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Sezione italiana del movimento internazionale “We Are Church” per la riforma della Chiesa cattolica

Papa Francesco diventa maestro della nonviolenza nel messaggio per il primo gennaio. Enrico Peyretti l’ha commentato con competenza e passione

Commento al messaggio di papa Francesco per la Giornata della Pace

Enrico Peyretti, 14 dicembre 2016

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Questo messaggio di papa Francesco (si legge in vatican.va), oltre la nota freschezza e chiarezza del linguaggio, mi pare che abbia l’importanza di un passo storico. Non è solo una giusta esortazione alla pace, ma indica la nonviolenza interiore, attiva e politica come via alla pace. È anche importante che in un documento di questa levatura la parola sia scritta  unita (nonviolenza) e non staccata (non violenza), per esprimerne il carattere positivo e non solo negativo. Non si tratta tanto di non fare violenza, quanto di gestire i conflitti naturali della vita con forze umane costruttive. Francesco sottolinea il carattere attivo e costruttivo della linea culturale-morale-politica nonviolenta.

Nessuno può dirsi nonviolento, neppure Gandhi. Una volta egli si chiese: «Ho io in me la nonviolenza dei forti? Solo la mia morte lo mostrerà. Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera per il mio assassino sulle labbra, e il ricordo di Dio e la consapevolezza della sua viva presenza nel santuario del mio cuore, allora soltanto si potrà dire che ho la nonviolenza dei forti»[1]. Gandhi morì così, da santo: aveva la nonviolenza del forte. Ma noi, se non abbiamo una fede così grande, ci diciamo soltanto, come Aldo Capitini, «amici della nonviolenza», che cerchiamo e studiamo.

Papa Francesco assume e propone questo concetto dinamico, euristico, della nonviolenza: una ricerca, un cammino verso la pace,  «l’unica e vera linea dell’umano progresso» (citando Paolo VI, al n. 1 del messaggio).  In questo documento il papa raccoglie e sviluppa decisamente lo spirito e la linea tracciata, elaborata e sperimentata da movimenti cristiani e non cristiani, prima e dopo le maggiori pronunce cattoliche nella Pacem in Terris e nel Concilio, e quelle del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Un’ultima espressione importante di questo lavoro di base è l’ “Appello alla Chiesa Cattolica per promuovere la centralità della nonviolenza evangelica”, rivolto  dai partecipanti all’incontro su “Nonviolenza e Pace giusta” (Roma, 11-13 aprile 2016, convocato da Pax Christi International, dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, UISG/USG e molte altre organizzazioni cattoliche internazionali). Quell’appello diceva anche: «Noi proponiamo che la Chiesa cattolica sviluppi e prenda in considerazione il passaggio a un approccio di Pace giusta basato sulla nonviolenza evangelica». Francesco risponde anche a questo appello. Il suo ministero cattolico si avvale anche della collaborazione dei laici cattolici e non cattolici.

 

La pace giusta

Il concetto di “pace giusta”, basata sulla giustizia, sta sostituendo positivamente l’antico concetto di “guerra giusta”, o meglio giustificata a determinate condizioni, che per secoli è stato centrale nella riflessione morale cristiana sulla guerra, e abusato dalla volontà di potenza di sovrani e stati. La nonviolenza è stata a lungo vista come virtù personale – e certamente lo è, come ribadisce papa Francesco in questo messaggio, perché tutto comincia dal cuore – ma estranea alla politica, consegnata alla volontà di successo con ogni mezzo. La cultura della pace dell’ultimo secolo compie proprio il passaggio dalla mitezza privata alla nonviolenza attiva come carattere della politica giusta. E papa Francesco si pone esattamente in questa evoluzione di cultura e di etica politica ,  con l’indicare la nonviolenza come “stile” di una politica che lavori per la pace, per l’umanizzazione, per il bene comune e per la stessa sopravvivenza dell’umanità.

La nonviolenza positiva si esercita nei rapporti interpersonali, sociali, internazionali. Come nei conflitti micro, così anche nei meso e macroconflitti, tutti possono essere protagonisti, e non solo chi – stati, eserciti, potenze – ha forze materiali tremende per decidere e imporre soluzioni. Persino le vittime, dice Francesco! «Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace» (n.1 del testo). La loro forza è la forza della coscienza e dell’unità umana, che certamente ha bisogno di consapevolezza, cioè educazione e cultura, ha bisogno di coraggio, sostenuto dai cooperatori e dal clima morale, come hanno saputo fare i leaders citati dal papa nelle lotte nonviolente, più convenienti ed efficaci delle guerre e rivoluzioni armate. Qui possiamo ricordare che su 323 rivoluzioni del secolo XX, quelle nonviolente sono state un centinaio, e hanno avuto successo al 53%; quelle violente, invece, al 26%. Nel periodo 1975-2002, sono state 47 le rivoluzioni nonviolente, o per lo più non violente; su 18 condotte da forze nonviolente e coese, 17 hanno vinto e una sola ha avuto un successo parziale.[2]

Nella “guerra mondiale a pezzi”, si chiede il papa, siamo oggi più consapevoli o più assuefatti? C’è oggi meno violenza di ieri? Quest’ultima è la tesi ottimistica di Steven Pinker.[3] A questa tesi porta una correzione importante Giuliano Pontara, maestro negli studi gandhiani: «Pinker calcola la violenza di una guerra in relazione alla popolazione mondiale al tempo in cui la guerra avviene» e così la peggiore atrocità risulta per lui un’antica guerra civile cinese , nell’ottavo secolo, che fece 36 milioni di morti, pari a un sesto della popolazione mondiale stimata di allora. Ma la misura oggi comunemente impiegata, più aderente, per calcolare la violenza di una guerra è il numero di morti all’anno su centomila persone: con questa misura «la seconda guerra mondiale risulta essere la guerra più violenta sinora verificatasi sul pianeta». Se si calcolano anche i lunghi effetti collaterali sugli innocenti e sull’ambiente «la guerra è oggi moralmente ingiustificabile». [4]

Perciò, nessun ottimismo, e invece tutto l’allarme che Francesco ripete sulla guerra mondiale fatta di varie guerre in corso nel mondo, causate dalla volontà di dominio e di speculazione.

 

L’illusione delle armi          

A che scopo la grande violenza militare? Permette forse di raggiungere obiettivi di valore duraturo? Tutto quello che ottiene è scatenare rappresaglie e spirali di conflitti letali, e enormi sofferenze e danni, ma benefici solo a pochi “signori della guerra”, dice chiaramente il papa (cfr n. 2).  «Grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane (…) della grande maggioranza degli abitanti del mondo» (n. 2). «La forza delle armi è ingannevole» (n. 4).

Il pensiero della pace, da sempre (Erasmo, Kant, Simone Weil, …), denuncia la tragica illusione che le armi omicide possano ottenere vera difesa, liberazione e giustizia. Le armi comportano un alto rischio di disumanizzazione per chi le usa, sia pure come tragica necessità contro una più grave violenza. Le armi, o stabiliscono al potere nuovi violenti, o impegnano ad un lungo lavoro di purificazione chi si è sentito obbligato dalla situazione ad usarle. Il cammino della nonviolenza non condanna, per esempio, la Resistenza al nazifascismo, anzitutto perché fu in gran parte una alta reazione morale, con mezzi nonviolenti, e non fu unicamente armata, e poi perché è progredita la coscienza ed è cresciuta la conoscenza dei metodi e delle esperienze nonviolente . «Se facessimo la resistenza come l’abbiamo fatta ieri, con l’animo di oggi, saremmo in  peccato» scriveva già nei primi anni ’50 Primo Mazzolari [5]

 

Gandhi non è assolutista

L’insegnamento di Gandhi non è assolutista. Insegnava chiaramente che alla violenza non si deve sottomettersi, ma si deve opporsi anche col patire (che non è subire);  per non essere vili, collaboratori passivi del male, si deve opporsi e disobbedire, in casi estremi anche con la violenza. Scriveva: «Credo che nel caso in cui l’unica scelta possibile fosse quella tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza. […] Tuttavia sono convinto che la nonviolenza è infinitamente superiore alla violenza, che il perdono è cosa più virile della punizione».[6]   E se qualcuno ha voluto vedervi una concessione alla violenza necessaria, Gandhi ha scritto pure: «Non ho mai considerato la violenza come una cosa permessa. Ho semplicemente distinto tra il coraggio e la codardia. L’unica cosa lecita è la nonviolenza. La violenza non può mai essere lecita (…) rispetto alla legge fatta dalla natura per l’uomo. Tuttavia, sebbene la violenza non sia lecita, quando viene usata per autodifesa o a protezione degli indifesi, essa è un atto di coraggio, di gran lunga migliore della codarda sottomissione. Quest’ultima non reca beneficio a nessun uomo e a nessuna donna. Nella violenza esistono molti gradi e varietà di coraggio. Ciascun uomo deve saperli giudicare da solo. Nessun altro può farlo o ha il diritto di farlo al suo posto».[7]

Dunque, al male (dominio, ingiustizia) si deve anzitutto reagire, e poi  si deve scegliere tra i mezzi violenti e i mezzi nonviolenti della risposta. Ecco dunque che la nonviolenza è tutto l’opposto della rassegnazione passiva, è parte attiva nel rifiutare la prima violenza, ed è l’alternativa di valore morale e pratico alle reazioni violente che imitano (e così confermano) la violenza precedente. Questa violenza non è solo quella delle armi, diretta, materiale, è molto più spesso una violenza strutturale, nelle divisioni sociali, nelle leggi discriminanti, nell’economia che non serve alla vita ma al profitto. Parlando di Madre Teresa il papa afferma che i potenti della terra, devono «riconoscere le loro colpe dinanzi ai crimini – dinanzi ai crimini! – della povertà creata da loro stessi» (n. 4). C’è una violenza statica esercitata delle enormi diseguaglianze che causano povertà e offesa. A questa violenza economica sistemica è giusto opporsi con metodi e mezzi nonviolenti. In questo impegno inventivo e costruttivo lavorano, con una miriade di esperienze molecolari non clamorose, i movimenti nonviolenti di base.  È  importante che l’informazione faccia conoscere queste esperienze per incoraggiare (la disperazione è cattiva consigliera) le popolazioni sulla via della giustizia nonviolenta. La nonviolenza ha una storia e una presenza, non è solo utopia (v. in rete “Difesa senza guerra”).

 

Gesù leader nonviolento

Anche se noi cristiani,  suoi seguaci nei secoli, abbiamo concesso troppo, per poca fede, nel giustificare i metodi violenti, Gesù di Nazareth è un vero precursore dei leaders moderni della nonviolenza, che lo riconoscono come tale. Nel discorso della montagna sulla vera felicità, nell’amore per gli ultimi e l’indipendenza dai potenti, nel coraggio con cui morì per amore fedele alla verità e all’umanità, difendendosi unicamente con gesti e parole di verità, Gesù ha lottato contro il male con la pura forza dell’amore. Gandhi chiamò “satyagraha” il proprio metodo di lotta giusta, parola che significa appunto forza dell’amore, o dell’anima, o della verità, insistenza per la verità. Martin Luther King lo intende come “la forza di amare”. Perciò la nonviolenza è anzitutto una qualità interiore, del cuore, continuamente da educare e rieducare.  A questo livello radicale Gesù «tracciò la via della nonviolenza», dice Francesco (n. 3). È di grande importanza che il pensiero cristiano, dopo un lungo tempo di spiritualismo rassegnato alla violenza del mondo, ritrovi proprio nel Maestro lo spirito di amore forte e resistente contro il male, senza concessioni alla fatalità della violenza in un mondo irrimediabilmente malvagio.

Fra i maggiori casi storici di lotte nonviolente, papa Francesco ricorda il 1989, la caduta senza violenza dei regimi comunisti nell’Europa dell’est, anche con l’impegno spirituale e attivo delle comunità cristiane. Giovanni Paolo II evidenziava (nella Centesimus annus, n. 23) che un cambiamento epocale nella vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati si realizza «mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia».

Papa Francesco rivendica alla Chiesa di essersi impegnata per la promozione della pace in molti Paesi, con strategie nonviolente «sollecitando persino gli attori più violenti in sforzi per costruire una pace giusta e duratura», ma riconosce apertamente che «questo impegno a favore delle vittime dell’ingiustizia e della violenza non è un patrimonio esclusivo della Chiesa Cattolica, ma è proprio di molte tradizioni religiose». Ecco come la conoscenza, il dialogo e la collaborazione tra le religioni è un forte fattore di pace giusta.  Francesco ribadisce con forza: «Nessuna religione è terrorista». «Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è santa, non la guerra!» (n. 4).

Se le religioni, nelle loro espressioni autentiche, scelgono insieme lo spirito e la pratica della nonviolenza, possono dare un robusto contributo a radicare nei cuori delle persone e nelle tradizioni civili i fondamenti della pace giusta. Opponiamoci a pessimismi e disperazione con questo esaltante impegno comune.

 

Pace in casa e nel mondo

Poiché la pace si fonda nei cuori, essa passa attraverso le relazioni più prossime, come la famiglia, per impregnare i popoli e arrivare ad essere pace nel mondo. Attriti e conflitti si elaborano col dialogo, rispetto, ricerca del bene altrui, misericordia e perdono. Questa è una concreta sottolineatura nel Messaggio di papa Francesco. Egli supplica che si arrestino violenza domestica e abusi su donne e bambini. Con la stessa urgenza, perché donne e bambini valgono come tutto il mondo, e viceversa, egli rivolge «un appello in favore del disarmo, nonché della proibizione e dell’abolizione delle armi nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono fondare questo tipo di etica» (n. 5).

Tutto ciò è anche «un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo, (…) una sfida a costruire la società, la comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace; a dare prova di misericordia rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo» (…).  «La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l’unità è più potente e più feconda del conflitto. Tutto nel mondo è intimamente connesso».

Mentre la violenza semplifica tagliando, sacrificando e impoverendo la realtà, con l’azione costruttiva e nonviolenta, «le tensioni e gli opposti [possono] raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita», conservando «le preziose potenzialità delle polarità in contrasto» (n. 6). Infatti, la pace giusta è plurale, non fa deserto, non livella e non assorbe, non è la pace imperiale schiacciante, ma favorisce l’armonia delle differenze, che sono la ricchezza della vita.

 

Un annuncio importante è dato da Francesco in questo messaggio:  il 1° gennaio 2017 nasce  il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, mediante il quale la Chiesa Cattolica vuole accompagnare ogni tentativo di costruzione della pace con la nonviolenza attiva e creativa, e promuovere la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, la sollecitudine verso i migranti, tutti i bisognosi, le vittime dei conflitti armati e di qualunque forma di schiavitù e di tortura. Francesco propone di impegnarci a diventare persone intimamenmte nonviolente,  a costruire comunità nonviolente, che si prendono cura della casa comune. «Tutti possono essere artigiani di pace» (n. 7).

I nonviolenti, i loro vari movimenti, i centri studi e gruppi locali, fino alle reti mondiali per la nonviolenza, di qualunque religione o visione di vita, possono sentirsi riconosciuti, incoraggiati, sostenuti e impegnati da questo messaggio di un leader morale come è per tutti Francesco.

[1]          Gandhi, Antiche come le montagne, Ed. di Comunità 1965, pp. 95-96.

[2]          Antonino Drago, Le rivoluzioni nonviolente dell’ultimo secolo, Ediz. Nuova Cultura, Roma 2010 . Le fonti di Drago sono statunitensi: P. Ackerman e A. Karatnycky: How Freedom is Won. From Civic Resistance to Durable Democracy. Freedom House, Washington, 2005. M.J. Stephan e E. Chenoweth, Why Civil Resistance Works, International Security, 33, 1/2008, 7-44.

[3]             Steven Pinker, Il declino della violenza: Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia, Mondadori, 2013

[4]             Giuliano Pontara, Quale pace?, Mimesis 2016, pp. 16-17

[5]             Primo Mazzolari, Tu non uccidere (originale La Locusta 1955, p. 86); Edizioni Paoline, 2002, p. 81 ; edizione critica EDB  2015, p. 149

[6]             «Young India», 11 agosto 1920

[7]               «Harijan», 27 ottobre 1946


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