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Noi Siamo Chiesa

Sezione italiana del movimento internazionale “We Are Church” per la riforma della Chiesa cattolica

Un messaggio di denuncia e di speranza nella consueta Lettera di Natale dei preti del Triveneto

 

Lettera di Natale 2017 

Una rinnovata passione per Dio e per l’uomo insieme a papa Francesco

Care amiche e cari amici il saluto più cordiale e amichevole a tutte voi, a tutti voi.

Ci sentiamo sollecitati, anche quest’anno, in prossimità del Natale, a condividere con voi esperienze, riflessioni, dubbi, preoccupazioni, interrogativi e l’esistenza di una possibile speranza.

Siamo preoccupati come tanti di voi, per la situazione del mondo attuale, considerando insieme le nostre comunità locali e quella planetaria, nell’interdipendenza sempre più evidente e quotidiana della famiglia umana.

Lo siamo anche come uomini e preti per lo scarto evidente tra il segno straordinario della presenza, delle parole e dei gesti di papa Francesco e la scarsa ricaduta nelle Diocesi e nelle parrocchie in diverse delle quali si procede come se il Vescovo di Roma non ci fosse.

I MOTIVI DI PREOCCUPAZIONE

La condivisione delle preoccupazioni di tante persone che incontriamo in situazioni di povertà, di tribolazione, di abbandono si congiunge con le cause strutturali dell’impoverimento, della fame, delle oppressioni, della violazione dei diritti umani, delle guerre, della distruzione della Madre Terra e di tante espressioni della vita; dei diffusi atteggiamenti di pregiudizio, discriminazione e razzismo nei confronti dei diversi, in modo particolare degli immigrati.

Avvertiamo la distanza abissale fra la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, di cui il prossimo 2018 si celebrerà il 70° anniversario, la nostra Costituzione, i principi ispiratori delle religioni, in particolare per quanto ci riguarda il Vangelo di Gesù di Nazaret e le diffuse e persistenti situazioni drammatiche che permangono su scala planetaria e che riguardano la vita di centinaia di milioni di persone. Le tante iniziative ed esperienze positive, per altro indispensabili e ammirevoli, pare non favoriscano processi di cambiamento strutturale di fronte alla forza straripante delle multinazionali, delle concentrazioni finanziarie, dell’esaltazione in varie forme del capitalismo, che per perseguire il suo fine perverso opprime, impoverisce, distrugge. Appunto ci preoccupa la mancanza di cambiamenti significativi che può indurre pericolosamente a fatalismo, rassegnazione e chiusura in ambiti individualistici.

Siamo preoccupati della situazione attuale della politica, della crisi profonda di progetti, di contenuti, di rappresentanza, di metodo, sia a livello regionale sia nazionale, europeo e mondiale. La passione per il bene comune, la dedizione, la competenza nell’affrontare le questioni, la sperimentazione “dell’arte di uscire insieme dai problemi”, come don Milani e i suoi alunni hanno definito la politica, troppe volte sono assenti, per il prevalere di incompetenza, approssimazione, affidamento alla forza delle immagini e degli slogan gridati, che sostituiscono analisi, riflessioni e proposte serie. La dimensione gravemente mancante è soprattutto quella che dovrebbe sempre caratterizzare la politica, che è indispensabile per il governo della polis ai diversi livelli: il rapporto stretto, continuo, di ascolto e di partecipazione con i cittadini.

Si potrebbe dire: meno riunioni nelle stanze riservate della politica e molti più incontri con le persone dei paesi, dei quartieri, delle città per percepire in diretta le situazioni, le storie delle persone, i bisogni, le attese, le speranze.

CAMMINIAMO CON PAPA FRANCESCO

Abbiamo interamente dedicato a lui la lettera del Natale del 2013. La sua presenza come Vescovo di Roma e Papa ci ha fin dall’inizio incoraggiato e sostenuto; abbiamo percepito, in linea con papa Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II, la Chiesa in cui crediamo e per cui ci impegniamo: in mezzo alla gente, povera e dei poveri, al servizio umile e disinteressato dell’umanità, liberandosi da ogni volontà di dominio e di prestigio, di alleanze con i poteri di questo mondo.

Papa Francesco esprime con le parole quello che vive e il suo stile di vita rende credibili i suoi messaggi.

Parole e gesti si intrecciano, si richiamano gli uni negli altri. La sua proposta non è ristretta nell’ambito di una Chiesa autoreferenziale, bensì percepita da tutta l’umanità. La fede nel Dio di Gesù e il riferimento continuo al suo Vangelo, l’attenzione ai poveri, ai migranti; la denuncia della follia di ogni guerra, dei produttori e dei commercianti di armi, le chiare prese di posizione contro la corruzione e le organizzazioni criminali delle mafie, l’attenzione agli operai, la condivisione esplicita delle lotte dei movimenti popolari mondiali, l’Enciclica Laudato si’ sulla custodia e la cura della casa comune sono alcune indicazioni del suo insegnamento.

A proposito della Laudato si’, esprimiamo la nostra delusione per come, dopo poco tempo, nella Chiesa, salvo rare eccezioni, non abbia più alcuna attenzione. Noi pensavamo che per le Diocesi diventasse un testo di riflessione e di riferimento per un tempo significativo e nei seminari di studio e approfondimento per coloro che si preparano a diventare preti. Abbiamo registrato un totale disinteresse anche nel mondo politico: data la sua articolazione e ampiezza il testo avrebbe, a nostro avviso, costituito un’interessante riflessione su una questione decisiva

della nostra vita e di quella delle generazione future.

Ci interroghiamo sul perché papa Francesco sia amato e sostenuto nella Chiesa e da tante persone che non si riferiscono ad essa e sia invece osteggiato e criticato da tante persone della Chiesa, anche preti, vescovi, cardinali, dai potentati finanziari e dai gruppi di potere mondiali e da chi prende da lui le distanze per la sua continua insistenza sull’attenzione ai poveri, ai deboli, ai migranti, per uno stile di vita sobrio ed essenziale.

Papa Francesco cerca di liberare la Chiesa dal potere dottrinale: la dottrina è certo importante ma sempre in relazione con le storie delle persone. Gesù di Nazaret non ha annunciato una dottrina, bensì ha proposto un nuovo modo di essere con se stessi, con gli altri, con Dio, con il denaro e con tutte le realtà del mondo. Chi identifica la fede con la dottrina ritiene che il papa sia in essa incerto, con riferimento alle indicazioni etiche, in particolar modo a quelle riferite ai rapporti di amore e alla sessualità.

Papa Francesco cerca di liberare la Chiesa dal potere centralizzato, a cominciare da quello inquietante della curia romana, con riferimento a tutte le concentrazioni di potere piccole o grandi nelle Diocesi e nelle parrocchie, per riproporre la Chiesa popolo di Dio in cammino nella storia, sinodale in cui il dialogo, il confronto, le decisioni sono comuni, non del vescovo o del prete e di alcuni collaboratori scelti a propria immagine e somiglianza. Non una Chiesa gerarchica, bensì di comunione, dove l’autorità svolge il suo compito che si caratterizza per un servizio umile e disinteressato alla comunità.

Papa Francesco cerca di liberare le Chiesa dall’intreccio fra potere economico e politico. Le concentrazioni finanziarie delle IOR con i poteri occulti coinvolti, gravissimo scandalo per la Chiesa, rimesse in discussione certo con fatica e con tempi lunghi; la prospettiva riguarda le Diocesi e le parrocchie e chiede un rapporto trasparente con il denaro finalizzato alla vita delle comunità e a un’autentica, non occasionale, solidarietà con i poveri. Lo stesso orientamento riguarda anche uno stile di vita semplice, sobrio, essenziale; abitazioni dignitose, ma non lussuose e ricercate; auto utilitarie, frequentazioni di persone semplici.

Per quanto riguarda il potere politico, la presenza di papa Francesco ha liberato con evidenza la Chiesa italiana dall’abbraccio compiacente con il potere; le stagioni del progetto politico della Chiesa in Italia hanno supportato rappresentanti e scelte politiche lontani dal Vangelo, ricevendone appoggio e sostegno economico. Il terreno dei cosiddetti “valori non negoziabili” è diventato di reciproche e strumentali compiacenze.

La Chiesa è chiamata sempre a schierarsi, a prendere la parte dei poveri e dei deboli, senza identificarsi con una forza politica, perché, nell’incarnazione della storia, dovrebbe sempre esprimere quell’ulteriorità che porta a scorgere i poveri, i fragili, i deboli, dei quali anche un programma di schieramento rischia di non porli come priorità, se non addirittura di dimenticarsene. Perché, come ci ricorda il Papa, “la Chiesa è davvero viva se, formando un solo essere vivente con Cristo, è portatrice di vita, è materna, è missionaria, esce incontro al prossimo, sollecita

a servire senza seguire poteri mondani che la rendono sterile”.

Nella lunga campagna elettorale già iniziata per le elezioni regionali e politiche nella primavera del 2018, anche se non in modo evidente, espressioni della Chiesa saranno cercate. Sarà sempre importante non lasciarsi catturare da nessuno per poter vivere con libertà e coraggio la profezia della denuncia e della proposta dei diritti umani uguali per tutti o non più tali, per ogni situazione che offende la dignità delle persone; con una attenzione particolare a un fenomeno già perdurante: quello di utilizzare la religione strumentalmente per finalità di consenso, per acquisire voti.

Papa Francesco cerca di liberare la Chiesa dal potere liturgico, cioè da una liturgia autoreferenziale, che pretende la solennità esteriore. Celebra in modo semplice, con paramenti semplici, con il commento diretto e comprensibile del Vangelo. Ci pare importante ricordare la sua scelta molto significativa di celebrare ogni mattina l’Eucarestia a Santa Marta, con la comunità che si raccoglie, non nella cappella privata come i suoi predecessori, di aprire il Vangelo e commentarlo. Si può dire che questa modalità di essere non riguarda le singole giornate, ma l’intero progetto di Chiesa: Vangelo e vita, vita e Vangelo. La semplificazione nel senso positivo di avvicinarsi alle dimensioni più importanti, a quelle del mistero è criticata da coloro che, funzionari della religione, attendono il palcoscenico per l’esibizione.

Papa Francesco non ha certo bisogno della nostra difesa; noi ancora una volta vogliamo pubblicamente dichiarare che camminiamo con lui per riformare la Chiesa. Fra le altre scorgiamo la motivazione fondamentale: lui ha parlato nuovamente al mondo di Dio, del Dio di Gesù che è misericordia, che è attento, si prende a cuore e si prende cura di tutte le persone qualsiasi siano le loro situazioni e condizioni. E’ questo il fondamento della “rivoluzione”, proprio perché la vera, grande questione riguarda Dio, la sua immagine, la sua percezione! Quale Dio dunque, dato che così facilmente oltre a poter essere insignificante è così spesso strumentalizzato per legittimare capitalismo, violenze, armi, guerre, razzismo, distruzione dell’ambiente?

Gesù di Nazaret ci libera da ogni possibile strumentalizzazione di Dio: il Vangelo delle Beatitudini e l’invito perentorio a riconoscerlo e ad accoglierlo nel più piccolo dei fratelli in difficoltà sono inequivocabili e non ammettono alibi.

LA QUESTIONE DEI MIGRANTI

Già nella lettera dello scorso Natale abbiamo condiviso con voi alcune riflessioni sulla questione che non è una tra le importanti, bensì la più importante, quella decisiva, dirimente ogni altra anche perché ne assume in sé altre importanti, che sono le cause strutturali delle migrazioni forzate: impoverimento, dittature, violazione dei diritti umani, armi, guerre, disastri ambientali. Ricordiamo alcune connotazioni fondamentali: le migrazioni, sempre costanti nella storia dell’umanità, oggi hanno assunto una dimensione planetaria.

Coloro che giungono fra noi ci rivelano qual è la situazione del mondo; chi sono loro; chi siamo noi: quali sono la nostra sensibilità, la nostra cultura, etica, politica, legislazione; qual è la nostra fede; ci rivelano la nostra storia. Un esempio: mai si ricorda negli incontri, tanto meno nei tanti strumentali dibattiti televisivi, che gli italiani del fascismo hanno usato i gas in Etiopia e bruciato nelle loro capanne donne e bambini. Quando arrivano oggi gli etiopi, dovremmo abbassare lo sguardo, provare vergogna e chiedere profondamente perdono. E’ fondamentale lo sguardo su coloro che arrivano perché questo esprime i vissuti e i pensieri del cuore.

Perché nei paesi poveri dell’Africa, come ad esempio l’Uganda o in altri come il Pakistan o il Bangladesh, si accolgono i profughi con le risposte precarie possibili, senza muri, fili spinati, avversione pregiudiziale e altrettanto non avviene in Europa, in Italia, in Friuli Venezia Giulia e nel Veneto? Non intendiamo nascondere le complessità, ma questo non ci esime dall’esprimere un giudizio severo sulle istituzioni, sulla politica, sulla mentalità diffusa in una parte della popolazione, sugli inquietanti e pericolosi segnali di modi di pensare e di agire, come quelli dei gruppi neofascisti, che esprimono odio e pretendono che le persone diverse, in particolare i migranti, non siano presenti fra di noi. Il nostro paese al riguardo ha una memoria storica dolorosa se pensiamo alle leggi razziali del 1938.

L’Europa ha dimostrato il suo volto peggiore; l’Italia ha il grande merito di aver salvato in mare decine e decine di migliaia di persone, ma non ha potuto evitare, anche perché lasciata sola, che in questi anni nel Mediterraneo i morti siano oltre a 40 mila. Durante la scorsa estate abbiamo constatato la criminalizzazione delle ONG, in generale della solidarietà e le scelte politiche del governo italiano nei confronti delle quali esprimiamo tutta la nostra contrarietà: per le modalità, i finanziamenti a gruppi motivati unicamente da interessi economici, le conseguenze di far continuare la prigionia dei migranti nei lager della Libia o di farli in essi ritornare, con torture e angherie di ogni genere e anche, come è stato documentato ultimamente, con la tratta degli schiavi. Il fatto che i migranti non arrivino o arrivino in numero minore si è trasformato in un cinico sollievo di una parte della popolazione italiana.

La contrapposizione all’approvazione dello ius soli temperato ci pare veramente pretestuosa, faziosa, senza fondamenti credibili, un pretesto per l’avversione. Ci soffermiamo un momento sulla situazione delle regioni del nordest, con attenzione alla nostra, per rimarcare alcuni atteggiamenti e situazioni concrete che ci hanno addolorato e sdegnato. Ci chiediamo: perché la memoria storica dell’emigrazione di decine e decine di migliaia di emigranti friulani e giuliani insegna così poco? Perché la memoria storica della straordinaria solidarietà vissuta nel dopo terremoto non si trasforma in sensibilità dell’accoglienza?

E’ per noi sconcertante che l’annunciato arrivo di 10, 15, 18, 25 persone in un paese susciti reazioni viscerali di rifiuto a prescindere. E questo con l’invocazione della identità, della cultura, dell’essere a casa propria, dell’essere cristiani e cattolici. Certamente le istituzioni e la politica hanno le loro responsabilità nel non progettare, informare, predisporre, accompagnare, sostenere. Ma

ugualmente queste reazioni di emotività irrazionale attengono all’antropologia, al nostro essere donne e uomini, in relazione con gli altri, nella storia in divenire. A proposito di progetti, nella Lettera di Natale 2016 ci siamo permessi di indicare le zone di montagna come possibilità di inserimenti progettuali di migranti a beneficio di tutti con il coinvolgimento di italiani. Auspichiamo che la politica finalmente possa porre attenzione a queste prospettive a cominciare dai programmi delle prossime elezioni con l’impegno di attuarli.

Sentiamo l’esigenza di un salto di spiritualità incarnata nella storia, di cultura, di ripresa dei diritti umani fondamentali, di una politica seria che assuma le questioni e non le faccia diventare motivo di contesa e di lotta, senza costruire possibili risposte positive. Le paure indotte da diverse concause, i problemi sociali irrisolti degli italiani favoriscono un conflitto con chi arriva e l’indicazione di loro come responsabili dei problemi e delle mancate soluzioni. Papa Francesco nel messaggio per la celebrazione della 51a Giornata Mondiale della Pace, il 1o gennaio 2018, propone a tutta l’umanità una riflessione su migranti e rifugiati: “Uomini e donne in cerca di pace” ricordando che “quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano” e indica le quattro pietre miliari per l’azione: “accogliere, proteggere, promuovere, integrare”.

Se poi nella nostra Regione si verificano in continuità con gli anni precedenti situazioni, come avvenuto nel periodo appena trascorso, di persone che dormono all’addiaccio (stranieri e italiani), a Pordenone, Trieste, Udine, Gorizia, della scandalosa condizione di coloro che in questa città hanno trovato l’unico riparo nella Galleria Bombi, allora significa che ci sono carenze e inadempienze a livello strutturale.

Quella in cui stiamo vivendo è una situazione nuova in cui si prepara una nuova umanità di convivenza fra le persone diverse: dipenderà anche dalle scelte di oggi la qualità della convivenza del futuro.

ATTENZIONE E PREMURA NEI CONFRONTI DEI POVERI, DEI DIVERSI, DEI CARCERATI

Ci sentiamo preoccupati e addolorati per la mentalità che si diffonde nella nostra società di indifferenza e disprezzo nei confronti delle persone etichettate come diverse, del fastidio che si manifesta nei confronti dei deboli e dei poveri, della mentalità escludente e vendicativa nei confronti dei carcerati.

Ogni volta che questo accade nelle città e nei paesi, constatiamo che vengono stracciate la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la nostra Costituzione, il Vangelo di Gesù di Nazaret, i principi ispiratori delle diverse religioni.

Avvertiamo urgente e indispensabile una rinascita spirituale profonda, la crescita della cultura e della pratica dei Diritti Umani, il riferimento al Vangelo

accolto in tutta la sua provocazione, il suo sostegno e conforto. In particolare, per quanto riguarda i carcerati, da tempo abbiamo appreso la Dichiarazione che “la civiltà di un paese si misura dalle condizioni delle carceri”. Applicata all’Italia ci lascia sgomenti. La certezza della pena è indubbiamente importante ma non può significare la sepoltura delle persone nella colpa in situazioni di disumanità, bensì configurare percorsi rieducativi come afferma la Costituzione, umani e umanizzanti.

VIVERE E MORIRE CON DIGNITÀ

Desideriamo condividere con voi alcune considerazioni sul vivere e morire con dignità, suggerite dall’incontro con le storie di sofferenza di tante persone e anche dalle recenti riflessioni di papa Francesco e dalle dichiarazioni di Michele Gesualdi, discepolo di don Lorenzo Milani, uomo di fede e di servizio agli altri.

La questione è molto delicata perché in essa si concentrano dimensioni diverse. Ogni persona umana deve essere sempre rispettata nella sua dignità e libertà, nella sua storia e nelle situazioni di sofferenza e malattia. Quando queste diventano estreme, il rispetto richiede il non accanimento terapeutico, l’assecondare la volontà del malato e dei suoi famigliari. Così papa Francesco: “… occorre un supplemento di saggezza perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.”

Già Pio XII, 60 anni fa, in un discorso ad anestesisti e rianimatori, ha affermato che non c’è l’obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene. Ancora papa Francesco: “E se sappiamo che dalla malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte”. Nessuno deve sollecitare o indurre a morire qualcuno ed egualmente nessuno deve costringerlo a vivere in condizioni disumanizzanti.

Siamo anche favorevoli all’autodeterminazione della persona malata espressa in condizioni di buona salute o nella situazione di sofferenza; se questo non è possibile tramite un’altra persona delegata. Qualcuno osserva che l’autodeterminazione si porrebbe contro Dio che ci ha donato la vita. Consideriamo che il dono della vita comporta libertà e responsabilità. L’autodeterminazione non è quindi contro Dio ma invece può essere vissuta di fronte a Lui, in dialogo con Lui, affidandosi pienamente a Lui, anche perché la vita non è l’assoluto biologico della stessa e noi saremo accolti nel suo Mistero di vita.

Speriamo quindi che la legge sul biotestamento, passata alla Camera e ora ferma al Senato, sia stata approvata quando questa nostra lettera sarà pubblica, se non lo fosse sarebbe un segno negativo.

LE RAGIONI DELLA SPERANZA

E’ possibile sperare? Quali le motivazioni, quali le ragioni? E’ possibile scorgendo quotidianamente fra le tribolazioni, i dolori, le diverse difficoltà i segni positivi di persone, di gruppi, di comunità che, animati da ideali, da fede, dalla disponibilità alla concreta prossimità, si dedicano con passione, gratuità e perseveranza. Insegnanti, amministratori, professionisti, medici, infermieri che vivono la loro competenza in modo veramente umano; tante persone coscientemente volontarie. E questo in ogni parte del mondo. Consideriamo un segno di speranza l’assegnazione del Nobel per la Pace 2017 a ICAN per la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari.

La prossima memoria viva del Natale è motivo di speranza. Gesù di Nazaret è venuto, uomo fra noi, per annunciare la speranza del Regno di Dio, di una nuova umanità di fratelli e sorelle, di giustizia e di pace: questo è il sogno di Dio sull’umanità; Lui ci propone di coinvolgerci per contribuire a realizzarlo, assicurandoci la sua presenza come riferimento, guida e sostegno.

Il bambino del Natale è l’incarnazione di Dio, che ha scelto la carne dei poveri e che nella carne dei poveri verrà ucciso, che ci giudicherà sui nostri atti di solidarietà nei confronti dei poveri. Vivente oltre la morte, ci accompagna, come i due viandanti di Emmaus, oggi sulle strade delle nostre vite. La memoria viva dell’autentico Natale ci dice che le speranze che più sembrano impossibili sono rese possibili da Dio, dalla fiducia in Lui nel credere che questo può avvenire ogni giorno.

Questa speranza assume tutte quelle che nascono dal dolore, dalla fame e sete di giustizia, non può che essere una speranza condivisa con gli altri, che ci avvicina come fratelli e sorelle, come compagni nel cammino della vita.

I preti firmatari:

Pierluigi Di Piazza, Franco Saccavini, Mario Vatta, Pierino Ruffato, Paolo Iannaccone, Giacomo Tolot, Piergiorgio Rigolo, Renzo De Ros, Luigi Fontanot, Alberto De Nadai, Albino Bizzotto, Antonio Santini.


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Commenti

3 risposte a “Un messaggio di denuncia e di speranza nella consueta Lettera di Natale dei preti del Triveneto”

  1. Avatar Giacomo Pirona
    Giacomo Pirona

    Quando i sacerdoti riprenderanno a parlare soprattutto di Gesù Cristo e del suo messaggio di Verità, di cui dovrebbero essere i depositari, anziché filosofeggiare sui problemi del mondo giudicandoli da uomini di mondo e non da uomini di Dio, sarà sempre ormai tardi.

  2. Avatar edoardo
    edoardo

    Meno male che non si sono firmati “don” o “padre”, perché questi qui del sacerdote non hanno proprio nulla. Mamma mia, più comunisti dei comunisti; e più atei degli atei!

  3. Avatar vittorio da rios
    vittorio da rios

    Vi leggo solo adesso cari Giacomo,Edoardo, e Davide e vi rispondo con un assioma straordinario di padre Ernesto Balducci: Se la tua religione non è in grado di dare significative risposte alle istanze dell’uomo contemporaneo che sono di giustizia, equità, solidarietà e pace, essa se non appartiene alla storia delle menzogne certamente alla preistoria dell’uomo totale. Questi uomini che hanno redatto questo appello che vede per primo firmatario Pierluigi Di Piazza che conosco bene e di cui ho grandissima stima e rispetto cercano di rendere in questo caso la tradizione cattolica-cristiana un po meno MENZOGNERA ,
    Un caro saluto .

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