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Noi Siamo Chiesa

Sezione italiana del movimento internazionale “We Are Church” per la riforma della Chiesa cattolica

Sono settant’anni che Franz Jagerstatter è stato martirizzato

L’eroe mite che disse no a Hitler

di Claudio Magris
( “Corriere della Sera” del 31 ottobre 2010)

La vita è improbabile, come sa chi la vive; il sentimento che si prova — e che cresce con gli anni — dinanzi a
ciò che ci accade e all’intera nostra esistenza è forse la sorpresa, l’impressione di un malinteso. Ma ci sono vite
più improbabili di altre, come ad esempio quella di Franz Jägerstätter, del quale soprattutto la morte è stata
sorprendente. Era infatti difficilmente immaginabile che nel 1943 un contadino austriaco, estraneo a qualsiasi
movimento politico e sostanzialmente povero di cultura, si facesse decapitare dal Terzo Reich perché,
richiamato alle armi, la sua coscienza di cristiano cattolico non gli permetteva di combattere una barbara guerra
di aggressione e lo obbligava a rifiutarsi di far parte dell’esercito nazista, ben sapendo che ciò avrebbe
comportato la sua esecuzione.
Franz Jägerstätter non aveva alcun desiderio di essere un eroe o un martire; era ben lieto di vivere con l’amata
moglie Franziska e le sue tre figlie, Rösl, Maridl e Loisl, bambine fra i tre e i sei anni. Era nato il 20 maggio
1907 a St. Radegund, nell’Alta Austria, non lontano da Braunau che aveva dato i natali a Hitler, figlio
illegittimo di un bracciante agricolo, e dopo aver frequentato per otto anni la scuola dell’obbligo aveva lavorato
nelle miniere e nell’agricoltura, costruendosi una modesta agiatezza e una calda vita famigliare. Aveva avuto
una gioventù sanamente vitale e scapestrata; piaceva alle donne e, quando era il caso, sapeva anche tirare
qualche buon pugno, il che è talora giusto e doveroso, come attesta una condanna per rissa a tre giorni di
prigione. Una condanna che peraltro gli fa onore, perché Franz — il quale, nel plebiscito del 10 aprile 1938,
sarebbe stato l’unico del suo villaggio a votare contro l’annessione dell’Austria al Terzo Reich — aveva
attaccato briga, insieme a un amico, con gli squadristi delle Heimwehren, la violenta organizzazione
paramilitare di destra che in quei turbolenti anni precedenti l’invasione nazista devastava l’Austria. Il
matrimonio con Franziska — un’unione autenticamente amorosa, forte e intensa — aveva approfondito la sua
fede cattolica e maturato in lui una spiritualità che lo avrebbe portato a morire piuttosto che scendere a patti col
male.
Un uomo giusto, desideroso di lavorare e di godersi la vita, non dovrebbe aver bisogno di diventare un martire,
ma lo diventa se ha la sventura di vivere in tempi in cui, come scrive Brecht, c’è tristemente bisogno di eroi.
Franz Jägerstätter ha vissuto in un’epoca fra le più orribili, anche e soprattutto per la sua amata Austria, il
ventennio fra le due guerre mondiali. L’Anschluss, ovvero l’invasione nazista dell’Austria e la sua successiva
annessione al Terzo Reich, ha fatto dimenticare, o meglio ha aiutato a rimuovere le responsabilità, le tragedie, le
torbidezze della storia austriaca nel decennio precedente. Per l’Austria del secondo dopoguerra, l’annessione al
Terzo Reich ha finito per diventare pure un alibi, l’opportunità di proclamarsi una vittima del nazismo, anche se
Hitler era stato accolto da un popolo festante e il plebiscito aveva visto una larghissima maggioranza favorevole
all’Anschluss. Il deprecabile presidente dell’Austria Kurt Waldheim aveva giustificato la sua milizia nella
Wehrmacht hitleriana quale dovere di soldato — non è ben chiaro se soldato della propria patria oppure, se
questa è stata invasa, dell’esercito nemico invasore.
Negli anni precedenti l’Anschluss, in cui Franz Jägerstätter vive e matura la propria coscienza morale e
religiosa, l’Austria è politicamente un groviglio di contraddizioni sanguinose. C’è l’austrofascismo, che instaura
una vera e propria dittatura, anche se imparagonabile a quella tedesca e sovietica, con i suoi campi di
concentramento — pure imparagonabili anch’essi ai lager tedeschi — in cui finiscono socialisti, comunisti e
nazisti, membri del partito nazionalsocialista austriaco allora fuori legge. Il fascismo austriaco ha una forte,
decisiva componente cattolica, ma c’è pure un fascismo anticlericale. Ci sono le Heimwehren, le organizzazioni
paramilitari di destra, fiancheggiate da altre simili minori; i socialisti oppressi dal regime clericofascista cercano
alleanze con i comunisti ma talora pure con i nazisti, anch’essi avversi all’austrofascismo, come dimostra
l’assassinio di Dollfuss, l’autoritario cancelliere fascista sostenuto da Mussolini, da parte dei nazisti.
Tutti contro tutti, ma specialmente contro i rossi o presunti tali: nel febbraio del 1934, l’aviazione austriaca
bombarda, per ordine del governo, i quartieri operai della «Vienna rossa». La destra si dice patriottica, ma
spesso spara più volentieri sui propri connazionali che sugli invasori del proprio Paese.
È in questo carnevale di sangue che vive Franz Jägerstätter. Con la sua educazione elementare e la sua semplice
devozione capisce le cose più di tanti politici che s’illudono di controllare il male uniformandosi ad esso e più
di tanti prelati che, come il cardinale Innitzer, primate d’Austria, favoriscono imperdonabilmente l’annessione e
si affrettano a dire giubilanti «Heil Hitler». Franz aveva subito capito, come dichiarò esplicitamente al processo
che lo mandò a morte, che «non si poteva essere contemporaneamente nazionalsocialisti e cattolici» (pochi anni
prima la Chiesa aveva detto la stessa cosa a proposito dei socialdemocratici, mentre si guardò bene dal ripeterla
nei confronti dei nazisti). Lucidamente Franz rifiuta la passiva sottomissione agli eventi, affermando che essi
non arrivano dal cielo e analizzando gli errori, le illusioni e le complicità della politica austriaca che avevano
portato a quel disastro.
Egli demistifica soprattutto l’illusione — così diffusa, sotto ogni cielo, fra i moderati — che le cose finiscano
per mettersi a posto, che sia opportuno sopportare qualche infamia confidando di poterne bloccare o almeno
frenare altre successive. Egli sa bene, come gli ha insegnato il suo catechismo, che indulgere al primo peccato
comporta quasi sempre ulteriori cadute sempre più rovinose e che lasciar correre una violenza razzista anche
modesta significa aprire la strada a una catena di efferatezze.
Franz Jägerstätter non ha voglia di morire. Mai iscritto al partito nazista, accondiscende a presentarsi a una
prima chiamata dell’esercito, nel 1940, e a prendere in considerazione l’ipotesi di militare nella sanità, ma
proprio quel contatto con l’esercito lo convince della radicale opposizione fra essere cristiano ed essere nazista
e della sostanziale ipocrisia di una scelta solo apparentemente intermedia, come il servizio militare nella sanità,
che comunque contribuirebbe alla vittoria del nazismo.
Sereno, mai settario, alieno da qualsiasi ideologia, Franz Jägerstätter sceglie non la morte, ma la coscienza,
anche se essa, in quell’occasione, si pone in contrasto con la sopravvivenza, per citare una pagina di Camus che
era particolarmente cara ad Alberto Cavallari. Naturalmente tutti, intorno a lui, cercano di convincerlo a cedere,
a pensare alla famiglia, a salvarsi la vita con una semplice firma. Cercano di farlo recedere vari sacerdoti, come
l’ottimo parroco Josef Karobath, che ne terrà vivo il ricordo e più tardi dichiarerà con ammirevole onestà: «Mi
ha lasciato ammutolito, perché aveva le argomentazioni migliori. Lo volevamo far desistere ma ci ha sempre
sconfitti citando le Scritture». Cerca di persuaderlo anche il vescovo di Linz, monsignor Fliesser, preoccupato
soprattutto delle difficoltà che il suo gesto può creare alla Chiesa; fallito il tentativo, il vescovo avanza
ignobilmente allusioni — prudentemente appena accennate — a un’insana sete di martirio, quasi a una
peccaminosa tentazione di santità. Cercano di persuaderlo a desistere soprattutto i parenti, appellandosi a quei
doveri verso la famiglia che Franz sa essere un grande valore, ma non il valore supremo; non è uno di quelli che
dicono «tengo famiglia».
Particolarmente intenso è il suo rapporto con la moglie. All’inizio anche lei cerca di convincerlo a mollare, ma,
quando lo vede abbandonato da tutti per la sua coerenza, capisce, con l’intelligenza dell’amore, che quella è la
verità e la legge del suo uomo e che a lei, proprio perché lo ama, spetta il compito di aiutarlo a seguirle,
obbedendo al demone della sua vita. Le lettere di Franz alla moglie sono, come le sue note — i «commentari»
scritti in carcere a Berlino — di una lucida e razionale spiritualità, un breviario non d’eroismo o di morte ma di
vita. Del resto era stata Franziska a portare Franz sulla strada di un’irriducibile coerenza di vita, rendendolo
capace di affrontare a mani nude e non disarmate l’intero Terzo Reich.
Di questo suo ruolo, Franziska — dopo la morte di Franz, decapitato il 9 agosto 1943 — porterà per anni un
grave peso: l’avversione dei famigliari, fra cui in primo luogo la suocera, e dei compaesani, che la ritengono in
parte responsabile del destino di suo marito. È la solita colpa gettata quasi sempre sulla donna: la colpa è
sempre sua, sia se scappa di casa con un uomo sia se non sa tenerlo quando è lui a scappare con un’altra. Per
anni Franziska ha dovuto avvertire la sorda antipatia della gente per quel loro vicino capace di salvarsi l’anima
e la faccia e dunque rimprovero vivente a chi non vuol accorgersi di star perdendo o di aver perso l’una e l’altra.
A lungo, Franz Jägerstätter è vissuto nella memoria del suo paese anche e soprattutto come uno un po’ tocco,
magari influenzato da un cugino testimone di Geova; un originale di cui si ricordavano con malignità piuttosto
le intemperanze giovanili e magari il suo successo con le donne, con l’invidia rancorosa che i buoi possono
avere per i tori. Non è strano che il libero e franco coraggio piaccia, anche eroticamente, più della cautela
timorata e perbene. La fede, che smuove le montagne, smuove anche i cuori ed i sensi; non la bigotta unzione
pudibonda né l’arrogante sicumera di possedere la verità, ma quel senso dell’oltre, che dà ala e slancio a tutta la
persona. È più facile amare e desiderare chi ha questo senso dell’oltre.
Più tardi, a poco a poco, il clima nei confronti di Franziska — e quindi anche di Franz — è mutato, anche grazie
all’intelligente opera di un parroco, Steinkeller. Oggi c’è, a Trento, un’associazione che porta il nome di Franz Jägerstätter e
ne custodisce il ricordo e l’insegnamento; su di lui hanno scritto due bei libri Gordon Zahn, un americano, e Erna Putz,
austriaca, ed è stato girato, sempre a Trento, un film, alla cui prima ha assistito Franziska, vivace vegliarda. Certo l’Austria
e la Chiesa, specie austriaca, potrebbero ricordare di più quel loro figlio che ha salvato la loro anima e il loro onore così
infangato. «Scrivo con le mani legate — dice il testamento di Franz, steso a Berlino nel luglio 1943 — ma preferisco
questa condizione al saper incatenata la mia volontà. Perché Dio avrebbe dato a ciascuno di noi la ragione ed il libero
arbitrio se bastasse soltanto ubbidire ciecamente?».


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Commenti

Una replica a “Sono settant’anni che Franz Jagerstatter è stato martirizzato”

  1. Avatar maria cristina passaponti
    maria cristina passaponti

    Una storia bellissima, commovente, che non conoscevo e mi ha colpito profondamente. Molto belli e significativi i commenti, fra le righe , di Magris, nonchè la sua ricostruzione storica.
    Il 9 agosto è morta anche Edith Stein in un campo di concentramento, altra grande figura di donna e di cristiana.
    Il 9 agosto è morta, di morte naturale, un’altra persona dalla volontà di ferro e il cuore grande d’amore, mia madre.Ora avrò tre persone meravigliose da ricordare in questo giorno.

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