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Sezione italiana del movimento internazionale “We Are Church” per la riforma della Chiesa cattolica

“Il Ponte per…” dice quello che c’è da dire sui soldati italiani feriti in Iraq. Bisogna ritirare la presenza militare e investire nella cooperazione civile

 

Comunicato stampa
Un Ponte Per: “Vicinanza ai soldati italiani feriti in Iraq, resta contrarietà su presenza militare nel paese”

Roma, 11 novembre 2019 – Un Ponte Per esprime la propria solidarietà e vicinanza ai militari italiani feriti in Iraq. Riteniamo che anche loro siano vittime della lunga guerra che da decenni insanguina il paese. Le nostre critiche rispetto alle missioni militari in Iraq come altrove non sono mai state rivolte ai/alle soldati/e, ma al potere politico che ha la responsabilità di averli rinviati in Iraq dopo il ritiro del contingente italiano nel 2006, voluto dal Governo Prodi in seguito alle pressioni delle mobilitazioni pacifiste.

La scelta di rinviare un contingente militare in Iraq – attualmente composto da 800 soldati operativi – fu nel 2015 del Governo Renzi. La motivazione addotta fu la messa in sicurezza della Diga di Mosul, i cui lavori di risanamento erano stati affidati alla multinazionale italiana Trevi. Da subito contestammo l’uso improprio delle Forze Armate italiane poste a difesa di un appalto privato: un fatto che sollevava questioni di carattere politico e morale. La decisione, per altro, ci apparve di facciata, vista anche la qualità dei reparti interessati. Un modo, insomma, per far digerire più facilmente all’opinione pubblica il ritorno in Iraq di militari italiani.

Ieri come oggi, ribadiamo la nostra contrarietà a questa missione. Riteniamo che gli eserciti dei Paesi che hanno preso parte attivamente alle due guerra che hanno portato l’Iraq al caos attuale, causando migliaia di vittime, dovrebbero stare ben lontani dal paese.

Il Governo italiano dovrebbe, piuttosto, sostenere attivamente forme di cooperazione civile. I costi della missione italiana, inoltre, dal 2003 ad oggi hanno raggiunto i 3 miliardi di euro: una cifra smisurata, che se usata per fini civili (costruzione di scuole, ospedali, potabilizzatori, ricostruzione dell’infrastruttura economica) avrebbe consentito una più efficace opera di contrasto di Daesh e della divisione settaria del paese. Attualmente, per ogni 7 euro investiti in missioni militari, solo 1 euro viene destinato alla cooperazione. Una percentuale che, a nostro avviso, andrebbe invertita.

Purtroppo di Iraq sui nostri media si parla solo quando avvengono episodi che coinvolgono i nostri militari, delle grandi mobilitazioni popolari che in questi due mesi hanno attraversato il paese leggiamo poco o nulla. Eppure dall’inizio di ottobre le vittime sono oltre 360 e 8mila le persone ferite.

Non riteniamo che l’Italia in Iraq debba svolgere alcuna attività militare, ma molto potrebbe fare per ricostruire ciò che le guerre in questi decenni hanno distrutto, come stanno tentando di fare le nuove generazioni.


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