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Noi Siamo Chiesa

Sezione italiana del movimento internazionale “We Are Church” per la riforma della Chiesa cattolica

Le Comunità Cristiane di Base riflettono sulla guerra e sulla situazione in Libia

 

COMUNITÀ CRISTIANE DI BASE

 

Segreteria Tecnica Nazionale

 Sulla situazione in Libia, 24 marzo 2011

 

Gli eventi del Nord Africa e Medio Oriente, pur nella loro complessità difficilmente decifrabile e nel loro carattere di immane tragedia, possono essere visti come un’imprevista fase storica di grande travaglio che prelude forse al parto di un ordine nuovo a livello sia politico che socio-culturale in quelle regioni già da tempo sconvolte dal dramma dei palestinesi. Comunque vadano le cose niente sarà più come prima.

Questo modo di vedere le attuali vicende c’impone una piena solidarietà con i soggetti che s’impegnano per il cambiamento pagando prezzi altissimi.

C’induce anche a considerare tale solidarietà realizzabile utilizzando soltanto metodologie e strumenti di pace economici, politici, diplomatici, con l’esclusione quindi degli interventi militari, se non nella forma di utilizzo di forze di interposizione dei caschi blu dell’ONU, mentre c’impone a denunciare con forza la violenza del regime dittatoriale sanguinario instaurato in Libia e quanti, anche in occidente, hanno trescato con i suoi responsabili.

 

Consideriamo la guerra, fallimento della politica, come uno strumento strutturale del dominio per il possesso delle ricchezze dei popoli.  Infatti, sotto la copertura di un intervento per tutelare i diritti umani di popolazioni sotto sistemi dittatoriali, c’è anche un conflitto tra le multinazionali europee per accaparrarsi le risorse energetiche.

 

Le Comunità cristiane di base (CdB) sono, per coerenza di vita, partecipi del movimento per la pace e oggi ne condividono le difficoltà a rapportarsi a questi eventi così drammatici. Con esso intendono, però, continuare a portare avanti concretamente l’impegno quotidiano per l’affermazione dei valori di pace e nonviolenza in ogni settore della società mondiale e all’interno delle stesse religioni per liberarle dalla violenza strutturale del sacro. Le CdB, insieme al movimento per la pace, chiedono con forza la fine delle operazioni di guerra di tutte le parti e si associano in particolare al documento della Tavola della pace che prelude ad azioni pubbliche più impegnative

 

Le comunità cristiane di base italiane

 

Intervento di Mons. Giovanni Martinelli

vescovo di Tripoli, alla Radio Vaticana il

22.3.2011

Da Tripoli giungono accorati appelli per porre fine all’intervento militare della coalizione internazionale. Sulla situazione nella capitale, ascoltiamo il vicario apostolico della città, mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, intervistato da Amedeo Lomonaco:

R. – Dopo tre giorni di bombardamento, la situazione è quanto mai cruda, terribile. Di notte le bombe non ci fanno più dormire. La città è diventata uno spettro, c’è silenzio, mortificazione, umiliazione. Tanta gente è partita dalla città, è andata nel proprio paese d’origine perché è impossibile rimanere in città. C’è veramente un’aria da cimitero. E’ vero che le bombe sono state sganciate su dei siti precisi, però la città, in un modo o in un altro, risente di queste esplosioni in piena notte. E’ davvero incredibile come, ancora oggi, si possa vivere questo tipo d’esperienza con un Paese con cui, per anni, è stata costruita con tanta pazienza e difficoltà un’amicizia che era veramente invidiabile, con tutta l’Europa e soprattutto con l’Italia.

D. – Il Papa, all’Angelus, ha chiesto che siano assicurati l’incolumità per la popolazione e l’accesso agli aiuti umanitari. Quali sono, a questo punto, le vie che secondo lei si possono ancora percorrere per arrivare ad un’autentica riconciliazione?

R. – Bisogna porre fine ai bombardamenti, fissare una tregua e cercare di vedere, se è possibile attraverso una mediazione, attraverso contatti di persone vicine al governo libico, di trovare una soluzione. Il Santo Padre ci ha invitato alla preghiera. Noi la preghiera la viviamo quotidianamente con il gruppo di religiose presenti. La viviamo con il piccolo resto del popolo di Dio, che è rimasto mentre molti altri sono partiti. La viviamo proprio con fede profonda, convinti che solo la preghiera, solo Dio può muovere i cuori. Ma non sono le bombe che possono darci la pace.

D. – Questo, eccellenza, è il suo accorato appello alla comunità internazionale. Quali, invece, le sue parole al governo libico?

R. – La mancanza del governo libico è stata quella di non aver ascoltato la crisi generazionale di questi ultimi tempi, perché c’erano giovani che reclamavano diritti e forse si era mostrata più preoccupazione per la violenza o altre cose. Ho detto più volte che bisogna ascoltare questi giovani, bisogna dar loro speranza, perché ciò che non viene ascoltato poi può generare violenza dentro di loro.

D. – Gli attacchi sulla Libia stanno ovviamente spingendo molti stranieri – ed anche molti cattolici – a lasciare il Paese. Lei, invece, ha deciso di restare accanto alla popolazione…

R. – Moltissimi sono partiti. E’ rimasto il piccolo resto del popolo di Dio. Io non posso lasciare, noi non possiamo lasciare la gente. E non soltanto i cristiani, ma anche gli amici libici, i quali ci dicono: “Grazie di essere rimasti con noi, grazie di darci ancora speranza. La vostra presenza è segno di speranza”. E’ bello perché si capisce che tutto quello che si è, non tanto quello che si fa, diventa poi un incoraggiamento vicendevole a trovare la via della pace. Tanti amici musulmani mi hanno detto: “Noi preghiamo come voi, pregate per la pace”. Mi auguro che la forza della preghiera possa aiutare la gente a ritrovare il valore dell’amicizia e del rispetto di un altro popolo – per quanto esso sia diverso – e che si possa ritrovare sempre il cammino del dialogo nella pace. (vv)

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