppo del senso critico. In prospettiva non potrà non interrogare anche le modalità di trasmissione di una fede che si basa sull’ascolto della Parola di Dio e sulla lettura della Sacra Scrittura. Dalle risposte delle CE, si evince che non molte sembrano pienamente consapevoli della metamorfosi in atto.

58. Un uso superficiale dei media digitali espone al rischio di isolamento, anche estremo – è il fenomeno noto con il termine giapponese hikikomori e che interessa un numero crescente di giovani in molti Paesi, in particolare asiatici – e di rifugio in una felicità illusoria e inconsistente che genera forme di dipendenza. I giovani della RP ne sono consci: «Spesso i giovani tendono a separare i loro comportamenti on-line da quelli off-line. È necessario offrire formazione ai giovani su come vivere la propria vita digitale. Le relazioni on-line possono diventare disumane. Gli spazi digitali ci rendono ciechi alla fragilità dell’altro e ci impediscono l’introspezione. Problemi come la pornografia distorcono la percezione della sessualità umana da parte dei giovani. La tecnologia usata in questo modo crea una ingannevole realtà parallela che ignora la dignità umana. Altri rischi includono: perdita di identità collegata a una rappresentazione errata della persona, costruzione virtuale della personalità e perdita del radicamento sociale. Inoltre, i rischi a lungo termine includono: perdita di memoria, cultura e creatività dinanzi all’immediatezza dell’accesso all’informazione e perdita di concentrazione legata alla frammentazione. Poi, esistono una cultura e una dittatura dell’apparenza» (RP 4).

La delusione istituzionale e le nuove forme di partecipazione

59. Un altro tratto che attraversa molte società contemporanee è la debolezza delle istituzioni e la diminuzione della fiducia nei loro confronti, Chiesa compresa. Le risposte al QoL evidenziano come solo una minoranza dei giovani (16,7%) ritenga di avere possibilità di incidere sulla vita pubblica del proprio Paese: non che non vogliano, ma si trovano con ridotte possibilità e spazi. La mancanza di una leadership affidabile, a diversi livelli e in ambito tanto civile quanto ecclesiale, è molto denunciata dai giovani. Una fragilità particolarmente evidente è generata dal diffondersi della corruzione. Le istituzioni dovrebbero avere a cuore il bene comune e, quando alcuni riescono a piegarle ai propri interessi particolari, subiscono una drammatica erosione di credibilità. Per questo la corruzione è una piaga che intacca nei fondamenti molte società. La sfida della giustizia sociale passa necessariamente attraverso la costruzione di istituzioni giuste, che si pongano al servizio della dignità umana in senso integrale.

60. Il disincanto verso le istituzioni può però risultare salutare se si apre a percorsi di partecipazione e all’assunzione di responsabilità senza rimanere prigionieri dello scetticismo. Parecchie CE fanno notare che, in un contesto di insicurezza e di paura del futuro, i giovani si legano non più alle istituzioni in quanto tali, ma alle persone che, al loro interno, comunicano valori con la testimonianza della loro vita. A livello sia personale sia istituzionale coerenza e autenticità risultano fattori fondamentali di credibilità.

La paralisi decisionale nella sovrabbondanza delle proposte

61. Vari elementi sopra ricordati concorrono a spiegare come mai, in alcune parti del mondo, viviamo ormai immersi in una “cultura dell’indecisione”, che considera impossibile o addirittura insensata una scelta per la vita. In un mondo dove le opportunità e le proposte aumentano esponenzialmente diviene spontaneo reagire con scelte sempre reversibili, anche se questo comporta una continua mortificazione del desiderio. Il processo del discernimento vocazionale, lungo l’asse segnato dalle tappe “riconoscere, interpretare, scegliere” si arena spesso proprio nel momento della scelta e della sua attuazione. Talora si vorrebbero sicurezze esterne, che non richiedono la fatica di camminare nella fede, consegnandosi alla Parola; altre volte prevale la paura di abbandonare le proprie convinzioni per aprirsi alle sorprese di Dio.

62. Anche l’insicurezza delle condizioni lavorative e il precariato sociale bloccano ogni progettualità di medio-lungo periodo. Alcune CE, soprattutto nel mondo occidentale, affermano che è assai difficile per i giovani concretizzare un progetto matrimoniale senza mettere a rischio l’autosufficienza economica. Inoltre, come testimoniano le risposte al QoL, molti giovani si domandano come sia possibile una scelta definitiva in un mondo in cui nulla sembra essere stabile, nemmeno la distinzione tra vero e falso. Una delle sfide urgenti che caratterizza il nostro tempo è quindi quella della decisione di vita come assunzione responsabile della propria esistenza.

Oltre la secolarizzazione

63. Smentendo le previsioni formulate lungo gli ultimi due secoli, la secolarizzazione non pare affermarsi come il destino ineluttabile dell’umanità. Con accenti diversi, la letteratura scientifica utilizza correntemente espressioni come “ritorno del sacro” o altre simili. Questo fenomeno convive con il calo delle vocazioni sacerdotali e religiose e lo svuotamento delle chiese che sta avvenendo in alcune parti del mondo: non siamo dunque di fronte a un ritorno al passato, ma all’emergere di un nuovo paradigma di religiosità, descritta come poco istituzionalizzata e sempre più “liquida”, segnata da una radicale varietà di percorsi individuali anche tra coloro che si dichiarano appartenenti alla stessa confessione. Così, nel SI si è affermato che «in un mondo giovanile assai differenziato al proprio interno, non mancano i segni di vitalità religiosa e spirituale». L’insoddisfazione per una visione del mondo puramente immanente, veicolata dal consumismo e dal riduzionismo scientista, apre il campo alla ricerca del senso della propria esistenza attraverso itinerari spirituali di varia natura. Afferma una CE: «Molti giovani dichiarano di essere in cerca del senso della vita, di seguire ideali, di cercare una spiritualità e una propria fede personale, ma solo raramente si rivolgono alla Chiesa». Di questo mutamento di atteggiamento nei confronti della religione occorre mettere a fuoco il profilo, così da poterne interpretare le cause e i possibili approdi, identificando quali opportunità offra per l’annuncio evangelico e quali rischi o ambiguità possa presentare. In molti luoghi si accompagna infatti al fascino che proposte di matrice integralista o fondamentalista suscitano almeno in alcune fasce del mondo giovanile: i fenomeni dei foreign fighters e della radicalizzazione a vari livelli ne sono solo esempi. In senso totalmente diverso risulta significativo anche quanto notano alcune CE dell’Europa centro-orientale rispetto al progressivo spostamento delle pratiche religiose e spirituali dall’ambito del precetto a quello delle opzioni per il tempo libero: in ciò emerge l’aspetto di scelta personale, ma risulta chiaro che tali pratiche vengono poste in evidente concorrenza con molte altre alternative.

Capitolo V

In ascolto dei giovani

64. L’attenzione e cura per i giovani espressa nel DP è stata ribadita dalle CE. Le loro risposte alla domanda: «Che cosa chiedono concretamente i giovani alla Chiesa del vostro Paese?» sono state ampie e articolate. Nel QoL molti giovani si sono espressi con grande libertà, cercando di comunicare il loro pensiero senza filtri. Nella medesima direzione è stata interpretata dai giovani l’esperienza della RP. Sono stati molti i modi in cui le CE si sono messe in ascolto dei giovani. Si nota però che in genere viene privilegiata l’attenzione ai giovani che appartengono alle realtà ecclesiali e vi sono attivi, col rischio di ritenerli rappresentativi dell’intero mondo giovanile. Il QoL, com’era prevedibile, ha visto una partecipazione maggioritaria di giovani già inseriti in circuiti ecclesiali. È stato da molti ribadito che il modo migliore per ascoltare i giovani è essere lì dove si trovano, condividendo la loro esistenza quotidiana. I partecipanti alla RP hanno affermato con entusiasmo: «La nostra speranza è che la Chiesa e le altre istituzioni possano imparare dal processo di questa Riunione presinodale ad ascoltare la voce dei giovani» (RP, Introduzione). Anche molti di coloro che sono intervenuti nel QoL hanno espresso gratitudine e apprezzamento per questa opportunità.

La fatica di ascoltare

65. Come ben sintetizza un giovane, «nel mondo contemporaneo il tempo dedicato all’ascolto non è mai tempo perso» (QoL) e nei lavori della Riunione presinodale è emerso che l’ascolto è la prima forma di linguaggio vero e audace che i giovani chiedono a gran voce alla Chiesa. Va però registrata anche la fatica della Chiesa ad ascoltare realmente tutti i giovani, nessuno escluso. Molti avvertono che la loro voce non è ritenuta interessante e utile dal mondo degli adulti, in ambito sia sociale sia ecclesiale. Una CE afferma che i giovani percepiscono che «la Chiesa non ascolta attivamente le situazioni vissute dai giovani» e che «le loro opinioni non sono considerate seriamente». È chiaro, invece, che i giovani, secondo un’altra CE, «domandano alla Chiesa di avvicinarsi a loro con il desiderio di ascoltarli e accoglierli, offrendo dialogo e ospitalità». Gli stessi giovani affermano che «in alcune parti del mondo, i giovani stanno lasciando la Chiesa in gran numero. Capire i motivi di questo fenomeno è cruciale per poter andare avanti» (RP7). Certamente tra questi troviamo l’indifferenza e la mancanza di ascolto, oltre al fatto che «molte volte la Chiesa appare come troppo severa ed è spesso associata a un eccessivo moralismo» (RP 1).

Il desiderio di una “Chiesa autentica”

66. Un numero consistente di giovani, provenienti soprattutto da aree molto secolarizzate, non chiedono nulla alla Chiesa perché non la ritengono un interlocutore significativo per la loro esistenza. Alcuni, anzi, chiedono espressamente di essere lasciati in pace, poiché sentono la sua presenza come fastidiosa e perfino irritante. Tale richiesta non nasce da un disprezzo acritico e impulsivo, ma affonda le sue radici anche in ragioni serie e rispettabili: gli scandali sessuali ed economici, su cui i giovani chiedono alla Chiesa di «rafforzare la sua politica di tolleranza zero contro gli abusi sessuali all’interno delle proprie istituzioni» (RP 11); l’impreparazione dei ministri ordinati che non sanno intercettare adeguatamente la vita e la sensibilità dei giovani; il ruolo passivo assegnato ai giovani all’interno della comunità cristiana; la fatica della Chiesa di rendere ragione delle proprie posizioni dottrinali ed etiche di fronte alla società contemporanea.

67. Anche quando sono molto critici, in fondo, i giovani chiedono che la Chiesa sia un’istituzione che brilli per esemplarità, competenza, corresponsabilità e solidità culturale. Una CE afferma che «i giovani vogliono vedere una Chiesa che condivide la loro situazione di vita alla luce del Vangelo piuttosto che fare prediche»! In maniera sintetica, i giovani così si sono espressi: «I giovani di oggi desiderano una Chiesa autentica. Con questo vogliamo esprimere, in particolar modo alla gerarchia ecclesiastica, la nostra richiesta per una comunità trasparente, accogliente, onesta, attraente, comunicativa, accessibile, gioiosa e interattiva» (RP 11).

Una Chiesa “più relazionale”

68. Molti giovani ritengono decisiva una rinnovata impostazione ecclesiale, soprattutto dal punto di vista relazionale: innumerevoli CE affermano che i giovani desiderano una Chiesa «meno istituzionale e più relazionale», capace di «accogliere senza giudicare previamente», una Chiesa «amica e prossima», una comunità ecclesiale che sia «una famiglia dove ci si sente accolti, ascoltati, custoditi e integrati». Anche secondo la Riunione presinodale «abbiamo bisogno di una Chiesa accogliente e misericordiosa, che apprezza le sue radici e i suoi tesori e ama tutti, anche coloro che non seguono quelli che sono percepiti come standard» (RP 1).

69. I giovani più partecipi della vita della Chiesa hanno espresso varie richieste specifiche. Ritorna spesso il tema della liturgia, che vorrebbero viva e vicina, mentre spesso non consente di fare un’esperienza di «alcun senso di comunità o di famiglia in quanto Corpo di Cristo» (RP 7), e delle omelie, che molti ritengono inadeguate per accompagnarli nel discernimento della loro situazione alla luce del Vangelo. «I giovani sono attratti dalla gioia, che dovrebbe essere un segno distintivo della nostra fede» (RP 7), ma che spesso le comunità cristiane non sembrano in grado di trasmettere.

70. Un’altra richiesta riguarda l’adozione di uno stile di dialogo interno ed esterno alla Chiesa: i giovani ritengono necessario affrontare alcuni nodi del nostro tempo, come per esempio il riconoscimento e la valorizzazione del ruolo della donna nella Chiesa e nella società. Alcuni giovani incoraggiano la Chiesa ad approfondire una elaborazione culturale della fede che permetta un dialogo fecondo con gli altri saperi e le altre tradizioni religiose: «In un mondo globalizzato e inter-religioso, la Chiesa ha bisogno non solo di un modello ma anche di un approfondimento dei riferimenti teologici in vista di un dialogo pacifico e costruttivo con persone di altre fedi e tradizioni» (RP 2).

Una comunità “impegnata per la giustizia”

71. In varie parti del mondo poi, afflitte da molte povertà, i giovani chiedono aiuto materiale o un accompagnamento nella guarigione dalle forme di sofferenza che li affliggono. Dove invece la Chiesa è considerata come un’istituzione attivamente impegnata per la promozione civile e sociale, essi chiedono che questa sua presenza profetica possa continuare con coraggio e fortezza, nonostante il clima di violenza, oppressione e persecuzione che circonda la vita di non poche comunità cristiane. Molti giovani chiedono alla Chiesa una concretezza operativa, che tocca vari punti: essere realmente a favore dei poveri, avere a cuore la questione ecologica, fare scelte visibili di sobrietà e trasparenza, essere autentica e chiara, e anche audace nel denunciare il male con radicalità non solo nella società civile e nel mondo, ma nella Chiesa stessa. «La Chiesa dovrebbe rafforzare le iniziative che combattono la tratta degli esseri umani e le migrazioni forzate, così come il narcotraffico, tema urgente particolarmente in America latina» (RP 14).

La parola dei seminaristi e dei giovani religiosi

72. Molti seminaristi, giovani religiosi e religiose in formazione si sono espressi in varie modalità sul tema del Sinodo, che è per loro motivo di grande gioia. Le loro indicazioni e provocazioni ci orientano in tre direzioni precise.

La prima riguarda il tema della fraternità: provenendo da contesti pesantemente segnati dalla competizione e dall’individualismo chiedono una vita autenticamente fraterna, che faccia dei legami e degli affetti condivisi il suo fulcro. Desiderano una Chiesa che sia “profezia di fraternità”, una casa in grado di diventare la loro famiglia.

Vi è poi la richiesta di spiritualità, di una Chiesa nel cui centro ci sia la preghiera e l’intimità con Dio. In alcune parti del mondo vi è una spontanea apertura alla trascendenza; in altre, dominate da un “umanesimo esclusivo”, la richiesta alla Chiesa è di essere mistica, capace di aprire spiragli di trascendenza nella vita di uomini e donne. Per questo alcuni vedono la liturgia come occasione di profezia.

Infine, è forte la richiesta di radicalità, anche se non sempre sostenuta da coerenza personale: al di là di alcuni contesti dove la scelta per la vita consacrata e il ministero ordinato rimandano alla ricerca di sicurezze economiche e sociali, in genere da parte dei giovani che si affacciano a queste forme di vita vi è una scelta consapevole di radicalità evangelica, che richiede accompagnamento specifico e graduale verso il dono generoso di sé per Dio e per il prossimo.

II PARTE

INTERPRETARE:

FEDE E DISCERNIMENTO VOCAZIONALE

73. In questa II Parte siamo chiamati ad approfondire alcuni elementi e dinamiche che ci consentano di interpretare adeguatamente le situazioni esposte nella I Parte. L’appello di Cristo a vivere secondo le sue intenzioni è il nostro orizzonte di riferimento e al tempo stesso rimane fonte di sana inquietudine e di benefica crisi: «Una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta» (Francesco, Udienza alla Curia romana in occsione della presentazione degli auguri natalizi, 21 dicembre 2017)

Capitolo I

La benedizione della giovinezza

74. Per comprendere la verità della giovinezza, che non è solo una condizione odierna, ma un’età specifica della vita che fa parte della condizione umana in quanto tale, è opportuno offrire uno sguardo antropologico e biblico, perché la parola di Dio ci offre elementi per comprendere ed interpretare questo momento decisivo dell’esistenza. Se poi la Chiesa è davvero «la vera giovinezza del mondo», far luce sui tratti caratteristici e universali della giovinezza significa avere elementi preziosi per aiutarla a «ringiovanire il proprio volto» (Concilio Vaticano II, Messaggio ai giovani), perché il Sinodo «sarà anche un appello rivolto alla Chiesa, perché riscopra un rinnovato dinamismo giovanile» (Francesco, Discorso alla Riunione presinodale, 2).

Cristo “giovane tra i giovani”

75. La giovinezza è una età della vita originale ed entusiasmante, attraverso la quale Cristo stesso è passato, santificandola con la sua presenza. Ireneo di Lione ci aiuta a far luce su questa realtà, quando afferma che «Gesù non rifiutava né oltrepassava la natura umana, né aboliva in se stesso la legge del genere umano, ma santificava ogni età per la somiglianza che ciascuna aveva con lui. Egli è venuto a salvare tutti per mezzo di se stesso; intendo dire tutti coloro che rinascono in Dio: infanti, fanciulli, ragazzi, giovani e adulti. E per questo è passato attraverso ogni età: si è fatto infante per gli infanti, per santificare gli infanti; fanciullo tra i fanciulli, per santificare coloro che avevano questa stessa età divenendo contemporaneamente per loro esempio di pietà, di giustizia e di sottomissione; giovane tra i giovani per divenire esempio per i giovani e consacrarli al Signore» (Contro le eresie, II,22,4). Gesù dunque, “giovane tra i giovani”, vuole incontrarli camminando con loro, così come fece con i discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35). Desidera ancora oggi offrire se stesso perché ognuno di loro abbia la vita in abbondanza (cfr. Gv 10,10).

La chiamata universale alla gioia dell’amore

76. Rispondendo al QoL, un giovane assicura che «credere in Dio è fonte di amore e di gioia, non di tristezza!». Un motivo ricorrente nel tempo della giovinezza è quello della gioia: «Godi, o giovane, della tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù» (Qo 11,9; cfr. Sap 2,6). L’imperativo della gioia abita la giovinezza con una certa naturalità, facendo perno intorno alla bellezza fisica che diventa attenzione e attrazione per l’altro. Il corpo nella sua piena luminosità e pienezza diviene lo spazio dell’amore, percepito come lo stesso mistero dell’essere umano, destinato all’eternità proprio perché intessuto di amore. Per questo amore che «tutto spera» (1Cor 13,7), ogni giovane è chiamato a divenire un annunciatore di risurrezione (cfr. Mc 16,6). Tutto il Cantico dei Cantici celebra l’amore tra due giovani che si cercano e si desiderano come il simbolo reale dell’amore concreto tra Dio e il suo popolo, mostrando come la vocazione alla gioia attraverso l’amore sia universale e insopprimibile. Molti rilevano la necessità che la Chiesa rinvigorisca la propria chiamata ad essere collaboratrice della gioia dei giovani in forma gratuita e disinteressata (cfr. 2Cor 1,24).

Vigore fisico, fortezza d’animo e coraggio di rischiare

77. «Vanto dei giovani è la loro forza» (Pr 20,29). Un atteggiamento naturalmente propositivo nei confronti dell’esistenza caratterizza la giovinezza: momento di massima espansione della propria energia fisica, porta con sé una fortezza unica nell’affrontare le sfide della vita e nell’osare sentieri nuovi. Nella figura biblica di Giosuè, servitore di Mosè fin dall’adolescenza, emergono queste caratteristiche, proprio nel momento in cui è chiamato a guidare il popolo alla conquista della Terra promessa. Varie volte gli viene ripetuto l’invito «sii forte e coraggioso», sia da parte di Mosè (Dt 31,7.23) che da parte di Dio (Gs 1,6.7.9). Questa stessa parola la Chiesa desidera rivolgere ad ogni giovane che si affaccia verso le sfide e i rischi della vita, seguendo l’indicazione dell’apostolo Giovanni: «Scrivo a voi, giovani, perché siete forti e la Parola di Dio rimane in voi e avete vinto il maligno» (1Gv 2,14). Nella I Parte l’analisi della situazione ci ha mostrato come sia facile per i giovani d’oggi perdere i tratti della fortezza e del coraggio, tipici di questa età della vita, lasciandosi vincere dalla paura e dallo sconforto. La Chiesa stessa rischia di smarrire l’entusiasmo che le viene dalla propria chiamata al rischio della fede, rinchiudendosi in false sicurezze mondane. Occorre recuperare questi dinamismi.

Incertezza, paura e speranza

78. Di fronte alla vita, soprattutto nel nostro tempo, i giovani sperimentano la contingenza e la frammentazione esistenziale. La mancanza di sicurezze crea incertezza, la molteplicità di opzioni disponibili genera confusione e la presenza dell’odio e della violenza riempie di paura le nuove generazioni, abbassando la stima nelle proprie risorse. Come può un giovane essere profeta di speranza in un mondo dove regnano la corruzione e l’ingiustizia? È la situazione in cui si trova il profeta Geremia, che di fronte alla chiamata ad essere profeta delle nazioni mette davanti al Signore la sua giovane età: «Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane» (Ger 1,6). Sente il bisogno di un Dio vicino che attraverso la Sua grazia porti una speranza affidabile nella sua fragile esistenza.

La giovinezza, d’altra parte, è portatrice di inesperienza e quindi di un giusto timore e di un’incertezza strutturale di fronte ai grandi compiti che la vita riserva. Ogni giovane chiede compagnia, sostegno, vicinanza, prossimità. Geremia si pacifica solo nel momento in cui Dio stesso gli rivolge questa parola: «Non aver paura di fronte a loro, perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8). Tanti giovani chiedono per questo una Chiesa che sia madre e che non si dimentichi mai di loro (cfr. Is 49,15-16).

Caduta, pentimento e accoglienza

79. La messa a punto della capacità di amare resta la bellezza e il rischio della giovinezza, perché l’amore, nel momento in cui è cercato e vissuto in modo disordinato, può diventare una passione sregolata e una pulsione distruttiva, portando alla tristezza. Il male e il peccato abitano anche la vita dei giovani e la loro richiesta di accoglienza e di perdono è un grido che dobbiamo percepire. Una delle parabole più note del Vangelo, che narra la storia di due figli e fratelli, è quella del “padre misericordioso”, che si potrebbe chiamare anche “parabola del padre che esce due volte” (Lc 15,11-32): una prima volta ad accogliere il figlio minore dopo il tempo della spensieratezza e della sregolatezza, e una seconda per pregare il figlio maggiore, il cui cuore si è irrigidito e spento, a rientrare per far festa e condividere la gioia del ritorno del fratello. Il Padre di questa parabola è la vera figura di “adulto” che tanti giovani cercano nella loro esistenza e che purtroppo non trovano. Questa parabola ha a che fare con un padre coraggioso, che permette ai propri figli di sperimentare il rischio della libertà, senza imporre dei gioghi che ne mortifichino le scelte. Insieme è un padre il cui cuore è tanto grande da non escludere nessuno e da voler reintegrare tutti nella sua casa. La Chiesa è chiamata a far sì che tutti i giovani che incontra sul suo cammino sperimentino questi atteggiamenti paterni e materni.

Disponibilità all’ascolto e necessità dell’accompagnamento

80. Nel DP la figura di Giovanni e quella di Maria hanno offerto un’immagine efficace a proposito della disponibilità all’ascolto e della volontà di intraprendere un cammino di discernimento vocazionale che non si compie in un atto puntuale, ma diventa un percorso esistenziale accompagnato continuamente dalla presenza di Gesù, che si fa maestro, modello e amico di ogni giovane.

81. Una delle chiamate bibliche che riguarda direttamente un giovane è quella di Samuele (cfr. 1Sam 3,1-21). Qui si vede molto bene che il tempo della giovinezza è il tempo dell’ascolto, ma insieme anche quello dell’incapacità di comprendere da soli la parola della vita e la stessa Parola di Dio. Rispetto a un adulto, al giovane manca l’esperienza: gli adulti infatti, dovrebbero essere coloro che «mediante l’esperienza, hanno le facoltà esercitate a distinguere il bene e il male» (Eb 5,14). Essi dovrebbero quindi brillare soprattutto per la loro retta coscienza, che viene dall’esercizio continuo di scegliere il bene ed evitare il male. L’accompagnamento delle giovani generazioni non è un optional rispetto al compito di educare ed evangelizzare i giovani, ma un dovere ecclesiale e un diritto di ogni giovane. Solo la presenza prudente e saggia di Eli permette a Samuele di dare la corretta interpretazione alla parola che Dio gli sta rivolgendo. In questo senso i sogni degli anziani e le profezie dei giovani accadono solo insieme (cfr. Gl 3,1), confermando la bontà delle alleanze intergenerazionali.

Maturazione della fede e dono del discernimento

82. La fede è prima di tutto un dono da accogliere e la sua maturazione un cammino da percorrere. Certamente, però, a monte di tutto questo va riaffermato che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva» (DC 1; EG 7). Da questo incontro prende corpo un’esperienza che trasforma l’esistenza, orientandola in forma dialogica e responsabile. Crescendo, ogni giovane si rende conto che la vita è più grande di lui, che egli non controlla tutto della sua esistenza; prende coscienza che egli è quello che è grazie alla cura che altri, in prima battuta i suoi genitori, gli hanno riservato; si convince che per vivere bene la sua storia deve diventare responsabile di altri, riproponendo quegli atteggiamenti di cura e servizio che lo hanno fatto crescere. Soprattutto è chiamato a chiedere il dono del discernimento, che non è una competenza che ci si può costruire da soli, ma prima di tutto un dono da ricevere, che poi implica esercizio prudente e sapiente perché si sviluppi. E un giovane che ha ricevuto e sa far fruttificare il dono del discernimento è fonte di benedizione per altri giovani e per il popolo intero.

83. Il giovane re Salomone, nel momento in cui viene invitato a chiedere a Dio ciò che vuole in vista del suo decisivo ruolo, domanda «un cuore docile» (1Re 3,9). E l’apprezzamento di Dio non si fa attendere: «Poiché hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole» (1Re 3,11-12).

Effettivamente ogni giovane è in qualche modo “re” della propria esistenza, ma ha bisogno di essere aiutato perché possa chiedere il discernimento, e di essere accompagnato perché giunga a pienezza nel dono di sé. Istruttiva, a questo proposito, è anche la vicenda della giovane regina Ester che, accompagnata e sostenuta dalla preghiera del popolo (cfr. Est 4,16), rinuncia ai suoi privilegi e mette a repentaglio con coraggio la propria esistenza per la salvezza della sua gente, dimostrando fin dove può arrivare l’ardimento giovanile e la dedizione femminile.

Progetto di vita e dinamica vocazionale

84. Nella fase della giovinezza prende corpo la costruzione della propria identità. In questo tempo, segnato da complessità, frammentazione e incertezza per il futuro, progettare la vita diventa faticoso, se non impossibile. In questa situazione di crisi, l’impegno ecclesiale è molte volte orientato a sostenere una buona progettualità. Nei casi più fortunati e laddove i giovani sono più disponibili, questo tipo di pastorale li aiuta a scoprire la loro vocazione, che rimane, in fondo, una parola per pochi eletti e dice il culmine di un progetto. Ma questo modo di procedere non rischia di ridurre e compromettere la verità piena del termine “vocazione”?

A questo proposito è molto utile richiamare alla nostra attenzione l’incontro tra Gesù e il giovane ricco (Mt 19,16-22; Mc 10,17-22; Lc 10,25-28). Qui vediamo che il Maestro di Nazareth non sostiene il progetto di vita del giovane e nemmeno ne propone il coronamento; non consiglia un impegno in più e nemmeno, in fondo, vuole colmare un vuoto del giovane, che pure aveva chiesto: «Che altro mi manca?»; perlomeno, non vuole colmarlo confermando la logica progettuale del giovane. Gesù non riempie un vuoto, ma chiede al giovane di svuotarsi, di fare spazio ad una nuova prospettiva orientata al dono di sé attraverso una nuova impostazione della propria vita generata dall’incontro con colui che è «la via, la verità e la vita» (cfr. Gv 14,6). In tal modo, attraverso un vero e proprio disorientamento, Gesù chiede al giovane una riconfigurazione della propria esistenza. È una chiamata al rischio, a perdere il già acquisito, alla fiducia. È provocazione a rompere con la mentalità progettuale che, se esasperata, porta al narcisismo e alla chiusura in se stessi. Gesù invita il giovane a entrare in una logica di fede, che mette in gioco la propria vita nella sequela, preceduta e accompagnata da un intenso sguardo d’amore: «Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi”» (Mc 10,21).

Capitolo II

La vocazione alla luce della fede

85. I giovani, nel documento finale della RP, affermano: «Cerchiamo una Chiesa che ci aiuti a trovare la nostra vocazione, in tutti i suoi significati» (RP 3). Per fare questo è necessario chiarire il senso del termine “vocazione”. Avendo a cuore tutti i giovani, nessuno escluso, al Sinodo è chiesto di illuminare in maniera convincente l’orizzonte vocazionale dell’esistenza umana in quanto tale. I giovani stessi chiedono alla Chiesa di aiutarli a «trovare una semplice e chiara comprensione del significato di “vocazione”» (RP 8). Dalle risposte delle diverse CE, e anche da tante parole dei giovani stessi, si evince che il termine vocazione è generalmente utilizzato per indicare le vocazioni al ministero ordinato e quelle di speciale consacrazione. Una CE afferma che una «debolezza della pastorale nel discernimento della vocazione dei giovani risiede nel fatto che restringe la comprensione della vocazione solo alla scelta del sacerdozio ministeriale o della vita consacrata».

86. Se confrontiamo questa visione “ristretta” anche solo con il cammino dei due precedenti Sinodi, dove si afferma che «il matrimonio è una vocazione» e che quindi «la decisione di sposarsi e di formare una famiglia dev’essere frutto di un discernimento vocazionale» (AL 72), non è difficile comprendere che una visione riduttiva del termine “vocazione” crea un forte pregiudizio nei giovani, che vedono nella pastorale vocazionale un’attività finalizzata esclusivamente al “reclutamento” di sacerdoti e religiosi. A partire da questo immaginario ecclesiale condiviso, vi è quindi la necessità di mettere le basi per una “pastorale giovanile vocazionale” di ampio respiro capace di essere significativa per tutti i giovani.

La vita umana nell’orizzonte vocazionale

87. Il Concilio Vaticano II ha recuperato chiaramente l’orizzonte vocazionale dell’umanità quando ha utilizzato tale terminologia per esprimere sia la destinazione di tutti gli uomini alla comunione con Cristo (cfr. LG 3.13; GS 19.32) sia la chiamata universale alla santità (cfr. LG 39-42), inserendo poi in tale orizzonte interpretativo la comprensione delle singole vocazioni: quelle al ministero ordinato e alla vita consacrata come pure la vocazione laicale (cfr. LG 31), specialmente nella forma coniugale (cfr. LG 35; GS 48.49.52). Su questa linea si è mosso anche il magistero successivo, che riconosce anche il carattere analogico del termine “vocazione” e le molte dimensioni che connotano la realtà che esso designa in ordine alla missione personale di ciascuno e in vista della comunione tra tutte le persone.

Chiamati in Cristo

88. Affermando che tutte le cose sono state create per mezzo di Cristo e in vista di Lui (cfr. Col 1,16), la Scrittura orienta a leggere il mistero della vocazione come una realtà che segna la stessa creazione di Dio, illuminando così misteriosamente l’esistenza di ogni uomo e di ogni donna. Se già il Beato Paolo VI aveva affermato che «ogni vita è vocazione» (PP 15), Benedetto XVI ha insistito sul fatto che l’essere umano è creato da Dio come essere dialogico: la Parola creatrice «chiama ciascuno in termini personali, rivelando così che la vita stessa è vocazione in rapporto a Dio» (VD 77). In questo senso solo un’antropologia vocazionale sembra essere adeguata per comprendere l’umano in tutta la sua verità e pienezza. È stato significativo che durante la RP alcuni giovani non credenti e di altre religioni abbiano testimoniato il loro desiderio di discernere la loro vocazione nel mondo e nella storia (cfr. RP 8).

Ad uscire da se stessi

89. Parlare della vita come vocazione consente di evidenziare alcuni elementi che sono molto importanti per la crescita di un giovane: significa escludere che essa sia determinata dal destino o frutto del caso, come anche che sia un bene privato che si può gestire in proprio. Se nel primo caso non c’è vocazione perché non c’è il riconoscimento di una destinazione degna dell’esistenza, nel secondo un essere umano pensato “senza legami” diventa “senza vocazione”. Il discernimento vocazionale in questa direzione assume i tratti di un cammino di riconciliazione con il proprio corpo e il proprio sé, con gli altri e con il mondo.

Verso la pienezza della gioia e dell’amore

90. Positivamente la concezione della vita come vocazione invita l’essere umano a rinunciare alla menzogna dell’autofondazione e all’illusione dell’autorealizzazione narcisistica, per lasciarsi interpellare attraverso la storia dal disegno con cui Dio ci destina gli uni al bene degli altri. Si tratta così di dare origine a una rinnovata cultura vocazionale, che è sempre legata alla gioia della comunione d’amore che genera vita e speranza. La pienezza della gioia infatti si può sperimentare solo nel momento in cui si scopre di essere amati e di conseguenza personalmente chiamati ad amare a propria volta nelle circostanze concrete in cui ciascuno vive (famiglia, lavoro, impegno sociale e civile).

La vocazione a seguire Gesù

91. L’evento cristologico porta a compimento la creazione poiché è il Mistero che la muove fin da principio: «Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo […] Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (GS 22). In Gesù ci si scopre chiamati ad andare oltre se stessi; l’ascolto della Sua parola invita, infatti, a «prendere il largo» (cfr. Lc 5,4) e ad aprirsi a orizzonti che con le proprie sole forze non si potrebbero nemmeno immaginare.

La vocazione battesimale

92. Nel Nuovo Testamento, però, la chiamata riguarda anche l’invito ad alcune persone a seguirlo più da vicino. Il racconto evangelico dell’incontro di Gesù con i primi discepoli (cfr. Gv l,36-39), presentato nel DP, rimane paradigmatico di questa chiamata. La meta della chiamata di Gesù infatti si dischiude solo dall’interno della sequela, che è dialogo e relazione con il Maestro. Essa non può stagliarsi davanti nitida fin dall’inizio, quasi fosse l’esito di un progetto di cui siamo padroni e di cui possediamo la chiave, così da poterne prevedere tutti i dettagli. Essa si profila allo sguardo della fede che, come ha scritto Papa Francesco, «“vede” nella misura in cui cammina, in cui entra nello spazio aperto dalla Parola di Dio» (LF 9).

93. Non si può trascurare poi che ogni percorso vocazionale, affondando le sue radici nell’esperienza di filiazione divina donata nel battesimo (cfr. Rm 6,4-5; 8,14-16), è un cammino pasquale, che implica l’impegno a rinnegare se stessi e a perdere la vita, per riceverla rinnovata. Il Cristo che ci chiama a seguirlo è Colui che «di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio» (Eb 12,2). Il credente dunque, anche quando sperimenta che il discepolato implica rinunce e una sofferta fedeltà, non si perde d’animo e continua a seguire il Signore, che ci ha preceduti alla destra del Padre e ci accompagna con il suo Spirito.

La chiamata degli apostoli

94. Tra coloro che lo seguono, Gesù ne sceglie alcuni per uno speciale ministero. È ciò che si ritrova con evidenza nella vocazione degli apostoli: «Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni» (Mc 3,14-15), invitandoli a prendersi cura del suo gregge (cfr. Gv 21, 15-19); così pure Paolo, «servo di Gesù Cristo, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il Vangelo di Dio» (Rm 1,1; cfr. 1Cor 1,1). Nei testi che si riferiscono a una chiamata speciale per la missione viene sottolineata con forza la libera e gratuita elezione di Dio, la scelta fin dal grembo materno, la rivelazione al chiamato del mistero di Cristo e l’incarico storico salvifico. Talvolta tale vocazione è accompagnata dalla designazione del chiamato con un nome nuovo.

95. È importante sottolineare che le “chiamate” particolari sono comprensibili soltanto entro l’orizzonte “vocazionale” della Chiesa intera. Nello stesso nome ecclesia, infatti, è indicata la fisionomia vocazionale della comunità dei discepoli, la sua identità di assemblea di convocati (cfr. 1Cor 1,26; PdV 34). Al suo interno le vocazioni a un compito speciale non hanno il senso di introdurre un privilegio, ma piuttosto di rendere evidente, con il conferimento di una peculiare missione, la grazia con cui Dio chiama tutti alla salvezza: così, mentre Gesù dice «seguimi» al pubblicano Levi facendone un apostolo della Chiesa (Mc 2, 14), annuncia a tutti di non essere venuto «a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17).

La vocazione della Chiesa e le vocazioni nella Chiesa

96. La vocazione della Chiesa trova la sua anticipazione reale e la sua piena realizzazione nella persona di Maria, giovane donna che con il suo “sì” ha reso possibile l’incarnazione del Figlio e, di conseguenza, ha creato le condizioni perché ogni altra vocazione ecclesiale possa essere generata. Il “principio mariano” precede ed eccede ogni altro principio ministeriale, carismatico e giuridico nella Chiesa e tutti li sostiene e li accompagna.

97. Non è poi possibile intendere in pienezza il significato della vocazione battesimale se non si considera che essa è intrinsecamente connessa alla missionarietà della Chiesa, che ha come finalità fondamentale la comunione con Dio e tra tutte le persone. Le diverse vocazioni ecclesiali sono, infatti, espressioni molteplici e articolate attraverso cui essa realizza la sua chiamata a essere segno reale del Vangelo accolto in una comunità fraterna. La pluralità delle forme di sequela di Cristo articolano, ciascuna a modo proprio, la missione di testimoniare l’evento di Gesù, nel quale ogni uomo e ogni donna trovano la salvezza.

98. San Paolo ritorna più volte nelle sue lettere su questo tema, richiamando l’immagine della Chiesa come corpo costituito da varie membra e ponendo in risalto che ciascun membro è necessario e allo stesso tempo relativo all’insieme, poiché solo l’armonica unità di tutti rende il corpo vivente e armonico. L’origine di questa comunione è trovata dall’Apostolo nello stesso mistero della Santissima Trinità. Scrive infatti Paolo ai Corinti: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti» (1Cor 12, 4-6).

99. Le diverse forme di vita cristiana, dunque, non possono essere pensate né comprese in modo autonomo, ma solo nella reciprocità che disegnano e nello scambio di doni che realizzano (cfr. CL 55; VC 31). Solo in questo modo è possibile per la Chiesa divenire un’immagine integrale del volto di Gesù nella storia degli uomini. La recente lettera Iuvenescit Ecclesia,sulla relazione tra doni gerarchici e carismatici per la vita e la missione della Chiesa, ha offerto indicazioni preziose per elaborare una corretta teologia dei carismi, in modo da accogliere con riconoscenza e valorizzare con sapienza i doni di grazia che lo Spirito fa continuamente sorgere nella Chiesa per ringiovanirla.

I diversi percorsi vocazionali

100. L’elaborazione di una prospettiva vocazionale di ampio respiro ci invita infine ad avere un’attenzione al discernimento vocazionale che non escluda potenzialmente nessuno perché, come dice Papa Francesco, «parlare di pastorale vocazionale è affermare che ogni azione pastorale della Chiesa è orientata, per sua stessa natura, al discernimento vocazionale. […] Il servizio vocazionale deve essere visto come l’anima di tutta l’evangelizzazione e di tutta la pastorale della Chiesa» (Messaggio ai partecipanti al convegno internazionale sul tema: «Pastorale vocazionale e vita consacrata. Orizzonti e speranze», 25 novembre 2017).

La famiglia

101. I due recenti Sinodi per la famiglia e l’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia hanno offerto un ricco contributo circa la vocazione della famiglia nella Chiesa e l’apporto insostituibile che le famiglie sono chiamate a dare alla testimonianza del Vangelo attraverso l’amore reciproco, la generazione e l’educazione dei figli. È importante riprendere tale messaggio in ottica vocazionale e renderlo comprensibile per i giovani, all’interno della cultura affettiva in cui sono inseriti. Riflettere sui percorsi di preparazione al matrimonio e accompagnare le giovani coppie sembrano essere i due punti strategici su cui investire energie pastorali.

Il ministero ordinato

102. La Chiesa ha da sempre riconosciuto le vocazioni al ministero ordinato come decisive in ordine alla vita cristiana e alla salvezza di tutti gli uomini. Per questo ha avuto un’attenzione singolare per la cura, la formazione e l’accompagnamento dei candidati a questo stato di vita. È anche innegabile la preoccupazione di molte Chiese per il calo numerico dei candidati; ciò rende necessaria una rinnovata riflessione sulla vocazione al ministero ordinato e su una pastorale vocazionale che sappia far sentire il fascino della chiamata di Gesù a divenire pastori del suo gregge.

La vita consacrata

103. Anche la testimonianza profetica della vita consacrata ha bisogno di essere riscoperta e meglio presentata ai giovani nel suo incanto originario, come antidoto alla “paralisi della normalità” e come apertura alla grazia che scompiglia il mondo e le sue logiche. Risvegliare il fascino della radicalità evangelica nelle giovani generazioni, così da poter riscoprire la profezia della castità, povertà e obbedienza come anticipazione del Regno e realizzazione piena della propria vita è un aspetto che non può essere messo in secondo piano in un tempo dominato da logiche consumistiche e mercificanti.

Professione e vocazione

104. Chiamato alla santità e unto dallo Spirito, il cristiano impara a cogliere in ottica vocazionale tutte le scelte dell’esistenza, anzitutto quella centrale dello stato di vita, ma anche quelle di carattere professionale. Per questo motivo alcune CE si augurano che il Sinodo possa trovare le vie per aiutare tutti i cristiani a riscoprire il legame tra professione e vocazione in tutta la sua fecondità per la vita di ognuno e in vista dell’orientamento professionale dei giovani in ottica vocazionale.

L’inedita condizione dei “single”

105. Infine, alcune CE si chiedono qual è la collocazione vocazionale di persone che scelgono di rimanere “single” senza alcun riferimento ad una consacrazione particolare né al matrimonio. Visto il loro aumento numerico nella Chiesa e nel mondo, è importante che il Sinodo rifletta sulla questione.

Capitolo III

Il dinamismo del discernimento vocazionale

La richiesta di discernimento

106. Durante la Riunione presinodale un giovane ha ben espresso l’importanza del discernimento per la vita: «Oggi, come migliaia di altri giovani, credenti o non credenti, devo fare delle scelte, soprattutto per quanto riguarda il mio orientamento professionale. Tuttavia, sono indeciso, perso e preoccupato. […] Mi trovo ora come di fronte a un muro, quello di dare senso profondo alla mia vita. Penso di aver bisogno di discernimento di fronte a questo vuoto». Il lavoro di quei giorni ha confermato, articolato, approfondito a più riprese la sua domanda, oltre a mettere in evidenza le difficoltà che i giovani incontrano: «Molti giovani non sanno rispondere quando si chiede loro quale sia il senso della vita. Non sempre fanno un collegamento tra vita e trascendenza» (RP 5). Spesso infatti i giovani si muovono tra approcci estremi quanto ingenui: dal considerarsi in balia di un destino già scritto e inesorabile, al sentirsi sopraffatti da un astratto ideale di eccellenza, in un quadro di competizione sregolata e violenta. In questa situazione è possibile riconoscere una opportunità per la Chiesa, anche se i giovani faticano a percepirla come in grado di fornire aiuto: «Molti giovani non sanno come intraprendere il processo di discernimento, e questo offre alla Chiesa l’opportunità di accompagnarli» (RP 9). Lo ha riconosciuto anche Papa Francesco: «Dobbiamo dire, su questo punto, che tante comunità ecclesiali non sanno farlo o manca ad esse la capacità di discernimento. È uno dei problemi che noi abbiamo, ma non bisogna spaventarsi» (Francesco, Riunione presinodale, risposta alla domanda n. 2)

Il discernimento nel linguaggio ordinario e nella tradizione cristiana

107. I giovani della Riunione presinodale fanno presente anche la difficoltà a comprendere il termine discernimento, che non rientra nel loro linguaggio, anche se il bisogno a cui esso si riferisce è sentito: «Discernere la propria vocazione può essere una sfida, specialmente alla luce degli equivoci che circondano questa parola. Ma i giovani saranno all’altezza di questa sfida. Discernere la propria vocazione può essere un’avventura che accompagna il corso della vita» (RP 9).

108. In effetti c’è una pluralità di accezioni del termine discernimento, che non si contrappongono ma nemmeno coincidono. In un senso più ampio discernimento indica il processo in cui si prendono decisioni importanti; in un secondo, più proprio della tradizione cristiana, corrisponde alla dinamica spirituale attraverso cui una persona, un gruppo o una comunità cercano di riconoscere e di accogliere la volontà di Dio nel concreto della loro situazione. Inoltre, come già ricordava il DP, il termine si applica a una pluralità di situazioni e pratiche diverse: «Vi è infatti un discernimento dei segni dei tempi, che punta a riconoscere la presenza e l’azione dello Spirito nella storia; un discernimento morale, che distingue ciò che è bene da ciò che è male; un discernimento spirituale, che si propone di riconoscere la tentazione per respingerla e procedere invece sulla via della pienezza di vita. Gli intrecci tra queste diverse accezioni sono evidenti e non si possono mai sciogliere completamente» (DP II, 2).

La proposta del discernimento vocazionale

109. Una pluralità di livelli entra in gioco anche nello specifico del discernimento vocazionale. Come evidenzia anche l’intervento di Papa Francesco alla Riunione presinodale, c’è un livello che accomuna tutti gli uomini e le donne: «Tutti noi abbiamo bisogno del discernimento. Per questo nel titolo del Sinodo c’è questa parola, non è così? E quando c’è questo vuoto, questa inquietudine, bisogna discernere» (Francesco, Riunione presinodale, risposta alla domanda n. 2). In questo senso fin dall’inizio il Sinodo intende occuparsi di «tutti i giovani, nessuno escluso» (DP 2), offrendo la disponibilità ad accompagnarli nel processo che conduce a fare chiarezza e verità su se stessi, accogliere il dono della vita e trovare il contributo che si è chiamati a offrire alla società e nel mondo. Il Santo Padre ha inoltre messo in evidenza come la Chiesa fondi su una convinzione di fede la proposta del discernimento che rivolge a tutti: «Dio ama ciascuno e a ciascuno rivolge personalmente una chiamata. È un dono che, quando lo si scopre, riempie di gioia (cfr. Mt 13,44-46). Siatene certi: Dio ha fiducia in voi, vi ama e vi chiama. E da parte sua non verrà meno, perché è fedele e crede davvero in voi» (Francesco, Discorso a Riunione presinodale, 2).

110. Per i giovani credenti, la prospettiva del discernimento assume un altro spessore, in quanto si colloca all’interno di una dinamica di relazione personale con il Signore: punta quindi esplicitamente a scoprire le possibili strade per dare risposta all’amore di Dio, partecipando come membri della Chiesa alla missione di annunciare e testimoniare la Buona Notizia. La prospettiva è dunque ben più ampia e più fondamentale di quella riduttiva che, come mostrano le risposte di tante CE, conduce responsabili ecclesiali e molti fedeli a identificare il discernimento vocazionale con il percorso di scelta dello stato di vita (matrimonio, sacerdozio, vita consacrata). Il discernimento vocazionale può riguardare anche la scelta dell’impegno sociale o politico, o quella della professione.

111. Soprattutto il discernimento vocazionale non termina con l’assunzione della decisione tra alternative, ma si prolunga nel tempo accompagnando i passi concreti con cui la si mette in atto. In questo senso, il discernimento è anche uno stile di vita: «È necessario non solo in momenti straordinari, o quando bisogna risolvere problemi gravi, oppure quando si deve prendere una decisione cruciale. È uno strumento di lotta per seguire meglio il Signore. Ci serve sempre: per essere capaci di riconoscere i tempi di Dio e la Sua grazia, per non sprecare le ispirazioni del Signore, per non lasciar cadere il suo invito a crescere. Molte volte questo si gioca nelle piccole cose, in ciò che sembra irrilevante, perché la magnanimità si rivela nelle cose semplici e quotidiane» (GE 169). Il discernimento è dono e rischio, e questo può spaventare.

Riconoscere, interpretare, scegliere

112. Come abbiamo visto, per la Chiesa la possibilità del discernimento si basa su una convinzione di fede: lo Spirito di Dio agisce nell’intimo – nel “cuore”, dice la Bibbia; nella “coscienza”, secondo la tradizione teologica – di ogni persona, a prescindere dal fatto che professi esplicitamente la fede cristiana, attraverso sentimenti e desideri, suscitati da ciò che accade nella vita e che si legano a idee, immagini e progetti. Proprio dall’attenzione ai dinamismi interiori vengono i tre “passaggi” del discernimento che Papa Francesco indica in EG 51 e il DP riprende: riconoscere, interpretare, scegliere.

113. Riconoscere significa “dare nome” alla grande quantità di emozioni, desideri e sentimenti che abitano ciascuno. Giocano un ruolo fondamentale e non vanno occultati o sopiti. Lo ricordava il Papa: «È importante aprire tutto, non truccare i sentimenti, non mimetizzare i sentimenti. I pensieri che vengono su siano [portati] nel discernimento» (Riunione presinodale, risposta alla domanda n. 2). Un percorso di discernimento vocazionale richiede quindi di prestare attenzione a ciò che emerge nelle diverse esperienze (famiglia, studio, lavoro, amicizie e rapporti di coppia, volontariato e altri impegni, ecc.) che la persona compie, oggi sempre più spesso lungo itinerari non lineari e progressivi, con i successi e i fallimenti che inevitabilmente si registrano: dove un giovane si sente a casa? Dove prova un “gusto” più intenso? Questo però non basta, perché i vissuti sono ambigui e se ne possono dare interpretazioni diverse: qual è l’origine di questo desiderio? Sta effettivamente spingendo verso la “gioia dell’amore”? Sulla base di questo lavoro di interpretazione diventa possibile operare una scelta che non è solo frutto delle pulsioni o delle pressioni sociali, ma esercizio di libertà e responsabilità.

114. In quanto atto della libertà umana, il discernimento è esposto al rischio dell’errore. Come ricordava il DP, «il cuore umano, per via della propria fragilità e del peccato, si presenta normalmente diviso perché attratto da richiami diversi, o persino opposti» (DP II, 4). È così indispensabile infatti che la persona che discerne continui a formare la propria affettività, la propria intelligenza, il proprio stile.

115. Per chi la accoglie e vi si ispira, la sapienza cristiana offre strumenti preziosi tra cui la scuola della Parola, l’insegnamento della Chiesa, l’accompagnamento spirituale; sono tutti aiuti per confrontarsi con la norma vivente che è Gesù, per conoscerlo intimamente e arrivare ad “avere il suo cuore”. Un autentico percorso di discernimento richiede quindi un atteggiamento di ascolto e di preghiera, la docilità verso un maestro e la disponibilità ad assumere una decisione che costa. È di questo che parlano anche i giovani della Riunione presinodale: «Dedicare tempo al silenzio, all’introspezione e alla preghiera, così come leggere la Scrittura e approfondire la conoscenza di sé sono opportunità di cui pochissimi giovani si avvalgono. C’è bisogno di essere meglio introdotti in questi ambiti. Anche far parte di gruppi, movimenti e comunità di ispirazione cristiana può sostenere i giovani nel loro discernimento» (RP 9). Fondamentale in questa direzione è quell’esercizio che la tradizione chiama “esame di coscienza” e che punta proprio a rendere la persona attenta ai segni della presenza di Dio e capace di riconoscerne la voce nella concretezza della vita quotidiana. Per questo Papa Francesco lo ripropone oggi a tutti i cristiani, e a maggior ragione ai giovani che cercano la loro strada: «Chiedo a tutti i cristiani di non tralasciare di fare ogni giorno, in dialogo con il Signore che ci ama, un sincero esame di coscienza» (GE 169). All’interno di questo dialogo con Cristo, Via, Verità e Vita, può avvenire quanto auspicato per i giovani da un DV: «Una formazione della loro affettività, che li aiuti a legarsi più al bene e alla verità che non ai loro comodi e interessi».

Il ruolo della coscienza

116. Per il discernimento è dunque centrale il ruolo della coscienza. Come ricorda un DV, «se formazione deve essere (e deve essere!), essa può solo configurarsi come educazione alla libertà e alla coscienza». Mentre Papa Francesco sottolinea come la coscienza «dev’essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa» (AL 303), le risposte delle CE mostrano come spesso nei fatti si stenti a darle spazio. Il ruolo della coscienza non si riduce al riconoscimento di essere nell’errore o nel peccato: nella consapevolezza dei limiti personali o della situazione, e di tutte le difficoltà a orientarsi, essa aiuta a riconoscere quale dono possiamo offrire e quale contributo portare, anche se magari non pienamente all’altezza degli ideali.

117. La coscienza, come ricorda il Concilio Vaticano II, è «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (GS 16). A partire da questa prospettiva di fede, risulta chiaro come l’esercizio della coscienza rappresenti un valore antropologico universale: interpella ogni uomo e ogni donna, non soltanto i credenti, e tutti sono tenuti a risponderle. Ogni persona, grazie all’esperienza di essere amata nella propria unicità all’interno della rete di relazioni sociali che sostengono la sua vita, scopre e riceve la chiamata ad amare, che interpella la sua coscienza come esigenza imperativa, facendosi norma. Questa valorizzazione della coscienza si radica nella contemplazione del modo di agire del Signore: è nella propria coscienza che Gesù, in dialogo intimo con il Padre, prende le decisioni, anche quelle più dure e laceranti, come quella dell’Orto degli Ulivi. È lui la vera norma di ogni agire cristiano e di ogni vocazione particolare.

Il confronto con la realtà

118. I giovani sperimentano i limiti della propria libertà e quindi del discernimento: «Molti fattori influenzano la capacità di un giovane di discernere la propria vocazione: la Chiesa, le differenze culturali, le esigenze lavorative, il mondo digitale, le aspettative delle famiglie, la salute mentale e lo stato d’animo, il rumore, la pressione dei coetanei, gli scenari politici, la società, la tecnologia, ecc.» (RP 9). Ma proprio questa realtà concreta, che prima di tutto è un dono e un’alterità che ci attraversa, con i vincoli che impone, è lo strumento attraverso cui trovare conferma a quanto si è intuito nell’intimo del cuore: anche per il discernimento vale il principio che la realtà è superiore all’idea. In termini teologici, ogni desiderio, anche il più sublime, è chiamato a incarnarsi in una scelta concreta e coerente, necessariamente limitata, aprendo lo spazio a quell’ascesi senza cui non vi è cammino verso la santità e la pienezza di vita.

119. Il confronto con la quotidianità può svolgere un ruolo di stimolo in particolare quando le circostanze impongono una sorta di “sospensione” o “rallentamento” nella marcia verso il raggiungimento dei propri traguardi. È quanto sperimentano oggi i giovani di molti Paesi, vuoi per la mancanza di reali opportunità di mettere a frutto le proprie competenze e talenti, vuoi per la necessità di tempi anche lunghi per cominciare a emergere nella propria carriera. Queste circostanze possono rivelarsi molto feconde, obbligando la persona ad attraversare una tappa di salutare “disincanto” e a prendere coscienza che nessun successo professionale o traguardo esistenziale soddisfa la sete di vita, di pienezza, di eternità che porta nel cuore. Nasce così la spinta a una ricerca più profonda della propria autenticità e della propria vocazione. Uno dei problemi del nostro tempo è che le circostanze portano spesso a rinviare questa fase, collocandola in un momento in cui la persona ha già assunto decisioni vincolanti, ad esempio dal punto di vista affettivo, o definito il proprio stile di vita e preso impegni – anche finanziari – da cui non è possibile o agevole recedere.

Capitolo IV

L’arte di accompagnare

120. L’intera tradizione della spiritualità insiste su quanto sia fondamentale l’accompagnamento, in particolare durante il processo di discernimento vocazionale. I giovani della RP hanno a più riprese espresso lo stesso bisogno, sottolineando in modo particolare l’importanza della testimonianza e dell’umanità degli accompagnatori. Anche molte CE sottolineano che i giovani chiedono la disponibilità a questo servizio da parte dei responsabili ecclesiali ed evidenziano che spesso questi hanno difficoltà ad assicurarlo.

“Accompagnamento” si dice in molti modi

121. «Tutti i giovani, nessuno escluso, hanno diritto a essere accompagnati nel loro cammino» (DP III, 2). L’accompagnamento vocazionale è un processo in grado di liberare la libertà, la capacità di dono e di integrazione delle diverse dimensioni della vita in un orizzonte di senso. Per questo un accompagnamento autentico si sforzerà di presentare la vocazione non come un destino prefissato, un compito da svolgere, un copione già scritto, da accettare scoprendo come esserne buoni esecutori. Dio prende sul serio la libertà che ha donato agli esseri umani e rispondere alla sua chiamata è un impegno che esige lavoro, fantasia, audacia, disponibilità a procedere anche per tentativi.

122. Le risposte ricevute mostrano che alcune CE intendono l’accompagnamento in modo “ampio” (comprendendo quindi incontri occasionali, buoni consigli, momenti di confronto su temi diversi), per altre è qualcosa di molto specifico nell’ottica di un “coaching cristiano”. Coloro che accompagnano possono essere uomini e donne, religiosi e laici, coppie; inoltre la comunità svolge un ruolo decisivo. L’accompagnamento dei giovani da parte della Chiesa assume così una varietà di forme, dirette e indirette, interseca una pluralità di dimensioni e ricorre a molteplici strumenti, a seconda del contesto in cui si colloca e del grado di coinvolgimento ecclesiale e di fede di chi è accompagnato.

Accompagnamento spirituale

123. Molte CE vedono l’accompagnamento spirituale personale come luogo privilegiato se non unico del discernimento vocazionale. È di fatto l’occasione per imparare a riconoscere, interpretare, scegliere in una prospettiva di fede, in ascolto di quanto lo Spirito suggerisce all’interno della vita di ogni giorno (cfr. EG 169-174). Nella relazione personale di accompagnamento è importante essere consapevoli delle differenze tra un approccio maschile e uno femminile, sia per quanto riguarda gli accompagnatori, sia nei confronti di coloro che sono accompagnati. In questo va salvaguardata e approfondita la ricchezza della tradizione che parla di paternità e maternità spirituali.

124. L’accompagnamento spirituale ha tratti caratteristici che lo distinguono da altre forme di accompagnamento personalizzato quali counseling, coaching, mentoring, tutoria, ecc. Vi sono però anche rapporti e connessioni. Per evitare di smarrire l’unità della persona e l’integralità della relazione di accompagnamento, occorre piuttosto esplorare la complementarità tra l’accompagnamento spirituale in senso stretto e le altre forme di vicinanza in cui, all’interno della vita quotidiana, possono emergere figure capaci di aiutare a discernere e di contribuire alla formazione della coscienza e della libertà.

Accompagnamento psicologico

125. Come insegna Papa Francesco, «il discernimento spirituale non esclude gli apporti delle sapienze umane, esistenziali, psicologiche, sociologiche o morali. Però le trascende» (GE 170). In particolare è bene segnalare che cosa distingue l’accompagnamento spirituale da quello psicologico o psicoterapeutico, che pure, se aperto alla trascendenza, può rivelarsi fondamentale per un cammino di integrazione e crescita. Il secondo focalizza l’attenzione sulle risorse, i limiti e l’evoluzione della persona nel realizzare i propri desideri. L’accompagnamento spirituale, invece, punta più specificamente a innescare nella preghiera un dialogo intimo tra la persona e Dio, a partire dal Vangelo e da tutta la Scrittura, per trovare il modo più personale per rispondere alla chiamata del Signore. Una pedagogia attenta permetterà di integrare la dimensione psicologica nell’accompagnamento spirituale: non solo ascolto ed empatia, ma anche discernimento nel confronto con la Parola; non solo fiducia, ma anche lotta riconoscendo che la gioia del Vangelo risveglia la grandezza del desiderio; non solo coltivazione di sogni, ma passi concreti nelle strettoie della vita.

Accompagnamento e sacramento della riconciliazione

126. Il carisma dell’accompagnamento spirituale non è necessariamente legato al ministero ordinato. Nell’antica tradizione, padri e madri spirituali sono laici, spesso monaci, ma non chierici. La prassi che lo colloca tra i ruoli del presbitero rischia di restringerlo a un dialogo che spesso si sovrappone alla celebrazione del sacramento della penitenza. Pur nella vicinanza, ministro della riconciliazione e accompagnatore spirituale hanno finalità, modalità e linguaggi differenti. L’accompagnamento vocazionale in senso stretto non è “materia” specifica e propria del sacramento della riconciliazione, che è il perdono dei peccati; l’incontro nel sacramento con la misericordia di Dio è però indispensabile per procedere nel cammino. Va infine riconosciuto che nel rapporto tra accompagnamento e sacramento le molteplici tradizioni spirituali hanno maturato sensibilità differenti.

Accompagnamento familiare, formativo e sociale

127. I contesti in cui si svolge la vita ordinaria offrono numerose opportunità per una vicinanza che si fa accompagnamento al percorso di crescita, in senso specificamente spirituale o più ampiamente umano. Ci sono situazioni in cui questo accompagnamento rientra tra i compiti istituzionali di chi lo svolge, e altre in cui si fonda sulla disponibilità, la capacità e l’impegno delle persone coinvolte.

Varie CE segnalano il ruolo indispensabile che la famiglia svolge nel discernimento vocazionale, soprattutto quando i genitori rappresentano un modello di fede e di dedizione che è fonte di ispirazione: i genitori sono sempre i primi testimoni, e lo sono ancora di più nei contesti segnati dalla scarsità di ministri ordinati. Si segnalano però anche casi opposti, quando cioè l’enfasi che la famiglia pone sul successo in termini economici o di carriera finisce per ostacolare la possibilità di un serio cammino di discernimento vocazionale. Talvolta il fallimento familiare porta i giovani a disilludersi sulla possibilità di progettare il futuro in termini di speranze a lungo termine.

L’accompagnamento, anche sotto nomi diversi, è al centro dell’attenzione di molti sistemi formativi, in ambito sia scolastico sia universitario. Prima che un compito di alcune figure specifiche, è un atteggiamento pedagogico di fondo e una mentalità che permea l’intera comunità educante. Anche il tutoraggio nella formazione professionale, nell’ottica dell’avviamento al lavoro, è assai prezioso. Come specificano varie CE, questi tipi di accompagnamento sono «il canale più importante attraverso cui scuole, università e altre istituzioni educative contribuiscono al discernimento vocazionale dei giovani», oltre che una opportunità di stimolare un approccio critico alla realtà a partire da una prospettiva cristiana e dall’ascolto della voce di Dio.

Vi sono infine molti altri contesti, ruoli e professioni in cui gli adulti che entrano in contatto con i giovani, magari a partire da problemi specifici, possono esercitare un ruolo di accompagnamento che favorisce la loro maturazione umana o la soluzione di nodi problematici: possiamo pensare al ruolo degli allenatori in ambito sportivo, a chi ha compiti educativi o comunque opera in alcuni tipi di istituzioni (carceri, comunità di accoglienza di vario genere, consultori e ambulatori) o svolge determinate professioni (medici, psicologi, insegnanti, ecc.). Pur nello specifico delle loro funzioni, anche professionali, bisogna riconoscere che queste forme di accompagnamento possono avere pure una valenza spirituale e svolgere un ruolo in un processo di discernimento vocazionale.

Accompagnamento nella lettura dei segni dei tempi

128. I giovani sono interpellati dalla realtà sociale a cui si affacciano e che spesso suscita in loro emozioni molto forti: la loro lettura richiede un accompagnamento e può diventare uno strumento per identificare i segni dei tempi che lo Spirito indica all’attenzione dei giovani e della Chiesa. La rabbia dei giovani di fronte alla corruzione dilagante, alla crescente disuguaglianza strutturale, al disprezzo per la dignità umana, alla violazione dei diritti umani, alla discriminazione delle donne e delle minoranze, alla violenza organizzata, all’ingiustizia non sembra essere tenuta in debita considerazione dalle risposte delle CE. Nelle comunità cristiane sembrano mancare spazi per discutere questi problemi. In molte parti del mondo, poi, i giovani si trovano in mezzo alla violenza, come attori o come vittime, e facilmente sono preda della manipolazione da parte degli adulti. Responsabili religiosi e politici senza scrupoli sanno sfruttare le aspirazioni idealistiche dei giovani per il proprio tornaconto. In altri contesti la persecuzione religiosa, il fanatismo religioso e la violenza politica stanno sradicando dal cuore dei giovani la speranza di un futuro pacifico e prospero. Anche queste sono frontiere su cui deve misurarsi la capacità profetica di accompagnamento della Chiesa.

Accompagnamento nella vita quotidiana e della comunità ecclesiale

129. Vi è infine un accompagnamento quotidiano, spesso silenzioso ma non per questo di secondaria importanza, offerto da tutti coloro che con la loro testimonianza interpretano la vita in maniera pienamente umana. Altrettanto fondamentale, anche in prospettiva vocazionale, è l’accompagnamento da parte della comunità cristiana nel suo insieme, che, attraverso la rete di relazioni che genera, propone uno stile di vita e affianca chi si mette in cammino verso la propria forma di santità. Come afferma un DV, «l’aspetto individuale dell’accompagnamento nel discernimento potrà essere fecondo soltanto se inserito in un’esperienza cristiana teologale, fraterna e feconda. Dalla comunità nasce infatti il desiderio del dono di sé, presupposto al giusto discernimento dei modi specifici di viverlo».

Le qualità di coloro che accompagnano

130. Chi accompagna è chiamato a rispettare il mistero che ogni persona racchiude e ad avere fiducia che il Signore sta già operando in lei. L’accompagnatore è invitato a essere consapevole di rappresentare un modello che influisce con quello che è, prima che con quello che fa e propone. La profonda interazione affettiva che si crea nello spazio dell’accompagnamento spirituale – non a caso la tradizione si esprime parlando di paternità e maternità spirituali, dunque di una relazione generativa profondissima – richiede all’accompagnatore una solida formazione e la disponibilità a lavorare prima di tutto su di sé sotto il profilo spirituale e in qualche misura anche psicologico. Solo in questo modo potrà autenticamente mettersi al servizio, nell’ascolto e nel discernimento, ed evitare i rischi più frequenti del suo ruolo: sostituirsi a chi è accompagnato nella ricerca e nella responsabilità delle scelte, negare o rimuovere l’emergere della problematica sessuale e, infine, varcare i confini coinvolgendosi in modo improprio e distruttivo con chi sta aiutando nel cammino spirituale, fino alla possibilità di veri e propri abusi e dipendenze. Quando ciò accade, oltre ai traumi generati nelle persone coinvolte, si diffonde un clima di sfiducia e di paura, che scoraggia la pratica dell’accompagnamento.

131. Un certo numero di CE è consapevole che l’accompagnamento è un servizio esigente dal punto di vista delle qualità personali di chi lo svolge: «I giovani chiedono […] accompagnatori efficaci, affidabili, pieni di fede; imitatori di Cristo che vivono una vita autenticamente felice promuovendo una relazione con Dio e la Chiesa». Papa Francesco ricordava come l’accompagnatore deve saper suscitare fiducia ed essere una persona saggia, «che non si spaventa di nulla, che sa ascoltare e che ha il dono del Signore per dire la parola giusta al momento giusto» (Riunione presinodale, risposta alla domanda n. 2).

132. I giovani della Riunione presinodale descrivono con precisione il profilo dell’accompagnatore: «Essere un cristiano fedele impegnato nella Chiesa e nel mondo; essere in continua ricerca della santità; essere un confidente che non giudica; ascoltare attivamente i bisogni dei giovani e dare risposte adeguate; essere pieno d’amore e di consapevolezza di sé; riconoscere i propri limiti ed essere esperto delle gioie e dei dolori della vita spirituale» (RP10). Ai loro occhi è di particolare importanza il riconoscimento della propria umanità e fallibilità: «A volte gli accompagnatori vengono messi su un piedistallo, e la loro caduta può avere effetti devastanti sulla capacità dei giovani di continuare a impegnarsi nella Chiesa» (RP10). Aggiungono anche che «gli accompagnatori non dovrebbero guidare i giovani come se questi fossero seguaci passivi, ma camminare al loro fianco, consentendo loro di essere parte attiva del viaggio. Dovrebbero rispettare la libertà che fa parte del processo di discernimento di un giovane, fornendo gli strumenti per compierlo al meglio. Un accompagnatore dovrebbe essere profondamente convinto della capacità di un giovane di prendere parte alla vita della Chiesa e coltivare i semi della fede nei giovani, senza aspettarsi di vedere immediatamente i frutti dell’opera dello Spirito Santo. Il ruolo di accompagnatore non è e non può essere riservato solo a sacerdoti e religiosi, ma anche i laici devono ricevere gli strumenti per ricoprirlo. Tutti gli accompagnatori dovrebbero ricevere una solida formazione e impegnarsi nella formazione permanente» (RP10).

L’accompagnamento dei seminaristi e dei giovani consacrati

133. «L’accompagnamento personale rappresenta un indispensabile strumento della formazione» (RFIS 44) dei seminaristi, ma la stessa considerazione può essere facilmente estesa alle religiose e ai religiosi in formazione. Si tratta in primo luogo di un servizio al discernimento vocazionale e all’autenticazione dei carismi: tanto le singole persone quanto la Chiesa hanno infatti bisogno di sottoporre a verifica la scelta compiuta. A questo scopo è indispensabile che chi accompagna custodisca in sé un reale spazio di libertà: dare fiducia richiede di rinunciare a forme di controllo poco trasparenti, mentre la scoperta dell’opportunità di interrompere il cammino formativo e l’aiuto a scoprire una diversa collocazione non possono essere esclusi a priori, né considerati una sconfitta, anche in situazioni di carenza di ministri ordinati e di consacrate e consacrati. Al tempo stesso questo accompagnamento risulterà un servizio alla maturazione umana e cristiana di quanti sono in formazione e un vero investimento formativo, che punterà a rendere disponibili donne e uomini in possesso delle qualità per poter a loro volta accompagnare altri a scoprire la propria vocazione e a seguirla. L’accompagnamento si impara innanzi tutto accettando di essere accompagnati.

134. L’esperienza dei formatori mostra che i candidati al ministero ordinato e alla vita consacrata sono giovani del nostro tempo e condividono con i loro coetanei i tratti caratteristici di una cultura e di un approccio al mondo, a partire dalla pervasività dei social media e della comunicazione digitale. L’accompagnamento dovrà puntare a un approfondimento della vita spirituale personale, così come dello slancio apostolico, promuovendo l’integrazione di fatiche, delusioni e momenti di aridità; laddove emergano difficoltà a livello psicologico, un accompagnamento specifico, che affianchi quello spirituale, risulterà di grande aiuto. Al tempo stesso l’accompagnamento spirituale mirerà a evitare la dispersione, aiutando la persona a radicarsi nella tappa che sta vivendo, pur provvisoria, e a non vivere nell’attesa di quando la formazione sarà terminata. L’incontro con il Signore si gioca nell’oggi anche per chi vive in una casa di formazione.

135. Una sfida che il nostro tempo pone in modo sempre più intenso è quella dell’integrazione delle differenze. Specie in quei contesti formativi che riuniscono persone di Paesi e culture diverse, i giovani dovranno essere accompagnati ad affrontare il confronto interculturale, allenandosi così a quello che l’ambiente sociale richiederà loro terminata la formazione. Se da una parte i giovani sono predisposti all’incontro con altre culture, dall’altra hanno reali difficoltà a misurarsi con la differenza, in quanto provengono da una società che fa uso di potenti strumenti di immunizzazione verso le diversità, pretendendo a volte di negarle, uniformarle o svalutarle.

136. L’accompagnamento risulterà cruciale anche per tenere adeguato conto degli itinerari di provenienza, oggi sempre più differenziati per età all’ingresso, grado di istruzione, percorsi formativi, esperienze professionali e affettive pregresse, provenienza ecclesiale (parrocchie, associazioni, movimenti, ecc.). L’accompagnamento è uno strumento chiave per permettere una reale personalizzazione del percorso formativo che i giovani mostrano di apprezzare, mentre trovano mortificanti proposte standardizzate. Questo potrà riguardare anche lo specifico dell’accompagnamento didattico nel percorso degli studi.

III PARTE

SCEGLIERE:

CAMMINI DI CONVERSIONE PASTORALE E MISSIONARIA

137. Sulla base degli elementi interpretativi del contesto emersi nella II Parte, ora si tratta di concentrarsi sulla determinazione della prospettiva, dello stile e degli strumenti più opportuni per permettere alla Chiesa di adempiere alla propria missione nei confronti dei giovani: aiutarli a incontrare il Signore, sentirsi da Lui amati e rispondere alla Sua chiamata alla gioia dell’amore. In questa dinamica di discernimento la Chiesa stessa, mentre si impegna ad accompagnare tutti i giovani, potrà riappropriarsi di un rinnovato e gioioso slancio apostolico, attraverso un cammino di conversione pastorale e missionaria.

Capitolo I

Una prospettiva integrale

Il discernimento come stile di una Chiesa in uscita

138. Papa Francesco, incontrando i giovani all’inizio della RP, ha dichiarato che il Sinodo è «anche un appello rivolto alla Chiesa, perché riscopra un rinnovato dinamismo giovanile. […] Anche nella Chiesa dobbiamo imparare nuove modalità di presenza e di vicinanza» (Discorso alla Riunione presinodale, 3). Con grande chiarezza una CE afferma che «i giovani chiedono alla Chiesa un monumentale cambiamento di atteggiamento, orientamento e pratica». Un’altra, rendendo conto dei cammini di rinnovamento in atto nel proprio territorio, scrive: «La vera domanda che sta dietro a questi tentativi riguarda più in generale la forma di Chiesa che stiamo cercando e che intendiamo proporre: la formula “Chiesa in uscita” individua in modo pertinente il problema generale, ma siamo ancora in ricerca di indicazioni operative utili alla sua attuazione». Ciò richiede «un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma» (EG 30) e anche un onesto e approfondito ascolto dei giovani che partecipano a pieno titolo del sensus fidei fidelium.

139. In questa prospettiva, “scegliere” non significa dare risposte una volta per tutte ai problemi incontrati, ma innanzi tutto individuare passi concreti per crescere nella capacità di compiere come comunità ecclesiale processi di discernimento in vista della missione. Del resto, non possiamo pensare che la nostra offerta di accompagnamento al discernimento vocazionale risulti credibile per i giovani a cui è diretta se non mostreremo di saper praticare il discernimento nella vita ordinaria della Chiesa, facendone uno stile comunitario prima che uno strumento operativo. Proprio come i giovani, molte CE hanno espresso la difficoltà di orientarsi in un mondo complesso di cui non hanno la mappa. In questa situazione, questo stesso Sinodo è un esercizio di crescita in quella capacità di discernimento evocata nel suo tema.

Popolo di Dio in un mondo frammentato

140. Il percorso sinodale, in quanto “cammino fatto insieme”, contiene un invito pressante a riscoprire la ricchezza dell’identità di “popolo di Dio” che definisce la Chiesa un segno profetico di comunione in un mondo spesso lacerato da divisioni e discordie. Questo popolo «ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13,34). E finalmente, ha per fine il regno di Dio» (LG 9). Nella sua concretezza storica, il popolo di Dio è un popolo dai molti volti, poiché «si incarna nei popoli della Terra, ciascuno dei quali ha la propria cultura» (EG 115). Al suo interno, lo Spirito Santo «suscita una molteplice e varia ricchezza di doni e al tempo stesso costruisce un’unità che non è mai uniformità ma multiforme armonia che attrae» (EG 117). Questa identità dinamica spinge la Chiesa in direzione del mondo, la rende Chiesa missionaria e in uscita, non abitata dalla preoccupazione di «essere il centro» (EG 49), ma da quella di riuscire, con umiltà, a essere fermento anche al di là dei propri “confini”, consapevole di avere qualcosa da dare e qualcosa da ricevere nella logica dello scambio di doni.

In questo movimento la Chiesa non potrà che assumere il dialogo come stile e come metodo, favorendo la consapevolezza dell’esistenza di legami e connessioni in una realtà complessa ma che sarebbe riduttivo considerare composta di frammenti, e la tensione verso una unità che, senza trasformarsi in uniformità, permetta la confluenza di tutte le parzialità salvaguardando l’originalità di ciascuna e la ricchezza che essa rappresenta per il tutto (cfr. EG 236). Nessuna vocazione, in particolare all’interno della Chiesa, può collocarsi al di fuori di questo dinamismo di uscita e di dialogo e ogni autentico sforzo di accompagnamento al discernimento vocazionale non potrà fare a meno di misurarsi con questo orizzonte, riservando un’attenzione privilegiata ai più poveri e ai più vulnerabili.

Una Chiesa generativa

141. Questo dinamismo di uscita da sé per dare la vita e spendersi al servizio della possibilità che tutti, singolarmente e insieme, incontrino la gioia dell’amore, attraversa anche il modo in cui la Chiesa esercita l’autorità che le è stata affidata, in modo che sia autenticamente generativa e quindi creatrice di comunione. Secondo alcune analisi, in senso etimologico l’autorevolezza è proprio la capacità di “far crescere” (augeo, in latino, da cui auctor e auctoritas) ogni creatura in quella originalità che il Creatore ha pensato e voluto per lei. Esercitare l’autorità diventa assumere la responsabilità di un servizio allo sviluppo e alla liberazione della libertà, non un controllo che tarpa le ali e mantiene incatenate le persone.

142. Di conseguenza, la Chiesa “si fa” con i giovani, permettendo loro un reale protagonismo e non mettendoli di fronte a un “si è sempre fatto così”. Questa prospettiva, che determina uno stile pastorale e anche un modo di organizzarsi e di essere istituzionale, è in grande consonanza con la richiesta di autenticità che i giovani rivolgono alla Chiesa. Costoro si aspettano di essere accompagnati non da un giudice inflessibile, né da un genitore timoroso e iperprotettivo che genera dipendenza, ma da qualcuno che non ha timore della propria debolezza e sa far risplendere il tesoro che, come vaso di creta, custodisce al proprio interno (cfr. 2Cor 4,7). Altrimenti, finiranno per rivolgersi altrove, specie in un tempo in cui le alternative non mancano (cfr. RP 1.7.10).

143. Per essere generativo l’accompagnamento al discernimento vocazionale non può che assumere una prospettiva integrale. La vocazione infatti non è mai un principio di alienazione, ma piuttosto un fulcro di integrazione di tutte le dimensioni della persona, che renderà feconde: dai talenti naturali al carattere con le sue risorse e i suoi limiti, dalle passioni più profonde alle competenze acquisite attraverso lo studio, dalle esperienze di successo ai fallimenti che ogni storia personale contiene, dalla capacità di entrare in relazione e di amare fino a quella di assumere il proprio ruolo con responsabilità all’interno di un popolo e di una società. Per questo il servizio dell’accompagnamento si misura con una serie di elementi che solo in apparenza risultano disparati o poco spirituali e non può prescindere dall’alleanza tra istanze formative.

Capitolo II

Immersi nel tessuto della vita quotidiana

144. La chiamata alla gioia e alla vita in pienezza si colloca sempre all’interno di un contesto culturale e di relazioni sociali. È di fronte alle circostanze della vita quotidiana che i giovani desiderano essere accompagnati, formati, resi protagonisti. Per questo la Chiesa è chiamata a «uscire, vedere, chiamare» (DP III, 1.3), cioè a investire tempo per conoscere e misurarsi con i vincoli e le opportunità dei diversi contesti sociali e culturali e a farvi risuonare in modo comprensibile la chiamata alla gioia dell’amore. Allo stesso tempo le relazioni sociali e interpersonali e le dinamiche della vita quotidiana (amicizia, affettività, rapporto con il tempo e il denaro, ecc.) favoriscono l’emergere di desideri, idee, emozioni e sentimenti che un percorso di accompagnamento aiuterà a riconoscere e interpretare. Una prospettiva integrale richiede di assumere i nessi che collegano ambiti e contesti in cui si svolge la vita dei giovani, esigenze di conversione delle prassi pastorali e bisogni formativi degli accompagnatori.

145. In particolare, l’esperienza o l’incontro con le fragilità personali, proprie e altrui, di un gruppo o di una comunità, di una società o di una cultura sono tanto faticosi quanto preziosi. Per i giovani può essere l’occasione per scoprire risorse nascoste e per far nascere interrogativi anche in prospettiva vocazionale, spingendoli a uscire da una ricerca continua di piccole sicurezze. Accompagnando questi percorsi la Chiesa scoprirà nuove frontiere e nuove risorse per compiere la propria missione.

L’accompagnamento scolastico e universitario

146. Praticamente tutte le CE sottolineano la rilevanza che scuola, università e istituzioni formative di vario genere hanno nell’accompagnamento dei giovani nel loro percorso di ricerca di un progetto personale di vita e per lo sviluppo della società. In molte regioni sono il principale, se non l’unico, luogo non dichiaratamente ecclesiale in cui molti giovani entrano in contatto con la Chiesa. In alcuni casi diventano persino un’alternativa alle parrocchie, che molti giovani non conoscono né frequentano. Anche i giovani della Riunione presinodale sottolineano l’importanza dell’impegno della Chiesa in questi contesti: «Le risorse investite in questi campi non sono mai sprecate: si tratta dei luoghi in cui molti giovani trascorrono la maggior parte del loro tempo e spesso si confrontano con persone di diversa estrazione sociale ed economica» (RP 13). In particolare è richiesta attenzione per i numerosi giovani che abbandonano la scuola o non hanno possibilità di accedervi.

L’esigenza di uno sguardo e di una formazione integrali

147. In molte scuole e università, anche cattoliche, istruzione e formazione sono finalizzate in chiave eccessivamente utilitaristica, enfatizzando la spendibilità delle nozioni acquisite nel mondo del lavoro più che la crescita delle persone. Occorre invece collocare le competenze tecniche e scientifiche in una prospettiva integrale, il cui orizzonte di riferimento è la “cultura ecologica” (cfr. LS 111). È necessario, tra l’altro, coniugare intelletto e desiderio, ragione e affettività; formare cittadini responsabili, capaci di affrontare la complessità del mondo contemporaneo e di dialogare con la diversità; aiutarli a integrare la dimensione spirituale nello studio e nell’impegno culturale; renderli capaci di discernere non solo percorsi di senso personali, ma traiettorie di bene comune per le società di cui sono parte.

148. Questa concezione integrale dell’educazione richiede una conversione sistemica, che coinvolge tutti i membri delle comunità educanti e anche le strutture materiali, economiche e istituzionali di cui si servono. Insegnanti, professori, tutor e tutte le figure coinvolte nei percorsi educativi, in particolare coloro che operano in zone abbandonate e disagiate, svolgono un servizio prezioso, di cui la Chiesa è grata. È necessario un rinnovato investimento nella loro formazione integrale, per facilitare cammini di riscoperta e riappropriazione di quella che è un’autentica vocazione: sono chiamati non solo a trasmettere contenuti, ma a essere testimoni di una maturità umana, avviando dinamiche generative di paternità o maternità spirituale in grado di rendere i giovani soggetti e protagonisti della loro stessa avventura.

La specificità e la ricchezza delle scuole e università cattoliche

149. Non poche CE di tutto il mondo esprimono apprezzamento per scuole e università cattoliche. Il loro obiettivo, come ha detto Papa Francesco, non è fare proselitismo, ma «portare avanti i giovani, i bambini nei valori umani in tutta la realtà, e una di queste realtà è la trascendenza» (Discorso ai partecipanti al Congresso mondiale promosso dalla Congregazione per l’Educazione cattolica, 21 novembre 2015). Questa prospettiva le impegna a collaborare con le altre agenzie educative del territorio, e al tempo stesso mostra come, all’interno di società libere e aperte che hanno la necessità di far dialogare diverse identità, non abbiano più senso chiusure ideologiche nei loro confronti.

150. La fedeltà alla loro missione esige da parte di tali istituzioni l’impegno a verificare l’effettiva recezione da parte degli alunni dei valori proposti e a promuovere una cultura della valutazione e autovalutazione continua. Al di là delle dichiarazioni astratte, dobbiamo chiederci quanto le nostre scuole aiutino i giovani a considerare la loro preparazione scolastica come una responsabilità per i problemi del mondo, per i bisogni dei più poveri e per la cura dell’ambiente. Per le università cattoliche – lo diceva Papa Francesco a quella portoghese – non basta analizzare e descrivere la realtà, ma occorre creare «spazi di vera ricerca, dibattiti che generino alternative per i problemi di oggi» e «includere la dimensione morale, spirituale e religiosa nella loro ricerca. Scuole e università cattoliche sono invitate a mostrare in pratica in che cosa consista una pedagogia inclusiva e integrale» (Udienza alla Comunità dell’Università Cattolica Portoghese, 26 ottobre 2017).

151. In particolare per università, facoltà e istituti ecclesiastici – ma analogamente per tutte le scuole e università cattoliche – è importante tener conto di alcuni criteri ispiratori: la contemplazione spirituale, intellettuale ed esistenziale del kerygma; il dialogo a tutto campo; l’inter-disciplinarità esercitata con sapienza e creatività; la necessità urgente di “fare rete” (cfr. VG 4).

Economia, lavoro e cura della casa comune

Alla ricerca di nuovi modelli di sviluppo

152. L’accompagnamento verso la piena maturità umana include la dimensione della cura della casa comune. Questo richiede anche alla Chiesa e alle sue istituzioni di assumere la prospettiva della sostenibilità e di promuovere stili di vita conseguenti, oltre che combattere i riduzionismi oggi dominanti (paradigma tecnocratico, idolatria del profitto, ecc.). Laudato Si’ ci invita ad aver fiducia che la conversione ecologica è possibile. Per generare un dinamismo di cambiamento duraturo questa deve coinvolgere non solo le scelte individuali, ma anche quelle comunitarie e sociali, includendo forme di pressione sui leader politici. Per questo l’apporto dei giovani è indispensabile, come afferma una CE africana: «Molti responsabili ecclesiali riconoscono il dinamismo dei giovani del nostro Paese, il loro coinvolgimento responsabile nella Chiesa e nelle politiche di sviluppo sociale». Promuovere la sostenibilità richiede di invitare i giovani ad applicarvi le loro risorse intellettuali, nelle varie discipline oggetto dei loro studi, e a orientare in tale direzione le successive scelte professionali.

153. Risulta cruciale il contributo specifico che la Chiesa può dare all’elaborazione di una spiritualità che sappia riconoscere il valore dei piccoli gesti e possa ispirare le scelte secondo una logica diversa dalla cultura dello scarto. Come ricorda Papa Francesco, «tutte le comunità cristiane hanno un ruolo importante da compiere in questa educazione. Spero altresì che nei nostri seminari e nelle case religiose di formazione si educhi ad una austerità responsabile, alla contemplazione riconoscente del mondo, alla cura per la fragilità dei poveri e dell’ambiente» (LS 214).

Il lavoro di fronte all’innovazione tecnologica

154. I processi di innovazione e di penetrazione delle tecnologie digitali e informatiche nel mondo produttivo generano il fenomeno globalmente noto come “Industria 4.0”, con ricadute anche sul mondo del lavoro. Le comunità cristiane sono invitate a interrogarsi maggiormente su questi aspetti nel loro impegno educativo e di accompagnamento dei giovani. In uno scenario segnato da cambiamenti costanti, dalla impossibilità di tracciare oggi il profilo delle competenze che saranno necessarie domani e dal rischio che coloro che non sapranno adeguarsi rimarranno tagliati fuori, la formazione e l’accompagnamento professionale emergono come ambiti di responsabilità perché i talenti di tutti i giovani possano esprimersi e nessuno sia lasciato indietro o considerato inutile. L’obiettivo è che lo sviluppo delle competenze professionali e della capacità di dare senso al proprio lavoro e di difendere il diritto di tutti a un lavoro dignitoso tenga il passo dell’innovazione tecnologica. Le giovani generazioni sono portatrici di un approccio alla realtà che può recare importanti contributi all’umanizzazione del mondo del lavoro: stile collaborativo, cultura del rispetto delle differenze e della loro inclusione, capacità di lavoro di squadra, armonizzazione tra impegno lavorativo e altre dimensioni della vita.

Collaborare alla creazione di occupazione per tutti

155. La promozione di un modello economico nuovo richiede di favorire lo sviluppo di quelle alternative che spontaneamente nascono nelle periferie e tra i gruppi che patiscono le conseguenze della cultura dello scarto, ma che conservano valori e pratiche di solidarietà che altrove sono andati smarriti. Sostenere queste esperienze, permettendo la creazione di opportunità di lavoro in particolare per i giovani, specie in quei contesti dove è più elevata la disoccupazione giovanile, richiede innanzi tutto di cercare risorse. Come è emerso da alcune osservazioni ricevute, in alcuni Paesi si chiede di individuare forme attraverso cui la Chiesa possa partecipare a questa ricerca con i suoi patrimoni fondiari, immobiliari e artistici, in modo da valorizzarli con iniziative e progetti imprenditoriali di giovani, e renderli così “generativi” in termini sociali, al di là del semplice ritorno economico.

Nella trama delle culture giovanili

Formare alla cittadinanza attiva e alla politica

156. Alcune CE segnalano la sensibilità dei giovani verso i temi di etica sociale (libertà, giustizia, pace, ecologia, economia, politica), che richiede di essere accompagnata, sostenuta e incoraggiata. Il comandamento dell’amore ha una valenza intrinsecamente sociale, che comprende l’opzione preferenziale per i poveri e l’impegno per l’edificazione di una società meno corrotta e più giusta. L’impegno sociale e politico costituiscono, almeno per alcuni, una vera e propria vocazione, la cui maturazione richiede di essere accompagnata anche dal punto di vista spirituale. In ogni caso, nessun discernimento vocazionale può focalizzarsi solo sulla ricerca del proprio posto nel mondo, senza mettere a tema in maniera creativa anche l’identificazione del contributo specifico che ciascuno è chiamato a dare al bene comune.

157. Attraverso l’impegno sociale, molti giovani si interrogano e (ri)scoprono un interesse per la fede cristiana. Inoltre l’impegno per la giustizia e con i poveri è occasione di incontro e dialogo con non credenti e persone che professano altre fedi. Molte CE praticano o ricercano nuove modalità di formazione all’impegno civile, sociale e politico in particolare stimolando la partecipazione e l’assunzione di responsabilità da parte dei giovani e il confronto tra pari. Emerge l’importanza di alcuni elementi: valorizzare le competenze professionali e il percorso di studi dei giovani, fornendo opportunità di protagonismo; offrire esperienze concrete di servizio e di contatto con gli ultimi e con ambienti sociali diversi da quelli di provenienza, comprese esperienze internazionali e di cura dell’ambiente e della natura; fornire elementi per la lettura e la valutazione del contesto, a partire da una migliore comprensione della dottrina sociale della Chiesa – di cui anche la RP sottolinea il valore (cfr. RP 3) – e dell’ecologia integrale; favorire la maturazione di una spiritualità della giustizia, valorizzando l’aiuto che la Bibbia offre all’interpretazione delle dinamiche sociali; sostenere percorsi di cambiamento degli stili di vita, che mettano a tema l’importanza dei gesti quotidiani senza perdere di vista lo sbocco alla dimensione strutturale e istituzionale.

158. Inoltre, i giovani sono generalmente molto sensibili alla lotta contro la corruzione e alla questione delle discriminazioni. In modo particolare, la RP afferma con convinzione che «la Chiesa può rivestire un ruolo di vitale importanza per garantire che questi giovani non siano esclusi, ma si sentano accettati» (RP 5), indicando come primo ambito di impegno la promozione della dignità delle donne. Società sempre più multiculturali, segnate da fenomeni migratori o dalla presenza di minoranze etniche, culturali o religiose richiedono la predisposizione di percorsi che aiutino a combattere i pregiudizi e a superare le diverse forme di discriminazione razziale o di casta.

159. Sempre rispetto all’impegno sociale e civile, il percorso presinodale ha sottolineato anche alcuni ambiti a cui prestare attenzione. Il primo è quello dei giovani inseriti nelle forze armate e di polizia, che vanno aiutati ad appropriarsi di alcuni valori e a integrare la dimensione di servizio alla popolazione implicita nella loro funzione, che alcune circostanze mettono in particolare evidenza (missioni di pace, disastri naturali, ecc.). Un secondo ambito è quello dei giovani che compiono esperienze di servizio a tempo pieno, che nel mondo assumono denominazioni diverse (servizio civile, gap year, anno di volontariato sociale, ecc.); come sottolinea la RP, sono spesso anche un tempo propizio di discernimento sul proprio futuro (cfr. RP 15). Va evitato il rischio di considerare i giovani impegnati in queste esperienze come manodopera a buon mercato a cui affidare i compiti che nessuno vuole o può svolgere.

Imparare ad abitare il mondo digitale

160. Tanto molte CE quanto la RP riconoscono la necessità di affrontare con decisione la questione dell’accompagnamento a un uso consapevole delle tecnologie digitali. La RP ha suggerito una strada: «In primo luogo, impegnandosi in un dialogo con i giovani, la Chiesa dovrebbe approfondire la propria comprensione della tecnologia in modo da poterci accompagnare a discernere come utilizzarla. Inoltre la Chiesa dovrebbe considerare la tecnologia – in particolare Internet – come un terreno fertile per la Nuova Evangelizzazione. […] In secondo luogo, la Chiesa dovrebbe affrontare la diffusa crisi della pornografia, senza tralasciare gli abusi in rete sui minori e il cyberbullismo, e le loro pesantissime conseguenze dal punto di vista umano» (RP 4).

161. Molte CE riconoscono le potenzialità di Internet come strumento di contatto pastorale e anche di orientamento vocazionale, in particolare dove per varie ragioni la Chiesa fatica a raggiungere i giovani con altri mezzi. In questo senso le competenze dei nativi digitali sono da valorizzare anche all’interno della Chiesa. Non si può invece ancora considerare acquisito che social media e universo digitale non sono solo strumenti da utilizzare per la pastorale, né rappresentano una realtà virtuale da contrapporre a quella reale, ma costituiscono un luogo di vita con una propria cultura da evangelizzare. Pensiamo solamente all’ambito dei “video-giochi”, che in alcuni Paesi rappresenta una sfida di primordine per la società e per la Chiesa, perché plasma nei giovani una visione discutibile dell’essere umano e del mondo, che alimenta uno stile relazionale improntato alla violenza.

La musica tra interiorità e affermazione dell’identità

162. Tra tutti i linguaggi artistici, la musica è in modo particolare connessa con la dimensione dell’ascolto e dell’interiorità. Il suo impatto sulla sfera emotiva può rappresentare una opportunità di formazione al discernimento. Inoltre, la scelta dei generi e dei musicisti che si ascoltano è uno degli elementi che definiscono l’identità, soprattutto sociale, dei giovani. Si apre uno spazio per una produzione musicale che aiuti lo sviluppo della spiritualità. Vi è inoltre la necessità di curare il canto e la musica all’interno della vita e del cammino di fede della comunità, come già avviene in alcuni contesti. Alcuni giovani sono attratti dalla qualità della musica delle diverse tradizioni cristiane (come il canto gregoriano, quello del monachesimo ortodosso o il gospel). A volte, invece, le proposte che emulano i linguaggi musicali contemporanei più commerciali non favoriscono il raccoglimento e l’ascolto interiore. Alcune CE fanno notare che le proposte di altre confessioni e religioni risultano attraenti per i giovani, anche cattolici, in virtù di un linguaggio più semplice e immediato, grazie a «musica vivace e di alta qualità».

163. Un’attenzione particolare va rivolta anche ai grandi eventi musicali: andrebbero promosse occasioni per riscoprire il valore autenticamente festivo e socializzante della musica, a partire da produzioni che gli stessi giovani riconoscono essere di qualità. Le GMG e i grandi eventi nazionali o regionali possono rappresentare la proposta di un modo alternativo di intendere i grandi eventi, integrando la musica in un programma di incontro ecclesiale tra i giovani.

Sport e competizione

164. Visto l’influsso dello sport, molte CE suggeriscono la necessità di valorizzarlo in chiave educativa e pastorale. La cura e la disciplina del corpo, la dinamica di squadra che esalta la collaborazione, il valore della correttezza e del rispetto delle regole, l’importanza dello spirito di sacrificio, generosità, senso di appartenenza, passione, creatività, fanno dello sport una occasione educativa promettente per percorrere un vero cammino di unificazione personale. Successo e insuccesso scatenano dinamiche emotive che possono diventare palestre di discernimento. Perché questo accada occorre che siano proposte ai giovani esperienze di sana competizione, che sfuggano al desiderio di successo a tutti i costi, e che permettano di trasformare la fatica dell’allenamento in una occasione di maturazione interiore. Occorrono quindi società sportive – e questo vale in particolare per quelle che fanno riferimento alla Chiesa – che scelgano di essere autentiche comunità educanti a tutto tondo, e non solo centri che erogano servizi. Per questo è fondamentale sostenere la consapevolezza del ruolo educativo di allenatori, tecnici e dirigenti, curando la loro formazione continua. Al di là della sfera strettamente agonistica, sarebbe opportuno pensare a nuove configurazioni dei luoghi educativi che contribuiscano a rinsaldare il riconoscimento reciproco, il tessuto sociale e i legami comunitari, soprattutto in ambito interculturale.

L’amicizia e l’accompagnamento tra pari

165. È importante riconoscere il gruppo dei coetanei come uno strumento di emancipazione dal contesto familiare, di consolidamento dell’identità e di sviluppo di competenze relazionali. Grande rilievo hanno le occasioni di crescita nell’amicizia, come i momenti di tempo libero o di vacanza condivisi, nonché le occasioni che permettono ai giovani di diventare a loro volta accompagnatori di coetanei o di chi è ancora più giovane, scoprendo la bellezza della responsabilità e il gusto del servizio. Il legame di comunanza, la condivisione di riferimenti, la facilità a identificarsi nell’altro e a comunicare sono alla base del successo delle iniziative di peer education, e delle “comunità di apprendimento” che generano. In particolare esse sono utili quando riguardano questioni su cui la parola degli adulti risulterebbe più lontana, meno credibile (sessualità, prevenzione delle dipendenze, ecc.) e quindi meno capace di produrre un cambiamento nei comportamenti.

Vicinanza e sostegno nel disagio e nell’emarginazione

Disabilità e malattia

166. Nella vita di tanti giovani il dolore segna il corpo e anche l’anima in maniera imprevedibile e incomprensibile. Malattie e deficit psichici, sensoriali e fisici possono talvolta spegnere la speranza e trasformare affettività e sessualità in una fonte di sofferenza. Come raccontava nel suo contributo al percorso presinodale un giovane con disabilità, «non si è mai abbastanza preparati a vivere con una disabilità: spinge a porsi domande sulla propria vita, invita a interrogarsi sulla propria finitudine». Anche i giovani che vivono in queste situazioni sono chiamati a scoprire come declinare la chiamata alla gioia e alla missione – «come si può portare la gioia del Vangelo quando la sofferenza è all’ordine del giorno?» – e a scoprire le proprie forze interiori: «Piangere può essere un diritto, ma lottare e amare sono miei doveri». Questi giovani contano sull’aiuto dei loro coetanei, ma insegnano ai loro amici a misurarsi con il limite, aiutandoli a crescere in umanità. Particolarmente benefici sono movimenti e comunità che sanno integrare i giovani con qualche forma di disabilità e malattia, sostenendo le loro famiglie e valorizzando l’apporto che essi possono dare agli altri giovani e a tutti. È inesauribile la creatività con cui la comunità animata dalla gioia del Vangelo può diventare un’alternativa al disagio. Ad esempio in alcuni contesti, soprattutto africani, sono attivi cammini innovativi di integrazione nella pastorale giovanile dei giovani portatori di HIV o affetti da AIDS.

Dipendenze e altre fragilità

167. L’utilizzo di droghe, alcool e altre sostanze che alterano gli stati di coscienza, così come altre vecchie e nuove dipendenze, rendono schiavi molti giovani e minacciano la loro vita. Alcuni di essi, immersi in tali situazioni di disagio, possono comunque incrociare la buona opportunità di una ripartenza, anche grazie all’approdo in istituzioni come case-famiglia, comunità educative o di recupero. Hanno bisogno di essere accompagnati a riconoscere i propri errori e a discernere come indirizzare diversamente i propri passi, oltre che di sostegno per affrontare il reinserimento in un contesto sociale che spesso tende a stigmatizzarli e ghettizzarli. L’impegno di alcune istituzioni ecclesiali su questo fronte è notevole e merita di essere sostenuto dalle comunità cristiane nel loro insieme, superando la tentazione della chiusura. Di grande importanza è la formazione degli operatori e dei volontari impegnati in queste strutture, anche dal punto di vista spirituale. Questo impegno comunque non può esimere dal promuovere una cultura della prevenzione e dal prendere posizione come Chiesa nella lotta ai narcotrafficanti e a chi specula su meccanismi di dipendenza.

Con i giovani carcerati

168. Il recupero dei giovani detenuti richiede di coinvolgerli in progetti personalizzati, stimolando, attraverso un’azione educativa, la rilettura delle esperienze passate, il riconoscimento degli errori commessi, la riconciliazione con i traumi subiti e l’acquisizione di competenze sociali e lavorative in vista del reinserimento. La dimensione spirituale e quella religiosa possono rivestire un ruolo di grande importanza e la Chiesa è grata verso quanti operano per renderla presente in questi contesti (cappellani carcerari, volontari, ecc.), svolgendo nei confronti dei detenuti un ruolo di accompagnamento. Tra l’altro, essi chiedono di trovare le modalità perché il Sinodo coinvolga e dia speranza anche ai giovani detenuti. Non va sminuita infine l’importanza della formazione, umana e professionale, e dell’accompagnamento di quanti operano all’interno del sistema penitenziario (guardie carcerarie, psicologi, educatori, ecc.), che si trovano confrontati con situazioni anche di estrema complessità e difficoltà.

In situazioni di guerra e di violenza

169. Nel mondo sono molto numerosi i giovani che vivono in situazioni di guerra o di conflitti armati di diversa intensità. Alcuni vengono arruolati a forza o con la manipolazione in gruppi paramilitari o in bande armate, mentre alcune giovani donne vengono rapite e abusate. Coloro che sopravvivono soffrono varie conseguenze psicologiche e sociali. In generale, diventare adulti in contesti di grande violenza rappresenta un ostacolo alla maturazione personale, che richiede uno sforzo educativo e un accompagnamento specifico, specie per la ricostruzione delle capacità relazionali e il superamento dei traumi subiti. Si tratta di elementi di cui tenere conto anche nei cammini di discernimento vocazionale, perché la chiamata alla gioia è diretta anche a questi giovani. Altrettanto importanti sono i percorsi di riconciliazione a livello locale o nazionale, perché offrono un contesto in cui le vite dei giovani che hanno vissuto violenze anche brutali possono ritrovare e offrire energie preziose per superare divisioni, rancori, vendette.

Giovani migranti e cultura dell’accoglienza

170. Il continuo aumento del numero di migranti e rifugiati, e in modo particolare la condizione delle vittime di tratta e sfruttamento, richiedono di attivare percorsi a tutela giuridica della loro dignità e capacità di azione e al tempo stesso di promuovere cammini di integrazione nella società in cui arrivano. Per questo sono di grande importanza le iniziative di molti organismi ecclesiali, e il coinvolgimento di tutta la comunità cristiana. L’accompagnamento dei giovani migranti, di prima e seconda generazione, a trovare la propria strada verso la gioia e la possibilità di contribuire allo sviluppo della società rappresenta una sfida peculiare in termini di accompagnamento al discernimento vocazionale, in quanto deve fare i conti con la dimensione dell’interculturalità. Con grande delicatezza e attenzione andranno accompagnati anche i percorsi delle coppie miste dal punto di vista culturale e anche religioso, e coloro che provenendo da percorsi migratori si sentono chiamati al sacerdozio ministeriale o alla vita religiosa. Nei contesti che vedono la presenza di culture diverse all’interno della comunità cristiana, la pastorale tutta, quindi anche quella giovanile, è chiamata a evitare forme di ghettizzazione e promuovere reali occasioni di incontro.

Di fronte alla morte

171. Non è purtroppo infrequente imbattersi nell’esperienza della morte dei giovani, come anche in giovani che hanno commesso omicidi. In questo campo la maternità della Chiesa e la sua capacità di ascolto e accompagnamento è decisiva. La morte è talvolta il punto di arrivo del fallimento di un mondo, di una società e di una cultura che illude, sfrutta e infine scarta i giovani; in altre è l’incontro traumatico con il limite della vita umana attraverso l’esperienza della malattia e il mistero del dolore; vi è anche la sconvolgente esperienza del suicidio giovanile, che crea in molti ferite difficili a guarirsi; in altre situazioni la morte di giovani a causa della loro fede, vero e proprio martirio, si fa testimonianza profetica e feconda di santità. In ogni caso la morte, in particolare quella dei giovani, diventa fonte di sommi interrogativi per tutti. Se per la Chiesa questa esperienza è sempre motivo per un rinnovato confronto con la morte e la risurrezione di Gesù, dal punto di vista pastorale alcune CE si chiedono in che modo la morte dei giovani può divenire motivo di annuncio e invito per tutti alla conversione.

Accompagnamento e annuncio

172. Chi è impegnato nei tanti ambiti sociali, educativi e pastorali in cui l’accompagnamento avviene può testimoniare come ciascuno dei giovani porti impressa indelebilmente l’immagine del Creatore e come lo Spirito parli nel cuore di ciascuno di loro, anche quando non sono in grado o non sono disponibili a riconoscerlo. La Chiesa è chiamata a collaborare all’opera di Dio, avviando percorsi che aiutino i giovani ad assumere la vita come dono e a lottare contro la cultura dello scarto e della morte. Questo impegno è parte integrante della missione di annuncio della Chiesa: «La proposta è il Regno di Dio (Lc 4,43) […]. Nella misura in cui Egli riuscirà a regnare tra di noi, la vita sociale sarà uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti» (EG 180). Proprio per questo la Chiesa non può accettare di essere soltanto una ONG o un’agenzia filantropica: i suoi membri non possono esimersi dal confessare il nome di Gesù (cfr. EN 22), rendendo la loro opera un segno eloquente del Suo amore che condivide, accompagna, perdona.

173. Ogni accompagnamento è un modo di proporre la chiamata alla gioia e può così diventare il terreno adatto per annunciare la buona notizia della Pasqua e favorire l’incontro con Gesù morto e risorto: un kerygma «che esprima l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa, che non imponga la verità e che faccia appello alla libertà, che possieda qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, ed un’armoniosa completezza» (EG 165). Al tempo stesso, ogni servizio di accompagnamento è occasione di crescita nella fede per chi lo compie e per la comunità di cui fa parte. Per questo, il requisito principale del buon accompagnatore è aver gustato in prima persona “la gioia dell’amore”, che smaschera la falsità delle gratificazioni mondane e riempie il cuore del desiderio di comunicarla agli altri.

174. Questa inquietudine evangelica preserva dalla tentazione di colpevolizzare i giovani per la loro lontananza dalla Chiesa o di lamentarsene, per parlare invece, come fanno alcune CE, di una “Chiesa lontana dai giovani” chiamata a intraprendere cammini di conversione, senza far ricadere su altri le proprie mancanze di slancio educativo e di timidezza apostolica. Superare la “sindrome di Giona” rimane ancora, per molti aspetti, un traguardo (cfr. GE 134). Mandato ad annunciare agli abitanti di Ninive la misericordia di Dio, il profeta fugge perché il suo cuore non condivide l’intenzione che anima il cuore di Dio. La vera questione che la vicenda di Giona mette in evidenza è quella dell’evangelizzazione degli evangelizzatori e della qualità cristiana della comunità dei credenti, poiché solo una comunità evangelizzata può evangelizzare.

Capitolo III

Una comunità evangelizzata ed evangelizzatrice

Un’idea evangelica di comunità cristiana

175. Durante il SI si è chiarito che l’esperienza comunitaria rimane essenziale per i giovani: se da una parte hanno “allergia alle istituzioni”, è altrettanto vero che sono alla ricerca di relazioni significative in “comunità autentiche” e di contatti personali con “testimoni luminosi e coerenti” (cfr. RP 5.1.10). Varie CE hanno manifestato il desiderio che il Sinodo riaffermi la natura aperta e inclusiva della Chiesa, chiamata ad accompagnare i giovani nell’ottica della salvaguardia sia dell’integralità dell’annuncio che della gradualità della proposta, rispettando così i ritmi di maturazione della loro libertà, che si costituisce in una vicenda storica concreta e quotidiana. Sull’esempio di Gesù, «il primo e il più grande evangelizzatore» (EN 9; EG 12), anche la comunità dei credenti è chiamata ad uscire e ad incontrare i giovani lì dove sono, riaccendendo i loro cuori e camminando con loro (cfr. Lc 24,13-35).

176. Il rischio di rinchiudersi in un’appartenenza elitaria e giudicante fu già una grande tentazione presente nella cerchia dei discepoli di Gesù. Per questo il Signore loda la fede della donna siro-fenicia, che pur non appartenendo al popolo eletto, manifesta una fede grande (Mt 15,22-28); rimprovera aspramente i discepoli che vorrebbero far scendere un fuoco che consumi i samaritani che non accolgono il suo passaggio (Lc 9,51-55); dichiara che un’appartenenza al popolo eletto e un’osservanza legale non offrono un accesso automatico alla salvezza (Lc 18,10-14); mostra che l’esperienza della lontananza può essere una premessa ad una rinnovata comunione e la vita nella casa del Padre un’esperienza che rende incapaci di amare (Lc 15,11,32). Così, mentre Pietro rinnega per tre volte l’amato Maestro e Giuda lo tradisce, il centurione romano lo riconosce per primo come Figlio di Dio (Mc 15,39). La comunità cristiana è chiamata ad uscire dalla presunzione di “vedere” con i propri occhi (cfr. Gv 9,41) e di giudicare con criteri diversi da quelli che vengono da Dio.

177. Come già accennava il DP, «rispetto al passato, dobbiamo abituarci a percorsi di avvicinamento alla fede sempre meno standardizzati e più attenti alle caratteristiche personali di ciascuno» (DPIII, 4). La comunità cristiana vive così di diversi livelli di appartenenza, riconosce con gratitudine i piccoli passi di ognuno e cerca di valorizzare il seme della grazia presente in ciascuno, offrendo a tutti rispetto, amicizia e accompagnamento, perché «un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà» (EG 44; AL 305). I giovani stessi quindi, con le loro esperienze di vita frammentate e i loro cammini di fede incerti, aiutano la Chiesa ad assumere la sua naturale forma poliedrica (cfr. EG 236).

Un’esperienza familiare di Chiesa

178. Uno degli esiti più fecondi emersi dalla rinnovata attenzione pastorale alla famiglia vissuta in questi ultimi anni è stata la riscoperta dell’indole familiare della Chiesa. L’ affermazione che Chiesa e parrocchia sono «famiglia di famiglie» (cfr. AL 87.202) è forte e orientativa rispetto alla sua forma. Ci si riferisce a stili relazionali, dove la famiglia fa da matrice all’esperienza stessa della Chiesa; a modelli formativi di natura spirituale che toccano gli affetti, generano legami e convertono il cuore; a percorsi educativi che impegnano nella difficile ed entusiasmante arte dell’accompagnamento delle giovani generazioni e delle famiglie stesse; alla qualificazione delle celebrazioni, perché nella liturgia si manifesta lo stile di una Chiesa convocata da Dio per essere sua famiglia. Molte CE desiderano superare la difficoltà a vivere relazioni significative nella comunità cristiana e chiedono che il Sinodo offra elementi concreti in questa direzione. Una CE afferma che «nel bel mezzo della vita rumorosa e caotica molti giovani chiedono alla Chiesa di essere una casa spirituale». Aiutare i giovani a unificare la loro vita continuamente minacciata dall’incertezza, dalla frammentazione e dalla fragilità è oggi decisivo. Per molti giovani che vivono in famiglie fragili e disagiate, è importante che essi percepiscano la Chiesa come una vera famiglia in grado di “adottarli” come figli propri.

La cura pastorale per le giovani generazioni

179. Molte CE hanno avvertito con chiarezza l’intima connessione tra evangelizzazione e educazione, ben sviluppata da tanti Istituti di vita consacrata maschili e femminili che da secoli puntano su questo binomio e offrono a tutta la Chiesa un’esperienza feconda di pastorale giovanile connotata da una spiccata attenzione ai percorsi educativi. Parecchie risposte delle CE segnalano che diverse comunità cristiane e molti pastori hanno una carente sensibilità educativa. Una di loro dice che in tante situazioni «i giovani non sono nel cuore di molti Vescovi, sacerdoti e religiosi». Quando una comunità di credenti è invece consapevole del suo compito educativo e si appassiona ad esso, è in grado di liberare forze spirituali e materiali che concretizzano una vera e propria “carità educativa”, capace di mettere in campo insospettate energie e passione verso le giovani generazioni.

180. Merita una parola speciale la realtà dell’oratorio o di attività pastorali simili, che vedono la Chiesa soggetto proponente di un’esperienza che in vari contesti rappresenta, come dice una CE, «la cura specifica di una comunità cristiana nei confronti delle giovani generazioni. I suoi strumenti sono i più diversi e passano attraverso la creatività di una comunità educativa che sa mettersi al servizio, ha uno sguardo prospettico sulla realtà e sa affidarsi allo Spirito Santo per agire in modo profetico». Dove c’è l’oratorio le giovani generazioni non sono dimenticate e assumono un ruolo centrale e attivo nella comunità cristiana. Alcune CE si aspettano dal Sinodo un rilancio di questa esperienza.

La famiglia, soggetto privilegiato dell’educazione

181. Per quanto riguarda il legame tra pastorale giovanile e famiglia sarà importante approfondire in ottica sinodale il capitolo VII di Amoris Laetitia dedicato al tema dell’educazione dei figli, che merita una più adeguata valorizzazione pastorale. È evidente che «la famiglia è la prima scuola dei valori umani, dove si impara il buon uso della libertà» (AL 274). I giovani stessi, durante la Riunione presinodale, hanno chiaramente affermato che tra i luoghi che aiutano lo sviluppo della propria personalità, la famiglia occupa una posizione privilegiata (cfr. RP 1). Varie CE hanno preso coscienza che investire energie per formare buone famiglie non significa sottrarre forze alla cura dei giovani. Quindi la predilezione e l’impegno a favore dei giovani è chiamata ad aprirsi decisamente alla pastorale familiare.

182. Molte CE chiedono al Sinodo di approfondire il ruolo indispensabile della famiglia come agente pastorale attivo nell’accompagnamento e nel discernimento vocazionale dei figli. Molte altre chiedono un aiuto per qualificare l’accompagnamento dei giovani durante il tempo del fidanzamento, nell’immediata preparazione al matrimonio e anche nella fase successiva alla celebrazione del sacramento. I dati provenienti dalle CE attestano un panorama di situazioni assai contrastanti circa il ruolo della famiglia rispetto al tema sinodale. Tra i Paesi più secolarizzati, in linea di massima, come dice una CE, «la maggior parte delle famiglie cattoliche non sono coinvolte “attivamente” o “intenzionalmente” nel discernimento vocazionale dei loro figli, e alcune sono attivamente contrarie». In altri contesti invece, dove la dimensione comunitaria della fede è più viva, la famiglia svolge un ruolo dinamico e propositivo.

In ascolto e in dialogo con il Signore

183. Molte CE, presentando le loro “buone pratiche”, hanno privilegiato l’ascolto e il dialogo con Dio: giornate di ritiro, esercizi spirituali, momenti di stacco dalla routine quotidiana, pellegrinaggi nazionali e diocesani, esperienze condivise di preghiera. Santuari, centri di spiritualità e case di Esercizi Spirituali dove vi sia una sensibilità per l’accoglienza e l’accompagnamento dei giovani hanno grande attrattiva in varie parti del mondo. Una CE afferma: «Sappiamo che il successo non viene da noi stessi ma da Dio e per questo cerchiamo di mostrare ai giovani che la preghiera è una leva che cambia il mondo». In un tempo di confusione molti giovani si rendono conto che solo la preghiera, il silenzio e la contemplazione offrono il giusto “orizzonte di trascendenza” entro cui poter maturare scelte autentiche. Percepiscono che solo al cospetto di Dio si può prendere posizione con verità e affermano che «il silenzio è il luogo dove possiamo ascoltare la voce di Dio e discernere la sua volontà su di noi» (RP 15).

184. Nella preghiera, che talvolta può essere un’esperienza di “combattimento spirituale” (cfr. GE 159-165), si affina la propria sensibilità allo Spirito, ci si educa alla capacità di intendere i segni dei tempi e si attinge la forza di agire in modo che il Vangelo possa incarnarsi di nuovo oggi. Nella cura della vita spirituale si gusta la fede come felice relazione personale con Gesù e come dono di cui essergli grati. Non per nulla la vita contemplativa suscita ammirazione e stima tra i giovani. È quindi evidente che nella qualità spirituale della vita della comunità risiedono grandi opportunità per avvicinare i giovani alla fede e alla Chiesa e nell’accompagnarli nel loro discernimento vocazionale.

Alla scuola della Parola di Dio

185. Le esperienze pastorali di maggior efficacia evangelizzatrice ed educativa presentate da molte CE mettono al centro il confronto con la forza della Parola di Dio in ordine al discernimento vocazionale: Lectio divina, scuole della Parola, catechesi bibliche, approfondimento della vita di giovani presenti nella Bibbia, uso degli strumenti digitali che facilitano l’accesso alla Parola di Dio sono pratiche di successo tra i giovani. Per molte CE il rinnovamento della pastorale passa dalla sua qualificazione biblica, e per questo chiedono al Sinodo riflessione e proposte. In territori dove sono presenti altre Chiese o comunità cristiane, varie CE fanno notare il valore ecumenico della Bibbia, che può creare convergenze significative e progetti pastorali condivisi.

186. Già Benedetto XVI, come frutto del Sinodo sulla Parola di Dio, chiedeva alla Chiesa intera di «incrementare la “pastorale biblica” non in giustapposizione con altre forme della pastorale, ma come animazione biblica dell’intera pastorale» (VD 73). Dopo aver affermato che «lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 119,105), il salmista si chiede: «Come potrà un giovane tenere pura la sua via? Osservando la tua parola» (Sal 119,9).

Il gusto e la bellezza della liturgia

187. Una CE afferma che i giovani «non vengono in Chiesa per trovare qualcosa che potrebbero ottenere altrove, ma cercano un’esperienza religiosa autentica e persino radicale». Molte risposte al questionario segnalano che i giovani sono sensibili alla qualità della liturgia. In maniera provocatoria la RP dice che «i cristiani professano un Dio vivente, ma nonostante questo, troviamo celebrazioni e comunità che appaiono morte» (RP 7). A proposito del linguaggio e della qualità delle omelie, una CE fa notare che «i giovani sentono mancanza di sintonia con la Chiesa», e aggiunge: «Sembra che non comprendiamo il vocabolario, e quindi anche le necessità, dei giovani». Indicazioni preziose in merito si trovano in EG 135-144.

188. Tenendo conto che «la fede ha una struttura sacramentale» (LF 40), alcune CE chiedono che venga sviluppato il legame genetico tra fede, sacramenti e liturgia nella progettazione di percorsi di pastorale giovanile, a partire dalla centralità dell’Eucaristia, «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (LG 11) e «fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione» (PO 5). Varie CE assicurano che dove la liturgia e l’ars celebrandi sono ben curate vi è sempre una presenza significativa di giovani attivi e partecipi. Considerando che nella sensibilità giovanile a parlare non sono tanto i concetti quanto le esperienze, non le nozioni quanto le relazioni, alcune CE osservano che le celebrazioni eucaristiche e altri momenti celebrativi – spesso considerati punti d’arrivo – possono diventare luogo e occasione per un rinnovato primo annuncio ai giovani. Le CE di alcuni Paesi testimoniano l’efficacia della “pastorale dei ministranti” per far gustare ai giovani lo spirito della liturgia; sarà comunque opportuno riflettere su come offrire un’adeguata formazione liturgica a tutti i giovani.

189. Merita anche attenzione il tema della pietà popolare che in vari contesti offre ai giovani un accesso privilegiato alla fede, sia perché legata alla cultura e alle tradizioni locali, sia anche perché valorizza il linguaggio del corpo e degli affetti, elementi che talvolta nella liturgia stentano a trovare spazio.

Nutrire la fede nella catechesi

190. Varie CE si sono interrogate, a partire dal tema sinodale, sui percorsi catechistici in atto nella comunità cristiana. La catechesi non gode sempre di una buona fama tra i giovani, perché ricorda a molti di loro «un percorso obbligato e non scelto nella fanciullezza» (QoL). Ponendo attenzione alla necessaria e naturale continuità con la pastorale degli adolescenti e dei giovani, alcune CE chiedono di rivedere le forme complessive dell’offerta catechistica verificandone la sua validità per le nuove generazioni.

191. Un DV invita ad evitare l’opposizione tra catechesi esperienziale e contenutistica, perché ricorda che l’esperienza della fede è già apertura conoscitiva alla verità e il cammino di interiorizzazione dei contenuti della fede porta a un incontro vitale con Cristo. In tale originaria circolarità la comunità ecclesiale svolge un ruolo insostituibile di mediazione.

192. Alcune CE e i giovani stessi consigliano di seguire nella catechesi la “via della bellezza”, valorizzando l’immenso patrimonio artistico e architettonico della Chiesa, il contatto autentico con la creazione di Dio e l’incanto della liturgia della Chiesa in tutte le sue forme e riti. Ci sono esperienze ben riuscite di catechesi con i giovani. In genere si presentano come un itinerario esperienziale di incontro vivo con Cristo, che diventa fonte di unità dinamica tra la verità del Vangelo e la propria esperienza di vita. In tal modo si creano le condizioni per lo sviluppo di una fede forte, che si concretizza in un impegno missionario.

193. In alcuni contesti la catechesi è svolta all’interno dei percorsi scolastici e quindi l’insegnamento della religione riveste una grande importanza per la maturazione vocazionale dei giovani. Tutto ciò invita il Sinodo a riflettere sul rapporto tra scuola e comunità cristiana in termini di alleanza educativa.

Accompagnare i giovani verso il dono gratuito di sé

194. Numerose esperienze presentate al termine delle risposte al questionario del DP fanno riferimento a pratiche in cui i giovani sono accompagnati nella logica di una “fede in atto” che si realizza nel servizio della carità. Una Chiesa che serve è una Chiesa matura che attrae i giovani, perché testimonia la sua vocazione all’imitazione di Cristo che «da ricco che era, si è fatto povero per voi» (2Cor 8,9). Nelle risposte di molte CE è stata ben colta e sviluppata la connessione espressa in vari paragrafi del DP tra esperienze di servizio gratuito e discernimento vocazionale. Gli stessi giovani fanno notare che «periodi di tempo spesi in servizio con movimenti e associazioni caritatevoli danno ai giovani un’esperienza di missione e uno spazio dove praticare il discernimento » (RP 15). Tante sono, nel QoL, le testimonianze di giovani che hanno riscoperto la vita di fede grazie ad esperienze di servizio e a contatto con la “Chiesa che serve”. D’altra parte, la Chiesa potrà rinnovare i suoi dinamismi di servizio confrontandosi con le esigenze dei giovani che spingono verso uno stile trasparente, disinteressato e non assitenzialistico. In sintesi, un DV invita a promuovere una rinnovata “cultura della gratuità”.

195. Per molti giovani il “volontariato internazionale” risulta capace di coniugare la sensibilità alla solidarietà con l’aspirazione al viaggio e alla scoperta di altre culture e mondi sconosciuti: si tratta anche di un luogo di incontro e di collaborazione con giovani lontani dalla Chiesa e non credenti. Il “volontariato missionario”, curato e sviluppato in molti Paesi e da parecchi Istituti di vita consacrata maschili e femminili, è un dono particolare che la Chiesa può offrire a tutti i giovani: la preparazione, l’accompagnamento e la ripresa in ottica vocazionale di un’esperienza missionaria è un campo privilegiato per il discernimento vocazionale dei giovani.

Comunità aperta e accogliente verso tutti

196. La Riunione presinodale ha visto la partecipazione non solo di giovani cattolici, ma anche di giovani di altre confessioni cristiane, di altre religioni e perfino di non credenti. È stata un segno che i giovani hanno accolto con gratitudine, perché ha mostrato il volto di una Chiesa ospitale e inclusiva in grado di riconoscere la ricchezza e l’apporto che può venire da ciascuno per il bene di tutti. Sapendo che la fede autentica non può generare un atteggiamento di presunzione verso gli altri, i discepoli del Signore sono chiamati a valorizzare tutti i germi di bene presenti in ogni persona e in ogni situazione. L’umiltà della fede aiuta la comunità dei credenti a lasciarsi istruire anche da persone di posizioni o culture diverse, nella logica di un beneficio reciproco in cui si dona e si riceve.

197. Per esempio, nel SI alcuni esperti hanno fatto notare come il fenomeno migratorio possa divenire un’opportunità per un dialogo interculturale e per il rinnovamento di comunità cristiane a rischio di involuzione. Alcuni giovani LGBT, attraverso vari contributi giunti alla Segreteria del Sinodo, desiderano «beneficiare di una maggiore vicinanza» e sperimentare una maggiore cura da parte della Chiesa, mentre alcune CE si interrogano su che cosa proporre «ai giovani che invece di formare coppie eterosessuali decidono di costituire coppie omosessuali e, soprattutto, desiderano essere vicini alla Chiesa».

Il dialogo ecumenico e interreligioso, che in alcuni Paesi assume i tratti di una vera e propria priorità per i giovani, nasce e si sviluppa in un clima di reciproca stima e di naturale apertura di una comunità che si mette in gioco con «dolcezza e rispetto, con una retta coscienza» (1Pt 3,16). Anche il dialogo con i non credenti e con il mondo secolare nel suo insieme è in alcuni contesti decisivo per i giovani, soprattutto in ambito accademico e culturale, dove a volte sentono di essere discriminati in nome della fede che professano: iniziative come quella della “Cattedra dei non credenti” e del “Cortile dei gentili” sono di grande interesse per le giovani generazioni, perché li aiutano ad integrare la loro fede nel mondo in cui vivono e anche ad assumere un metodo di dialogo aperto e di confronto fecondo tra posizioni diverse.

Capitolo IV

Animazione e organizzazione della pastorale

198. Per accompagnare i giovani nel loro discernimento vocazionale non servono solo persone competenti, ma anche strutture adeguate di animazione non solo efficienti ed efficaci, ma soprattutto attrattive e luminose per lo stile relazionale e le dinamiche fraterne che generano. Alcune CE sentono il bisogno di una “conversione istituzionale”. Rispettando e integrando le nostre legittime differenze, riconosciamo nella comunione la via privilegiata per la missione, senza la quale è impossibile sia educare che evangelizzare. Diventa sempre più importante quindi verificare, come Chiesa, non solo “che cosa” stiamo facendo per e con i giovani, ma anche “in che modo” lo stiamo facendo.

Il protagonismo giovanile

199. A nome di molti altri, un giovane rispondendo al QoL dice: «Noi desideriamo essere coinvolti, valorizzati, sentirci corresponsabili in quello che si sta facendo». In quanto battezzati, anche i giovani sono chiamati ad essere “discepoli missionari”, e si stanno facendo passi importanti in questa direzione (cfr. EG 106). Sulla scia del documento conciliare Apostolicam Actuositatem, San Giovanni Paolo II affermava che i giovani «non devono essere considerati semplicemente come l’oggetto della sollecitudine pastorale della Chiesa: sono, di fatto, e devono venire incoraggiati ad esserlo, soggetti attivi, protagonisti dell’evangelizzazione e artefici del rinnovamento sociale» (CL 46). Qui sta per molte CE il vero punto qualificante della pastorale giovanile: passare con coraggio dal fare pastorale “per i giovani” a fare pastorale “con i giovani”.

Benedetto XVI ha spesso invitato i giovani a essere protagonisti della missione: «Cari giovani, voi siete i primi missionari tra i vostri coetanei!» (Messaggio per la XXVIII GMG 2013, 18 ottobre 2012), perché «il modo migliore di evangelizzare un giovane è arrivare a lui attraverso un altro giovane» (QoL). Saranno da individuare i campi privilegiati per il protagonismo giovanile. Alcune CE denunciano la realtà del “clericalismo” come un problema a volte insormontabile: una CE afferma che «molti dei nostri giovani pensano che la Chiesa sia solo l’insieme dei ministri ordinati e dei consacrati che la rappresentano». Scardinare questa visione rimane un traguardo che molte CE si augurano venga raggiunto con una presa di posizione chiara da parte del Sinodo.

La Chiesa nel territorio

200. Tutto il popolo di Dio è soggetto della missione cristiana (cfr. EG 120) e ciò si esplica con diverse responsabilità e a vari livelli di animazione.

Il successore di Pietro manifesta continuamente una predilezione per i giovani, che loro stessi riconoscono e apprezzano. Il suo essere centro di unità visibile della Chiesa e il suo impatto mediatico universale lo mettono in una posizione di guida che riconosce e incoraggia l’apporto di tutti i carismi e le istituzioni a servizio delle giovani generazioni.

Molte CE offrono un servizio centrale qualificato alla pastorale dei giovani, ma il soggetto privilegiato rimane comunque la Chiesa particolare, che il Vescovo presiede e anima con i suoi collaboratori, favorendo sinergie e valorizzando le buone esperienze di comunione tra tutti coloro che si adoperano per il bene dei giovani. Se molte CE affermano che vi è un servizio di qualità in questo ambito della pastorale, in alcune parti del mondo vi è molta improvvisazione e poca organizzazione.

Dal punto di vista territoriale la parrocchia, Chiesa tra le case, è il luogo ordinario della pastorale e la sua validità è stata chiaramente riaffermata nel nostro tempo (cfr. EG 28). Un giovane nel QoL afferma che «dove i sacerdoti sono liberi dalle incombenze finanziarie e organizzative, possono concentrarsi nel lavoro pastorale e sacramentale che tocca la vita delle persone». Se alcune CE fanno notare la vitalità delle parrocchie, per altre queste non sembrano più essere uno spazio adeguato per i giovani, che si rivolgono ad altre esperienze di Chiesa che intercettano meglio la loro mobilità, i loro luoghi di vita e la loro ricerca spirituale.

L’apporto della vita consacrata

201. Molte CE attestano la loro sincera gratitudine per le tante e qualificate presenze dei consacrati nel loro territorio che sanno “educare evangelizzando ed evangelizzare educando” in tante forme e stili diversi. I consacrati stanno vivendo oggi una fase delicata: se in alcuni Paesi, in special modo nel Sud del mondo, c’è un’espansione e una vitalità che fanno ben sperare, in zone più secolarizzate vi è una diminuzione numerica consistente e anche una crisi identitaria, generata dal fatto che la società oggi sembra non avere più alcuna necessità dei consacrati. Alcune CE notano che la vita consacrata è un luogo specifico di espressione del “genio femminile”. Talvolta vi è però un’incapacità ecclesiale di riconoscere, dare spazio e incentivare questa creatività unica e tanto necessaria oggi, e di evitare usi strumentali dei diversi carismi: ciò implica una necessaria e coraggiosa “conversione culturale” della Chiesa.

202. Convinti che i giovani sono la vera risorsa per il “ringiovanimento” dei dinamismi ecclesiali, l’USG si chiede: «Siamo veramente sensibili ai giovani? Comprendiamo le loro necessità ed attese? Sappiamo capire la loro esigenza di fare esperienze significative? Siamo capaci di superare le distanze che ci separano dal loro mondo?». Dove ai giovani viene offerto ascolto, accoglienza e testimonianza in modo creativo e dinamico, nascono sintonie e simpatie che stanno portando frutto. Per l’USG sarebbe opportuna l’istituzione di un “Osservatorio permanente” sui giovani a livello di Chiesa universale.

Associazioni e movimenti

203. Molti giovani vivono e riscoprono la fede attraverso l’appartenenza convinta e attiva a movimenti e associazioni che offrono loro una intensa vita fraterna, impegnativi cammini di spiritualità, esperienze di servizio, spazi adeguati per l’accompagnamento e persone competenti per il discernimento. Per questo la loro presenza è in genere apprezzata. Dove la Chiesa fatica a mantenere una presenza visibile e significativa, i movimenti conservano un dinamismo vitale e rimangono un presidio importante; pure in altri luoghi sono una presenza positiva: lo stile comunitario e lo spirito di preghiera, la valorizzazione della Parola di Dio e il servizio ai più poveri, l’appartenenza gioiosa e la rivalutazione della sfera corporea ed emotiva, il coinvolgimento attivo e la spinta al protagonismo sono alcuni degli elementi di indubbio interesse che spiegano il loro grande successo tra i giovani. Alcune CE, pur riconoscendo la fecondità di tutto ciò, chiedono che il Sinodo rifletta e offra orientamenti concreti per vincere la tentazione di autoreferenzialità di alcuni movimenti e associazioni, perché è necessario «rendere più stabile la partecipazione di queste aggregazioni all’interno della pastorale d’insieme della Chiesa» (EG 105). In questa direzione sarebbe opportuno valorizzare i criteri offerti da IE 18.

Reti e collaborazioni a livello civile, sociale e religioso

204. La Chiesa è chiamata ad entrare decisamente in relazione con tutti coloro che hanno la responsabilità dell’educazione dei giovani in ambito civile e sociale. L’attuale sensibilità verso l’“emergenza educativa” in atto è patrimonio comune della Chiesa e della società civile e chiede unità di intenti per ricreare un’alleanza nel mondo degli adulti. “Fare rete” è uno dei punti qualificanti da sviluppare nel terzo millennio. In un mondo in cui la Chiesa prende sempre più coscienza di non essere l’unico soggetto agente della società, ma riconosce di essere una “minoranza qualificata”, diventa necessario imparare l’arte della collaborazione e la capacità di tessere relazioni in vista di un progetto comune. Lungi dal pensare che entrare in dialogo con diversi organismi sociali e civili significhi la perdita della propria identità, alcune CE affermano che la capacità di unire risorse e progettare insieme con altri cammini di rinnovamento aiuta tutta la Chiesa ad assumere un autentico dinamismo “in uscita”.

205. Non solo a livello civile e sociale, ma anche in ambito ecumenico e interreligioso alcune CE testimoniano che perseguire obiettivi condivisi in vari campi – per esempio l’ambito dei diritti umani, la salvaguardia del creato, l’opposizione a qualsiasi tipo di violenza e di abuso sui minori, il rispetto della libertà religiosa – aiutano i diversi soggetti ad aprirsi, conoscersi, stimarsi e cooperare insieme.

La progettazione pastorale

206. Una denuncia trasversale da parte di molte CE è la disorganizzazione, l’improvvisazione e la ripetitività. Nella RP è stato detto che «a volte, nella Chiesa, è difficile superare la logica del “si è sempre fatto così”» (RP1). Talvolta viene evidenziata l’impreparazione di alcuni pastori, che non si sentono all’altezza per affrontare le complicate sfide del nostro tempo e rischiano così di rinchiudersi in visioni ecclesiologiche, liturgiche e culturali ormai superate. Una CE afferma che «si nota spesso assenza di mentalità per progettare cammini» e per varie altre sarebbe utile chiedersi come accompagnare le Diocesi in questo campo, visto che oggi, afferma una CE, «emerge l’istanza di maggior coordinamento, dialogo, progettualità e anche studio, in rapporto alla pastorale giovanile vocazionale». Altre CE accennano a una sorta di contrapposizione tra progettazione operativa e discernimento spirituale. In realtà un buon progetto pastorale dovrebbe essere il frutto maturo di un autentico cammino di discernimento nello Spirito, che porta tutti ad andare in profondità. Ogni membro della comunità è chiamato a crescere nella capacità di ascolto, nel rispetto della disciplina dell’insieme che valorizza l’apporto di ciascuno e nell’arte di unire gli sforzi in vista di una progettazione che diventi per i membri della comunità un processo trasformativo.

Il rapporto tra eventi straordinari e vita quotidiana

207. Molte CE hanno offerto riflessioni sul rapporto tra alcuni “grandi eventi” della pastorale giovanile – in primo luogo la GMG, ma anche raduni giovanili internazionali, continentali, nazionali e diocesani – e la vita ordinaria di fede dei giovani e delle comunità cristiane. Vi è grande apprezzamento per la GMG perché, come dice una CE, «offre ottime opportunità per il pellegrinaggio, lo scambio culturale e la costruzione di amicizie in contesti locali e internazionali». Alcune CE ne chiedono però una verifica e un rilancio: alcune la ritengono un’esperienza troppo elitaria e altre la desiderano più interattiva, aperta e dialogica.

208. Nella RP, i giovani si sono domandati come «colmare il divario tra gli eventi ecclesiali di portata più ampia e la parrocchia» (RP 14). Se i grandi eventi svolgono un ruolo significativo per tanti giovani, molte volte si fatica a inserire nel quotidiano l’entusiasmo che viene dalla partecipazione a simili iniziative, che rischiano così di diventare momenti di evasione e fuga rispetto alla vita di fede ordinaria. Una CE afferma, a questo proposito, che «gli eventi internazionali possono diventare parte della pastorale giovanile ordinaria, e non solo eventi unici, se la relazione tra questi eventi diventa più chiara e le tematiche sottostanti a questi eventi si traducono in riflessione e in pratica nella vita personale e comunitaria quotidiana». Alcune CE mettono in guardia dall’illusione che alcuni eventi straordinari risolvano il cammino di fede e la vita cristiana dei giovani: in questo senso l’attenzione ai processi virtuosi, ai percorsi educativi e agli itinerari di fede appare decisamente necessaria. Perché, come dice una CE, «il modo migliore di proclamare il Vangelo in questa nostra epoca è di viverlo nel quotidiano con semplicità e saggezza», mostrando così che esso è sale, luce e lievito di ogni giorno.

Verso una pastorale integrata

209. Una CE, come tante altre, a proposito della relazione tra pastorale giovanile e pastorale vocazionale, afferma: «Anche se ci sono significative esperienze in proposito, c’è una forte necessità di articolare strutturalmente la pastorale giovanile e la pastorale vocazionale. Inoltre, c’è l’esigenza di lavorare insieme con la pastorale familiare, educativa, culturale e sociale attorno alla costruzione del progetto personale di vita di ogni battezzato». Emerge ovunque una ricerca sincera di maggior coordinamento, sinergia e integrazione tra i diversi ambiti pastorali che hanno come obiettivo comune quello di aiutare tutti i giovani a giungere alla «misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13). Di fronte ad una moltiplicazione di “uffici” che crea frammentazione progettuale e operativa, difficoltà di chiarificazione delle diverse competenze e fatica a gestire i diversi livelli relazionali, l’idea di “pastorale integrata”, che fa leva sulla centralità dei destinatari, sembra essere per alcune CE una direzione di marcia da consolidare e incrementare.

210. La chiave di volta per raggiungere questa unità integrata è per molti l’orizzonte vocazionale dell’esistenza, perché «la dimensione vocazionale della pastorale giovanile non è qualcosa che si deve proporre solo alla fine di tutto il processo o a un gruppo particolarmente sensibile a una chiamata vocazionale specifica, ma che si deve proporre costantemente nel corso di tutto il processo di evangelizzazione e di educazione nella fede degli adolescenti e dei giovani» (Francesco, Messaggio ai partecipanti al convegno internazionale sul tema: «Pastorale vocazionale e vita consacrata. Orizzonti e speranze», 25 novembre 2017).

Seminari e case di formazione

211. I giovani candidati al ministero ordinato e alla vita consacrata vivono nelle stesse condizioni degli altri giovani: condividono le risorse e le fragilità dei loro coetanei, a seconda dei Continenti e dei Paesi in cui risiedono. Per questo è necessario offrire indicazioni adatte alle diverse situazioni locali. A livello generale, a proposito del discernimento vocazionale alcune CE individuano due grandi problemi: il narcisismo, che tende a rinchiudere la persona sulle proprie esigenze, e la tendenza a comprendere la vocazione nell’ottica esclusiva dell’autorealizzazione. Entrambi hanno una radice comune in una concentrazione potenzialmente patologica su di sé. Due pericoli che anche i cammini di formazione corrono sono l’individualismo centrato sul soggetto autonomo, che esclude il riconoscimento, la gratitudine e la collaborazione all’azione di Dio; l’intimismo, che chiude la persona nel mondo virtuale e in una falsa interiorità, dove viene esclusa la necessità di avere a che fare con gli altri e con la comunità (cfr. PD e GE 35-62). Vanno progettati cammini formativi capaci di liberare la generosità dei giovani in formazione, facendo crescere in loro una profonda coscienza di essere al servizio del popolo di Dio. Si rende necessario garantire équipe formative di qualità capaci di interagire con le necessità concrete dei giovani di oggi e con il loro bisogno di spiritualità e di radicalità. L’organizzazione di tempi, spazi e attività nelle case di formazione dovrebbero rendere possibile una vera esperienza di vita comune e fraterna.

CONCLUSIONE

La vocazione universale alla santità

212. La cifra sintetica e unificante della vita cristiana è la santità, perché «il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e ai singoli suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato la santità della vita, di cui egli stesso è l’autore e il perfezionatore» (LG 40). La santità comprende dal punto di vista qualitativo e globale ogni altra dimensione dell’esistenza credente e della comunione ecclesiale, portate a pienezza secondo i doni e le possibilità di ciascuno. Per questo San Giovanni Paolo II la proponeva all’inizio del terzo millennio come «misura alta della vita cristiana ordinaria» (NMI 31). La ripresa del tema in GE offre un approfondimento sulla santità nel mondo contemporaneo e richiama a tutti la volontà del Signore Gesù, che «ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente» (GE 1). Il tutto si gioca chiaramente nella pratica della vita quotidiana: «La forza della testimonianza dei santi sta nel vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale. Sono poche parole, semplici, ma pratiche e valide per tutti, perché il cristianesimo è fatto soprattutto per essere praticato» (GE 109).

La giovinezza, un tempo per la santità

213. Convinti che «la santità è il volto più bello della Chiesa» (GE 9), prima di proporla ai giovani siamo chiamati tutti a viverla da testimoni, divenendo così una comunità “simpatica”, come narrano in varie occasioni gli Atti degli Apostoli (cfr. GE 93). Solo a partire da questa coerenza diventa importante accompagnare i giovani sulle vie della santità. Se sant’Ambrogio affermava che «ogni età è matura per la santità» (De Virginitate, 40), senza dubbio lo è anche la giovinezza! Nella santità di numerosi giovani la Chiesa riconosce la grazia di Dio che previene e accompagna la storia di ciascuno, la valenza educativa dei sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, la fecondità di cammini condivisi nella fede e nella carità, la carica profetica di questi “campioni” che spesso hanno sigillato nel sangue il loro essere discepoli di Cristo e missionari del Vangelo. Se è vero, come hanno affermato i giovani durante la Riunione presinodale, che la testimonianza autentica è il linguaggio più richiesto, la vita dei giovani santi è la vera parola della Chiesa e l’invito ad intraprendere una vita santa è l’appello più necessario per i giovani di oggi. Un autentico dinamismo spirituale e una feconda pedagogia della santità non deludono le aspirazioni profonde dei giovani: il loro bisogno di vita, di amore, di espansione, di gioia, di libertà, di futuro e anche di misericordia e riconciliazione. Per molte CE rimane una grande sfida proporre la santità come orizzonte di senso accessibile a tutti i giovani e realizzabile nella ferialità della vita.

Giovani santi e giovinezza dei santi

214. Gesù invita ogni suo discepolo al dono totale della vita, senza calcolo e tornaconto umano. I santi accolgono quest’invito esigente e si mettono con umile docilità alla sequela di Cristo crocifisso e risorto. La Chiesa contempla nel cielo della santità una costellazione sempre più numerosa e luminosa di ragazzi, adolescenti e giovani santi e beati che dai tempi delle prime comunità cristiane giungono fino a noi. Nell’invocarli come protettori, li indica ai giovani come riferimenti per la loro esistenza. Varie CE chiedono di valorizzare la santità giovanile per l’educazione, e i giovani stessi riconoscono di essere «più recettivi di fronte a “una narrativa della vita” che a un astratto sermone teologico» (RP, Parte II, Introduzione). Visto che i giovani affermano che «le vite dei Santi per noi sono ancora rilevanti» (RP 15), diventa importante presentarli in modo adatto alla loro età e condizione.

Un posto del tutto speciale spetta alla Madre del Signore, che ha vissuto da prima discepola del suo amato Figlio ed è modello di santità per ogni credente. Nella sua capacità di custodire e meditare nel proprio cuore la Parola (cfr. Lc 2,19.51), Maria è per tutta la Chiesa madre e maestra del discernimento.

Merita anche ricordare che accanto ai “Santi giovani” vi è la necessità di presentare ai giovani la “giovinezza dei Santi”. Tutti i Santi, infatti, sono passati attraverso l’età giovanile e sarebbe utile ai giovani di oggi mostrare in che modo i Santi hanno vissuto il tempo della loro giovinezza. Si potrebbero così intercettare molte situazioni giovanili non semplici né facili, dove però Dio è presente e misteriosamente attivo. Mostrare che la Sua grazia è all’opera attraverso percorsi tortuosi di paziente costruzione di una santità che matura nel tempo per tante vie impreviste può aiutare tutti i giovani, nessuno escluso, a coltivare la speranza di una santità sempre possibile.

* * *

PREGHIERA PER IL SINODO

Signore Gesù,

la tua Chiesa in cammino verso il Sinodo

volge lo sguardo a tutti i giovani del mondo.

Ti preghiamo perché con coraggio

prendano in mano la loro vita,

mirino alle cose più belle e più profonde

e conservino sempre un cuore libero.

Accompagnati da guide sagge e generose,

aiutali a rispondere alla chiamata

che Tu rivolgi a ciascuno di loro,

per realizzare il proprio progetto di vita

e raggiungere la felicità.

Tieni aperto il loro cuore ai grandi sogni

e rendili attenti al bene dei fratelli.

Come il Discepolo amato,

siano anch’essi sotto la Croce

per accogliere tua Madre, ricevendola in dono da Te.

Siano testimoni della tua Risurrezione

e sappiano riconoscerti vivo accanto a loro

annunciando con gioia che Tu sei il Signore.

Amen.

(Papa Francesco)

________________________

ABBREVIAZIONI

AL Amoris laetitia
DC Deus caritas est
CE Conferenza Episcopale / Conferenze Episcopali
CL Christifideles laici
DP Documento preparatorio
DV Dicastero Vaticano
EG Evangelii gaudium
EN Evangelii nuntiandi
GMG Giornata mondiale della gioventù
GE Gaudete et exsultate
GS Gaudium et spes
IE Iuvenescit ecclesia
LF Lumen fidei
LG Lumen gentium
LS Laudato si’
NMI Novo millennio ineunte
PD Placuit Deo
PdV Pastores dabo vobis
PO Presbyterorum ordinis
PP Populorum progressio
QoL Questionario on line per i giovani della Segreteria del Sinodo
RFIS Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis
RP Riunione presinodale (19-24 marzo 2018)
SI Seminario internazionale sulla condizione giovanile (11-15 settembre 2017)
USG Unione Superiori Generali
VC Vita consecrata
VG Veritatis gaudium
VD Verbum Domini

[00978-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Leggi un primo commento , quello di Giovanni Panettiere sul “Quotidiano” del 19 giugno

Roma, 13 luglio 2018 – Sarà ricordato come il primo documento vaticano che sdogana l’acronimo Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali e transgender), coniato negli anni ‘80, e incoraggia la Chiesa ad affrontare il tema della sessualità “più apertamente e senza pregiudizi”. Stiamo parlando dell’Instrumentum laboris del prossimo Sinodo dei giovani, in agenda dal 3 al 28 ottobre, pubblicato stamattina. Oltre settanta pagine, elaborate dalla Segreteria generale del Sinodo dei vescovi, che guideranno il confronto fra i delegati delle diverse conferenze episcopali di tutto il mondo. Non si  tratta di uno scritto già di per sé definitivo, ma di una bozza di lavoro che lascia intravedere comunque un cambio di approccio pastorale su questioni delicate e pregnanti per i ragazzi di oggi.

L’Instrumentum laboris, dal respiro fortemente sociologico e allo stesso tempo realistico, si articola in tre parti: la prima legata al verbo ‘riconoscere’ scatta una fotografia del variegato mondo giovanile: la seconda (filo conduttore la parola ‘interpretare’) offre alcune chiavi di lettura per orientarsi nel contesto attuale delle nuove generazioni; la terza ha l’obiettivo di arrivare a ‘scegliere’, cioé mettere i padri sinodali nelle condizioni di prendere posizione rispetto alle sfide cruciali per i giovani. La bozza è il risultato di un processo complesso avviato nel gennaio 2017, con l’uscita del Documento preparatorio del Sinodo al quale era allegato un questionario destinato alle conferenze episcopali nazionali. Il nuovo testo tiene conto anche delle riflessioni scaturite nel corso del Seminario internazionale sulla condizione giovanile, tenutosi nello scorso settembre, delle risposte a un secondo questionario (questo rivolto ai ragazzi e diffuso online) e infine di quanto emerso dalla Riunione presinodale di marzo che ha visto la partecipazione di 300 giovani in rappresentanza dei cinque continenti.

Questi i temi salienti evidenziati nell’Instrumentum laboris:

La sfida della globalizzazione (numeri 8-9)

Il documento, rivolto in primo luogo a 1,8 miliardi di persone di età compresa tra i 16 e i 29 anni (un quarto circa della popolazione mondiale), sottolinea, nonostante le ovvie differenze regionali, “l’influsso del processo di globalizzazione sui giovani dell’intero pianeta”. Questo determina “una richiesta di spazi crescenti di libertà, autonomia ed espressione a partire dalla condivisione di esperienze provenienti dal mondo occidentale, magari mutuate dai social media”. Una situazione che molte conferenze episcopali non occidentali considerano un campanello d’allarme, tanto da chiedersi come riuscire ad accompagnare i ragazzi in questo “cambiamento culturale che scardina le culture tradizionali, ricche dal punto di vista della solidarietà, dei legami comunitari e della spiritualità”. Sono gli stessi episcopati che “sentono di non avere strumenti adeguati” per raccogliere la sfida e che, in alcuni casi, non rinunciano a parlare espressamente di una “decadenza dei costumi” in atto.

La crisi del padre (numero 12)

La Segreteria generale del Sinodo dei vescovi, facendo leva sulle risposte del questionario online, sottolinea come “la figura materna sia il riferimento privilegiato dei giovani”. Più problematico il discorso sul ruolo del padre. Sul punto si rende necessaria una riflessione accurata, perché “l’assenza” in famiglia dei papà (“evanescenza in alcuni contesti, in particolare quelli occidentali”) produce “ambiguità e vuoti” che investono anche l’esercizio della paternità spirituale.

Adulti cercansi (numero 14)

“Non ci mancano solo adulti nella fede. Ci mancano adulti tout court”: è quanto si legge in uno dei passaggi più accorati dell’Instrumentum. Troppo spesso oggi sono i grandi “a prendere i giovani come riferimento per il proprio stile di vita”. Ne consegue che, a detta di alcuni episcopati, tra giovani e adulti “non vi è un vero e proprio conflitto generazionale” quanto piuttosto una “reciproca estraneità“: i secondi non hanno più interesse a trasmettere valori alle nuove generazioni le quali finiscono per sentirli “più come competitori che come potenziali alleati”.

Le trappole del web (num. 34-35)

Il rapporto fra nuove generazioni e mondo digitale è tra le prime sfide indicate dal documento vaticano. Gli stessi ragazzi denunciano “la presenza pervasiva” dei nuovi media e sottolineano come la Rete rappresenti anche “un territorio di solitudine, manipolazione, sfruttamento e violenza, fino al caso estremo del ‘dark web’”.  Eppure non va dimenticato che “l’accesso a strumenti di formazione online ha aperto opportunità educative per i giovani che vivono in aree remote e ha reso l’accesso alla conoscenza a portata di click”. Ciò detto, su Internet e dintorni, nella Chiesa le ombre superano le luci. “Anche per ignoranza e scarsa formazione – si ammettono -, i pastori e in generale gli adulti stentano a comprendere questo nuovo linguaggio”. Ne hanno tendenzialmente paura, “sentendosi di fronte a un ‘nemico invisibile e onnipresente’ che a volte demonizzano“.Sesso senza pregiudizi (numero 53)

Sulla ricezione tra le nuove generazioni dell’insegnamento cattolico in tema di sesso, la Santa Sede si scontra con la realtà. Sempre più studi sociologici mostrano come “molti giovani cattolici non seguono le indicazioni della morale sessuale della Chiesa”. Nessuna conferenza episcopale offre soluzioni o ricette, ma molte ritengono che “la questione della sessualità deve essere discussa più apertamente e senza pregiudizi“. La posizione ecclesiale su “contraccezione, aborto, omosessualità, convivenza, matrimonio” è ormai fonte di dibattito tra i ragazzi. All’interno della Chiesa come nella società. Dalla riunione pre-sinodale giunge così l’invito, ripreso integralmente nella bozza di lavoro pubblicata oggi, “ad affrontare in maniera concreta argomenti controversi come l’omosessualità e le tematiche del gender, su cui i giovani già discutono con libertà e senza tabù”.

Il dramma degli hikikomori (numero 58)

Un uso superficiale dei media digitali, si legge nell’Instrumentum, “espone al rischio di isolamento, anche estremo, è il fenomeno noto con il termine giapponese hikikomori che interessa un numero crescente di giovani in molti Paesi, in particolare asiatici”. Internet poi assume ancora per troppi ragazzi i contorni di “un rifugio in una felicità illusoria e inconsistente che genera forme di dipendenza”. Non mancano nemmeno coloro che “tendono a separare i loro comportamenti on-line da quelli off-line“. Ce ne è abbastanza allora per suggerire “una formazione su come vivere la propria vita digitale” a misura di nuove generazioni. Nella consapevolezza che “le relazioni on-line possono diventare disumane“.

L’ascolto delle coppie omosessuali (numero 197)

Per la prima volta in un documento vaticano compare l’acronimo Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali e transgender). In uno strano scherzo del calendario la svolta linguistica arriva lo stesso giorno in cui l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) depenna dalle malattie mentali la transessualità. Nell’Instrumentum la Segreteria generale del Sinodo fa cenno ad “alcuni giovani Lgbt” che, attraverso vari contributi giunti alla stessa cabina di regia dell’assise, hanno espresso il desiderio di ‘beneficiare di una maggiore vicinanza e sperimentare una maggiore cura da parte della Chiesa”. Si affaccia anche il tema delle relazioni fra persone dello stesso sesso: “Alcune Conferenze episcopali si interrogano su che cosa proporre ai giovani che invece di formare coppie eterosessuali decidono di costituire coppie omosessuali e, soprattutto, desiderano essere vicini alla Chiesa”. A livello storico risale al 1975 il primo provvedimento della Santa sede incentrato sulla cura pastorale degli omosessuali. Titolo ‘Persona humana’, estensore l’ex Sant’Uffizio. Quanto alle coppie dello stesso sesso merita di essere ricordata la Relazione intermedia del Sinodo straordinario sulla famiglia (2014) che in un passaggio, giudicato dall’assemblea dei vescovi troppo aperturista e come tale poi cassato, riconosceva il valore positivo di una relazione affettiva per  per la singola persona gay o lesbica.

 

 



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