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Noi Siamo Chiesa

Sezione italiana del movimento internazionale “We Are Church” per la riforma della Chiesa cattolica

Leggi la biografia di Camilo Torres, ucciso il 15 febbraio 1966 in Colombia

Cristianesimo e rivoluzione: Camillo Torres

in “Latinoamerica”, numero 70, maggio-agosto 1999.


Sergio Dalmasso

Se, dopo un troppo lungo silenzio, enorme continua l’interesse per la figura di Guevara, con
convegni, libri, pubblicazioni, sino ad alcuni fenomeni di consumo1, quella di Camilo Torres, al
Che, trenta anni fa, quasi meccanicamente accomunato, è, passata, dopo breve tempo nel silenzio
totale. Fa eccezione, Giulio Girardi che, in uno dei suoi lavori dedicati a Cuba2, opera, non senza
forzature, un parallelo tra i due rivoluzionari, evidenziandone analogie e uguaglianze addirittura
eccessive.
Padre Camilo Torres, il «prete guerrigliero» che muore sui monti della Colombia venti mesi
prima del Che, è da (ri)leggere e comprendere oggi per più motivi, dalla singolare vicenda umana
all’approccio sociologico ai problemi politico-sociali-culturali dell’America latina, dalla
discussione sulla strategia della guerriglia al complesso rapporto marxismo-cristianesimo negli anni
‘60.
Sacerdote in America latina
Carnilo Torres Restrepo nasce a Bogotà il 3 febbraio l929. Dopo il liceo «laico», entra in
contatto con i domenicani ed in seminario. Al termine di questo, viene inviato in Europa,
all’università di Lovanio, per studiare sociologia. Qui conosce studenti marxisti e collabora con
loro. È attivo in una associazione di studenti colombi ani che mira ad unire tutti coloro che vogliono
mettere la propria preparazione tecnica ed intellettuale al servizio del paese, formando quadri e
soprattutto indagando la realtà per cercare soluzioni concrete, superando settarismi e divergenze
ideologiche.
Gli studi si affiancano ai viaggi in vari paesi, quasi una forma di noviziato culturale e
sociale. A Parigi, entra in contatto con l’Abbé Pierre e lavora in comunità con ex carcerati.
Tornato in patria, è cappellano all’Università nazionale ed è tra i fondatori della facoltà di
sociologia, ma ne viene allontanato per aver preso le difese di due studenti. Coadiutore in una
parrocchia, preside della Scuola superiore di pubblica amministrazione, fonda cooperative e un
centro sperimentale per la formazione dei tecnici, si occupa di riforma agraria. In questa fase della
sua vita, il cristianesimo è per lui il tramite migliore per realizzarsi servendo l’uomo.
Tutto il suo apostolato di sacerdote è già dai primi anni teso al servizio della maggioranza
della popolazione contro gli abusi causati dalle minoranze che gestiscono il potere. La Chiesa in
America latina deve liberarsi dai suoi limiti storici: predominio di una struttura clericale di tipo
feudale, situazione intoccabile di privilegio, connivenza con strutture temporali oligarchiche, di
minoranza, onnipotenti. La cultura devozionista che la Chiesa propone è del tutto antitetica al
cristianesimo autentico. In quest’ottica, si spiega la sua scandalosa «rebeliòn de las sotanas», il
rifiuto, cioè, dell’abito talare, che motiva da un punto di vista sociologico (occorre uno studio sulle
conseguenze sociali che tale soppressione comporterebbe), disciplinare (l’impegno politico si
scontra con l’esercizio del ministero sacerdotale), umano (la tonaca allontana dal popolo, crea
barriere … ). Matura, a contatto con la situazione sociale colombiana e continentale, la sua scelta
rivoluzionaria3.
1 Su questi, mi pare addirittura troppo riduttivo e severo Roberto MASSARI nel suo Il ‘68 come e perché, Bolsena,
Massari editore, 1998.
2 Giulio GIRARDI, Cuba dopo il crollo del comunismo, Roma, Boria, 1995.
3 Le fasi della maturazione intellettuale di Camilo sono così riassunte: «1) La ricerca empirica: La si può situare tra il
1957 (studi a Lovanio) e il 1961 (ultimi lavori di riflessione sociologica). 2) Dal 1961 al 1964. Si dedica a un lavoro di
sintesi. 3) Dal 1964 a metà del 1965. Periodo di transizione in cui Camilo abbandona lentamente la sua funzione di
sociologo e si prepara all’azione politica diretta. 4) Dal 1965 al 1966. Lascia il campo all’analisi strettamente scientifica
per cercare soluzioni concrete alla problematica sociale colombiana» in Mons. German GUZMAN, Cattolicesimo e
1
La Chiesa in America latina
La scelta radicale del «prete guerrigliero» è uno dei volti di una Chiesa che vive un travaglio
profondo, certamente ancora in atto. Già dai primi anni ‘50, il teologo belga Louis Joseph Lebret ha
scoperto e denunciato i drammi del continente, legandosi a Josuè De Castro (l’autore di
«Geopolitica della fame»), al lavoro «sul campo» di Helder Camara e dando vita ai gruppi di
«Economie et humanisme». Nel ‘58, i suoi seguaci in Uruguay fondano i «Cuademos latinos
americanos de economia humana»: non indifferente il suo ruolo sul pensiero sociale espresso nelle
encicliche di Giovanni 23°, con cui ha un colloquio nel marzo ‘60, centrato sulle condizioni dei
contadini del nord est brasiliano, sugli indios del Perù e della Bolivia, sulla violenza scatenata in
Colombia dai grandi proprietari di terra. Nel ‘64 è l’espel1o del Concilio sul mondo
sottosviluppato. La sua riflessione sull’ austerità significa, per i paesi sottosviluppati, rifiuto delle
spese inutili e dell’ostentazione:
«La vera civiltà del futuro sarà forse una civiltà austera, una austerità che è importante non
confondere con la miseria. La miseria è la mancanza assoluta del necessario, è uno stato di
disordine che non si deve accettare né per se stessi né per gli altri. L’austerità, invece, è
un’accettazione delle limitazioni, dell’avere meno, con l’obiettivo di creare condizioni sia per
superare una crisi, sia per ottenere … soprattutto una più giusta ripartizione dei beni fra tutti»4.
Di particolare importanza le sue riflessioni sul rapporto con il comunismo che hanno molte
assonanze con la riflessione conciliare:
«l) L’odio verso l’errore non deve portare all’odio verso le persone. 2) L’uso di mezzi immorali non
è mai permesso ai cristiani 3) Non si deve con il pretesto di combattere un determinato male,
provocare mali peggiori … 6) L’alleanza manifesta, cosciente o incosciente, dei cristiani con i
responsabili dell’ingiustizia è sempre un grave scandalo. 7) La Chiesa è favorevole all’elevazione
progressiva e rapida il più possibile del popolo in generale e degli operai e dei contadini in
particolare 8) È più efficace attaccare le cause dei mali che esaurirsi cercando di curare questi mali
senza sopprimerne le cause»5.
Su questa strada si muove parte della Chiesa a cominciare dalla denuncia delle drammatiche
condizioni sociali del continente:
«La media di calorie giornaliere per abitante oscilla fra 1.500 e 2.000, quando il fabbisogno
normale per lo sviluppo della vita umana è da 2.800 e 3.000 calorie. Più del 70% dei bambini
presenta sintomi di denutrizione … n reddito medio è appena di 300 dollari annui pro capite …
Questo reddito equivale ad un terzo di quello di un europeo e ad un settimo di quello di un
nordamericano. n ritmo di crescita è tanto lento che accorrerebbero 45 anni per raggiungere il
livello europeo»6.
Questo settore della Chiesa si muove verso il recupero di una cultura autoctona, tenta un
rinnovamento dello stesso linguaggio, ecclesiale e politico, recupera un umanesimo cristiano che ha
tanti elementi di contatto con quello marxista, soprattutto nella analisi dell’alienazione dell’uomo,
di uno sviluppo che realizzandosi senza di esso è inumano.
Questa analisi conduce ad una nuova lettura del rapporto con il movimento comunista a cui
si riconosce di essere l’interprete di giuste esigenze sociali:
«Il Vangelo in se stesso inquieta e muove la coscienza di tutti i cristiani verso un
compromesso con tutti gli uomini di buona volontà per la liberazione di tutti, soprattutto dei più
poveri ed abbandonati: Siamo cristiani? Siamo compromessi nella lotta per la giustizia? Chi sta
morendo sul fronte della lotta per la giustizia? Siamo noi i cristiani? O lasciamo che la bandiera
rivoluzione in America latina, vita di Camilo Torres, Bari, Laterza, 1968, pg. 28.
4 Louis Joseph LEBRET, in Développement et civilization, n. 1, marzo 1960.
5 Louis Joseph LEBRET, “I cristiani di fronte al comunismo”, in America latina, la Chiesa si contesta, Roma, Editori
riuniti, 1969, pg. 135.
6 “II Conferenza dell’episcopato latino americano”, Medellin, settembre 1968, in America latina, la Chiesa si contesta,
cit, pg. 8.
2
della giustizia vada in altre mani, mentre noialtri molte volte li giudichiamo, condanniamo e
scomunichiamo?»7.
Il rapporto con il movimento comunista e la critica della realtà sociale del continente e della
sua subordinazione agli Usa comportano inevitabilmente, a metà anni ‘60, la discussione sullo
sbocco politico, sull’ipotesi rivoluzionaria, sul nodo evoluzione/rottura. Il termine «teologia della
liberazione», accettato a Ginevra (luglio ‘66), nella sezione Chiesa e socletà del Consiglio
ecumenico delle Chiese, è sconfessato da Paolo VI nell’allocuzione ai cardinali del 24 giugno ‘68,
nell’anniversario della «Populorum progressio», ma resta una spina nel fianco per il cattolicesimo
ufficiale e conservatore. A fine ‘67, due sacerdoti nordamericani sono invitati a lasciare il
Guatemala perchè sospettati di rapporti con le Far (Fuerzas armadas revolucionarias):
«Possiamo dire che la gerarchia della Chiesa cattolica abbia tentato di alleviare questa
miseria? .. C’è una sola via aperta: quella della rivoluzione: Una rivoluzione che si realizzi con il
completo mutamento delle strutture quello degli uomini di fede e della società civile, dove questa
fede deve vivere e agire»8.
Di poco successive le «Lettere di aspirazioni» di sacerdoti brasiliani che accusano
l’istituzione di essere slegata dalla realtà, le accuse al militarismo, del tutto antitetico al
Cristianesimo, da parte del brasiliano mons. Candido Padim, l’occupazione della cattedrale di
Santiago, in Cile, da parte di giovani fedeli che chiedono una Chiesa al servizio del popolo, libera,
aperta all’uomo9.
Prete, sociologo, rivoluzionario
In questo quadro continentale maturano le scelte di Camilo Torres che è certo della
maturazione delle masse, caratterizzata dalla comparsa di idee nuove e dalla insopportabilità della
situazione esistente: in Colombia il 3.6% dei proprietari possiede il 64% della superficie agraria, 13
milioni di abitanti hanno il 59% del reddito nazionale squilibrato a favore dei 600.000 più ricchi,
insostenibili le condizioni della assistenza medica, delle strutture ospedaliere, delle abitazioni.
L’istruzione esclude (dati del 1965) il 50% della popolazione scolastica dalle elementari, l’86%
dalla secondaria, il 97% dalle superiori. L’aumento del costo della vita colpisce non solo i proletari,
ma anche il ceto medio. La disoccupazione colpisce soprattutto le grandi città. La politica di
sostegno da parte degli Usa è un grave danno per il paese: nel ‘65, per ogni dollaro prestato, la
Colombia ha dovuto pagare un dollaro e mezzo di interessi.
A questi fattori oggettivi, si sommano molti altri fattori di «accelerazione rivoluzionaria»,
dal fallimento del governo e dell’apparato burocratico, alla perdita di fiducia in sé da parte delle
classi dirigenti, dalla maggiore coscienza del popolo ai fattori internazionali, primo fra tutti la
rivoluzione cubana di cui è crescente l’influenza su tutto il continente.
Di fronte a questa realtà, Camilo sceglie la rivoluzione come unica via, senza il timore
dell’identificazione con il comunismo:
«Nei primi tempi della nostra era, dire cristiano ad un individuo era un modo per metterlo
fuori legge. In seguito, si chiamò barbaro il nemico dell’impero romano per poterlo perseguitare.
Prima della rivoluzione francese erano perseguitati i liberi pensatori, liberali, democratici, plebei
ecc. Oggi, il modo· migliore per scatenare la persecuzione contro un elemento pericoloso per la
classe dirigente è chiamarlo comunista»10.
7 Mons. Giovanni Battista Fragoso, “Vangelo e giustizia sociale”, in America latina, la Chiesa si contesta, cit, pg. 96.
Lo stesso mons. Fragoso aveva suscitato scandalo nel ‘64, immediatamente dopo la sua nomina a vescovo, per una
presa di posizione a favore di Cuba «simbolo per l’America larina».
8 Thomas Melville, “La teologia della rivoluzione”, in America latina, la Chiesa si contesta, cit. pg. 201
9 L’occupazione della cattedrale è preceduta dalla pastorale Voluntad de ser, in cui si accusano la presidenza e il
governo democristiano di essere impotenti nei confronti del capitale e dell’imperialismo.
10 Camilo TORRES, “Comunismo nella Chiesa?”, in La hora, maggio 1965, in mons: German GUZMAN,
Cattolicesimo e rivoluzione, cit, pg. 48.
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All’analisi sociale si lega anche una singolare analisi linguistica che indica il salto che il
significato di un termine compie dall’interpretazione che ne dà la classe dirigente rispetto a quella
offerta dalla classe subordinata. Ad esempio, violenza: banditismo/non conformismo, rivoluzione:
sovversione immorale/cambi costruttivi, riforma agraria: espropriazione illegittima/distribuzione di
terra ai poveri, sinistra: sovversione/non conformismo, comunismo: delitto/rivoluzione, capitalismo:
sistema economico/sfruttamento, imperialismo: slogan marxista/influenza dei gringos, svalutazione:
misura economica/miseria, ma ancor più nettamente, esercito: forza di dissuasione utilizzabile/
violenza, Parlamento: democrazia/parassiti del popolo, burocrazia: amministrazione/parassiti dello
Stato, pacificazione: repressione del banditismo/uccisione di guerriglieri, corpo di pace: volontari
disinteressati/turisti o spie.
L’analisi passa dalla Colombia all’America latina, totalmente nell’orbita dell’imperialismo
internazionale che impedisce, per sua natura, ogni integrazione delle masse emarginate nella vita
nazionale e dei paesi sottosviluppati nella comunità internazionale e torna alla Colombia dove tutti i
poteri (amministrativo, economico, culturale, ecclesiastico e militare) si sono concentrati su una
oligarchia che non rappresenta, neppure minimamente, le masse. Anche fra i cristiani si estende la
certezza che la rivoluzione sia l’unica strada praticabile:
«Sono rivoluzionario come colombiano, come sociologo, come cristiano e come sacerdote.
Come colombiano perchè non posso restare estraneo alle lotte del mio popolo. Come sociologo,
perchè attraverso la conoscenza scientifica della realtà sono giunto alla conclusione che non è
possibile ottenere soluzioni tecniche efficaci senza una rivoluzione. Come cristiano perchè l’essenza
del cristianesimo è l’amore verso il prossimo, e soltanto attraverso la rivoluzione si può realizzare il
bene della maggioranza. Come sacerdote, perchè il dono di se stessi al prossimo richiesto dalla
rivoluzione è un requisito di carità fraterna, indispensabile per realizzare il sacrificio della Messa,
che non è un’offerta individuale, ma l’offerta di tutto il popolo di Dio per il tramite di Cristo»11.
Evidenti l’interpretazione del sacerdozio come servizio, del cristianesimo vissuto come
dovere, la sofferta scelta della lotta armata come risposta anche agli errori della Chiesa, della
sinistra, dei sindacati. Ancora all’inizio del ‘65, Camillo si interroga sul rapporto violenza/non
violenza, scegliendo la prima come unico strumento della maggioranza della popolazione contro
una oligarchia che è disposta a tutto pur di non perdere i propri privilegi.
Questa minoranza ha in mano ogni potere (anche quello ecclesiastico) ed impedisce che la
maggioranza della popolazione abbia cibo, un tetto, possa vestire. La scelta rivoluzionaria significa
quindi promuovere l’unità di tutti i settori subalterni, impedire che questa unità sia spezzata dagli
sfruttatori, opporsi ad ogni repressione, lavorare per l’elevazione integrale dell’uomo, non vendersi
e non scendere a compromessi, rifiutare ogni tipo di imperialismo e di colonialismo. Significa
soprattutto lottare contro la fame. Non si tratta – dice Camino – di accanirsi a discutere se l’anima
sia o meno immortale: sappiamo, invece, che la fame è mortale. Scrive Josué de Castro:
«Viviamo in due mondi diversi e opposti: uno dove la gente vive in media settant’anni,
l’altro dove si vive trentacinque anni. La terra è divisa in due grandi parti principali: quella di coloro
che non mangiano e quella di coloro che mangiano e non dormono perchè temono la rivolta degli
affamati. Ogni giorno, ogni settimana, diecimila persone muoiono di fame sulla faccia della terra:
più che in qualsiasi periodo della storia … Siamo tre miliardi: fra quindici anni saremo quattro
miliardi, e sei miliardi alla fine del secolo. A ogni tic-tac del pendolo dell’orologio della sala del
Congresso della Nutrizione, ci sono tre bocche in più»12.
L’unità e le contraddizioni della Chiesa e dell’essere cristiano sono i punti su cui maggiore è
l’insistenza di Camilo nei difficili mesi che precedono la scelta per la guerriglia. Miseria, fame,
oppressione, repressione sono inconciliabili con il Cristianesimo. Ogni creatura di Dio ha diritto ai
mezzi di produzione per vivere, ad un tetto, alla terra da lavorare. Giustizia e carità sono i mezzi per
attuare questo programma elementare e dare dignità all’uomo come persona e come figlio di Dio. È
11 Camilo TORRES, documento personale n. 18, in mons. German GUZMAN, Cattolicesimo e rivoluzione, cit., pg.63.
12 Josué DE CASTRO, in CNP Reporter, maggio giugno 1964.
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grave e contraddittorio, in questo quadro, il fatto che la Chiesa colombiana abbia beni e ricchezze13.
In una intervista a «La patria», Camilo accusa il clero colombiano di essere retrogrado, di servire
due padroni, Dio e Mammona, ripete che le uniche Chiese progressiste sono quelle povere.
Accanto alla presa di coscienza delle contraddizioni della Chiesa, è fondamentale l’unità
delle masse popolari che superi divisioni e steccati ideologici che, davanti alla realtà, perdono
qualunque significato. Su queste basi nasce la Piattaforma del fronte unito rivolta a sindacati,
cooperative, organizzazioni operaie, comunità indigene, soprattutto a tutti i non rassegnati e non
aderenti ai partiti politici tradizionali, per cercare obiettivi concreti: riforme agraria e urbana,
politica tributaria, nazionalizzazioni, sanità pubblica, sicurezza sociale, forze armate, diritti per la
donna, non subordinazione della Colombia ad altri paesi.
La piattaforma, nota nel marzo ‘65, suscita scandalo. Esplode il conflitto con la gerarchia
ecclesiastica. Il cardinale Concha, primate della Colombia, ordina a «padre Torres» di lasciare
l’Istituto di amministrazione sociale, dove insegna, per entrare negli uffici dell’arcivescovado di
Bogota. Al prete ribelle viene proposto un ritorno in Europa per la prosecuzione degli studi. Molte
le lettere al cardinale, nel tentativo di mantenere un dialogo:
«La pastorale di missione presuppone … l’eliminazione dei fattori sociologici e psicologici
che impediscono una adesione responsabile e personale alla Chiesa, da parte di coloro che vogliono
amare e donarsi al prossimo. Tra questi fattori vi sono: – potere economico della Chiesa – potere
politico … – separazione culturale, sociologica e psicologica tra clero e fedeli – mancanza di
solidarietà con i poveri»14.
La risposta della Curia è netta:
«Il cardinale arcivescovo di Bogota si vede nell’obbligo di coscienza di dire ai cattolici che
il padre Camilo Torres si è allontanato consapevolmente dalle dottrine e dalle direttive della Chiesa
cattolica. Basta aprire le Encicliche dei Sommi Pontefici per rendersi conto di questa deprecabile
realtà. Realtà tanto più deprecabile in quanto il padre Torres preconizza una rivoluzione anche
violenta con la presa del potere in un momento in cui il paese si dibatte in una crisi causata in non
piccola parte dalla violenza che con grandi sforzi si sta cercando di scongiurare … Le attività del
padre Camilo Torres sono incompatibili con il suo carattere sacerdotale e con lo stesso abito
ecclesiastico che egli indossa»15.
Già da settimane, Camilo ha chiesto lo stato laicale, nella convinzione, dopo 10 anni di vita
sacerdotale, di poter meglio servire la Chiesa e i colombiani. La domanda è resa pubblica a giugno
ed accettata da parte del vescovo.
Si accentuano, però, le difficoltà del Fronte Unito in cui l’ex sacerdote ha riposto tutte le sue
speranze. Dopo aver rischiato l’integrazione da parte di formazioni moderate (il partito
socialdemocratico e l’Alleanza nazional popolare del generale Rojas Pinilla), già nell’estate del ‘65
è isolato. Camilo soprattutto nei mesi che precedono il passaggio alla clandestinità invia messaggi,
quasi manifesti politici, che tentano di riproporre una unità fra soggetti diversi, al centro anche del
periodico «Fronte Unito» di cui tra luglio e dicembre escono tredici numeri. Si susseguono appelli
ai cristiani, ai comunisti, ai militari, ai non allineati, ai sindacalisti, ai contadini, alle donne, agli
studenti, ai disoccupati, ai detenuti politici, alla oligarchia che, sommati, formano un elementare
programma politico.
Nel messaggio ai cristiani (agosto), ritornano la critica ai mali della Chiesa e la forte
affermazione di fede, legata all’affermazione evangelica per cui non si può prestare offerta all’altare
prima di essersi riconciliati con l’avversario:
«I difetti temporali della Chiesa non devono scandalizzarci. La Chiesa è umana.
13 Scrive il 22 giugno 1965 il quotidiano conservatore El siglo: «Includendo le case parrocchiali e le chiese, i beni
ecclesiastici ammontano a cinque miliardi di valore catastale, secondo statistiche ufficiali. Se le tesi del sacerdote
Camilo Torres si facessero strada, tali beni sarebbero espropriabili e potrebbero essere distribuiti, in gran parte, tra
persone bisognose, come stanno facendo i vescovi cileni». Evidentemente, le tesi dell’ancora sacerdote Camilo Torres,
sono, in questo anno focale, il maggior pericolo per il potere, forse non solo in Colombia.
14 Camilo TORRES, documenti personali in mons. German GUZMAN, Cattolicesimo e rivoluzione, cit, pg. 124.
15 L. cardinal CONCHA, arcivescovo di Bogota, in mons. Gerrnan GUZMAN, Cattolicesimo e rivoluzione, cit, pg.126.
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L’importante è credere al contempo che è divina e che noi cristiani mettiamo in atto il nostro
obbligo di amare il prossimo, con tale azione la rinvigoriamo. Io ho abbandonato i privilegi e i
doveri del clero, ma non ho smesso di essere sacerdote. Credo di essermi dedicato alla rivoluzione
per amore del prossimo»16.
In quello ai comunisti, compare la lettura delle encicliche giovannee, «Mater et magistra» e
«Pacem in terris», nel dialogo con altre culture con cui pure non ci si identifica:
«I comunisti devono sapere chiaramente che non entrerò mai nelle loro file, che non sono né
sarò comunista, né come colombiano, né come sociologo, né come cristiano, né come sacerdote.
Tuttavia, sono disposto a lottare con loro per obiettivi comuni: contro l’oligarchia e il dominio degli
Stati Uniti, per la presa del potere da parte della classe popolare»17.
Dura la critica al settarismo, all’ideologismo, al senso di appartenenza che permette una
maggiore unità, al primitivismo di settori sindacali che badano solo alla lotta economica, ma, al
tempo stesso, all’estremismo che giudica inefficace la lotta sindacale e l’impegno su problemi
quotidiani, all’estremismo radicale e facilone degli studenti, all’esteriorità di tante manifestazioni,
alla divisione ideologica e poco legata alla realtà colombiana tra filosovietici e filocinesi (anche se
poi aderirà a formazioni di fatto simpatizzanti per posizioni «cinesi»). Forte, quindi, la speranza nei
«non allineati» ai quali non si deve chiedere di aderire a questa o a quell’altra organizzazione, ma di
organizzarsi essi stessi, dal basso verso l’alto, costante la valutazione sui limiti della sinistra spesso
priva di basi scientifiche e di tattiche adeguate.
Su queste basi, Camilo tenta, ma vede fallire, l’unità di azione di varie forze popolari e
progressiste, dal Partito social democratico cristiano con il quale rompe, all’incontro operaiostudentesco-
contadino di Medellin (settembre 1965), sui problemi della lotta armata, della
valutazione su Cuba, del colonialismo e dell’ astensione alle future elezioni, al Movimento
rivoluzionario liberale, favorevole alla partecipazione alle elezioni, a vari gruppi di estrema sinistra
che, dopo l’incontro di Medellin, lasciano il Fronte Unito.
Qui si manifestano la grandezza, ma anche la solitudine di Camilo che, nel messaggio ai non
allineati, sembra profetizzare l’imminente morte:
«È in corso una gara con l’oligarchia. Può darsi che essa mi assassini prima che io sia
riuscito a creare una solida organizzazione fra i non allineati. Credo che sarebbe troppo complicato
incarcerarrni o intentarrni un processo davanti a una corte marziale. Perciò credo di più
all’assassinio»18.
Il 18 ottobre lascia Bogota per raggiungere le unità guerrigliere dell’Esercito di liberazione
nazionale nella regione di San Vicente di Chucuri, regione di Santander.
La scelta guerrigliera nasce dall’esempio cubano e dalle opzioni di parti consistenti di partiti
e formazioni del continente intero, per cui Cuba sembra non essere una eccezione. La discussione
sulla via armata percorre, oltre alla rottura Urss/Cina, tutta la sinistra del continente. Solo alcuni
anni dopo, in alcune realtà, la lotta urbana sembrerà assumere un peso prevalente. Per tutti gli anni
‘60, sino alla sconfitta frontale in tutti i paesi in cui viene sperimentata, prevale l’ipotesi del «foco»
guerrigliero:
«Abbiamo già visto come il popolo privo di organizzazione volle dar battaglia nella città,
cioè là dove il nemico è più forte, e come si lasciò confondere e deviare, dedicandosi all’incendio e
al saccheggio invece di ripiegare verso la campagna dove il nemico è più debole e i rivoluzionari
posseggono maggiori risorse»19.
Guerrigliero
16 Padre Camilo TORRES, Messaggio ai cristiani, in Liberazione o morte, antologia degli scritti, Milano, Feltrinelli,
1968, pg. 39.
17 Padre Camilo TORRES, Messaggio ai comunisti, in Liberazione o morte, cit. pg. 41.
18 Padre Camilo TORRES, Messaggio ai non allineati, in Liberazione o morte, cit, pg. 47.
19 Padre Camilo TORRES, Ivi.
6
Nella scelta guerrigliera vi è, ovviamente, una sopravvalutazione della coscienza raggiunta
dal mondo contadino, della possibilità, da parte di questo, di modificare la condizione subalterna,
che sia in corso una inarrestabile politicizzazione di base, che occorra cogliere il momento
favorevole, quasi in una disperata corsa contro il tempo. L’alternativa nell’agosto settembre è
drastica: andare all’estero, cosa che sembra equivalere ad una fuga, restare in città con la certezza di
essere ucciso o rifugiarsi in una ambasciata.
La zona scelta ha vissuto una forte politicizzazione degli operai del petrolio, ha possibilità di
contatto con le guerriglie del Venezuela e di altre aree della Colombia.
Nel gennaio ‘66, i giornali ricevono il suo ultimo proclama. L’oligarchia sta preparando la
sua ultima farsa elettorale, la lotta armata è l’unica risposta. Il prete guerrigliero ricorda al popolo il
proprio ruolo, richiama al dovere dell’unità.
È, però, troppo pericoloso per il potere. Come, un anno e mezzo dopo, il Che richiamerà in
Bolivia tutto l’apparato repressivo del continente, così questa figura simbolica e capace di attrarre
settori diversi, diviene l’obiettivo principale per l’esercito. Il 17 gennaio, i giornali riportano notizia
dell’offensiva dell’esercito contro i guerriglieri comunisti.
Camilo è in montagna e ha chiesto di svolgere addestramento militare e di essere trattato
come qualunque altro combattente. Le testimonianze e gli scritti sulla sua morte dicono che a
perderlo è il rifiuto di essere esentato dai combattimenti. Il 15 febbraio, cade in uno scontro a fuoco
insieme a quattro suoi compagni. Il 16 filtrano le prime voci. Il 17 la radio dà la notizia. Sulla morte
iniziano le leggende: – il rivoluzionario sarebbe stato catturato e poi ucciso – sarebbe stato portato in
carcere, riconosciuto da una guardia e assassinato – condotto in montagna e assassinato in uno
scontro simulato – ucciso dai suoi compagni perchè voleva abbandonare la guerriglia – ucciso dai
comunisti che vogliono usare il suo nome per motivi propagandistici.
Dopo qualche mese, viene fornita una versione più verosimile e credibile: una pattuglia
dell’esercito è attaccata da un gruppo di guerriglieri; il sergente si finge morto e, quando Carnilo gli
è vicino, lo uccide, colpendo poi anche chi cerca di recuperarne il cadavere. Nelle sue tasche
vengono trovati lettere in francese ed in inglese, nel tascapane libri. Sono questi gli elementi che
portano al suo riconoscimento.
«Camilo diceva che doveva salire fino ai contadini, imparare da essi, formarsi nella pratica
rivoluzionaria della lotta, temprarsi nel fragore dei combattimenti. Fu per questo che non permise
che gli si togliesse il diritto di prendere parte personalmente alle operazioni militari. Il 15 febbraio
1966, in un luogo chiamato «Patio di cemento» nel dipartimento di Santander, in una imboscata tesa
a effettivi controguerriglieri, cadde al mio lato colpito da due pallottole nemiche, mentre avanzava
sparando a sua volta per recuperare una carabina M-l»20.
Dello stesso tenore il comunicato dell’Eln.
Anche nel suo caso, come in quello, successivo, del Che, scompare il cadavere, che rischia
di diventare simbolo per il mondo contadino locale e a causa del non comune intreccio fra
cattolicesimo e comunismo. Quando viene chiesto il tempio della Veracruz, dove era stato vicario,
sino a pochi mesi prima, per celebrare una messa in suo suffragio, il parroco rifiuta perchè Camilo è
morto come un criminale comune.
Come nel caso del Che, la lotta in un paese è collegata con il quadro almeno continentale ed
è pensata come di lunga durata, anche se destinata alla vittoria. Dice Fabio Vasquez, nell’intervista
di poco successiva alla morte di Camilo e da questa fortemente segnata:
«Ci sono alcuni rivoluzionari che hanno un concetto molto miope della guerra, pensano che duri
pochi anni, uno, due, tre al massimo, e credono quindi di poterla dirigere dalla città, oppure quando
decidono di andarsene sulle montagne, lo fanno certi che uno o due mesi li separino dal trionfo …
Noi non possiamo ingannarci, né possiamo ingannare il nostro popolo con ottimistici racconti,
credendo e facendogli credere che la lotta rivoluzionaria è facile e la sua durata è corta»21.
20 Mario MENENDEZ, Intervista con Fabio Vasquez (capo dell’esercito di liberazione nazionale in Colombia), Milano,
Feltrinelli, 1968, pg. 27-28.
21 Mario MENENDEZ, Intervista con Fabio Vasquez, cit, pg.34.
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La sua morte segna uno dei primi e non l’ultimo scacco per la guerriglia continentale che
verrà distrutta nel giro di pochi anni e sulla quale peseranno la spesso meccanica proiezione
dell’esperienza cubana, i contrasti, riprodotti nelle singole realtà, fra Cina e Urss, i comportamenti
dei partiti e dei sindacati maggioritari nella sinistra.
La sua figura, a distanza di oltre trenta anni, è, però, ancora importante per l’analisi
economica e sociale su un continente i cui problemi (fame, denutrizione, lavoro, casa … ), nel
frattempo, sono ulteriormente cresciuti e in cui nessuna ricetta politica ha saputo offrire soluzioni
credibili, il radicalismo cristiano, centrale nel continente che ha prodotto la «teologia della
liberazione», il non comune insegnamento morale:
«Ogni uomo è la conseguenza della propria vocazione. Se le è fedele senza compromessi, il
suo destino personale diventa necessità di sacrificio. Quando questo avviene, la morte alimenta
semi di vita. Camilo è il risultato della sua vocazione, trasformata in olocausto totale»22.
È significativo che nella prefazione italiana all’antologia dei suoi scritti, nel marzo ‘68, Gian
Mario Albani, dirigente delle Acli lombarde che compie la scelta, allora non facile, di candidarsi
alle elezioni politiche con il Pci, ricavi dalla sua morte una lezione per i cristiani (e non solo) del
mondo occidentale:
«Noi possiamo evitare che in tante parti del mondo uomini, donne, e bambini siano costretti
al sacrificio della vita in una lotta armata che non ha più confini, per la libertà e lìeguaglianza
sostanziale di tutti gli uomini e tutti i popoli. Basterebbe solo sacrificare un po’ delle nostre ipocrite
doppiezze e dei nostri comodi egoismi per un impegno sociale e una partecipazione politica sempre
più consapevole e determinante, ancora e fino a quando ci sarà consentito, con le sole armi del
metodo democratico, per sostanziare di contenuti reali le semplici libertà formali. Un impegno che
deve giungere però ad estirpare radicalmente nel nostro paese, in progressione solidale con tutti i
popoli del mondo, quel nefasto sistema economico e sociale fondato sulla prepotenza del denaro,
che alimenta anche tutte le fanatiche intolleranze religiose, ideologiche e razziali»23.
Lezione che nella nostra società sempre più globalizzata è quanto mai attuale.
22 Mons. German GUZMAN, Cattolicesimo e rivoluzione, cit., pg. 260.
23 Gian Mario ALBANI, in padre Camilo TORRES, Liberazione o morte, cit, pg. 9.


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