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Noi Siamo Chiesa

Sezione italiana del movimento internazionale “We Are Church” per la riforma della Chiesa cattolica

Luigi Accattoli racconta tutte le resistenze e i dubbi dei vescovi italiani nei confronti di papa Francesco


tra vescovi e papa

www.luigiaccattoli.it

I nostri vescovi hanno tutte le ragioni di temere il nuovo, il papa fa bene a spingerli ad affrontarlo. La posta in gioco è alta, la situazione è creativa: rispondevo così – nei giorni dell’Assemblea della CEI – a una domanda televisiva sul disagio che da tre anni segna il rapporto tra il nostro episcopato e Bergoglio. Tanti ne parlano, pochi lo indagano. Ci provo, mettendo in ordine gli spunti di conversazioni con vescovi nei miei giri per conferenze.

In una precedente puntata di questa rubrica (cf. Regno-att. 6,2016,191s) avevo descritto il «contagio» che gesti, parole e scelte del papa vanno trasmettendo al nostro episcopato e facevo i nomi di chi ha scelto di non risiedere in episcopio, di chi celebra nei giorni feriali per il popolo e tiene l’omelia e così via.

Spinge a muoversi ma dove ci vuole portare?

Dal contagio al disagio. Stavolta descrivo il rovescio della medaglia, ma senza fare nomi: l’ho promesso agli interlocutori, ma assicuro chi legge che le parole che metto tra virgolette sono tutte coperte da zucchetti viola.

«Ammiro la sua generosità. C’era in giro tanta demotivazione, il suo arrivo è stato un riscatto psicologico. Ma perché tanta inquietudine, qual è il disegno?» è la domanda che pone un vescovo che, prima di reggere una diocesi, era in Vaticano.

Prendendo a prestito parole schiette di padre Lombardi, provo a rispondere che Francesco non ha un disegno organico alternativo da attuare, ma la sua ansia è piuttosto la risposta a una situazione che chiede di mettersi in cammino. Non sa dove si andrà: si affida allo Spirito.

«Rimprovera, spinge a muoversi: ma dove ci vuole portare?» chiede un altro per niente tranquillizzato dalla risposta che tranquillizza me.

«Ho l’impressione che abbia un giudizio negativo su noi vescovi e non capisco da dove gli venga. L’Italia è pur sempre lo zoccolo duro della Chiesa cattolica. Perché ci bastona?».

Diversi vescovi insistono sui «rimproveri» del papa. Faccio osservare che Francesco trova ammirevole per tanti aspetti la Chiesa italiana e ogni tanto lo dice ma ritiene che essa – e i vescovi per primi – non avverta l’urgenza epocale di «uscire» con il Vangelo verso l’intera umanità che la circonda. Urgenza che invece è il logo del pontificato. Tutte le sue spinte alla CEI – argomento – sono leggibili nel segno dell’uscita missionaria, come avviamento a essa.

«Ma che vuol dire uscita?» – contro chiede uno degli interlocutori – «È facile dirlo, ma farlo? In una situazione data, nella mia diocesi, che cosa comporta?».

Tra i vescovi c’è chi ammira la capacità del papa di porre gesti di misericordia «in uscita», poniamo verso i diseredati, verso i non credenti; ma si chiedono che ne sia di tutto il resto: del catechismo, del Codice, dei seminari, delle parrocchie, delle leggi sempre più lontane dal sentimento cristiano. «Che dire, che fare?».

«Ha bloccato il tormentone dei valori non negoziabili ma con che cosa l’ha sostituito?»: la domanda viene da uno che non condivideva il tormentone ma non s’accontenta dell’attuale mezza parola. «Perché è una mezza parola, o no?».

Azzardo che probabilmente il papa ritiene che lo stesso impegno tradizionale di contrasto alla secolarizzazione legislativa in realtà sia stato condotto – e continui a essere condotto – più per esigenze interne, ovvero per assicurare e confermare i praticanti, che per uscita missionaria, ovvero come un momento dell’annuncio cristiano ad extra.

Mi sento mandato allo sbaraglio

Insisto sull’argomento chiave del riequilibrio della predicazione della Chiesa che era sbilanciata sulle implicazioni morali dell’annuncio e che il papa vorrebbe invece incentrata sul kerigma, come ha detto tante volte. Soprattutto sull’andare fuori per portare il Vangelo ai non credenti.

Un vescovo mi dice che ascoltando i moniti di Francesco sull’uscita ha l’impressione di essere mandato allo sbaraglio: «È come se il papa gesuita si comportasse nell’Europa del terzo millennio come si comportava il gesuita Matteo Ricci nella Cina del 1600». I più disponibili tra i nostri vescovi ammirano l’audacia apostolica bergogliana ma preferiscono restare al già noto. Sentono la vertigine dell’ignoto.

Ci sono anche «disagi» più puntuali e più puntuti. «Accenna ai padrini di battesimo e cresima, dice che non è giusto escludere chi è in situazione matrimoniale irregolare, ma poi non modifica le regole esistenti e così ci mette in difficoltà di fronte al popolo».

«I fedeli continuamente ci obiettano che “il papa ha detto”. Per lo più hanno capito male ma vai a convincerli. Lui fa presto a parlare e purtroppo non tiene conto di noi che siamo in trincea. Sembra che non sia stato vescovo».

«Nell’Amoris laetitia, al paragrafo 300, ha scritto che il discernimento delle situazioni personali va condotto nel dialogo con il confessore “secondo gli insegnamenti della Chiesa e gli orientamenti del vescovo” (cf. Regno-doc. 5,2016,193): li devo dare io – vescovo – questi orientamenti? Non li ha dati il papa, immagino perché non li aveva, e come posso darli io?».

«L’ultimo Sinodo gli aveva posto la domanda su quali servizi ecclesiali potessero essere affidati a chi è in situazione matrimoniale irregolare e lui al paragrafo 299, invece di onorare quella richiesta, riaffida la questione a noi, che siamo incalzati dall’attesa della gente».

Quella minaccia di rimuovere i vescovi

«Al paragrafo 122 afferma che “non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa” (cf. Regno-doc. 5,2016,154): la considero un’affermazione imprudente. Facciamo un paragone con il clero: diremo che non si deve gettare sul prete il peso di doversi porre come figura del buon pastore?».

«Nella riforma del processo per le nullità ha posto il vescovo come giudice unico e ora vengono da me – povero – come se io potessi affrontare ogni caso: è lei il giudice, l’ha detto il papa. E tutti vogliono il processo breve».

«Quello che interessa ai fedeli è la comunione. Se il discernimento arriva ad autorizzare l’accesso ai sacramenti, del riconoscimento della nullità non importa più».

Ampia è la lamentazione sulle nomine. «Non segue la prassi, fa di testa sua. Si capisce che vuole contraddire il carrierismo e le filiere, ma la prassi era un salvagente per evitare errori. Procedendo senza rete che garanzia ha di non sbagliare?».

«Si prende una libertà che mette in imbarazzo i collaboratori di curia e i responsabili della CEI. Per tanti è come se fosse venuto meno il rapporto di fiducia».

«Non solo bastona preti e vescovi ma ora è arrivato a minacciare la rimozione dei vescovi che non s’adoperano per contrastare la pedofilia del clero. Quest’uscita proprio non l’ho capita: è un terreno delicato, il vescovo è un padre e deve anche trovare il modo d’essere un padre misericordioso, o no?».

C’è il timore che vada troppo oltre

Anche tra i vescovi corrono critiche piccole, accanto a quelle grandi. «Capisco che voglia apparire povero ma portare una veste trasparente che mostra il nero dei pantaloni non è trascuratezza? Quando noi vescovi veniamo nominati ci danno istruzioni severe sull’abbigliamento, di presentarci sempre in ordine, guai! Per il papa non vale?».

«Parla sempre delle periferie: e chi non è in periferia? L’Italia del nord non ha periferie. Quella non conta? È andato in visita solo in piccoli centri e non va mai al Nord. Sono atteggiamenti mortificanti».

Ho fatto osservare che questa faccenda delle città non è vera: è andato a Napoli, a Torino, a Firenze. Dunque le grandi città ci sono e c’è anche il Nord. Ma la semplificazione è indicativa del disagio.

«Parla tanto della sinodalità ma poi decide da solo. Dice che bisogna decentrare ma un accentramento personale del governo così forte non si era mai visto».

Osservo che è vero e che la contraddizione può essere intesa nel giusto verso: essendo il sistema cattolico tutto incentrato sul papa, è necessario che sia il papa, motu proprio, ad avviare il decentramento.

Molte delle conversazioni delle quali ho dato conto e altre a loro simili sono avvenute tra i due Sinodi, segnate quasi tutte da un qualche o un grande allarme su «come andrà a finire». Non ho riportato quegli allarmi perché non più attuali, ma essi erano significanti il disagio che vado descrivendo.

Si trattava per lo più di vescovi simpatizzanti con il papa argentino ma timorosi che andasse troppo oltre e si esponesse al rischio di clamorose contestazioni di cardinali o di sinodali, i quali magari potevano impedirgli di dire il suo grande cuore. Io rassicuravo: il papa sa, è preparato, è abile, non farà passi falsi, le sue intenzioni non sono così aggressive; l’insieme degli episcopati non è lontano dai suoi sentimenti. Verrà autorizzato a fare qualche passo e le novità che infine affermerà troveranno il consenso più ampio.

Non sappiamo discutere e non sopportiamo il conflitto

Esattamente quello che è avvenuto. Ma dando assicurazioni avvertivo la scena surreale nella quale recitavo: un giornalista rassicura un vescovo sul papa, sul Sinodo. In una delle situazioni ero addirittura a tavola con quattro vescovi. Fibrillavano peggio dei colleghi giornalisti. A rassicurare i colleghi mi ci vedo: sono nato per quello. Ma i vescovi come li rassicuro?

Anche oggi, guardando indietro, trovo inverosimili quei timori e mi chiedo come abbiano potuto lievitare tanto. Azzardo una risposta: nella Chiesa non siamo abituati al dibattito. Soprattutto non sopportiamo il conflitto. Esso fu grande e fece scuola in zona conciliare ma i protagonisti di quella stagione sono emeriti da tempo e oggi neanche i vescovi ne hanno una vera memoria.

Ma il conflitto è salute. E trovo salutare che ve ne sia, un poco o un tanto, tra i vescovi e il papa


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