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Sezione italiana del movimento internazionale “We Are Church” per la riforma della Chiesa cattolica

Il problema del “femminile” è più che mai aperto nella Chiesa


Disuguaglianza di genere: dall’elogio del femminile alla denuncia delle strutture patriarcali

sabato, 28 febbraio 2015

Chiese e Religioni

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Ingrid Colanicchia
Adista Documenti n. 8 del 28/02/2015

Nell’estate del 2013, di ritorno dalla sua prima Giornata mondiale della Gioventù, papa Francesco pronunciò due frasi interpretate come segnali di grande apertura. La prima è l’ormai celebre «Chi sono io per giudicare?», la seconda riguardava invece una «teologia della donna» ancora da fare e l’affermazione che, come Maria è più importante degli apostoli, così la donna nella Chiesa lo è rispetto a vescovi e preti.

Ma se la prima ha costituito senz’altro una novità in termini di atteggiamento nei confronti delle persone lgbt, la seconda ha dato luogo a interpretazioni ben diverse tra chi, da un lato, non ha perso occasione per gridare alla rivoluzione di Francesco, e chi, dall’altro, avendo speso tutta la vita nel lavoro teologico da una prospettiva femminista, ha invece storto il naso, come la teologa Ivone Gebara, la quale si è domandata: «Come può papa Francesco semplicemente ignorare la forza del movimento femminista e la sua espressione nella teologia femminista cattolica?» (v. Adista Documenti n. 29/13).

Da allora ben poco è cambiato sia su un fronte che sull’altro e non c’è da stupirsene. Nel momento in cui la Chiesa sceglie di mettere l’accento sulla famiglia “tradizionale” come strumento di ricompattazione identitaria, è chiaro che a farne le spese sono le donne – nella misura in cui a questo si accompagna un elogio del “femminile” tradizionalmente inteso – e quei nuclei familiari che non corrispondono al “modello unico” propagandato, come quelli fondati sull’unione tra persone dello stesso sesso. E infatti non è un caso che siano proprio le conquiste del movimento femminista e dei movimenti lgbt il principale bersaglio della lotta alla cosiddetta “ideologia del gender” di cui da qualche anno a questa parte si fa un gran parlare.

E invece, per non perdere l’appuntamento con la storia, la Chiesa avrebbe bisogno di ben altro: di mettere davvero in discussione le proprie strutture patriarcali, facendo tesoro del lavoro decennale di tante teologhe e di tanti teologi.

Un invito a sovvertire i propri schemi che in tanti le hanno rivolto e continuano a rivolgerle, come dimostra la teologa Mari Enrique Belvis nel suo intervento alla XVII Settimana Andalusa di Teologia (21-23/11) di cui di seguito riportiamo ampi stralci in una nostra traduzione dallo spagnolo, insieme a un intervento della teologa Joan Chittister sul tema dell’uguaglianza di genere, apparso sul National Catholic Reporter (4/11), che proponiamo in una nostra traduzione dall’inglese.

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Raccontare Gesù, raccontare con Gesù

Mari Enrique Belvis

CIFRE CHE SCUOTONO LA COSCIENZA

(…). Nel 2013, lo slogan della campagna di Manos Unidas era “Non c’è giustizia senza uguaglianza”, in relazione al terzo degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio: “Promuovere l’uguaglianza tra i sessi e l’autonomia della donna”.

Le cifre che apparivano nella presentazione della campagna erano vergognose: del miliardo e 300 milioni di persone che vivono nella povertà estrema, il 70% è costituito da donne, e sono donne il 60% delle persone che soffrono la fame. Su un miliardo di analfabeti, i due terzi sono donne. (…). Si aggira sui 2 milioni all’anno il numero di donne e bambine vittime del commercio internazionale, nella maggior parte dei casi a fini di sfruttamento sessuale. (…). Inoltre, la difficoltà di accedere alle risorse naturali e al credito le obbliga a dipendere dagli usurai, aggravando la loro già precaria situazione.

Mappa della disuguaglianza

L’Indice di Equità di Genere (IEG) – elaborato da Social Watch nel 2007 per dare maggiore visibilità alle disuguaglianze di genere e monitorarne l’evoluzione nei diversi Paesi – misura la forbice tra uomini e donne nei campi dell’educazione, dell’attività economica e della rappresentanza politica. (…). Per quanto il lavoro femminile rappresenti il 52% del totale, le donne possiedono solo l’1% della terra, il 2% del credito agricolo e il 10 % della proprietà in denaro. (…). Rispetto all’accesso ai vertici decisionali in politica e in economia, le donne occupano solo il 17% degli scranni parlamentari, il 16% degli incarichi ministeriali e il 14% dei ruoli direttivi in campo economico.

Le più povere tra i poveri

Possiamo dedurne che è pericoloso nascere donna in questo mondo. (…). La disuguaglianza e l’oppressione delle donne nel mondo è una questione non solo sociologica, ma anche politica e persino teologica. La teologa Lucia Ramón lo spiega così: «È teologica, perché ha a che vedere con l’accoglienza e lo sviluppo del Regno di Dio in noi. Alla luce del Dio di Gesù, che ci ha creato tutti, uomini e donne, a sua immagine e ci rivela la nuova visione dell’umanità e delle relazioni umane che la Chiesa è chiamata a incarnare, la discriminazione della donna interpella la nostra passività di fronte al fatto che più della metà dell’umanità dispone di minori opportunità di vita e di sviluppo in ragione del suo sesso.

COSTRUIRE IL REGNO È SOVVERTIRE IL SISTEMA OPPRESSORE

(…). Il messaggio trasmesso a partire dalla Chiesa-Istituzione sul sacrificio, la colpa e l’abnegazione è interiorizzato nell’inconscio collettivo cristiano, soprattutto nel caso delle donne, per le quali del resto è stato pensato dal patriarcato ecclesiastico. Occorre tuttavia risvegliarsi, considerando che quello che Dio vuole «è misericordia e non sacrifici» (Mt 9,13). (…).

L’annuncio del Regno è sovversivo in sé, perché ha rovesciato le leggi stabilite al tempo di Gesù e le rovescia ora. (…). Se all’attuale sistema neoliberista, capitalista e patriarcale sono immolate tante, troppe vite, l’opzione per le ultime comporta il rifiuto di farsi complici del sistema, il risveglio della coscienza, la testimonianza della fede nel Dio che vuole che «tutti abbiano vita e l’abbiano in abbondanza». (…).

Per costruire il Regno e sovvertire il sistema sarà fondamentale dare visibilità alle vittime (…). L’invisibilità è una forma di violenza che esclude quanti non interessano al sistema, o perché scuotono le coscienze o perché non sono di alcuna utilità per il tessuto politico e sociale. Tale silenzio costituisce una zavorra che aggiunge altro carico sulle spalle di chi ha sofferto abusi di ogni tipo. (…). Molte volte, inoltre, il sistema incolpa le vittime (…): “qualcosa avranno fatto per avere questo risultato”. (…).

PROPOSTE TEOLOGICHE NELLA PROSPETTIVA DI GENERE

Raccontare Gesù è raccontare la storia di un sovversivo, raccontare Gesù è sovvertire ogni sistema che non garantisca un impegno a favore della vita, della dignità e dei diritti umani.

Che storia ci hanno raccontato su Gesù? Chi ce l’ha raccontata? A partire da quale luogo? In quale Gesù si crede? (…).

Raccontare Gesù è raccontare il suo Regno, e la sua logica, che consiste nell’optare per la trasformazione sociale, come denuncia di tutto ciò che disumanizza. (…).

La cosmovisione binaria e dualista su cui si regge il sistema patriarcale è denominata dalla teologa Elisabeth Schüssler Fiorenza come kyriarcato, per il fatto che qualunque persona diversa dal soggetto greco kyrios – il marito, il padre, il signore -, rispondente al profilo di un maschio bianco, proprietario, occidentale e libero, è considerata come “l’altro” e subordinata “per natura”. Tale ordine si costruisce come una piramide di oppressioni crescenti, dove la donna bianca occidentale è subordinata al marito, ma sottomette a sua volta schiavi, neri o stranieri, fino all’ultimo gradino della piramide, occupato dalle donne povere, nere, indigene, che sono “l’altro” di tutte le categorie. (…).

Le teologie critiche della liberazione condividono lo stesso metodo e gli stessi obiettivi: 1) analizzano criticamente le esperienze del patriarcato e dell’androcentrismo; 2) pongono in dialogo queste esperienze con una lettura femminista della Bibbia e con altri testi cristiani rilevanti; 3) sviluppano strategie per l’azione di trasformazione e di liberazione.

Tali teologie perseguono la trasformazione delle relazioni e delle strutture patriarcali tanto nella società quanto nelle Chiese.

I DIRITTI UMANI COME BASE DEL MESSAGGIO DI GESÙ

(…). Rosa Regás, nel prologo del disco di Pedro Guerra “Hijas de Eva”, scrive: «In nessuna delle tre religioni che costituiscono la base della nostra cultura mediterranea e buona parte della cultura occidentale (quella cattolica, quella musulmana e quella ebraica) si concede alla donna quanto prevede la Dichiarazione dei Diritti Umani: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”. In tutte e tre le religioni la donna è sottomessa all’uomo, in tutte e tre la donna non ha voce, né vengono ascoltati i suoi lamenti e le sue proteste, né si castiga chi la aggredisce, perché in tutte e tre è considerata un essere inferiore. E tutte e tre ricorrono a ragioni morali per giustificare la sottomissione, il silenzio, la sofferenza della donna a vantaggio di una struttura familiare ed economica e di un ordine sociale piramidale che siano per ciò stesso controllabili e inamovibili. Né il progresso, né la ricchezza, né le leggi, né i governi democratici riescono a porre fine a questa piaga sociale che provoca ogni anno in Spagna più vittime del terrorismo». (…).

Esperienza femminile del male

Per spiegare brevemente l’esperienza del male, riporto l’eccellente testo della teologa Lucia Ramón: «La teologa Ivone Gebara dà la priorità ai racconti delle donne povere e oppresse (…) e a partire da questa opzione preferenziale raggruppa le esperienze del male delle donne in cinque ambiti (…).

In primo luogo, l’esperienza femminile del male come “non avere”, legata all’“universale culturale” che impone alle donne in tutte le società la responsabilità principale di alimentare ed educare la famiglia e di assistere gli infermi, i moribondi e i feriti di guerra. (…). A tal punto viene loro imposta questa responsabilità che (…) in situazioni di estremo bisogno le donne arrivano a vendere il proprio corpo per sopravvivere e salvare la vita di chi da loro dipende.

In secondo luogo, l’esperienza femminile del male come “non potere” sulla propria vita, come impotenza di fronte all’insesorabilità del male nella malattia e nella morte, nella mancanza di libertà personale e politica e nella “monotonia quotidiana e molesta” della povertà femminile. (…). E si potrebbe includere in questa categoria l’esperienza transculturale dell’esclusione dalle funzioni religiose, delle barriere imposte alla partecipazione alla vita delle proprie comunità religiose per il fatto di essere donne.

In terzo luogo, l’esperienza femminile del male come “non sapere”: il desiderio di sapere come luogo di crocifissione o la mancanza di riconoscimento del proprio sapere (…). Per secoli, la “saggezza” è stata considerata privilegio di una élite maschile convinta della propria superiorità. E molte donne hanno pagato con la vita l’audacia di voler sapere o di affermare la propria saggezza nel corso della storia. Ancora oggi molti saperi restano proibiti alle donne o accessibili solo a un costo personale non equiparabile a quello pagato dagli uomini della stessa cultura e condizione. Permanentemente le donne devono “dimostrare” di sapere. (…).

In quarto luogo, l’esperienza femminile del male come “non valere”, in relazione non solo agli uomini, ma anche ad altre donne più privilegiate. È l’esperienza (…) di un corpo trattato come una merce, colpito, abusato e violentato; utilizzato come arma di guerra per abbattere il morale del nemico; caricato di lavori non riconosciuti a favore della famiglia e della comunità, utilizzato dalla pubblicità come moneta di scambio e svalutato dal fondamentalismo estetico imposto dalle grandi multinazionali della cosmetica, della moda e dei mass media.

Da ultimo l’esperienza femminile del male come “maledizione del colore della pelle”: esperienza che viene raramente ricordata, ma che costituisce una sofferenza imposta a molte donne di tutto il mondo (…)».

UN’AUTENTICA SPIRITUALITÀ DI LIBERAZIONE E INTEGRAZIONE

(…). Uno dei contributi legati al cambiamento di paradigma è quello a partire dalla prospettiva femminista (…), che la teologa domenicana Geraldina Céspedes spiega in questi termini: «La spiritualità femminista mira ad armonizzare come parte di un tutto gli elementi etici, estetici, mistici, politici, personali, sociali, erotici. È attraverso tutti questi che la Ruah fluirà liberamente. Così, la vita spirituale è per noi quella vita nella quale la Ruah può muoversi senza ostacoli. Una spiritualità olistica sperimenta Dio nella totalità della vita, in tutte le dimensioni della realtà (…). Ma la vita nella Ruah è anche un invito ad armonizzare saggiamente i paradossi dell’esistenza: forza/fragilità; silenzio/parola; lavoro/riposo; dare/ricevere; presenza/assenza; connettere/disconnettere; saper camminare accompagnate/ saper stare sole assaporando la dimensione positiva e feconda di una solitudine che arricchisce il nostro mondo interiore e rafforza le nostre opzioni e i nostri impegni».

Le conseguenze di una vita senza Spirito-Ruah, Spirito-Sophia, sono realmente disastrose. La vita cristiana senza Spirito si riduce a un insieme di norme all’interno di un’istituzione: è moralismo, non etica. È qualcosa di obsoleto, perché non interpreta i segni dei tempi, otri vecchie per un vino nuovo.

Nel corso della storia della teologia ci si è interrogati sulla possibilità di sperimentare lo Spirito-Ruah. Senza dubbio la sua esperienza trascende le nostre menti (…) e ci pone in una condizione ineffabile, difficile da narrare, o contraddetta da una società carente di spirito, ferma alla superficie delle cose, ma per ciò stesso bisognosa di spiritualità, di una spiritualità di frontiera, aperta, dialogante, tesa a integrare tutte le dimensioni (…).

UN MONDO DIFFERENTE: A PARTIRE DALLA SAGGEZZA DIVINA

Un mondo differente deve emergere, a partire dalla Saggezza divina, ricorrendo a nuovi linguaggi per nominare Dio.Indicherò tre piste per la creazione di questo nuovo ordine mondiale. (…).

Restaurare per sanare

La teologa Teresa Forcades spiega, in un quaderno sulla Prospettiva femminista delle origini del cristianesimo, che «se vogliamo annunciare il vero Vangelo di Gesù, dobbiamo far memoria delle storie delle donne bibliche e della loro influenza. (…). Non possiamo dimenticarle senza sfigurare il volto di Cristo. Dobbiamo recuperare il ricordo della loro esistenza e della loro lotta. Dobbiamo dare testimonianza e interpretare in forma teologica il loro dolore, il dolore che hanno provocato e continuano a provocare le pratiche e le interpretazioni patriarcali della Buona Novella, al fine di dispiegare a beneficio di tutti e tutte il potere emancipatore della comunità cristiana».

Se manteniamo le immagini patriarcali che escludono altre teologie e spiritualità, vuol dire che stiamo impedendo l’azione dello Spirito-Ruah. È necessario non solo chiedere perdono, ma restaurare per sanare. Restaurare l’ordine della creazione, perché tutti gli esseri umani abbiano vita.

Co-creare la propria vita, ri-costruire altre vite

Nella misura in cui mi lascio modellare dallo Spirito-Ruah, collaboro alla costruzione di una vita degna per me e per gli altri (…). Partendo dall’opzione cristiana, abbiamo l’imperativo morale di cambiare le strutture che disumanizzano, rifiutandoci di collaborare con l’ingiustizia, l’emarginazione, la distruzione del pianeta, con il sistema che esclude per ragioni economiche, che alimenta divisioni sociali inumane. Si tratta di co-creare con gli altri e con altri modi di intendere il mondo, a partire dalla diversità di convinzioni, di opzioni e di culture, di essere capaci di dialogare trascendendo i nostri credo, o i nostri non credo, affinché i diritti umani non siano solo una dichiarazione di intenti e gli esseri umani abbiano il diritto di non perdere la dignità con cui sono stati creati. Ciò presuppone (…) un impegno a favore del dialogo per giungere a un consenso sul bene comune, secondo la semplice ed essenziale regola comune a tutte le religioni, e in quanto tale una vera piattaforma spirituale, nota come Regola d’Oro: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, o, in positivo, “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.

Creare comunità vive con leadership sane

Lo Spirito-Ruah si manifesta nella creazione di nuove forme di intendere la vita religiosa, la vita di coppia, quella parrocchiale, ecc. Già esistono nuove espressioni destinate a presentare il Vangelo in base al tempo in cui viviamo, pur senza cambiarne l’essenza. Dobbiamo lasciar fluire la Ruah, affinché sorgano nuovi spazi caratterizzati dall’obiettivo di trasformarsi nel “sale della terra”, di vivere in pienezza il messaggio liberatore di Gesù, e da leadership sane, basate non sul potere, ma sulla condivisione dei talenti. (…).

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La disuguaglianza di genere è un problema maschile

Joan Chittister

I titoli dei giornali sono confusi. Le domande che sorgono ancor di più. Per esempio: abbiamo dato più potere alle donne, giusto? Dopo più di 2mila anni, l’Occidente finalmente si è svegliato riconoscendo sorprendentemente che le donne sono, anche loro, esseri umani. Quasi.

Nel 1922, la maggior parte dei Paesi anglofoni, inclusi gli Stati Uniti, ha finalmente permesso alle donne di votare. La lotta è stata feroce, con uomini di Chiesa e politici che consideravano questa novità come l’inizio del declino della società, «il naso del cammello sotto la tenda» della civilizzata società maschile (modo di dire che sta a significare che un fatto che sembra innocuo aprirà le porte a conseguenze più ampie e indesiderabili, ndt). Si dice che il card. James Gibbons abbia detto: «Immaginiamo cosa succederà alla società quando le donne cominceranno a ciondolare intorno ai seggi elettorali».

E infatti le porte dell’immoralità si sono spalancate: di lì a poco le donne hanno avuto diritto alla proprietà privata, a lavorare fuori casa, a guidare la macchina, a possedere denaro proprio, ad avere accesso all’istruzione, a contratti legali, a diventare “professioniste”, all’inizio come insegnanti e infermiere e poi anche come dottori e avvocate e ora banchieri e ingegneri, astronaute e rettori di università.

Non tutto insieme, naturalmente, ma un po’ per volta.

Non sappiamo ancora se una donna può diventare presidente degli Stati Uniti, ma sappiamo che alcune Chiese – non facciamo nomi – sono certe che Dio non vuole avere a che fare con le donne. E, ciononostante, un buon numero di altre Chiese e di altri Paesi ha fatto entrambe le cose e né i loro campanili né i loro Parlamenti sono crollati.

La tentazione è quella di pensare che almeno negli Stati Uniti le donne siano libere, indipendenti, sicure, rispettate, accolte ovunque alla pari con i loro padri e fratelli. Si potrebbe pensare che le donne abbiano davvero raggiunto un livello di piena maturità, indipendenza, libero arbitrio e libertà personale.

Ma c’è una serie di altri titoli di giornali, più potenti, più eloquenti, che mostrano la menzogna di tutto ciò. Questi titoli, onnipresenti – donne rapite lì, uccise ovunque, scomparse per sempre –, ricordano alle donne di non pensare di poter camminare per le vie di una città degli Stati Uniti aspettandosi di tornare a casa sane e salve, integre, vive. Queste storie ricordano loro che per quanto abbiano realizzato, guadagnato, gestito o pensato che tutto questo fosse un loro diritto, la loro vita non è nelle loro mani. È all’eterna mercé dei ragazzi delle confraternite, delle squadre di calcio, degli stalkers, dei malintenzionati, dei sesso-dipendenti, dei cacciatori di donne e del testosterone rampante.

Questi titoli parlano della violenza domestica subita da mogli e madri e dei cosiddetti “delitti d’onore” o delle pornografiche umiliazioni cui le donne sono vittime anche oggi, anche negli Usa, se violano il codice non scritto degli uomini per le donne. Indipendentemente da tutto ciò che riguarda l’“uguaglianza”.

Infatti la violazione delle donne è trasversale a tutte le sociali, a tutte le razze, a tutte le culture. La situazione è taciuta ovunque ma è nei titoli: donne e ragazze continuano a essere una merce da possedere, controllare, usare e scartare.

In prima battuta lo si è definito “un problema femminile”. Poi ci siamo civilizzati abbastanza da capire che non è un problema femminile: è un problema umano. Ma non risolveremo davvero la questione fino a quando non cominceremo ad ammettere ad alta voce che è un problema maschile. Solo quando gli uomini come si alzeranno in piedi e affronteranno gli altri uomini, le donne potranno cominciare a sperare in vite libere dalla violenza.

Gli uomini devono affrontare gli altri uomini. Devono dire ai giudici maschi, ai parlamentari maschi, ai poliziotti maschi, ai militari maschi, agli allenatori maschi, ai musicisti rap maschi e agli amministratori delegati maschi che non staranno più in silenzio. Che non si gireranno più dall’altra parte quando coloro che picchiano le mogli, gli stupratori o i molestatori cercheranno un alibi negli ormoni maschili e nelle “provocazioni” femminili. Allora le barzellette sporche smetteranno di essere divertenti, i discorsi da spogliatoio non saranno più accettabili, il linguaggio che “non devi mai usare di fronte a tua madre” non sarà più accettato da nessuna parte, neanche di fronte a un altro uomo.

Alla fin fine, tutto ciò ha a che fare con il modo in cui i padri crescono i loro figli e conducono vite che siano di esempio. Ha a che fare con il modo in cui gli allenatori guidano le loro squadre. Ha a che fare con i ministri di culto che pronunciano i loro sermoni il giorno della festa del papà e preparano i loro corsi prematrimoniali.

Ci sono bambine, studentesse, madri e professioniste che hanno paura di tornare a casa da sole, che sono state abbandonate dalle scuole e dai college che avevano promesso di proteggerle ma che invece proteggono gli uomini che le hanno violate, che continuano a non poter camminare per le strade degli Usa.

No, questo non un è problema femminile. Non riguarda l’uguaglianza delle donne. Riguarda la nostra definizione di uomo. Ha qualcosa a che fare con ciò che noi riteniamo sia la razionalità, l’autocontrollo e la qualità spirituale degli uomini. Pensare che sia scontato che gli uomini facciano queste cose è il più grande insulto per tutti loro. Forse è per questo che i commissari sportivi e i rettori e i generali falliscono quando si tratta di donne.

Ma ecco la notizia del giorno: proprio mentre stavo finendo di scrivere questo colonnino, l’Islanda ha annunciato una Conferenza delle Nazioni Unite solo maschile sulle donne e l’uguaglianza di genere. Scopo della conferenza, ha detto Gunnar Bragi Sveinsson, è «quello di portare uomini e ragazzi al tavolo dell’uguaglianza di genere in modo positivo». Ci sarà una sessione speciale sulla violenza.

Poi, per di più, un giornale locale, il 3 ottobre scorso, ha annunciato che dozzine di uomini di una piccola città hanno organizzato la marcia “Walk a Mile in Her Shoes” (“Cammina un miglio nei loro panni”) – in tacchi alti – per mostrare il loro sostegno alle donne che hanno subìto abusi domestici.

Finalmente. Finalmente. Ora se gli uomini – nei club, nelle parrocchie, nelle aziende, negli spogliatoi, nei bar, nelle scuole e nelle caserme – facessero lo stesso, forse un giorno le donne potranno anche camminare per strada da sole.


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